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Full text of "Giornale di scienze naturali ed economiche"

THE FIELD MUSEUM LIBRARY 





GIORNALE 



DI 



SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



GIORNALE 



DI 





II 




li 



« 




PUBBLICATO 



PER CURA DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



DI 



PALERMO 



(Voi. XXXIII, anni 1921-1922-1923) 



-^€^^p^» 



PALERMO 



SCUOLA TIP. « KOCCONE DEL POVERO » 
1923 



INDICE GENERALE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME XXXIII 

Anni 1921-1922-1923 



Regolamento della Società . Pag. vii 

Norme per la stampa di memorie ed articoli nel Giornale della Società . . » xm 

Elenco dei soci a 1° gennaio 1923 » xv 



PARTE I 

Commemorazioni 

Per la morte di Antonino Borei, Presidente della Società Pag. 3 

P. Merenda — Saluto alla salma di Antonino Borzì, il XXII settembre MCMXXI, 

nella Piazza della Stazione Centrale, pria che la salma s'avviasse per Messina > ivi 
S. Di Marzo — Parole dette nell'aula magna della R. Università, il 13 novem- 
bre 1921, commemorandosi Antonino Borzì ....... » 7 

D. Lama — Discorso letto nella stessa occasione . » 9 

Per la morte di Mariano Gemmellaro, Vice Segretario della Società. . » 14 
F. Cipolla — Commemorazione di Mariano Gemmellaro, letta nell'adunanza del 

30 dicembre 1921 » ivi 



PARTE II 
Memorie scientifiche 



P. Merenda — Della continuità dei pubblici servizi 

M. Gemmellaro — Il trias nei dintorni di Palermo 

P. Merenda — Le società cooperative di produzione ..... 

0. Minéo — Nuovi studi sulla rifrazione atmosferica in Sicilia 

Maria C. La Bosa — Il coefficiente di temperatura nell'elasticità di torsione 

determinazione di alta precisione fatta sopra un filo di nikel 
A. Sellerio — Il problema delle zone di silenzio 



Pag. 



59 
127 

209 
237 

267 

277 






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REGOLAMENTO 



DELLA 



S0G1ETA' DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

DI PALERMO 

(approvato nella seduta DEGLI 8 OTTOBRE 1883) 



Art. 1. — Il Consiglio di Perfezionamento, creato con E. Decreto del 2 nov. 
1864, in luogo e vece del R. Istituto d'Incoraggiamento per la Sicilia, assume 
da ora avanti il nóme di Società di Scienze Naturali ed Economiche. 

La Società intenderà all'incremento ed alla diffusione delle Scienze ma- 
tematiche, naturali ed economiche, e delle loro applicazioni all'agricoltura 
ed alle arti. 

Art. 2. — A tal fine nelle sue adunanze si farà lettura e discussione 
delle memorie che saranno presentate. 

Art. 3. — Farà, per mezzo dei suoi soci, conferenze e letture pubbliche 
sopra argomenti delle scienze e delle applicazioni cui essa intende. 

Art. 4. — Pubblicherà per le stampe i suoi proprii lavori, con un perio- 
dico di cui stabilirà il programma particolare. 

Art. 5. — Sulla richiesta delle autorità governative, provinciali e comu- 
nali, dietro deliberazione affermativa della Società, potrà incaricarsi : 

a) di fornire alle cennate autorità le iuformazioni ed i pareri che le 
saranno richiesti; 

b) di bandire concorsi a premi d'incoraggiamento, e distribuire i premi 
che saranno promessi per le materie di cui si occupa la Società. 

Art. (>. — Potrà incaricarsi altresì di concorsi stabiliti da privati, purché 
i premi siano consegnati prima della pubblicazioue del concorso. 



Viti REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

Parte organica della Società 

Art. 7. — - La Società, avjrà tre ordinici soci : ordinarli, corrispondenti ed 
emeriti. 

Art. 8. — I soci ordinari dovranno risedere in Palermo, ed il loro numero 
è fissato a 21 ; dei corrispondenti, i .resdenti non potraupo superare il uu- 
mero di 25; il numero di quelli non residenti è illimitato, 

Il numero di soci emeriti è anch'esso illimitato. 

Art. 9. — La Società avrà un Presidente, un Vice-Presidente, un Segre- 
tario, un Vice-Segretario ed un Tesoriere, che saranno nominati fra i socii 
ordinarli ed emeriti residenti, per un biennio, e potranno essere rieletti. 

■ '"" '"'' "'■'•" " •'•' ! • ■ Riunioni ■ 

Arf. J.Q. — La Spelta, ,t,errà, sei Iute generali, pubbliche e straordiuarie. 

,.,,, La, seduta gepe,i;a1e^ a,\frà, luogo pel mese di, dicembre : in essa si renderà 
conto, di quaintq^U; fa,t;tq,,r«ell'apuata;;prece(b3 i nte Ji e si discuterà il piano ge- 
nerale dei nuovi lavori e studi da trattarsi. 

.,,,,. ; ; Dal, ciice.inbr6 , a.^uttp, giugno,, la, |§pci ietà terrà una seduta pubblica ad 
ogni seconda domenica del mese, ove verranno lette le memorie presentate 
daiiiSQcU.ied.^ltije coniunicaztoni scientifiche importanti, e ne sarà pubblicato 
un resoconti, , jn Jqrma, pM, .Bollenti pp della. Società. , 

,,, ,,, Le, .cedute 1 prdÌpa,i;i,e i ,.Q s StKa,or4in^rie private sarap no fissate dal Presi- 
dente, a norma del bisogno. 

' to ' ' ,;l ' '' ■' ' >•■', ■■>•■ -Il i: I /; li i<| II ,iiflH| . , ... . 

,,,, |( AvtMiXL (r rr/Pe i rchè / ,pp,a,riu,uique i ,si^ l legale, in .prima convocazione è ne- 
cessar io,, che, sia ,,prese,p te Jamaggipranza, dei 21 socii ordinarii presenti in 
Palermi;, ip ( sec(pi l da,,qp.qypcajz; i ione le, delibera/ioni saranno valide qualunque 
sia il numero dei soci presènti. 

,,,,.-,., Art-, J2,,— I ,so,ci, .corrispondenti non | avranno ,yoto quando si tratti del- 
l'elezione dj. l s.pc,U dj, qualunque ordine, , e de]la elezione dei funzionarii. 
ó,i .,,!,, sop,i,i ,euie.r.iti, rty,rnnH° 1 > v .Utp 1 .CQm è e j. socii ordinari, tranne. che nella scelta- 
dei socii, a, .qualunque,, classe ,es^j ( , appartengo no. 



REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE IX 

Art. 13. — Le votazioni si faranno per alzata e seduta, meno quando si 
tratti di questione personale, nel qual caso si faranno a voti segreti. 

Art. 14. — Ogni socio, per pubblicare lavori nel Giornale, dovrà prima 
presentarli alla Società, la quale ne approverà subito la stampa, ovvero potrà 
affidare lo esame ad una apposita Commissione, per riferirne in altra seduta. 

Art. 15. — Nel Giornale della Società possono pure pubblicarsi degli ar- 
ticoli di non soci, purché siano presentati da un socio ordinario, ed appro- 
vati da una apposita Commissione. 

Funzioni delle cariche 

Art. 16. — Il Presidente veglia all'esecuzione del regolamento, sottoscrive 
gli atti accademici, la corrispondenza colle autorità costituite ed i privati, 
ed i mandati di pagamento. 

Art. 17. — Il Vice-Presidente sostituisce il Presidente ogni qualvolta 
questo è asseute o impedito ; in mancanza anche del Vice Presidente, fun- 
zionerà il più anziano dei soci. 

Art. 18.— Il Segretario compilerà i verbali, la corrispondenza; contras- 
segnerà le relazioni e tutti gli atti accademici; sopraiutenderà alla pubbli- 
cazione del Giornale e del Bollettino; terrà in consegna archivio e biblioteca, e, 
nella prima tornata di ogni anno, leggerà un rapporto col quale darà conto di 
tutti i lavori accademici dell'anno precedente, e questa lettura sarà pubblicata. 

Art. 19. — Il Vice-Segretario farà le veci del Segretario in caso della 
sua assenza: mancando anche il Vice- Segretario, funzionerà il socio più gio- 
vane dei presenti. 

Elezioni 

Art. 20. — I soci ordinari saranno scelti tra i corrispondenti residenti. 

La elezione dei soci ordinari e corrispondenti sarà preceduta da invito 
speciale del Presidente a tutti i soci ordinari, e saia fatta in due tornate. 

Nella prima tornata si comporrà per ciascun posto vacante una lista di 
candidati, uelia quale saranno compresi i nomi di quelle persone che nella 
votazione hanno riportato tre voti almeno. 



X REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

Questa votazione sarà fatta a schede segrete. Nella tornata successiva 
tutti i nomi della lista dei candidati saranno sottoposti alla votazione segreta, 
un dopo l'altro, nell'ordine dei numeri ottenuti nella prima votazione, e, nel 
caso di parità di voti, la sorte deciderà sull'ordine da adottarsi. 

Perchè un candidato possa venir eletto al posto vacante, dovrà ottenere 
la maggioranza assoluta, che non sia minore di otto voti; e, tra coloro che 
l'avranno ottenuta, s'intenderà eletto colui, che avrà riunito il maggior nu- 
mero di voti. 

La parità sarà risoluta con una seconda votazione, e, nel caso che la 
parità si ripetesse, resterà eletto l'anziano di nomina, e in pari data di no- 
mina l'anziano di età. 

Non conseguendosi da alcun candidato il numero dei voti necessario, si 
procederà ad una nuova nomina, con le formalità dianzi accennate, dopo tra- 
scorso il termine di tre mesi dal giorno della secouda votazione. 

Art. 2J. — La elezione dei soci corrispondenti nou residenti sarà fatta 
nel seguente modo : 

In una tornata ne sarà fatta la proposta almeno da tre soci, accompa- 
gnata da un rapporto sopra i titoli del candidato, il quale rapporto sarà 
consegnato al Presidente; 

In un'altra tornata il nome del caudidato sarà sottomesso alla votazione. 

Art. 22. — Potranno essere dichiarati soci emeriti i soci ordinari, che, per 
età o per salute, per occupazioni estranee, o per altri motivi non potessero 
adempire agli obblighi loro imposti. 

Art. 23 — La elezione del Presidente si farà per mezzo di schede segrete 
ciascuna contenente un solo nome. 

S'intenderà eletto colui che avrà riportato la maggioranza assoluta. 

Nel caso che nessuno abbia raggiunto la maggioranza, avrà luogo un 
secondo squitti no, nel quale si voterà sui soli due nomi, che hanno riunito 
il maggior numero dei suffragi. 

Colle stesse norme sarà fatta la elezione del Vice- Presidente, del Segre- 
tario, del Vice-Segretario, e del Tesoriere. 

Tali elezioni saranno fatte di regola nel mese di dicembre. Se, per ri- 



REGOLAMENTO DELLA. SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE XL 

nunzia, o per altra causa, si procederà ad altre elezioni nel corse» del bien- 
nio, gli eletti dovranno durare in Ufficio pel tempo stesso, che rimaneva ai 
funzionari cui vengono sostituiti. 

Obblighi dei Soci 

^.rt. 24. — Sarà preciso obbligo di ogni socio ordinario d'intervenire uelle 
tornate periodiche della Società. 

I soci ordinari, che per un intero anno non sono intervenuti alle riunioni 
senza aver notificato l'assenza alla Società, saranno, sopra proposta del Pre- 
sidente, passati a soci emeriti, se la loro nomina a soci ordinari data da più. 
di 10 anni; in caso diverso l'assenza prolungata sarà considerata come ri- 
nunzia al posto accademico. 

Fondi ed amministrazione 

Art. 25. — Le spese occorrenti saranno fatte sui fondi assegnati dallo 
Stato, Provincia e Comune, e dai privati. 

Art. 26. — La Società voterà annualmente il proprio bilancio. 

Art. 27. — L'esercizio finanziario di ciascun anno si protrae per la liqui- 
dazione sino a tutto febbraio dell' anno susseguente, nel qual mese il Pre- 
sidente presenterà il conto morale dell'esercizio precedente, accompagnato 
dal conto finanziario del Tesoriere. 

La Società, dopo l'esame di una Commissione, discuterà ed approvverà 
il conto. 

Art. 28. — il Tesoriere incasserà i fondi assegnati al manteuimeuto della 
Società, e li verserà in una madre-fede apposita, o li terrà a conto corrente 
presso la Cassa di risparmio. Pagherà i mandati a firma del Presidente. 



Giornale 

Art. 2!). — il Giornale della Società sarà diviso in volumi, e formerà la 
continuazione di quello del Consiglio di Perfezionamento. 

Le memorie dovranno essere tutte originali, e regolate per la spesa delle 
tavole conforme a quanto prescriverà la Società in base ai fondi disponibili. 



NORME 
PER LA STAMPA DI MEMORIE ED ARTICOLI 

NEL GIORNALE DELLA SOCIETÀ' 

(Approvate nella seduta del 28 febbraio 1917; emendate il 3 aprile 1923) 



Art. 1. — Ogni socio che voglia pubblicare memorie scientifiche nel 
Giornale della Società, deve dame avviso preventivo al Presidente. 

Art. 2. — Dopo di questo avviso, la memoria sarà presentata e letta in 
Società (art. 2, 10 e 14 del Regolamento). 

Art. 3. — Compiuta la lettura, il Presidente chiederà alla Società se ap- 
prova che subito si proceda alla stampa della memoria (art. 4 e 14, l a parte). 
Alla votazione possouo partecipare i soli soci ordinari presenti. Essa sarà 
segreta, e ciascuno voterà pel si o pel no. 

Art. 4. — Se la maggioranza è per il si, il Presidente scriverà immedia- 
tamente sul manoscritto l'ordine della stampa, e la memoria verrà passata 
al tipografo (art. 14, l a parte); salvo il caso che gli stanziamenti del bilancio, 
tenuto conto anche dei diritti alla stampa degli altri autori, non permettano 
l'inserzione per intero nel volume dell'anno. Ciò essendo, la memoria verrà 
continuata nel successivo volume o nei successivi. 

Art. 5. — Se la maggioranza è per il no, il Presidente, seduta stante, 
invita la Società ad eleggere un'apposita Commissione che riferisca in altra 
torrata (art. 14, 2 a parte). 

Art. 6. — Nel Giornale della Società possono pure pubblicarsi articoli 
di non soci, purché siano presentati da un socio ordinario (art. 15). 

Art. 7. — 11 socio presentatore darà preventivo avviso della presenta- 
zioue al Presidente. 



XIV NORME PER LA STAMPA ECC. 

Art. 8. — L'articolo sarà letto nella seduta a ciò destinata. Dopo la let- 
tura, si procederà come all'art. 5. 

Art. 9. — Quando i lavori presentati a norma degli art. '4, 2 a parte e 
15 del Regolamento, superino le 20 pagine, la Commissione tecnica dovrà 
sentire il parere del Tesoriere, ed esaminerà se detti lavori possano essere 
pubblicati per intiero o convenientemente ridotti dallo stesso autore. Riferirà in 
ogni caso all'Assemblea nella successiva seduta. (Deliberazione 30 giugno 1913). 

Art. 10. — Le deliberazioni della Società, riguardanti le inserzioni di me- 
morie nel volume della Società, devono essere, in ogni caso, approvate dalla 
maggioranza assoluta dei presenti. (Deliberazione 4 luglio 1913). 

Art. 11. — Nella prima pagina di ogni lavoro pubblicato saranno messi 
in nota i nomi dei commissari che banno riferito per la parte scientifica, 
secondo l'art. 14, 2 a parte, o il nome del socio ordinario presentatore e dei 
commissari dei quali è cenno all'art. 15 Reg. (Deliberazione 4 luglio 1913). 



Il Vice Presidente 

P. Merenda 



II Segretario 
C. Lazzaro 









ELENCO DEI SOCI DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

DI PALERMO 






Sede della Società : Istituto di Geologia - R. Università 



UFFICIO DI PRESIDENZA 

(1923 1924) 

Presidente — Macaluso Prof. Damiano 
V ice-Presidente — Merenda Prof. Pietic 
Tesoriere — La Rosa Prof. Michele 
Segretario — Lazzaro Prof. Carmelo 
Vice-Segretario — Cipolla Prof. Francesco 
Bibliotecario — Giardina Prof. Andrea 

Soci Ordinari a 1° gennaio 1923 







Data di nomina 


Data di nomina 




u 


COGNOME E NOME 


a 


ad 


ABITAZIONE 






Corrispondente 


Ordinario 




ì 


Angelitti Prof. Filippo 


anteriore al 1892 


8 maggio 1899 


R. Osserv. Astronom. 
a Palazzo Reale. 


2 


Bagnerà Prof. Giuseppe 


11 gennaio 1913 


21 marzo 1917 


Via Stabile, 193 


3 


Bresciani Prof. Costantino 


11 gennaio 1913 


21 marzo 1917 




4 


Di Stefano Prof. Teodosio 


anteriore al 1892 


3 febbraio 1910 


Via Alloro, 49 


5 


Dionisi Prof. Antonio 


4 marzo 1913 


9 giugno 19J 9 


Via E. Amari, 130 


6 


Errerà Prof. Giorgio 


3 febbraio 1910 


2 dicembre 1911 




7 


Giardina Prof. Andrea 


22 dicembre 1904 


21 marzo 1917 


Piazzetta Bertolami, 9 


8 


Lanza Prof. Domenico 


22 dicembre 1904 


21 marzo 1917 


Via Butera, 31 


9 


La Rosa Prof. Michele 


6 febbraio 1911 


4 marzo J913 


Via Cavour, 81 



XVI 



ELENCO DEI SOCI 



a 




Data di nomina 


Data di nomina 




o 


COGNOME E NOME 


a 


ad 


ABITAZIONE 


"3 




Corrispondente 


Ordinario 




10 


Lazzaro Prof Carmelo 


13 febbraio 1892 


3 febbraio 1910 


Via F. Crispi, 41 


11 


Macaluso Prof. Damiano 


anteriore al 1892 


anteriore al 1892 


Via Rosoliuo Pilo, 63 


12 


Manfredi Prof. Luigi 


1° maggio 1894 


20 giugno 1907 


Via Divisi, 109 


I 3 


Merenda Prof Pietro 


24 maggio 1894 


22 dicembre 1904 


Corso P. Pisani, 50 


14 


Mineo Prof. Corradi no 


20 luglio 19>2 


9 giugno 1919 


Via La Mantia, 135 


15 


Natoli Prof. Fabrizio 


4 marzo 1913 


9 giugno J919 


Via Stabile, palazzo 
rimpetto la Chiesa 
Inglese. 


16 


Pagano Prof. Giuseppe 


8 maggio 1899 


3 febbraio 1910 


Via P. Paternostro. 1 


17 


Pitini Prof. Andrea 


2 dicembre 1911 


9 giugno 1919 


Via Villafranca, 49 


18 


Pagliani Prof. Stefano 


13 febbraio 1892 


16 dicembre 1893 




1'.) 


Spallitta Prof. Francesco 


27 aprile 1894 


3 febbraio 1910 


Via Macqueda, 7 


20 










21 











I soci ordinari dovranno risedere in Palermo, e il loro numero è fissato in 21 (art. 8- 
del Regolamento;. 





Soci Corrispondenti residenti a 1 


gennaio 1923 


d 
Ss 


COGNOME E NOME 


Data di nomina 


ABITAZIONE 


1 


Albeggiani Prof. Michele 


anteriore al 1892 


Salita Banditore, 4 


2 


Basile Prof. Ernesto 


anteriore al 1892 


Via Siracusa, Villino Basile 


3 


Catalano D.r Giuseppe 


9 giugno 1919 


Corso Calafatimi, 467 


4 


Cipolla Prof. Francesco 


9 giugno 1919 


Via Falde, 24 


s 


De Franchia Prof. Michele 


9 giugno 1919 


Via S. Martino, 81 


6 


De Francisci Prof. Giovanni 


9 giugno 1919 


Via Felice Cavallotti, 15 


7 


Dina Prof. Alberto 


11 gennaio 1913 


Via Cuba, 20 


8 


Ercolini Prof. Guido 


9 giugno 1919 




9 


Folco Prof. Carlo 


3 febbraio 1910 


Piazza Campo, 20 

■ 






ELENNCO DEI SOCI 



XVII 



o 


COGNOME E NOME 


Data di nomina 


ABITAZIONE 


10 


Galati D.r Rosario 


9 giugno 1919 


Via Montali»), 116 


11 


Gebbia Prof. Michele 


9 giugno 19)9 


Piazza Bologni, 24- 


12 


Levi Prof. Giuseppe 


9 giugno 1919 




13 


Levi Prof. Mario Giacomo 


11 gennaio 1919 




14 


Luna Prof. Eurico 


9 giugno 1919 


Via Benedetto Civiletti, 14 


15 


Mattei Prof. Giovanni Ettore 


3 febbraio 1910 


R. Orto Botanico 


16 


Oddo Prof. Giuseppe 


9 giugno 1919 


Piazza Guarnasclielli, 5 


17 


Oliveri Prof. Emanuele 


11 gennaio 1913 


Arco dei Cartari, 12 


18 


Pellini id. Giovanni 


17 marzo 1914 


Via De Spucbes, 1 


19 


Saleroi-Pace Prof. Giovan-Battista 


anteriore al 1892 


Via Lincoln, 90 


20 


Schopen Prof. Luigi 


anteriore al 1892 


Piazza Castelnuovo, lo 


21 


Santangelo ing. Giovan Battista 


9 giugno 1919 




22 
23 


* 






24 








25 









I soci corrispondenti residenti non potranno superare il numero di 25 (art. 8 del Regol. 



Soci Corrispondenti non residenti al gennaio 1923 



o 


COGNONE E NOME 


RESIDENZA E 


DOMICILIO 


T3 








1 








Albertoni Prof. Pietro 


Bologna 




2 


Ampola Prof. Gaspare 


Roma 




3 


Angelico Prof. Francesco 


Messina 




4 


Arata Prof. P. N. 


Buenos-Ayre.s 




5 


Bianchi Prof. Leonardo 


Napoli 




6 


Checehia-Rispoli Prof. Giuseppe 


Roma 





I 




^Jx&v-éc&zùfro- <^S(s& 



'(H-Xrt- 




PARTE I. 



COMMEMORAZIONI 



XXIII SETTEMBRE MCMXXI 



NE LA PIAZZA DELLA STAZIONE FERROVIARIA CENTRALE 

pria che la bara s'avviasse per Messina 

SALUTO DATO ALLA SALMA 

DI 

ANTONINO BORZl 

DAL VICE-PRESIDENTE 

PROF. PIETRO MERENDA 



La morte d'Antonino Borzì lascia un gran vuoto nelle file della 
Società di scienze naturali ed economiche, la quale, dolentissima, 
prende il lutto, e depone crisantemi su questo feretro. 

Tutti siamo uguali dinanzi alla nascita , al diritto, alla morte; 
ma in noi e' è una fiammella, che Dio ha largito diversamente , 
e che pochi sanno alimentare ed invigorire, sicché splenda di vi- 
vida luce. Tra questi pochi la scienza di Linneo annovera Antonino 
Borzì. 

Della Società di scienze naturali ed economiche, come socio, 
Egli era decoro e lustro; come Presidente, il nome di Lui resta 
legato ad una magnifica tradizione, la quale nei tempi recenti s'in- 
gemma de' nomi di scienziati d'altissima fama : Simone Corleo, 
Gaetano Giorgio Gemmellaro, Adolfo Venturi, Giovanni Di Ste- 
fano. 

La Società di scienze naturali ed economiche dà 1' estremo 
saluto al suo illustre Capo, la cui perdita rimpiange amaramente. 



COMMEMORAZIONE 



DEL 



Prof. Comm. ANTONINO BORZÌ 

Celebrata nell'Aula Magna della R. Università di Palermo il 13 novembre 1921 



1 






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PAROLE 



DEL 



PROF. SALVATORE DI MARZO 



Vice Presidente della R. Accademia e Rettore della R. Università 



Antonino Borzì si commemora oggi per voto comune della Facoltà di 
Scienze, della Reale Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti, della So- 
cietà di Scienze naturali ed economiche e dell' Istituto superiore di stu- 
dii commerciali e coloniali, che vollero affrettarsi a rendere all'Illustre 
Maestro l'omaggio che gli era dovuto. La data prescelta non poteva essere 
più opportuna. Perchè mentre dimostra l'affettuosa sollecitudine ad ono- 
rare la memoria di un Uomo, che fu decoro della Scienza Italiana, permette 
ai giovani di apprendere , sin dall' inizio dei loro studi universitari , la di- 
gnità di questa Scuola , che non è solo talento , ma anche sacrifìcio , che 
non è solo dottrina, ma anche carattere. Io penso infatti che un'uomo di 
Scienza , più che col valore dei propri contributi , giovi con la esemplarità 
dell' abnegazione e della fede. I suoi contributi non sono e non possono 
essere che il punto di partenza di ricerche, le quali, traendo utile dalle sue 
fatiche , sorpassino le sue opere. Più duratura è la virtù dell' esempio di 
ardore, di fiducia e di onestà, che lo infiammano e lo guidano. Per questo 
esempio la scuola diventa degna di tal nome, per questo esempio il disce- 
polo apprende a venerare la scienza e a farsene alla sua volta maestro. 



8 PAROLE DEL PROF. SALVATORE DI MARZO 

In un tempo in cui, stabilito saldamente il primato del valore italiano, 
bisogna ormai attendere a mantenere il primato della scienza italiana, sì 
che questa nostra patria sia, quale noi la vogliamo, la terra di ogni gloria, 
il ricordo della vita operosa e serena di un forte uomo di studi deve avere 
per altro efficacia ben maggiore di un semplice rito di gratitudine e di stima. 
Deve significare e significa (ne sono certo) la promessa , che soprattutto ci 
bea , che 1' opera nostra non rimarrà interrotta e che energie fresche e ga- 
gliarde si apprestano a continuarla. 

Di Antonino Borzì dirà degnamente il Chiarissimo Prof. Domenico 
Lanza , designato dalla Facoltà di Scienze a dirigere il R. Orto Botanico. 
L'oratore, per le alte doti di uomo, di cittadino, d'insegnante, per la devo- 
zione al compianto Maestro, è ben meritevole dell'ufficio commessogli, ed 
io ringraziandolo a nome del Corpo accademico dell' Università e dell' Isti- 
tuto superiore di studi commerciali e coloniali e dei Soci della Reale Ac- 
cademia e della Società di Scienze naturali ed economiche, lo invito a pro- 
nunciare il suo discorso. 



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DISCORSO 



DEL 



PROF. DOMENICO LANZA 



Gran ventura è oggi la mia di prendere qui innanzi a voi la parola 
per commemorare il Prof. Antonino Borzì , poiché l' intima soddisfazione 
che ognuno sente nel ricordare ed esaltare la figura di un caro estinto , in 
me, che al Borzì fui legato da saldi vincoli sentimentali ed intellettuali, è 
mille volte accresciuta dall'autorità dei consessi nel cui nome io parlo, dalla 
nnhiltà del luogo e dalla elevatezza dell'uditorio. 

Ond'io devo rendere il più vivo ringraziamento a questa Facoltà di Scien- 
ze, alla R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti, alla Società di Scienze 
Naturali ed Economiche ed all'Istituto Superiore di Studi commerciali e co- 
loniali , che designandomi a dire 1' elogio di Lui , hanno voluto riconoscere 
l'affetto e la devozione da me nutriti verso l'insigne Maestro scomparso, che 
altro titolo io non avrei avuto a tale designazione. 

Antonino Borzì nacque a Castroreale in provincia di Messina il 20 Ago- 
sto 1852 da Pietro , ingegnere del Catasto , e da Dorotea Lucifero. Morì 
a Lucca, compiuto appena il 69° anno di età, il 24 agosto prossimo passato. 

Alla luminosa carriera della sua vita arrise una benigna stella, che fin 
dallo inizio lo indirizzò sulla via adatta alla qualità del suo ingegno e lo 
pose nelle condizioni favorevoli per percorrerla con fortuna. Per gli uo- 
mini dotati di speciali caratteristiche mentali spesso sono le cieche combina- 
zioni dei primi casi della vita quelle che determinano il successo, o l'insuc- 
cesso , e tante preziose energie umane restano vane perchè non valorizzate 
dallo avviamento tempestivo confacente all,e loro qualità specifiche. 



10 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

Il Borzì fece i primi studi in Messina, dove il padre aveva in animo 
di avviarlo ad una carriera burocratica di Stato, ma la caduta in un esame 
liceale, come egli stesso raccontava, lo determinò ad abbandonare la via 
assegnatagli, per seguirne altra di sua elezione. Fu alquanto incerto se de- 
dicarsi allo studio delle scienze naturali o a quello della pittura, nella quale 
aveva già fatto qualche progresso e conseguito un premio in un concorso lo- 
cale. A contemperare le sue naturali inclinazioni con i concetti paterni di 
praticità, fu nel 1869 mandato a seguire i corsi del R. Istituto forestale di 
Vallombrosa, per la quale via sarebbe diventato un Ispettore forestale, una 
specie di naturalista-burocratico. 

Qui ebbe la fortuna di incontrarvi, professore di botanica, Federico Dei- 
pino, il naturalista filosofo, il maestro fascinatore, che suscitò in fiamma la 
scintilla già ardente nell'animo del giovanetto allievo e lo determinò irre- 
vocabilmente alla carriera scientifica, e ne tracciò con segno indelebile Y in- 
dirizzo. Il Borzì ricordò sempre con affetto, con reverenza , con gratitudine 
il suo grande maestro e gli era caro rievocare quegli anni in cui, libero da 
ogni cura e lontano da ogni distrazione, trascorreva con lui le intere giornate 
in intimità filiale , in perfetta comunanza di spirito , percorrendo boschi e 
praterie, osservando, raccogliendo, ragionando e disputando. 

In quel tempo si guadagnò una borsa di studio all'estero, ma sebbene, 
come è facile immaginare, al giovane avido di apprendere dovesse assai sor- 
ridere l'idea di conoscere nuovi paesi, nuovi maestri, nuovi metodi e nuovi 
argomenti di studio, egli chiese ed ottenne che la destinazione del sussidio gli 
fosse commutata perchè potesse ancora rimanere in quell'ambiente toscano 
che gli fu così caro per tutta la vita. Potè così proseguire per qualche tempo 
gli studii presso l'Istituto Superiore di Firenze, dove fu discepolo di Filippo 
Parlatore. Tornò poscia a Vallombrosa come assistente del Delpino e quindi 
vi rimase come successore di lui nello insegnamento. 

Per pochi anni; poiché nel 1879 fu, per concorso, nominato professore 
di botanica nella R. Università di Messina, nella età di soli 27 anni. 

Poche e di modesta importanza sono, come è naturale, le sue pubbli- 
cazioni sino a questo momento. Aveva esordito nel 1874 con una nota in- 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA. 11 

torno agli uffici dei gonidii nei Licheni, quistione allora di attualità, e due 
altri lavori di crittogamia aveva pubblicato, uno sulla sessualità degli Asco- 
miceti, un altro sulla morfologia e biologia delle Nostocaceae , oltre qualche 
scritto di materia forestale. Ma egli portava con se neh' alto ufficio cui ve- 
niva chiamato i più sicuri affidamenti per l'avvenire : altezza d'ingegno, pas- 
sione ardente, preparazione profonda. La sua vasta produzione scientifica è 
tutta posteriore alla sua assunzione alla cattedra; egli cominciò a produrre 
quando molti altri sogliono finire. 

Insegnò e lavorò in Messina 13 anni, durante i quali pubblicò un gran 
numero di lavori di crittogamia, principalmente di algologia, ed iniziò la pub- 
blicazione di quegli « Studi algologici » che dovevano renderne così chiaro 
il nome, pubblicò anche alcuni lavori di anatomia vegetale e trattò pure di 
sistematica, scrivendo della Quercus macedonica DC. , istituendo la Q. Mo- 
risti Borzì e segnalando la presenza di nuove piante avventizie nella flora 
messinese. 

A Messina il Borzì trovò la mancanza di ogni mezzo di studio. Non vi 
era più un Orto Botanico dopo la distruzione di quello famoso del Castelli, 
che ebbe vita prospera ma breve nel secolo XVII; non vi era gabinetto, né 
collezioni. Il Borzì con 1' aiuto del Comune fondò il nuovo Orto e vi iniziò 
erbario, biblioteca e laboratorio. 

Pure in Messina fondò la rivista botanica Malpighia, che diresse fino al 
1898 insieme ai professori 0. Penzig e R. Pirotta , la quale visse vita rigo- 
gliosa ed ha continuato fino al presente sotto altra direzione. 

Resasi vacante nella nostra Università la cattedra di botanica per la 
morte di Agostino Todaro , il Borzì nel 1892 fu dalla Facoltà chiamato ad 
occuparla, e vi rimase fino al termine della sua vita. 

Qui un campo nuovo, inesauribile di osservazioni e di ricerche si offerse 
al suo spirito aperto, alla sua alacre attività: il nostro Orto Botanico di chia- 
rissima fama secolare per le ricchezze meravigliose che i predecessori ave- 
vano saputo adunarvi. Le particolari condizioni del nostro clima permettono 
che qui convivano piante di tutti i paesi e di tutti i climi, meno solo degli 
estremi, e si sviluppino e fioriscano e fruttifichino all'aria aperta in piena nor- 



12 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

malità di vita. L'animo entusiasta e la mente versatile del Borù non pote- 
vano rimanere insensibili a tante ricchezze ed egli, senza abbandonare gli 
studii di algologia, alla quale restò sempre fedele, si diede con tutto l'ardore 
allo studio delle varie e complesse manifestazioni della vita di relazione delle 
piante superiori, della loro biologia, portando numerosi e notevoli contributi 
in questo campo della scienza. Nello stesso tempo il medesimo materiale 
gli offriva occasione a pregevoli note di morfologia, di anatomia, di floristica. 

Al suo arrivo a Palermo egli trovò ancora pendente una antica tratta- 
tiva, già iniziata dal Todaro, tendente a riunire all' Orto Botanico, mediante 
permuta, una considerevole estensione di terra appartenente all'Orto stesso, 
ma distaccata da esso. L' affare , di capitale importanza per V avvenire del- 
l'Orto, era quanto mai complicato perchè connesso al piano di ampliamento 
della città e concorrevano in esso gli interessi dello Stato, rappresentato da 
varii ministeri, gli interessi del Comune e gli interessi dei privati proprietari 
circostanti. Sacrificandovi per molti anni buona parte del suo tempo e della 
sua attività, egli riuscì finalmente a districare le esasperanti pratiche buro- 
cratiche, a. superare vantaggiosamente i contrasti d'interesse e l'Orto botanico 
ne riuscì più che raddoppiato di estensione. 

Ebbe anche la fortuna della assegnazione dei fondi per la costruzione 
del nuovo edilìzio per l'Istituto botanico, limitato fin allora in locali angusti 
ed inadatti, e studiandone egli medesimo i piani e curandone personalmente 
l'esecuzione con industriosa economia, riuscì in breve tempo e con poca spesa 
a dotare l'Istituto di un locale ampio, comodo, rispondente alle esigenze degli 
studi moderni, che è uno dei più belli fra i nuovi edifizì universitari. 

Ma la sua attività non si arrestava allo incremento del Giardino e dei 
laboratorii, egli nello stesso tempo aspirava a che tanta ricchezza di materiale 
e di favorevoli condizioni di studio fosse meglio valorizzata a vantaggio 
della scienza e ideò e propose la fondazione di una stazione botanica in- 
ternazionale, istituzione che avrebbe potentemente favorito gli studii di bio- 
logia vegetale ed avrebbe fatto tanto onore al nostro paese. Ma la proposta, 
tanto plaudita all'estero, non raccolse qui da noi quel favore che essa me- 
ritava, né giova qui ricercarne le ragioni. 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA 



13 



Un risveglio delle energie nazionali si andava intanto manifestando in 
Italia in quel decennio che precedette la guerra, un senso di maggior fidu- 
cia nelle nostre forze, una più intensa volontà di lavoro, che ci davano una 
miglior coscienza dei nostri bisogni e dei nostri doveri e destavano nuove 
aspirazioni. 

Il problema della agricoltura meridionale , sempre vivo e incombente 
sulla economia nazionale, attirava più che pel passato l'attenzione dei tecnici 
e dei governanti e nello stesso tempo si presentava alla coscienza nazionale 
il bisogno della espansione coloniale. 

A questi impulsi, a queste aspirazioni non restò chiuso lo spirito dell'uo- 
mo che oggi onoriamo. Oltre che uomo di studii , di speculazione, egli era 
anche uomo d' azione e considerò la scienza non soltanto come mezzo di 
elevazione dello spirito, ma anche come un' arma possente per la conquista 
del benessere materiale dell'umanità. Ed egli concepì il disegno di utilizzare 
le risorse scientifiche dell'Istituto, profittare delle condizioni particolarmente 
favorevoli della situazione di esso a vantaggio del miglioramento dell'agri- 
coltura meridionale e coloniale. 

Fin dalla sua fondazione, sullo scorcio del 700, 1' Orto Botanico di Pa- 
lermo per la sua posizione geografica si trovò ad essere il più adatto tra 
quanti ne fossero in Europa alla coltura delle piante dei climi caldi , ed è 
questa sua naturale specializzazione che lo ha reso famoso fra gli Orti Bota- 
nici di tutto il mondo. E per la natura stessa delle cose fu anche tratto ad 
interessarsi dell' agricoltura siciliana , la quale ad esso deve nei tempi an- 
dati l'introduzione di diverse piante di primaria importanza, quali il Man- 
darino, il Nespolo del Giappone, varie razze di Tabacchi, di Cotone, ecc. 

11 Borzì sentì che nella nuova attività coloniale che la nazione si pre- 
parava a svolgere l'Orto Botanico di Palermo era naturalmente chiamato ad 
assumere la sua parte, e con gli scritti e con la parola infaticabilmente pro- 
pugnò che presso 1' Orto Botanico sorgesse una istituzione rispondente a 
tali scopi, e superando difficoltà d'ogni genere, tra i quali principalissima 
l'indifferenza della generalità, per forza della sua tenace volontà e dell'au- 
torità del suo nome ottenne dapprima che sorgesse presso l'Orto stesso una 



14 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

modestissima « Sezione Coloniale », in seguito, come Ente autonomo, il R. Giar- 
dino Coloniale. Fu quest' opera la cura assorbente dell' ultimo periodo della 
sua vita , adoperandosi egli in ogni guisa perchè alla nascente istituzione 
fossero assicurati i mezzi sufficienti per prosperare e che si rendesse or- 
ganica ed effettiva la sua funzione in rapporto alle altre istituzioni agricole 
e coloniali. 

Né con la creazione del R. Giardino Coloniale si arrestò la sua azione 
in prò' degli studii coloniali. Compreso profondamente della importanza che 
essi dovrebbero avere nel nostro paese, e del concetto che essi trovano qui 
in Palermo la loro sede naturale, non tralasciò altre occasioni per pro- 
muoverle fra noi. Unitosi a quel gruppo di benemeriti che idearono la fon- 
dazione in Palermo di un Istituto superiore di studii commerciali, propugnò 
ed ottenne che in esso fosse compresa anche una Sezione coloniale e tenne 
nel nuovo Istituto la cattedra di «Prodotti naturali delle Colonie». 

Ma mentre svolgeva così larga e varia attività come scienziato e come 
organizzatore, egli era nello stesso tempo zelantissimo dello insegnamento, 
che considerò sempre come il precipuo ed il più gradito dei suoi doveri ; 
sicché il mancare una lezione era per lui un caso estremamente raro, de- 
terminato solo da gravi motivi ed accompagnato sempre dal più vivo ram- 
marico. 

Il suo valore e le sue benemerenze egli ebbe la fortuna di vedere una- 
nimemente riconosciuti nel mondo scientifico, dove raccolse cariche ed onori 
segnalati, mentre la sua spiccata figura fìsica , la parola facile ed elegante, 
la vivacità dello sguardo e dei movimenti, la varia cultura , la piacevolezza 
della conversazione, la franchezza del carattere gli procuravano la simpatia 
generale. 

Fu socio di molte accademie e società scientifiche italiane e straniere, fra 
le quali ricorderò che fu : 

Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei dal 1903. 

Presidente della Società botanica italiana dal 1906 al 1908. 

Laureato dell'Istituto di Francia. 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA 15 

Dottore honoris causa della Università di Uppsala nel 1907. 

Socio della R. Accademia di Stoccolma. 

Socio della Società dei XL alla vigilia della sua morte, il 20 agosto di 
quest'anno. 

Fu insignito della medaglia d'oro al merito agrario dal Ministero d'agri- 
coltura nel 1917 in occasione delle solenni onoranze che gli furori rese per 
il compiersi del suo 40° anno di insegnamento. Ed in tale circostanza gli 
fu anche offerta una grande medaglia d'oro commemorativa da parte di nu- 
merosi colleghi italiani e stranieri. 

Fu Preside della Facoltà di Scienze e Presidente delle due istituzioni 
palermitane che qui oggi insieme all'Università lo commemorano, della So- 
cietà di Scienze Naturali ed Economiche dal 1918, della R. Accademia di Scien- 
ze , Lettere e Belle Arti da due anni. .Nella Presidenza di quest'ultima 
particolarmente portò l'ardore che egli poneva in tutte le sue cose, aspi- 
rando a renderne più intensa l'attività, ad acquistarle sempre maggiore con- 
siderazione e simpatia nel paese, alla cui vita egli intendeva che più diret- 
tamente l'Accademia dovesse partecipare. Ed è in noi tutti ancora vivo il 
ricordo dell'opera premurosissima da lui spiegata perchè la nostra Accade- 
mia conseguisse il suo definitivo assetto nella nobile sede che le è stata 
di recente assegnata. 



Questa, o signori , la vita operosa dell' uomo illustre che oggi com- 
memoriamo, durante la quale la sua produzione scientifica fu ricchissima 
e continua. La bibliografia borziana da me raccolta comprende 174 scritti fra 
volumi, opuscoli e scritti minori, pubblicati dal 1874 al 1921, nel periodo cioè 
di 47 anni. 

Percorrendola, si rimane innanzi tutto colpiti dalla grande varietà degli 
argomenti trattati dal Borzì ; non vi è quasi branca della botanica che egli 
non abbia coltivato, in cui non abbia lasciato una sua orma. Scrisse di al- 
gologia e di micologia , di morfologia, di anatomia, di fisiologia, biologia ed 
ecologia, di sistematica, di storia della botanica, di botanica applicata. Ma 



" 



16 COMMEMORAZIONK DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

nonostante una così grande varietà di argomenti, non si tratta di una pro- 
duzione slegata, di un vagare per campi separati, ma di espressioni varie di 
una concezione unica, la quale intende ed abbraccia come unità tutte le ma- 
nifestazioni della vita vegetale. 

In questa nostra epoca di specializzazione scientifica, giustificata fino ad 
un certo punto dal continuo estendersi ed approfondirsi delle nostre cono- 
scenze, ma spinta oltre misura dalla maggior facilità con cui i mediocri, che 
sono naturalmente i più, possono riuscire a crearsi una competenza superiore 
restringendo sempre più la materia di studio , e rendendosi perciò simili a 
quegli operai di somma abilità nella lavorazione di un solo dei mille pezzi 
di una macchina . nel cui vasto e complesso piano a loro ignoto ignorano 
il posto e la funzione al loro pezzo assegnati; in quest'epoca, dico, di eccessiva 
specializzazione il Borzì non fu uno specialista; il suo sguardo aveva ampiezza 
da abbracciare in unica veduta il vasto campo della scienza botanica, la sua 
lena di lavoratore aveva possa di percorrerlo in tutti i sensi. 

Il suo spirito fu dominato da quel profondo senso del mistero della 
vita che spinge ad intuire al di là del meccanismo strumentale contingente 
resistenza di un principio vitale generale , di una psiche universale, di una 
finalità superiore, i quali sfuggono a qualsiasi tentativo di indagine positiva, 
ma di cui si ha la sensazione nel limite insormontabile appunto che all'inda- 
gine stessa in ogni caso si oppone. 

Questo modo di intendere e di sentire i fenomeni della vita ci spiega 
come nelle pagine del nostro biologo ci troviamo talvolta in presenza di 
affermazioni e spiegazioni che appaiono non interamente suffragati da dati 
positivi, ci spiega l'irrequietezza del suo spirito che traspare dagli scritti, de- 
terminata dalla tormentosa insufficienza dei mezzi umani di ricerca a cer- 
ziorarci sui problemi alla cui intelligenza non può restare estraneo l'intimo 
nostro modo di sentire . poiché dietro il mistero della foglia che volge la 
sua lamina verde alla luce del sole, del fiore che si fa bello per la perpetuità 
della razza , sta il mistero nostro, il mistero umano . della nostra origine e 
del nostro destino. 

E questo modo di intendere e di sentire unifica in un tutto armonico la.. 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA 



17 



svariata produzione scientifica del Nostro e la' pervade di un alito di poe- 
sia. Nelle forme e nelle funzioni dei vegetali tutti, dalle alghe unicellulari alle 
più complicate fanerogame, nelle variazioni e negli adattamenti egli vedeva 
sempre lo stesso principio vitale unico, animatore ed immanente. 

Nell'analisi della produzione scientifica del Borzì devo necessariamente 
limitarmi agli scritti più notevoli, e fra essi primi per ordine di tempo e d'im- 
portanza ci si presentano quelli di algologia, con i quali egli iniziò la sua car- 
riera e che proseguì sino al termine di essa, studii riflettenti non solo la 
descrizione di molte forme nuove , ma anche la complessa fenomenologia 
vitale di questi organismi microscopici, deducendone geniali concezioni teo- 
riche generali. 

I primi lavori del Borzì sulle Alghe, recanti il titolo « Note alla Morfo- 
logia e Biologia delle Alghe ficocromacee», apparvero nel « Nuovo Giornale 
Botanico Italiano » dal 1878 al 1882 e riguardano quel gruppo di Alghe 
terrestri inferiori nelle cui cellule accanto alla clorofilla si trova associata 
una sostanza azzurra speciale , detta « cianoficina » e che perciò vengono 
dette « Cianofìcee. » Tali sono tutte quelle entità e forme biologiche che vanno 
descritte sotto i nomi di Nostoc, Oscillarla, Scytonema, Rivularia, ecc. 

Gli « Studi algologie! » riguardano invece talune specie di Alghe verdi 
propriamente dette , siano marine che di acqua dolce. Il primo fascicolo di. 
quest'opera, pubblicato a Messina nel 1883, comprende la descrizione minu- 
ziosa delle forme e della vita di 7 generi di dette Alghe, dei quali 5 nuovi. 
Il secondo fascicolo , che ottenne il premio internazionale Desmanzières ,. 
conferitogli dall'Istituto di Francia, apparve a Palermo nel 1894 e com- 
prende 12 generi, dei quali 5 nuovi. 

II Borzì fu uno dei primi ad impiegare il metodo delle colture pure- 
nello studio delle Alghe, metodo che lo condusse ai più interessanti risultati,, 
non solamente dal punto di vista biologico, ma anche da quello sistematico. 
Infatti con tal metodo è possibile mettere in evidenza i rapporti esistenti fra 
forme e stadii di sviluppo costituenti nel ciclo vitale di una medesima entità 
gli anelli di una stessa catena , i quali la semplice osservazione allo stato 
di natura farebbe apparire invece come entità singole. 



18 COMMEMORAZIONE DEL PKOF. ANTONINO BOEZÌ 

Non è qui possibile passare in rassegna tutti i punti interessanti che si 
trovano esposti per la prima volta nei detti due volumi degli « Studi Mico- 
logici » e per la maggior parte definitivamente acquisiti alla scienza. I risul- 
tati più. salienti e di maggior interesse per la Biologia generale, si possono 
compendiare nelle seguenti conclusioni : 

1) Nelle Alghe verdi inferiori la vita si riassume in un certo numero 
di fasi, alle quali corrispondono altrettante forme di sviluppo ; il numero di 
coteste fasi non è fisso, ma varia secondo le condizioni di luogo e di tempo. 

2) Ogni forma di sviluppo è atta a persistere e a perpetuarsi per mezzo 
di germi asessuati o per scissiparità. 

3) In molti casi questo modo di moltiplicazione si prolunga per un tem- 
po indeterminato e ciascuna forma sembra perciò non avere alcun rapporto 
con le forme che l'hanno preceduto. 

4) Talvolta le forme diverse si ripetono periodicamente e regolarmente, 
scomparendo qualsiasi traccia dello stato anteriore con l' apparizione del 
nuovo stato. 

5) Talune forme fanno parte del ciclo normale della vita dell' organi- 
smo ; altre rappresentano delle particolarità accidentali di organizzazione , 
dovute a modificazioni morfologiche congenite, all'indebolimento del potere 
nutritivo, all'alterazione o al cambiamento delle condizioni fisiche e chimiche 
del substratum. Tutte coteste forme del resto , sono atte a mantenersi per 
scisssiparità. 

Il Borzì riprese in seguito gli studi sulle Cianoficee o Alghe azzurre, 
esponendo in numerose pubblicazioni i risultati delle sue molteplici osserva- 
zioni; citiamo fra l'altro il lavoro sulle « Comunicazioni intercellulari delle 
Nostochinee », nel quale poneva in rilievo la presenza di esilissime perfora- 
ture esistenti nelle membrane cellulari, mettenti in comunicazione le relative 
cavità; nello stesso lavoro veniva segnalata per la prima volta la presenza 
dei così detti granuli di cianoficina. L'uno e l'altro argomento, in verità, sono 
tuttora degni di ulteriori indagini, richiedendo l'impiego di mezzi di tecnica 
microscopica assai delicati. In un altro lavoro dal titolo : « Probabili accenni 
di conjugazione presso alcune Nostochinee» il Borzì segnalava taluni feno- 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA. 19 

meni di fusione cellulare che avevano luogo nella formazione delle spore del- 
YAnabaena torulosa; ma Egli stesso riconobbe più tardi che questi fatti vanno 
meglio approfonditi colla perfetta conoscenza delle intime particolarità di strut- 
tura del contenuto cellulare e che, tutto sommato, le Cianofìcee, come tutte 
le Schizofìte , debbono considerarsi , almeno allo stato attuale delle nostre 
conoscenze, come organismi destituiti della facoltà di propagarsi sessualmente. 
Molti anni più tardi e cioè nel 1914 e nel 1916 videro la luce nel « Nuovo 
Giornale Botanico Italiano» gli « Studi sulle Mixoficee», due scritti che pos- 
sono considerarsi come la sintesi di tutto il lavoro fatto dal Borzì in questo 
vasto ed intricato campo di organismi. Le Mixoficee, denominazione adottata 
definitivamente dal Borzì, seguendo l'esempio della maggior parte degli autori 
moderni, per indicare appunto le Alghe di cui parliamo provviste di pigmento 
azzurro, fanno parte di quella grande classe di organismi vegetali inferiori, 
detta delle Schizofìte, che comprende anche le forme le cui cellule non hanno 
pigmento di sorta, e vanno perciò considerate alla stessa stregua dei Funghi, 
e si distinguono col nome di Mixomiceti. Nel lavoro cui accenniamo Egli 
tentò una completa coordinazione sistematica dell'intero gruppo delle Mixofi- 
cee , cercando di rilevare i rapporti con le altre forme della classe cui ap- 
partengono, nella quale tuttora regnano il disordine e la confusione. Questo 
era precipuamente il compito che si era proposto nella trattazione speciale 
delle singole famiglie di Mixoficee, trattazione che Egli incominciò nel se- 
condo dei due scritti menzionati , il quale comprende però solo la famiglia 
delle Stigonemacee. L' opera , grandiosa come si vede , nelle sue linee e nei 
suoi fini, rimane perciò incompleta; ma è ormai segnata una traccia sicura, 
lungo la quale potranno incamminarsi ulteriori ricerche, ed il « Sy stema 
Mixophycearum » , proposto dal Borzì rimane quasi come il filo d' Arianna 
nel vasto e complicato labirinto di questo mondo microscopico. Il sistema 
di cui parliamo comprende due ordini, che vanno a prendere posto fra gli 
altri ordini della classe delle Schizofìte. L'uno, detto delle Nostochinee, com- 
prende le forme nelle cui cellule il pigmento ficocromaceo non assume una 
forma e figura distinta di cromatofori; nell'altro, detto delle Glaucistinee, le 
cellule contengono invece sempre dei cromatofori. Il primo si suddivide in 



W COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

due sottordini: Nemagenae, o Mixoficee filamentose e Coccogenae, o Mixoficee 
unicellulari. 

Per ciò che riguarda il contributo ai problemi di Biologia generale por- 
tato dal Borzì coi suoi studi algologici , il suo pensiero si basa sul con- 
cetto che la caratteristica fondamentale della vita delle Mixoficee è , come 
abbiamo accennato, la mancanza di un atto sessuale. Il grande polimorfismo 
di questi organismi, secondo il concetto del Borzì, va messo appunto in rela- 
zione coll'assenza di un atto fecondativo, di cui non esiste del resto in essi 
alcuna possibilità, data la struttura dei protoplasti e la mancanza di un nu- 
cleo perfetto. Sicché le serie di generazioni agamiche di uno stesso individuo 
si succedono indefinitamente, ma il ciclo evolutivo resta sempre incompleto 
e non si può giammai ripristinare col ritorno alla primitiva generazione. 
Ciascuna forma agamica, pertanto, suscettiva di accrescersi e di riprodursi con 
mezzi propri particolari, quali spore, ormogoni, ormocisti, planococchi, ecc. 
può considerarsi, qualora non si tenga conto della storia dello sviluppo, co- 
me una entità biologica e sistematica a se, indipendente; e se. per ipotesi, 
si suppone che alcuni di questi germi o forme agamiche possano acquistare 
i' attitudine di coniugarsi, ogni generazione diverrebbe tosto di fatto indipen- 
dente dalle altre, acquistando un proprio ciclo evolutivo, certo più semplice 
senza che rimangano tracce dei suoi rapporti genetici colle altre forme di 
evoluzione, della quale in origine era semplicemente uno stadio, ma rimanendo 
solo dei legami di affinità sistematica. 

Questa spiegazione, secondo il Borzì, servirebbe a gettare un po' di luce 
sulla concezione della origine dei vari tipi vegetali , mettendo in risalto la 
importanza della funzione sessuale come processo di fissazione e di conserva- 
zione dei caratteri morfologici fondamentali dei tipi suddetti durante la evo- 
luzione del Regno vegetale. 



Dopo i lavori di algologia dobbiamo ricordare quelli sulla biologia delle 
piante superiori, nei quali il Borzì diede più largo sviluppo alle idee del suo 
grande maestro Federico Delpino , imprimendovi un carattere più moderno, 
■quale i progressi della scienza richiedevano. 

E qui mi sembra opportuno precisare quale sia il rapporto di deriva- 



DISCORSO DF.L PROF. DOMENICO LANZA 21 

zione del pensiero e dell'opera del Borzì da quelli del Delpino, di cui egli fu 
e si proclamò sempre reverente discepolo. 

Il Delpino non fu al Borzì maestro d' una materia specifica d' insegna- 
mento, ma maestro nel senso più alto e più largo di formatore del pensiero 
e del sentimento naturalistico; per cui mentre il Delpino svolse l'opera sua 
principalmente nel campo interessantissimo ma limitato della biologia fiorale, 
nella quale fu sommo, ed in quello della sistematica a base biologica delle 
fanerogame, avvalendosi soltanto del sussidio della morfologia, il Borzì non 
trattò quasi mai di tali argomenti, ma il modo di intendere e di sentire la 
vita ispiratogli dal Delpino egli applicò allo studio di altre e più svariate ma- 
nifestazioni vitali dei vegetali superiori ed inferiori, avvalendosi del sussidio 
non soltanto della morfologia , ma benanco della anatomia , della istologia, 
della fisiologia , discipline che egli apprese da se stesso ; ed è particolar- 
mente notevole come egli abbia proprio iniziato la sua carriera con pubbli- 
cazioni di algologia e di micologia , materie affatto ignote al suo grande 
maestro. 

Al concetto vitalistico informatore dell'opera delpiniana pertanto, il Borzì 
non solo diede una assai più larga applicazione , ma diede 1' appoggio dei 
portati più moderni della scienza. 

Egli ebbe anche il merito di definire con precisione e circoscrivere net- 
tamente in una branca distinta della biologia generale l'insieme di quei fe- 
nomeni della vita, il cui studio dal Delpino con vocabolo di significato alquanto 
incerto era stato detto Biologia e che il Nostro, ad evitare equivoci, preferì 
in ultimo designare col nome di Ecologia introdotto quasi contemporanea- 
mente al Delpino dall' Haeckel, mentre finora di essi fenomeni era mancata 
una netta concezione d'insieme, una precisa distinzione dalla materia della 
Biologia generale e della Fisiologia, nelle quali spesso sono andati confusi. 

Per il Borzì nelle funzioni fondamentali della vita — nutrizione e gene- 
razione — bisogna distinguere i processi intimi, i quali sono dominati da 
una costante regolare uniformità in qualunque individuo, qualunque forma e 
nome esso abbia, da quelli ausiliarii che si svolgono nei rapporti col mondo 
circostante e che rendono la vita di relazione degli individui stessi quanto 



22 COMMEMORAZIONE DEL PEOF. ANTONINO BOEZÌ 

mai variata e complessa. Or mentre dei primi riusciamo facilmente a spie- 
garci il meccanismo e l'essenza con l'intervento di azioni chimiche e fisiche, 
questo stesso fondamento non è possibile riconoscere nel carattere dei rap- 
porti che intercedono fra l' individuo vivente ed il mondo circostante, poi- 
ché questi appariscono determinati da un principio che li regola, li coordina, 
li dispone congruamente a fini prestabiliti. E così questa forma di estrinse- 
cazione delia vita di relazione negli esseri viventi secondo il Borzì si rivela 
diretta e regolata da un fondamento che può dirsi psichico. Le multiformi 
interessantissime manifestazioni di questa attività, che possiamo dire di ca- 
rattere strettamente vitalistico, quali p. e. i fenomeni che riguardano le abi- 
tudini , i costumi , gli istinti, ed in generale qualunque altro fenomeno della 
materia vivente riferibile alla vita di relazione con V ambiente e del quale 
non possiamo concepire la natura come fenomeno di carattere chimico o 
fisico , costituiscono la materia della Ecologia , che perciò risulta parte ben 
distinta della Biologia generale e ben distinta anche da quell' altra parte 
di questa che considera i processi di variazione , mutazione, eredità ed e- 
voluzione in generale e per la quale il Borzì proponeva il nome di Biodi- 
namica. 

Fra gli argomenti di Biologia e di Ecologia trattati dal Borzì, un gruppo 
di scritti riguardano quello della sensibilità nei vegetali. 

Nel discorso tenuto in quest'aula per l'inaugurazione dell'anno accade- 
mico 1893-94 dal titolo « Gli attributi della vita e le facoltà di senso nel re- 
gno vegetale », egli proponeva le basi di una dottrina dei sensi delle piante, 
ponendoli in raffronto con quelli degli animali e spiegando la loro particolare 
natura e le manifestazioni in relazione ai caratteri proprii della vegetalità , 
alle funzioni ed alla struttura dei vegetali stessi ed alla loro origine nei pri- 
mordi della evoluzione organica. Pochi anni dopo il prof. Noli dell'Univer- 
sità di Bonn pubblicava una estesa memoria quasi dello stesso titolo, svi- 
luppando i medesimi concetti del Borzì, ma senza citarlo, quantunque dello 
scritto del Nostro fosse stata data larga notizia dalle maggiori riviste bota- 
niche straniere. 

In un lavoro sull' apparato di moto nelle Sensitive sottopone ad esame 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA °2'.i 

critico la teoria dell' Haberlandt , il quale aveva sostenuto che i movimenti 
di quelle piante avessero un fondamento fisico, idrostatico, e dimostra con 
esperienze che gli elementi anatomici indicati dall' Haberlandt come sede 
del fenomeno non possono essere impegnati nel fenomeno stesso , il quale, 
secondo il Borzì, ha la sua sede in taluni elementi particolari annessi al fascio, 
distinti per la ricchezza di protoplasma e per il nucleo vistoso, per cui è da 
ritenersi che il fenomeno sia di natura protoplasmatica e quindi essenzialmente 
biotica. 

Nel lavoro sulla « Azione degli stricnici sugli organi sensibili delle piante » 
accertò che essa è corrispondente a quella che le medesime sostanze eserci- 
tano sui muscoli animali, e cbe l'azione successiva del cloroformio e di altri 
ipnotici è anche nelle piante quella di ripristinare le sospese facoltà sensitive 
e determinò altresì il meccanismo d' azione di tali sostanze sulle singole 
cellule, consistente nelle variazioni che esse inducono sul potere osmotico del 
protoplasma. Conferma con tali ricerche il Borzì la natura vitalistica dei 
movimenti di cui si tratta e l'unità fondamentale della materia viva nei due 
regni organici. 

Studiò la sensibilità delle piante rampicanti in un lavoro sulla «Ana- 
tomia dell'apparato senso-motore dei cirri delle Cucurbitacee », nel quale mise 
[n rilievo una caratteristica strutturale delle cellule epidermiche della estre- 
mità del cirro , mercè la quale il loro protoplasma è posto in grado di ri- 
sentire direttamente lo stimolo del sostegno, per cui tali cellule epidermiche 
devono considerarsi come gli elementi specifici di senso, mentre collegamenti 
protoplasmatici intercellulari con particolari elementi collenchimatici fibrosi 
sottostanti, che vanno considerati come elementi motori, determinano la con- 
trazione di questi ed il conseguente avvolgimento del cirro. Nello stesso tempo 
spiegò il meccanismo per cui tale forma acquisita sotto l'azione dello stimolo 
diventa definitiva e raggiunge la solidità necessaria alla funzione di sostegno, 
mediante la lignificazione di un particolare tessuto cui diede il nome di la- 
mina del Bianconi. 

Altro gruppo di lavori del Borzì riguardano lo studio della xerofilia, os- 
-sia la possibilità dell'adattamento della vita vegetale alla secchezza. Questo 






24 COMMEMORAZLONE DEL PROF. ANTONINO BOEZÌ 

fenomeno fìsio-biologico attrasse particolarmente la sua attenzione da antico 
tempo, e fu, a me pare, lo studio di esso che indirizzò il suo pensiero alle 
applicazioni della biologia vegetale alla agricoltura dei climi caldi e secchi. 

Nello scritto su « L'acqua in rapporto alla vegetazione di alcune xerofile » 
studia ed interpetra come adattamenti diretti allo assorbimento dell'acqua 
meteorica certi caratteri morfologici e strutturali di organi aerei di talune 
piante. 

Nelle « Note alla biologia delle xerofile della flora insulare mediterra- 
nea», lavoro rimasto incompleto, affronta lo studio della xerofìlia sperimen- 
talmente e ne tenta una spiegazione ed idea una scala di determinazione 
basata sulla maggiore o minore capacità degli organi staccati dalla pianta 
di trattenere l'acqua in essi contenuta. 

Casi particolari di xerotìlia illustrò negli scritti « Xerotropismo delle 
Felci» e «Alghe xerofile della Tripolitania ». 

Lavori d'indole più strettamente ecologica sono quelli sulla dissemina- 
zione , fra i quali meritano particolare ricordo le « Ricerche sulla dissemi- 
nazione delle piante per mezzo di Sauri». In questa memoria mise in rilievo 
la parte importante e prima di lui trascurata che tali animali prendono nella 
disseminazione di molte piante, dimostrando, anche sperimentalmente, la 
reale esistenza di adattamenti saurofili in molti frutti e la reale attrazione che 
questi esercitano sulle lucertole. Presentò nello stesso tempo una classifica- 
zione dei tipi saurofili e mise in rapporto la saurofilia col fenomeno ancora 
oscuro della caulocarpia, apportando su di esso nuova luce. 

Ricorderò ancora gli studii sulla funzione aerofilactica e udofilactica nel 
regno vegetale, argomento che prima trattò nei riguardi delle piante della 
Flora libica e che poi fece oggetto di uno studio generale. Studia in essi 
gli adattamenti dei vegetali per la difesa contro le azioni avverse dell'ambiente 
aereo — vento e pioggia — adattamenti anatomici e morfologici delle singole 
parti, sviluppo e modo di crescere dello intero corpo, sia per sottrarsi all' a- 
zione del vento , o per resisterle o per secondarla, resistenza delle foglie al- 
l'azione strappante e lacerante del vento , disposizioni dirette a sbarazzare 
le foglie dall'acqua piovana, ed altre simili, e propone una chiara e c ompleta 
classificazione dei tipi vegetali in rapporto a tali funzioni. 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA 25 

Troppo dovrei dilungarmi se volessi ricordare tutti i contributi portati 
dal Borzì nel campo della biologia vegetale : note sulla germinazione dei 
semi di Araucaria, sulla biologia degli embrioni di Inga, sulla impollina- 
zione di Visnea, di Cocos, delle Epacridaceae, sulla distribuzione dei sessi nel 
Castagno, e parecchie altre ancora. 

Mi limiterò ad accennare a due lavori d' indole generale sulla materia. 

L'uno fu letto in questa sala per l'inaugurazione dell'anno accademico 
1914-15 e porta il titolo « Vita, forme, evoluzione nel regno vegetale ». In esso 
il Borzì si sforza di chiarire il nesso essenziale che lega questi tre ordini 
di fenomeni. Critica quei sistemi di concezione della origine delle forme 
viventi, i quali considerano la natura dei processi formativi come pura ma- 
nifestazione degli stimoli esterni , e sostiene il concetto che la materia vi- 
vente sia dominata da un principio affatto autonomo nella sua azione mentre 
gli invocati agenti esterni rappresentano non altro che cause occasionali ne- 
cessarie a svegliare la sua attività , ad estrinsecare la sua latente energia, 
nel quale rapporto tra questi agenti e quel principio , che nella sua appli- 
cazione si comporta come se fosse guidato da un senso particolare di perce- 
zione , sia pure incosciente, il Borzì addita le fonti prime dei processi evo- 
lutivi della facoltà psichica. Passa poi alla considerazione delle fìsonomie 
degli individui vegetali e delle diverse azioni esterne formative di esse, con- 
sistenti nei rapporti di mutua convivenza e nei rapporti col mondo fisico 
e col mondo animale, non che alla considerazione delle associazioni vegetali, 
nelle quali vede attuato non il principio della lotta , ma il principio di un 
pacifico commensalismo , di una perfetta armonia sociale. Conchiude final- 
mente che i processi formativi tanto della organizzazione degli individui 
quanto delle associazioni, che hanno agito durante la lunga evoluzione del 
mondo vegetale, si siano ai tempi nostri arrestati ; per cui si dichiara cre- 
dente nella fissità attuale delle specie e nella stabilità delle associazioni, e 
nega ogni valore alla così detta disseminazione a distanza. 

I concetti sommariamente accennati in quello scritto egli svolse poi con 
larga trattazione in un magnifico volume ricco di osservazioni proprie sulle 
piante in gran parte allo stato di natura nell'Italia centrale, nella Sicilia ed 

4 



26 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

in qualche angolo della Libia e della Svezia cbe egli visitò , e denso di 
considerazioni originali e spesso geniali. Egli arrivò appena in tempo a ri- 
vederne le ultime bozze, ma non ebbe la fortuna di vederlo pubblicato: pro- 
prio l'altro ieri con la più viva commozione ho ricevuto dall'editore la prima 
copia dei « Problemi di filosofia botanica » del Borzì. 

Questo libro riassume e coordina tutta V attività scientifica di lui nel 
campo della biologia e ne fissa in forma definitiva il pensiero. Esso ed i 
volumi degli « Studii algologici » costituiscono le opere maggiori del Borzì. 



Rimarchevole lavoro di morfologia è quello « Sullo accrescimento dello 
stipite delle Palme ». Un attento studio organogenetico, eseguito su numerose 
specie di Palme, lo condusse a considerare la produzione del fusto di dette 
piante come dipendente dall'attività dei tessuti sottostanti alle basi fogliari, 
e quindi a risolvere la questione dello accrescimento diametrale del fusto 
delle Palme, sulla quale molto si era già scritto. La natura particolare del- 
l'organo assile delle Palme veniva da siffatta osservazione singolarmente chia- 
rita e considerata come quella di un ceppo comune di una grande colonia 
di individui, rappresentati ciascuno da una foglia. Questa concezione po- 
neva sul tappeto la vecchia quistione generale di alta morfologia: qual' è 
l'organo tipico fondamentale del cormo delle piante superiori? La teoria del- 
piniana, detta del «fillopodio», non interpetra manifestamente la natura di 
siffatto organo fondamentale, limitandosi a spiegare l'origine del fusto come 
proveniente da un insieme di basi fogliari concresciute. Secondo il concetto 
borziano invece le foglie non sarebbero che una parte, sia pure la più im- 
portante ed appariscente dell'organo in parola; questo avrebbe anzi valore 
quasi di individuo vero e proprio, di unità elementare del corpo vegetativo 
totale, esistente potenzialmente allo stato di tessuto meristemale neh' a- 
pice vegetativo, dove tutti i caratteri dell'organismo definitivo sono assommati 
e confusi insieme. A questa unità elementare il Borzì diede il nome di « me- 
roblasto » ; ed è solo per effetto del differenziamento posteriore , in vista 
delle necessità fisico-biologiche delle funzioni di assimilazione e di sostegno, 
che esso acquista alla sua periferia il carattere di foglia ed al centro quello 
di fusto. 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO LANZA 27 

Parecchi notevoli contributi portò anche il Borzì nel campo della ana- 
tomia vegetale. 

Chiarì la conoscenza istogenica delle radici, determinando l'origine delle 
radici laterali delle monocotiledoni da un unico elemento del pericambio e 
studiando nello stesso tempo le differenze del processo di formazione di tali 
radici nelle fanerogame e nelle crittogame vascolari. Studiò i cristalli nucleari 
di Convolvulus. Trovò lenticelle nelle foglie di Camelia, organi generalmente 
proprii dei fusti, ma che si riscontrano anche in tali foglie di lunga durata. 



Taccio di molti e molti altri scritti minori di vario argomento, per ac- 
cennare a quelli che riguardano la botanica applicata. 

Numerosissimi sono gli opuscoli , gli articoli su giornali , le relazioni 
ad autorità ed a congressi, gli scritti di propaganda in genere con i quali egli 
insistè instancabilmente a diffondere le sue idee in materia ed a procurare 
aiuti per la loro attuazione concreta. 

In essi combattè in primo luogo per il riconoscimento del principio che 
ogni progresso nel campo pratico dell'agricoltura non è, e non può essere 
che la conseguenza del progresso nel campo scientifico, contro il vieto pre- 
giudizio di un dissidio inesistente fra scienza della vita vegetale e pratica a- 
gricola. Pregiudizio ormai superato nei rapporti fra gli altri rami della scienza 
e le corrispondenti attività produttive 1 , ma che purtroppo esiste ancora in 
materia di agraria. 

Il concetto fondamentale dell'applicazione della sua scienza al miglio- 
ramento dell' agricoltura egli pose nella considerazione che dei due fattori 
della attività vitale, organismo ed ambiente, si è tenuto conto nel passato 
solo di quest'ultimo ; anzi soltanto di una parte di esso , dell'ambiente nu- 
tritizio ; tutte le cure sono state rivolte al miglioramento di questo con la 
lavorazione e la concimazione del terreno. Ma l'agricoltura moderna non 
può essere contenuta interamente dentro i limiti segnati dai vecchi e classici 
concetti chimico-agronomici dovuti a quella benemerita scuola, cui l'agraria 
deve la sua instaurazione su basi razionali e tanto conseguente progresso. 
Un ulteriore progresso dipende dall'altro fattore della prosperità agraria, 






38 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

il fattore biologico; cioè l'organismo stesso della pianta, non preso ancora in 
sufficiente considerazione. D'onde la necessità dello studio, fatto con metodo 
e su basi scientifiche, della vita, delle abitudini delle piante da coltivare e 
dell'applicazione dei processi che la biologia sperimentale ci offre, quali la 
selezione per la purificazione delle buone razze esistenti o per la creazione 
di nuove, l'ibridazione ed altri. 

Né meno insistè sul concetto che il criterio della regionalità è domi- 
nante in questo campo degli studii, come in tutti i problemi agrarii, d'onde 
la necessità che qui da noi sorgesse una istituzione biologico - agraria per 
lo studio delle piante agrarie locali e per l'introduzione di nuove, l'opportu- 
nità, suggerita dalle affinità ambientali, che ad essa fosse affidata la direttiva 
scientifica della agricoltura coloniale , collegandola alle istituzioni tecniche 
poste in colonia. 

Gli studii dal Borzì e dai suoi collaboratori compiuti nel R. Giardino Co- 
loniale, sebbene ancora appena nascente, le esperienze intraprese sulle piante 
più adatte alla cultura nelle nostre colonie e su quelle che vantaggiosamente 
potrebbero introdursi neh' agricoltura della nostra Isola, sono già molti ed 
interessanti e si trovano consegnati nei volumi dei Bollettini del Giardino 
Coloniale stesso e dell'Orto Botanico. 

Ricorderò gli studii , ormai definitivi , sull'Hate Sisalana , la quale 
già è cominciata ad entrare nel campo pratico della grande cultura. Quelli 
sui Cotoni, condotti sul concetto che il problema della cotonicoltura in 
Sicilia consiste non soltanto nello studio delle pratiche culturali che meglio 
si addicono ad una razionale coltivazione di questa preziosa pianta nell'Isola, 
quanto principalmente nella ricerca fra le innumerevoli esistenti , o nella 
creazione di una razza adatta alle condizioni ambientali della Sicilia. 

Ricorderò ancora i molti tentativi di cultura di varie piante a caucciù 
e quello felicissimo sulla Barbabietola. La relazione del Borzì sulle espe- 
rienze di cultura della Barbabietola da zucchero in Sicilia è un vero modello 
del genere. La coltivazione di questa pianta era ritenuta impropria ad un 
clima meridionale come il nostro; bastò spostarne convenientemente l'epoca 
di semina e di raccolta perchè essa vegetasse e producesse non meno bene 



DISCORSO DEL PROF. DOMENICO l.ANZA 29 

■che nei paesi più settentrionali del nostro. Ed un modello di monografia 
biologico - agraria è quella sul Cynodon Dactylon, la comune «Gramigna», 
applicata al rinsaldamento dei terreni mobili. 



Signori, io non posso chiudere l'elogio dell'uomo insigne, la cui memoria 
oggi qui onoriamo, senza mettere in rilievo un aspetto che ne rende più cara 
e più simpatica la figura; voglio dire la schietta italianità del tipo di scien- 
ziato che egli incarnava. Essa si affermava nella vivacità e nella versatilità 
dell'ingegno, nella larghezza ed originalità di vedute, nella integrazione della 
conoscenza scientifica col vivo senso dell'arte. 

Né con questa espressione mi riferisco soltanto al fine gusto di cui egli 
era dotato per tutte le manifestazioni dell'arte, specialmente per la pittura, 
e per la musica; né soltanto all'eleganza della espressione, alla purezza della 
lingua, alla larghezza sobria del periodare, per cui le sue pagine sono raro 
esempio di buona prosa scientifica moderna e si riattaccano alla tradizione 
che i nostri antichi, scienziati e letterati ad un tempo, ci hanno tramandato. 
Ma sopra tutto intendo alludere al senso che egli ebbe della bellezza insita 
in ogni oggetto ed in ogni fenomeno naturale, la quale, a chi sa intenderla 
non è solo fonte di godimento, ma è anche lume all'intelletto, per quel pro- 
fondo legame che unisce fino ad identificare il vero ed il bello. 

Italiano per le naturali caratteristiche dello spirito, lo fu anche per l'e- 
ducazione. In un' epoca in cui per essere riconosciuti scienziati si riteneva 
iudispensabile avere appreso da maestro d'oltre Alpi e ciascuno vantava la 
propria marca straniera, il Borzì ebbe un sol maestro, italiano, e di esso 
si vantò, ed il resto della sua cultura formò da sé stesso direttamente sui 
ibri e nella osservazione della natura. Più tardi visitò ripetutamente i mag- 
giori istituti botanici esteri e fra gli scienziati stranieri ebbe molti amici ed 
estimatori, specialmente in quella Svezia, patria del sommo Linneo, dove 
lo studio delle piante è quasi un culto nazionale radicato nella tradizione, 
paese che il Borzì ammirava ed amava di vivo affetto e di cui parlava cor- 
rentemente la lingua; ma tutto questo dopo che la sua cultura fondamen- 
tale e l'atteggiamento del suo spirilo s'erano formati italianamente in Italia. 



! 



30 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

Perchè, o Signori, se è vero che la scienza non conosce nazionalità, ma 
è universale, ciò è quando per scienza si intende semplicemente la nuda co- 
noscenza dei dati di fatto ; ma la scienza come concezione filosofica del 
mondo e della vita è legata alle intime qualità native della razza, di cui lo 
scienziato è nobile ed espressivo rappresentante. 

Tali, o Signori, la vita e l'opera scientifica di Antonino Borzì , sulla 
quale meglio di noi che la guardiamo troppo da vicino potranno dire quelli 
che ci seguiranno, ma di cui possiamo fin da ora con sicurezza affermare 
che occuperà un posto segnalato nella storia delle scienze biologiche in Ita- 
lia. Un grande e venerando naturalista contemporaneo, Giuseppe Sergi, che 
premette una affettuosa pagina al volume postumo sopra ricordato, non ha 
esitato di chiamare il Borzì «sommo biologo». 

Noi cultori di scienza palermitani . cui corre più stretto 1* obbligo di 
conservarne ed onorarne la memoria, non» potremmo meglio quest' obbligo 
assolvere, né in maniera a lui più grata, che mantenendo vivo il nostro inte- 
ressamento per quell'Istituto che fu il campo della sua feconda attività, l'og- 
getto delle sue appassionate cure, adoperandoci con vigile affetto che il nostro 
meraviglioso Orto Botanico tenga sempre alta la sua posizione nel mondo 
scientifico, conservando il carattere che natura gli formò e la gloriosa tradi- 
zione che gli hanno costituito i tre scienziati che ne hanno tenuto la di- 
rezione, tutti e tre siciliani, tutte e tre insigni, secondo il carattere ciascuno 
del suo tempo, Vincenzo Tineo, Agostino Todaro. Antonino Borzì. 



^^ "^9^""^ 



• 



Pubblicazioni del Prof. Antonino Borzì 



1. * Intorno agli ofticii dei gonidii de' Licheni». In Scienza contemporanea, an- 
no II, Messina, 1874, pagg. 12. 

— Lo stesso, con note, aggiunte ed una tav. In N. Giorn. hot. Mal., voi. VII, 
pag. 193-204 e tav. VI. Pisa, 1675. 

'2. «Studii sulla sessualità degli Ascomiceti ». In N. Giorn. hot. ital. , voi. X, 
pag. 43-78 e tav. IIl-IV. Pisa, 1878. 

3. « Note alla morfologia e biologia delle Alghe Ficocromacee. I. Nostochaceae. 
In N. Giorn. hot. ital., voi. X, pag. 236-288 e tav. VI1-X. Pisa, 1878. 

— « Nachtrage zur Morphol3gie und Biologie der Nostochaceen ». In Flora. 
61 Jahr., pag. 465-471. Regensburg, 1878. 

4. «Saggio di ricerche sull'incremento in grossezza degli alberi. In Nuova Rivista 
forestale, pag. 6-15. Firenze, 1878. 

5. « Note alla morfologia e biologia delle Alghe Ficocromacee. IL Scytonemacee. 
In N. Giorn. boi. ital. , voi. XI, pag. 347-388, tav. IX-XII. Pisa 1879. 

6. «Flora forestale italiana». Fase. 1. e 2., pagg. VI1-176. Firenze, 1879-80. 

7. « Pidocchio degli Agrumi ». In Agricoltore messinese, 5. Ser. N. 73-74, pagg. 7. 
Messina, 1880. 

8. «Sugli Spermazi dell' Hildebrandtia rivularis, Ag. In Rivista Scientifica, an- 
no I, pag. 6-9 e una tav. Messina, 1880. 

9. « Hauckia, Nuova Palmellacea dell'isola di Favignana». In N. Giorn.bot. ital., 
voi XII, pag. 290-295 e tav. VII. Pisa, 1880. 

10. « L' ilixi-suergiu (Quercus Morisii, Borzì)». Nuova Querce della Sardegna. In 
A r . Giorn. bot. ital., voi. XIII, pag. 5-11 e tav. I. Firenze, 1881. 

11. «Note alla morfologia e biologia delle Alghe Ficocromacee». III. Rivularia- 
ceae. In A r . Giorn. bot. ital., voi. XIV, p. 272-315 e tav.XVI-XVII. Firenze, 1882. 



32 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

12. «Il nuovo Orto Botanico. Relazione al Sindaco della città di Messina». In 
U Agricoltore Messinese, pagg. 20. Messina, 1883. 

13. «Nuovi studi sulla sessualità degli Ascomiceti », pag. 6. Messina, 1883. 

14. «Studii Algologici. Saggio di ricerche sulla biologia delle Alghe». Fase. I. 
pagg. VI-120 e tav. I-IX. Messina, 1883. 

15. « Rhizomyxa, nuovo Ficomieete », pagg. 56 e due tav. Messina, 1884. 

— «Rhizomyxa, nouveau Phycomycète. Abrégé de l'auteur». In Archives 
italiennes de Biologie, toni. V, pagg. 23. Torino. 

16. « Proto chytrium Spirogyrae ». In N. Giorn. hot. ital. , voi. XVI, pag. 5-32 e 
tav. I. Firenze, 1884. 

17. « lnsengaea , nuovo Fungo parassita delle Olive». In L'Agricoltore messinese, 
Ser. 8., N. 1, pagg. 12. Messina, 1885. 

— « Inzengaea, ein neuer Askomycet ». In Jahrb. f. wiss. Botanik, Bd. XVI. 
pag. 450-463 e tav. XIX-XX, Leipzig, 18S5. 

18. « Nomakowskia, eine neue Cbytridiee». In Botan. Centratiti., Bd. XXII, pag. 1-4 
e taf. I. Cassel, 1885. 

19. «Compendio della Flora forestale Italiana», pagg. XLIII-181. Messina, 1885. 

20. «Nuove Floridee mediterranee». In Notarisia , anno I, pag. 70-72 e tav. 2.. 
Venezia, 1886. 

21. « Sporidii sorediali di Amphiloma murorum , Korb. ». In Malpighia , anno I. 
pag. 20-24. Messina, 1887. 

22. «Le comunicazioni intracellulari delle Xostochinee ». In Malpighia. anno I, 

pag. 74-83, 97-108, 145-160, 197-202 e tav. Ili, Messina, 1887. 

23. « Di alcune lenticelle fogliari ». Iu Malpighia, anno I, pag. 219-227 e tav. V b 
Messina, 1887. 

24. «Sullo sviluppo della Microchaete grisea Thr. ». In Malpighia, anno 1, pa- 
gine 486-491. Messina, 1887. 

25. «Formazione delle radici laterali nelle Monocotiledoni». In Malpighia, an- 
no I, pag. 391-413, 541-550, anno II, pag. 53-83, 394 402, 477-506 e tav. I-VII. 
Messina, 1887 e 1888. 

26. «Addenda ad Floram italica ni e Notizie». In Malpighia, anno 1. Messina. 
1887 (« Althenia filiformis, F. Pet. ». pag. 41. — « Aphanizomenon Flos aquae 
Morren, Lemna minor L., alcune specie di Euphorbia, Serapias occultata Gay., 
Anthemis Chia L. », pag. 90 e 91. — « Algbe nuove per 1* Italia rinvenute in 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZI 



33 



29. 



30. 



31. 



Sicilia », pag. 137. - « Ibridi di Salix pedicellata Desi". », pàg. 138. — «Novità 
floristiche della Flora italiana», pag. 191.— «Vegetazione di piante settentrio- 
nali nel mezzogiorno», pag. 192. — «Nuova stazione di Odontites Bocconi , 
Valp. », pag. 289. — «Salix grandifolia Sér., Quercus macedonica, Alph. DC. », 
pag. 338. — « Nostochinee da aggiungersi alla Plora italiana», pag. ì-18.) An- 
no II, Messina 1888. '« Wolfia arhisa Wimm., Alghe nuove per l' Italia», pa- 
gina 45. — Nuova località di Golchicum alpinum DC. », pag. 125. — « Quercus 
Fragnus», Longo, pag. 267). 

27. « Eremothecium Cymbalariae , nuovo Ascomicete». In N. Giorn. hot. ital. 
voi. XX, pag. 452-455 e una tav. Firenze, 1888. 

28. « Xerotropismo nelle Felci». In N. Giorn. hot. ital., voi. XX, pag. 476-482. 
Firenze, 1888. 

«Di Pietro Castelli botanico e dell'opera sua nell'Ateneo messinese. Orazione 
inaugurale», pagg. 34. Messina, 1888. 

«Sullo sviluppo del Mischococcus confervicola Naeg. ». InMalpighia, anno II, 
pag. 133-147. Messina, 1888. 

«La Quercus macedonica Alph. DC. in Italia». In Malpighia , anno II, pag. 
158-164 e tav. XI. Messina, 1888. 

32. « Chlorothecium Pirottae Bzì». In Malpighia, anno 11, pag. 250-259. Messi- 
na, 1888. 

33. «Ancora della Quercus macedonica Alph. DC ». In Malpighia, anno II, pag. 
379-385. Messina 1889. 

34. « Bargellinia, Nuovo Ascomicete dell'orecchia umana». In Malpighia, anno II, 
pag. 469-476. Messina, 1889. 

35. « Botrydiopsis , nuovo genere di Alghe verdi». In Boll, della Soc. ital. dei 
Microscopisti, voi. I, pag. 60-70. Acireale, 1889. 

36. « Stadi i anamorflci di alcune Alghe verdi». In N. Giorn. hot. ital., voi. XXII, 
pag. 403-409. Firenze, 1890. 

37. «Di alcune piante avventizie dell'Agro messinese». In Malpighia, anno V,, 
pag. 140-142. Genova, 1891. 

38. « Contribuzione alla conoscenza dei fasci bicollaterali delle Crocifere e delle 
anomalie di essi ». In Malpighia, anno V , pag. 316-331 e tav. XII -XXIII. 
Genova, 1891. E in Bull, della Soc. hot. ital., anno 1892, pag. 60 (Proc. verb.).. 
Firenze, 1892. 3 



34 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

39. « Anomalie anatomiche del fusto di Phaseolus Caracalla L. ». In Malpighia, 
anno V, pag. 372-385 e tav. XXVII-XXVIII. Genova, 1891. E in Bull, della Soc. 
bot. Mal., anno 1892, pag. 16-17 (Proc. verb.). Firenze, 1892. 

40. «Dei metodi di coltura delle Clorotìcee terrestri». In Notarisia. voi. VI. pag. 
1257-1267, Venezia, 1891. 

41. « Noterelle algologiche (I. Il Gen. Dictyosphaerium Naeg. e le sue affinità. 
— II. Sul Gen. Botryococcus Kuetz. — III. Contribuzione alla morfologia e bio- 
logia del Porphyridium cruentum Naeg. — IV. Sul Gen. Hariotina Dangeard. — 
V. Per la storia delle comunicazioni intracellulari delle Nostochinee. — VI. Il 
Gen. Ctenocladus Borzì e le sue affinità. — VII. Sui Gen. Microthamnion Ruetz. 
e Leptosira Borzì)». In La Nuova Notarisia, Ser. Il , anno 1891, pag. 367-391. 
Padova, 1891. 

42. «Giuseppe Seguenza, Discorso commemorat. », pagg. 15, Messina, 1891. 

43. «Alghe d'acqua dolce della Papuasia». In La Nuova Notarisia. Serie III, 
anno 1892, pag. 35-53. Padova, 1892. 

44. « Intorno allo sviluppo sessuale di alcune Feoficee inferiori ». In Atti del Congr. 
botan. Internazionale di Genova , 1892, pag. 454-472 e tav. XVII-XVIII. Ge- 
nova, 1893. 

45. « L' acqua in rapporto alla vegetazione di alcune xerofile mediterranee ». In 
Atti del Congr. botan. Internazionale di Genova 1892, pag. 473-501. Genova, 1893. 

46. «Contribuzioni alla biologia dei pericarpi ». In Malpighia, anno VII, pag. 3-14. 

Genova, 1893. 

47. «Cristalloidi nucleari di Convolvulus». In Contribuì, alla Biologia vegetale, 
voi. I, pag. 65-71. Palermo, 1894. E in Bull, della Soc. bot. Hai., anno 1892. 
pag. 45-46 (Proc. verb.). Firenze 1892. 

48. «Contribuzioni alla biologia del frutto». In Contribuì, alla Biologia vegetale, 
, voi. I, pag. 159-175. Palermo, 1894. 

49. «Note alla Biologia delle Xerofile della Flora insulare mediterranea ». In Con- 
tribuz. alla Biologia vegetale , voi. I, pag. 179-192 e tav. I-IV , (Incompleto). 
Palermo, 1894. 

50. «Probabili accenni di sessualità presso alcune Nostochinee». In Bull, della 
Soc. di Se. Nat. ed Econ. di Palermo , N. II , pag. 1-2. Palermo, 1894. 

51. «Ueber Dictyosphaerium Naeg. ». In Bericht. d. deutsch. bot. Gesell., Band XII, 
pag. 248-255. Berlin, 1894. 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 35- 

52. «Gli attributi della vita e la facoltà di senso nel Regno vegetale. Discorso 
inaugurale», pagg. XXVIII. Palermo, 1894. 

53. «Studii Algologici. Saggio di ricerche sulla Biologia delle Alghe», fase. II, 
pag. Vili, 121-378 e tav. X-XXXI. Palermo, 1895. 

54. «Sulla disseminazione delle piante per mezzo degli uccelli». In Bull, della 
Soc. bot. ital. , anno 1895 , pag. 160-161 (Proc. verb.). Firenze, 1895. 

55. « Proposta di una stazione botanica internazionale a Palermo ». In Bull, della 
Soc. hot. ital., anno 1895, pag. 184-186. Firenze, 1895. 

56. «Probabili accenni di conjugazione presso alcune Nostochinee ». In Bull, 
della Soc. hot. ital., anno 1895, pag. 208-210. Firenze, 1895. 

57. « Per la inaugurazione delle feste del primo Giubileo centennale del R. Orto 
Botanico di Palermo. Discorso». In Rivista Sicula , Ser. 1, pagg. 14. Paler- 
mo, 1895. 

58. « Apparecchi idrofori di alcune xerofìle della flora mediterranea». In N. Giorn. 
hot. ital. (Nuova Ser.), voi. Ili, pag. 80-88. Firenze, 1896. 

59. « Discorso per l'inaugurazione della Società dei Naturalisti siciliani ». In Na- 
turalista Siciliano, anno I (Nuova Ser.), pag. 18-28 (Proc. verb.). Palermo, 1896. 

60. «Un tipo anemofilo delle Epacridacee ». In Naturalista Siciliano, anno I, 
(Nuova Ser.), pag. 65-66. Palermo, 1896. 

61. «Contribuzioni alla conoscenza dei fenomeni di sensibilità delle piante». In 
Naturalista Siciliano, anno I, (Nuova Ser.), pag. 168-190. Palermo, 1896. 

62. « Reliquiae Tineanae». In Boll, del R. Orto Botanico di Palermo, voi. I, 
pag. 11-14 e 70-71. Palermo, 1897. 

63. «Esperienze di acclimatamento ». In Boll, del R. Orto Botanico di Palermo, 
voi. I, pag. 14-15. Palermo, 1897. 

64. «Di alcune Gigliacee nuove o critiebe (Seubertia laxa Kunth., S. obscura 
Borzi, Bloomeria gracilis Borzì, Calliprora albida Borzi , Bulbinopsis semi- 
barbata Borzì, B. bulbosa Borzì) ». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, voi. I, 
pag. 16-21. Palermo, 1897. 

65. «Thunbergia elegans Borzì». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo , voi. 1, 
pag. 27-28. Palermo, 1897. 

66. « Diagnosi di specie nuove o critiche (Laurus iteophylla Borzì, Laurus <ana- 
riensis x nobilis Borzì, Villaresia citrifolia Borzì, Ficus procera Reinw. var., 
Chaunieri Borzì, Ficus magnolioides Borzì, Phoenix dactylifera x canarien- 
sis »). In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, voi. I, pag. 43-50. Palermo, 1897. 



36 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZI 



67. « Pleogynium Solandri, (Engl.) ». In Boll, del B. Orto Bot. di Palermo, voi. I, 
pag. 64-66. Palermo, 1897. 

68. « Baurella, novum Rutacearum genus». In Boll, del E. Orto Bot. di Palermo. 
voi. I, pag. 158-155. Palermo, 1897. 

69. «Le specie di Ficus viventi a pien' aria nel R. Orto Botanico di Palermo». 
In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, voi. E, pag. 156-161. Palermo, 1897. 

70. «Note di Biologia vegetale (I. Biologia florale di alcune Gigliacce. — [I. Un 
tipo anemofllo delle Epacridacee. — III. Biologia della disseminazione di Cy- 
sticapnos africana Gaert. — IV. Germinazione dei semi delle Salicinee. — V. Ger- 
minazione dei semi di Cottila coronopi/olia L. — VI. Appunti sulla Biologia 
dell' Oxalis corniculata L.) ». In Contrib. alla Biologia veg., voi. II, pag. 43-80 
e tav. V-VII, Palermo, 1897. 

71. « Nicolaus Kleinenberg. Discorso commemorativo», pagg. 16. Palermo. 1898. 

72. « L'Apparato di moto delle Sensitive ». In Rivista di Scienze biologiche, voi. I, 
pag. 260-295. Como, 1899. 

73. «Descrizione ed illustrazione del R. Orto Botanico di Palermo». In Boll, del 
R. Orto Bot. di Palermo, voi. Ili, pag. 65-71. Palermo 1899. 

74. «Azione degli stricnici sugli organi sensibili delle piante». In Contrib. alla 
Biologia veget., voi. II, pag. 263-279, Palermo 1899 e in Archivio di Farma- 
cologia e Terapeutica, voi. VII, pagg. 12. Palermo, 1899. 

— «Action de la strycnine et de la brucine sur les organes sensibles des 
plantes». In Archives italiennes de Biologie, Tom. XXXII, pag. 144-158. Tu- 
rin, 1899. 

75. « Funzione fisiologica della Solanina ». In Rivista di Scienze biologiche, voi. I, 
pag. 769 778. Como 1899. 

76. « Anatomia dell' apparato senso-motore dei cirri delle Cucurbitacee. Nota pre- 
ventiva». In Rendiconti della R. Accad. dei Lincei, voi. X, 1° seni., Ser. 5», 
pag. 395-400. Roma, 1901. 

77. «Per una stazione botanica internazionale», pagg. 20. Palermo, 1902. 

78. « Discorso inaugurale del Congresso botanico nazionale tenutosi a Palermo nel 
maggio 1902». In Rendiconti del Congresso, pag. 19-23. Palermo, 1903. 

79. «Prime linee di una monografia delle querci italiane», la Rendiconti del Con- 
gresso bot. naz. tenutosi a Palermo nel maggio J902, p. 94-95. Palermo, 1903. 

80. «Nota biologica sull' Hedera Helix L. ». In Rendiconti del Congresso bot. naz. 
tenutosi a Palermo nel maggio 1902, pag. 95-96. Palermo, 1903. 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZI 



37 






81. «Biologia dei semi di alcune specie d' Inga». la Rendiconti della R. Ac- 
cademia dei Lincei, voi. XII, I' setn., Ser. 5», pag. 131-140. Roma, 1903. 

82. « Produzione d' indolo e impollinazione della Visnea Mocanera L. ». In Atti 
della R. Accad. dei Lincei, voi. XIII, pag. 372-375. Roma, 1904. 

83. «Anatomia dell'apparato senso -motore dei cirri delle Cucurbitacee » . In Con- 
trib. alla Biologia veget., voi. Ili, pag. 121-176 e tav. VII1-X. Palermo, 1905. 

84. « Impollinazione dell' Archontophoenix Cunninghamiana e di alcune specie di 
Cocos». In Contr. alla Biologia veget., voi. Ili, pag. 237-250. Palermo, 1905. 

85. «Biologia della germinazione dell' Araucaria Bidwilli , Hook.». In Contrib. 
alla Biologia veget., voi. Ili, pag. 357-373 e tav. XVI. Palermo, 1905. 

86. «Coltura del Ginseg (Panax qiiinquefolium) » . In Boll, del R. Orto Bot. di 
Palermo, voi. IV, pag. 17-21. Palermo, 1905. 

87. « Note critiche sulle Querci italiane ». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, 
voi. IV, pag. 40-49. Palermo, 1905. 

88. « Coltura delle piante da gomma elastica. Relazione a S. E. il Ministro d'A- 
gricoltura». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, voi. IV, pag. 59-79, Pa- 
lermo, 1905; e in Boll. Uff. del Ministero di Agricoltura, industria e commer- 
cio, Roma, 1905. 

89. «I Ficus a radici aeree». In Boll, del R. Orto Botanico di Palermo, voi. IV, 
pag. 105-111. Palermo, 1905. 

90. «Commemorazione del socio Federico Delpino». In Rendiconti della R. Acca- 
demia dei Lincei, voi. XIV. ser. 5 a , 2° Sem. , pag. 464-478. Roma, 1905. 

91. «Federico Delpino. Discorso commemorativo». In N. Giorn. bot. Ital. (Nuova 
Ser.), voi. XII, pag. 417-439 con ritratto. Firenze, 1905. 

92. «Generi nuovi di Croococcacee (Phanosphaerula , Bacularia)». In La Nuova 
Notarisia, Ser. XVI, pag. 20-21. Modena, 1905. 

93. « Per una riforma dell' insegnamento delle scienze biologiche nelle scuole 
secondarie». In Sicilia Universitaria, N. 2-4. Palermo, 1905. 

94. «Specie nuove, rare [o critiche». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, vo- 
lume IV, pag. 112-115 e tav. I - II (Ligustrum Massalongianum Vis., Thun- 
bergia elegans Borzì); pag. 185-188 e tav. IH -IV (Laurus iteophylla Borzì, 
Villaresia citrifolia Borzì) Palermo, 1905 e voi. V, pag. 140-144 e tav. II-III 

(Momordica Cochinchinensis Spreng., Agdestis teterrima D.Ntrs., Meryta Benha- 
mi Seem.). Palermo, 1906. 



38 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

95. « Zoddaea, Chlorophycearum génus uovum». Io La Nuova Notarisia, Ser. XVII, 
pag. 14 16. Modena, 1906. 

96. « Botanica e Botanici in Sicilia nel secolo XVIII ». In Boll, del R. Orto Boi. di 
Palermo, voi. V, pag. 3-21. Palermo, 1906. 

97. « Studii ed esperienze sulla cultura del Fico da gomma elastica (Ficus ela- 
stica, Roxb.) in Sicilia». In Boll, del R. Orto Boi. di Palermo, voi. V, pag. 
51 - 85 e tav. I. Palermo, 1906; e in Boll. Uff. del Ministero di Agricoltura, 
industria e commercio, anno V, Voi. VI, pag. 39-68 e una tav. Roma, 1906. 

98. « Noterelle biologiche sopra alcune piaote indigene delle nostre Colonie. I. Pte- 
rolobhim lacerans , R. Br. ». In Boll, del R. Orto Bot. di Palermo, voi. V, 
pag. 145-153. Palermo, 1906. 

99. « Cotone della Somalia. Relazione a S. E. il Ministro di Agricoltura». In Boll, 
del R. Orto Bot. di Palermo, Anno V, pag. 154 - 158. Palermo, 1906. 

100. «Sulla coltura dell'acacia horrida R. Br. ». In Boll, del R. Orto Bot. di Pa- 
lermo, voi. V, pag 159-167 e una tav. Palermo, 1906. 

101. «1 generi delle Stigonemacee». In Atti del Congresso dei Naturalisti Italiani 
in Milano. Settembre 1906, pagg. 8, Milano, 1907. 

102. «Sulla necessità di dare un indirizzo prevalentemente biologico allo insegna- 
mento della botanica e della zoologia nelle scuole secondarie (Relazione)». In 
Atti del Congresso dei Naturalisti Italiani, in Milano , Settembre 1906. Mi- 
lano, 1907. 

103. «Discorso inaugurale letto nella Riunione straordinaria della Soc. bot. ital. in 
Parma». In ISìiovo Giorn. bot. ital. (Nuova Ser.), voi. XIV, pag. 485-495. Fi- 
renze, 1907. 

104. «(In collaborazione con S. Sommier). Relazione delle feste Linneane in Sve- 
zia». In Boll, della Soc. bot. ital., Anno 1907, pag. 67-71. Firenze. 1907. 

105. « Note sulla Biologia della disseminazione di alcune Crocitele ». In Boll, 
della Soc. botan. ital., Anno 1907-908, pag. 106-113. Firenze,1907. 

106. «Il Giardino Coloniale e la sua funzione». In Boll, del R. Orto Botan. e 
Giard. Colon, di Palermo, Anno VI, pag. 3 14. Palermo 1907. 

107. «Intorno al progetto di un «Istituto Biologico-agrario Siciliano». In Boll, del 
R. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, Anno VI, pag. 65-77. Palermo, 1907. 

108. «Cultura delle piante da gomma elastica in Sicilia. Relazione». Tn Boll, 
della Soc. degli Agricoltori Italiani, N. 12-13, pagg. 8. Roma, 1907. 






PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 39 

109. Conspectus generum Stigonemataceamm. In La Nuova Notarisia, Serie XVIII, 

pag. 37-38. Modena, 1907. 

110. «Sulle condizioni della indagine scientifica di fronte ai supremi problemi della 
botanica moderna (Discorso inaugurale)». In Atti della Soc. Ital. per il pro- 
gresso delle Scienze. Riunione di Parma , Settembre 1907{. pag. 195-203. Ro- 
ma, 1908. 

111. «Ulteriori esperienze sulla cultura dell' Agave Sisalana in Sicilia». In Boll, 
del R. Orto Botanico e Giard. Colon, di Palermo, voi. VII , pag. 17-28. Pa- 
lermo, 190S. 

112. «Sulla Flora della Somalia Italiana Meridionale. Relazione». In Bollett. del 
R. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. VII, pag. 29-36. Palermo, 1908. 

113. «Colture coloniali presso il R. Orto Rotanico di Palermo», la Bollett. del R. 
Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. VII, pag. 118- 147. Palermo, 1908. 

114. «Esperienze sulla coltura del Cotone Caravonica. Relazione». In Boll, del R. 
Orto Botanico e Giardino Colon, di Palermo, voi. VII, pag. 1 1-9-164. Paler- 
mo, 1908. 

115. «Il Myoporum serratum R. Rr. e sua importanza culturale». In Boll, del 
R. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. Vili, pag. 3-10. Palermo 1909. 

116. « Intorno ad alcune specie critiche del genere Furcraea coltivate nel R. Orto 
Rotanico di Palermo». In Bollett. del R. Orto Bot. e Giard. Coloniale di Pa- 
lermo, voi. VIII, pag. 46-51. Palermo, 1909. 

117. < Sui fondamenti pratici della Rotanica moderna». In Atti della Società ital. 
per il progresso delle Scienze. Riunione di Firenze, Ottobre 1908, pag. 197-204. 
Roma, 1909. 

118. «Sulla istituzione di Stazioni sperimentali forestali*. Comunicazione al Con- 
gresso Forestale Italiano, pagg. 8. Rologna, 1909. 

119. «Colture esperimentali di Cotoni del R. Giardino Rotanico e Coloniale di 
Palermo, durante l'anno 1909. Relazione». In Bollettino del R. Orto Bot. e 
Giard. Colon, di Palermo, voi. Vili, pag. 171-188. Palermo, 1910. 

120. «Vegetazione della Conca d'oro». Nel volume Palermo e la Conca d'oro e- 
dito in occasione del VII Congresso Geografico Italiano, pag. 81-93. Pa- 
lermo, 1910. 

121. «Ricerche sulla disseminazione delle piante per mezzodì Sauri». In Memorie 
della Soc. Ital. delle Scienze (detta dei XL) Ser. 3, t. XVII, pag. 97-115. Ro- 
ma, 1911. 



40 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

122. « Il Giardino Coloniale di Palermo e la sua attività durante l'ultimo quadrien- 
nio (t907-1910). Relazione». In Boll, del R. Orto Botanico e Giara. Colon, di 
Palermo, voi. X, pag. 3-13. Palermo, 1911. 

123. «Le Querci della Flora italiana. Rassegna descrittiva». In Boll, del R. Orto 
Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. X, pag. 41-00. Palermo, 1911. 

124. «Il Giardino Coloniale di Palermo e la sua funzione in rapporto allo sviluppo 
dell'agricoltura coloniale. Relazione». In Boll, del R. Orto Bot. e Giard. Co- 
lon, di Palermo, voi. X, pag. 67-82. Palermo. 1911. E in Atti del VII Congr. 
geografico ital. in Palermo, 1910, pagg. 17. Palermo, 1911. 

125. « Sulla coltura delle Palme , particolarmente delle specie di Washingtonia , 
a scopo industriale, in Sicilia». In Boll, del R. Orto Bot. e Giard. Colon, 
di Palermo, voi. X, pag. 102-117. Palermo, 1911. 

126. «Nuova specie di Abutilon della Somalia italiana: A. Agnesae». In Boll, del 
R. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. X, p. 127-131 e tav. X. Paler- 
mo, 1911. 

127. «Intorno alla biologia della disseminazione nelle specie di Datura». In Bol- 
lettino del R. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. X, pag. 132-141 e 
tav. XI. Palermo 1911. 

128. «Esperimenti sulla coltura del Cotone durante Tanno 1910 nel R. Giardino Co- 
loniale di Palermo. Relazione». In Boll, del Min. di Agric. , lnd. e Comm., 
Anno X, Ser. C, fase. 5, pag. 1-5. Roma, 1911. 

129. «(In collaborazione col dott. G. Catalano). Ricerche sulla Morfologia e sullo 
acresci mento dello stipite delle Palme. Nota preventiva >. In Atti della R. Ac- 
cad. dei Lincei (Rendiconti), voi. XXI, Ser. V, I. Sem., pag. 73-S1. Roma, 1912. 
— Memoria. In Atti della R. Acc. dei Lincei. (Memorie), voi. IX, Ser. V, 
pag. 167-201 e tav. I-II. Roma, 1912. 

130. «Corso di culture coloniali tenuto presso il R. Giardino Coloniale di Palermo 
durante l'anno 1912. Relazione». In Boll, del R. Orto Botanico e Giard. Co- 
lon, di Palermo, voi. XI, pag. 83-90. Palermo, 1912. 

131. «Aloe Riccobonii , nov. sp. » In Boll, del R. Orto Bot. e Giard. Coloniale di 
Palermo, voi. XI, pag. 18-20 e tav. I. Palermo, 1912. E in Boll, della Soc. 
Ortic, Anno X, pag. 69-71. Palermo, 1912. 

132. «Sulla coltura del Dattero come pianta da frutta in Sicilia». In Bollettino del 
R. Orto Botanico e Giard. Colon, di Palermo , voi. , XI, pag. 40-60. Paler- 
mo, 1912. 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZI 



41 



133. «Corso pratico trimestrale di colture coloniali presso il R. Giardino Coloniale 
di Palermo». In Boll, del B. Orto Bot. e Giard. Colon, di Palermo, voi. XI, 
pag. 153-162. Palermo, 1912. 

134. « Condizioni di clima e di suolo della Libia in rapporto a quelle del Mezzo- 
giorno d'Italia e specialmente della Sicilia». (Ministero degli Affari Esteri, 

Monografie e Rapporti Coloniali, N. 6), pagg. 10. Roma, 1912. 

135. « Dati statistici riassuntivi sulla Plora della Libia in confronto a quella Sici- 
liana». (Ministero degli Affari Esteri, Monografie e Rapporti coloniali, N. 7), 
pagg. 12. Roma, 1912. 

136. « Zone agrarie della Libia (Ministero degli Affari Esteri, Monografie e Rapporti 
coloniali, N. 8), pagg. 12. Roma, 1912. 

137. « Elenco alfabetico degli autori cbe si occuparono della Libia sotto 1' aspetto 
botanico ed agrario e delle loro pubblicazioni». (Ministero degli Affari Esteri 
Monografie e Rapporti coloniali, N. 9). Roma, 1912. 

138. «Secondo elenco alfabetico degli autori che si occuparono della Libia etc. ». 
(Ministero degli Affari Esteri. Monografie e Rapporti coloniali, N. 11), pagg. 30. 
Roma, 1912. 

139. «(In collaborazione col prof. G. E. Mattei). Aggiunte alla Plora libica ». Boll, 
del R. Orto Bot. e Giardino Colon, di Palermo, voi. XI, pag. 234-242, Paler- 
mo, 1912. 

— Lo stesso, con aggiunte. In Boll, della Soc. bot. Mal., Anno 1913, pag. 134- 
145. Firenze, 1913. 

140. «Esperimenti di cotonicoltura in Sicilia, durante il 1912», In Boll, del Mi- 
nistero di Agr. Ind. e Comm. Anno XII, serie C, fase. 2-4, pag. 44-50. Ro- 
ma, 1913. 

141. «(In collaborazione col dott. G. Catalano). Ricerche e note critiche sull'ap- 
parato di moto delle sensitive». In Boll, del B. Orto Botanico e Giard. Colon, 
di Palermo, nuova Ser., voi. I, pag. 103-125. Palermo, 1914. 

142. «Alghe terrestri xerofile della Tripolitania». IxiBoll. di Studi ed informazioni 
del R. Giard. Colon, di Palermo, voi. I, pag. 91-130. Palermo, 1914. 

143. «Studi sulle Mixoficee. I. Cenni generali. Systema Myxophycearum » . In N. 
Giorn. botan. Mal. (Nuova ser.), voi. XXI, pag. 307-360. Firenze 1914. 

144. «Vita, Forme, Evoluzione nel Regno vegetale. (Discorso inaugurale)», pag. 63. 
Palermo, 1915. 6 



42 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

145. «(In collaborazione col dott. G. Catalano). La dottrina dei moti delle sensiti- 
ve». In Atti della R. accademia dei Lincei, voi. XI, Ser. V, pag. 155-166 e una 

tav. Roma, 1915. 

146. «Esperienze di cotonicoltura in Sicilia nell'anno 1914». In Boll, di Studi 
ed informazioni del R. Giardino Colon, di Palermo, voi. Il, pag. 67-84. Pa- 
lermo, 1915. 

147. «Di alcune Graminacee atte al rinsaldamento delle sabbie mobili del mezzo- 
giorno». In Boll, di Studi ed informazioni del R Giard. Coloniale di Paler- 
mo, voi. IT, pag. 189-213. Palermo, 1915. 

148. « Piccola scuola per contadini ». In Boll, di Studi ed informazioni del R. Giard. 
Colon, di Palermo, voi. Ili, pag. 3-7. Palermo, 1916. 

149. « Il Cynodon Bactylon, L. (Gramigna) e le sue applicazioni al rinsaldamento 
dei terreni mobili». In Boll, di Studi ed informazioni del R. Giard. Colon, 
di Palermo, voi. III, pag. 101-116 e tav. I - li. Palermo, 1916. 

150. «La patata dolce (Batatas edulis, Choisy) e sua coltura in Sicilia». In Boll, 
di Studi ed informazioni del R. Giard. Colon, di Palermo, voi. Ili, pag. 118- 
127. Palermo, 1916. 

151. «Le forme vegetali della flora libica in rapporto coll'azione dei venti: Studio 
sulla funzione aerofìlactica nel Regno vegetale» In Boll, di Studi ed informa- 
zioni del R. Giardino Colon, di Palermo, voi. Ili, pag. 185-237. Palermo, 1916. 

152. « Sui risultati dei campi sperimentali e dimostrativi di cotonicultura ». In Boll, 
del Ministero di Agric, Ind. e Comm. . Anno XV, voi. I. Serie B, pag. 100- 
103. Roma, 1916. 

153. «Studi sulle Mixoficee. II, Stigonemaceae » . In Nuovo Giorn. botanico ital. 
(Nuova Ser.), voi. XXIII, pag. 5o9-588. Firenze, 1916] e voi. XXIV, pag. 17-30. 
65-112, 198-208, 209-214 e tav. VI-X. Firenze 1917. 

154. «Osservazioni e note di Ecologia vegetale». In Bollettino del R. Orto Bot. di 
Palermo, nuova Ser., voi. Il, pag. 77-132. Palermo, 1917. 

155. « Discorso per l'inaugurazione del R. Giardino Coloniale di Palermo ». In Boll, 
di Studi ed informazioni del R. Giard. Colon, di Palermo, voi. IV, pag. 70-81. 
Palermo, 1917. 

156. «Esperimenti sulla coltivazione della Barbietola da zucchero in Sicilia». In 
Boll, di Studi ed informazioni del R. Giardino Coloniale di Palermo, voi. IV, 
pag. 10-26. Palermo. 1917. 



PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BOKZÌ 43 

157. «Metagenesi delle Mixoficee in rapporto alla evoluzione del regno vegetale». 

In Boll, della R. Acc. di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo, Anno 1918, 
pag. 24-33. Palermo, 1918. 

158. «Proposte e provvedimenti per la frutticoltura siciliana». In Boll, di Studi ed 
informazioni del R. Giard. Coloniale di Palermo, voi. IV, pag. 155-162. Pa- 
lermo, 1918. 

159. « Sulla coltura di Alberi ornamentali , specialmente delle Palme , a scopo 
industriale ». In Boll, di Studi ed informazioni del B. Giardino Colon, di Pa- 
lermo, voi. IV, pag. 183-192. Palermo, 1918. 

160. « La tignola delle patate ». In Boll, di Studi ed informazioni del R. Giard. 
Colon, di Palermo, voi. V, pag. 35 38. Palermo, 1919. 

161. «Istruzioni sulla coltura del Pirètro insetticida». In Boll, di Studi ed infor- 
mazioni del R. Giard. Colon, di Palermo, voi. V, pag. 45-50. Palermo, 1919. 

162. «Il problema dell'utilizzazione agraria forestale della steppa in Tripolitania ». 
Comunicazione al Convegno Nazionale Coloniale per il Dopo-guerra delle Co- 
lonie, pagg. 10. Roma, 1912 e in Boll, di Studi ed informazioni del R. Giard. 
Colon, di Palermo, voi. V, pag. 76-87. Palermo, 1919. 

163. «Culture industriali». In Giornale d'Italia Agricolo, 1919, n. 2. 

164. «Intorno al fondamento ecologico dell'organizzazione vegetale». In Rivista 
di Biologia, voi. I, pag. 181-212. Roma, 1919. 

165. « Sinaptospermia di alcune Composite». In Bollettino della Società di Se. Nat. 
ed Econom. di Palermo. Seduta del 2 aprile 1919, pag. 10-14. 

166. « Mirmecoria di alcune Composite». In Boll, della Soc. di Se. Nat. ed Econom. 
di Palermo. Seduta del 9 giugno 1919, pag. 6-14. 

167. «Commemorazione di Giovanni Briosi». In Atti della R. Acc. dei Lincei (Ren- 
diconti), voi. XXIX, pag. 119-123, Roma, 1920. 

168. «Intorno alla Ecologia della disseminazione dell' Oxalis cernuaTbg.». In Ri- 
vista di Biologia, voi. II, pag. 267-272. Roma, 1920. 

169. «Distribuzione dei sessi e impollinazione del Castagno». In Bollettino della 
Soc. di Se. Nat. ed Econom. di Palermo. Seduta del 29 Giugno 1920, pag. 21-32. 
E in L'Alpe. Rivista forestale italiana, Ser. II, anno VII, pag. 244-254. 

170. «La funzione^ del Giardino Coloniale di Palermo». In Tribuna Coloniale, 
1920, n. 12. 

171. «Il R. Giardino Coloniale di Palermo. Relazione a S. E. il Ministro delle 



44 PUBBLICAZIONI DEL PROF. ANTONINO BORZÌ 

Colonie». In Bollett. del B. Giara. Colon, di Palermo, voi. VI, pag. 7185. 
Palermo, 1920. E in Tribuna Coloniale, 1921, n. 38 e 39. 

172. «Come dobbiamo insegnare la Botanica nelle scuole secondarie?» In Rivista 
di Biologia, voi. Ili, pag. 464-470. Roma, 1921. 

173. « Il genere Lagerheimella delle Mixofìcee ». In Boll, della Società di Se. Na- 
turali ed Economiche di Palermo. Seduta del 16 Luglio 1921, pag. 6-15. 

174. « Problemi di Filosofìa Botanica », pagg. 344. Roma 1920. (Pubblicato in Ot- 
tobre 1921). 



FRANCESCO CIPOLLA 



COMMEMORAZIONE 



DEL 



Prof. MARIANO GEMMELLARO 

Letta nell'adunanza del 30 dicembre 1921 
della Società di Scienze Naturali ed Economiche tenutasi nell'Istituto di Geologia 

della R. Università di Palermo 



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Signori, 



Non altro titolo io mi riconobbi , quando nell' ultima seduta di questa 
Società il compianto nostro Presidente Prof. Antonino Borzì volle affidarmi, 
col consenso dei Soci presenti, l'onorevole incarico di commemorare il Prof. 
Mariano Gemmellaro, se non la benevolenza di questa Società e la fortuna 
di essere stato assiduo e affettuoso compagno di lavoro al caro Estinto in 
questi ultimi anni, in cui egli si accingeva a svolgere la sua più fervida at- 
tività scientifica. 

Giacché non io , che seguivo con vera e fraterna soddisfazione i pro- 
gressi dell'inestimabile amico nel campo scientifico, avrei potuto essere il 
fedele interprete dei sentimenti di cordoglio , di cui è compresa questa So- 
cietà per la immatura e rapida scomparsa del nostro consocio, che alle doti 
elette del gentiluomo perfetto univa quelle dello scienziato insigne. 

Se però la mia inadeguata competenza a dire degnamente di Lui, la cui 
elevata posizione fra i geologi italiani era ormai riconosciuta , potrà , forse 
non suscitare in Voi, come vorrei, quel sentimento di ammirazione per il 
giovine geologo, non lascerò sfuggirmi la fortunata occasione, che mi avete 
offerta, di potere manifestare ancora una volta pubblicamente, il mio affetto 
e la mia gratitudine all' indimenticabile Mario (così tutti lo chiamavano) in 
questa aula, che sentì la sua voce d'insegnante entusiasta e coscenzioso, in 
questo Istituto e Museo che lo videro studioso instancabile e fervido lavo- 
ratore. 



48 COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO GEMMELLARO 

Possono altresì le mie parole raddolcire il dolore dei suoi cari e sopra- 
tutto della gentile e desolata consorte signora Adele Bonocore , che gli fu 
per 19 anni compagna affettuosa e della sorella signora Giuseppina Gaglio; 
a cui ancora una volta esprimo, anche a nome di questa Società, il senti- 
mento del nostro vivo rimpianto per la perdita del loro diletto congiunto , 
con l'assicurazione che il tempo non potrà affievolire in noi la di Lui vene- 
rata Memoria. 



* * 



Nacque Mariano Gemmellaro a Palermo il 18 dicembre 1879, dal com- 
pianto professore senatore Gaetano Giorgio e dalla gentildonna Maria Pan- 
taleo, anch'essa di famiglia illustre nelle scienze. 

Egli ebbe la ventura di appartenere a quella celebre famiglia Gemmel- 
laro , a cui va legata la storia delle dottrine geologiche in Sicilia , nonché 
del loro sviluppo da più di un secolo e mezzo. 

Già nel 1766 il suo antenato Raimondo Gemmellaro scriveva la storia 
dell'eruzione dell' Etna di quell'anno. 

Ricordiamo che il padre suo, onore e vanto della geologia siciliana della 
seconda metà del secolo scorso, fu figlio di Carlo l'enciclopedico, professore 
nei 1831 di storia naturale nell'Università di Catania, il quale alla sua volta 
fu fratello dei due valenti vulcanologi dell'Etna, Mario e Giuseppe. 

Nel nostro Mario, come nel padre suo e nel nonno, che si laurearono 
prima in una scienza diversa da quella che professarono dopo così lumino- 
samente , i suoi sentimenti di naturalista, non si rivelarono che tardi. Fra 
una vita brillante egli trascorse i primi anni della sua gioventù e nel 1900 
si addottorò in legge. 

Ma dopo la morte del padre, nel 1904, per incitamento del comune Mae- 
stro Giovanni Di Stefano, il quale fu prima allievo e poi successore di Gae- 
tano Giorgio Gemmellaro nella cattedra di geologia di questa Università, il 
giovine Mariano sentì tutto il dovere di non potersi sottrarre alla nobile tra- 
dizione della sua famiglia. E nel raccogliere 1' eredità morale , trasmessagli 
dagli avi , si accorse che esistevano in lui elementi tali che avrebbero po- 
tuto cambiarlo in uno appassionato naturalista. 



COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO GEMMELLARO 49 

Ritornò allora con assiduità e coscenza alle lezioni della scuola, sostenne, 
sempre con splendidi voti, gli esami speciali del corso di Scienze Naturali , 
ove si laureò nel luglio del 1908 con il massimo dei punti e la lode , svol- 
gendo, sotto la guida sapiente e affettuosa di Giovanni Di Stefano, una tesi 
di paleontologia, che egli poi, un anno dopo pubblicò col titolo : « Nuove 
osservazioni paleontologiche sul Titonico inferiore della provincia di Palermo ». 
Così egli iniziò le sue pubblicazioni, intorno ad un argomento, su cui aveva 
molto lavorato il padre suo, cioè sulla fauna del Titonico siciliano, nella sto- 
ria del quale è ormai noto che il nome di G. G. Gemmellaro è rimasto ce- 
lebre, accanto a quello di Oppel, Zittel e Neumayr. 

Permettetemi che sin d'ora io Vi annunzi che il nostro Mario, tosto che 
decise e imperiosamente volle dedicarsi agli studi geologici, quasi sempre 
preferì occuparsi, talvolta solo per integrarli, di quegli argomenti che furono 
tanto cari al padre suo, e da questi magistralmente svolti. 

Già nella introduzione alla sua tesi di laurea egli scriveva : « Nel ripren- 
dere e continuare gli studi del compianto mio genitore , intendo anche, 

per quanto possano le mie deboli forze, onorare la memoria di Lui, mostrando 
che l'opera sua non è rimasta infeconda, ma serve di base e di spinta a 
studi ulteriori ». 

Sicché tutti videro . continuarsi in lui l'infaticabile e luminosa attività 
paterna, nello affrontare e risolvere i più diffìcili problemi della geologia si- 
ciliana. 

Fu per questo che egli, ancor giovane, illuminato da sì fulgida luce, con 
la tenacia delle sue ricerche, con la serietà dei suoi lavori, presto si affermò 
nel campo degli studi geologici , e non tardi sarebbe pervenuto a queir al- 
tezza, che avevano felicemente raggiunto i suoi maggiori. 

Tralasciando di parlare di alcune sue note, fatte in collaborazione del 
Checchia-Rispoli sulle orbitoidi del Sistema cretaceo della Sicilia , per cui 
M. Gemmellaro intervenne, coll'amico Checchia e il suo maestro, nella lotta 
tanto animosa, intorno alla localizzazione stratigrafica delle Lepidocicline, io 
ritorno alla sua prima pubblicazione sul Titonico inferiore. In essa illustrò 
numerose forme nuove di quella fauna fossile della Sicilia occidentale , già 

7 






50 COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO GrEMMEIXARO 

fatta in gran parte conoscere dal padre, dal Prof. Di Stefano e dal .Marchese 
Di Gregorio. 

Questo studio egli riprese circa 10 anni dopo, con la illustrazione dei 
due generi di crinoidi : Pseudosaccocoma e Apiocrinus , che fé' meglio cono- 
scere di quello che non avesse fatto il Remes sopra i fossili di Stramherg. 
e con la scoperta di alcune nuove località titoniche nella Provincia di Pa- 
lermo e Girgenti. 

Preziosi, per chi voglia eseguire escursioni geologiche nei dintorni di 
Palermo, sono i suoi due articoli : « Conca d'Oro » ed « Escursione al giaci- 
mento fossilifero di Ficarazzi », scritti rispettivamente in occasione del VII 
Congresso geografico e della ultima Riunione della Società Geologica Italia- 
na, tenutisi in Palermo. 

Le sue ricerche sul Lias medio siciliano ci diedero l' interessante sua 
memoria : « Sui fossili a Terebratula Aspasia delle contrade Rocche Eosse di 
Galati in provincia di Messina ». Il lavoro era stato iniziato dal suo geni- 
tore, ma da lui venne continuato con la descrizione dei gasteropodi, per cui 
poterono ancor meglio riferirsi quei sedimenti siciliani a quelli di Hierlatz. 

Con speciale passione M. Gemmellaro si occupò anche di ittiologia del 
Terziario, nello studio del quale il prof. Di Stefano indirizzava da principio 
i suoi discepoli, ben sapendo quanto poco si era lavorato intorno a questo 
periodo geologico, specialmente nella Sicilia occidentale. 

Anche su questo argomento il nostro Mario, seguendo le orme del pa- 
dre , scrisse parecchie interessanti memorie , che possono riguardarsi come 
piccole monografìe paleontologiche. Con quella sugli ittiodontoliti del Miocene 
medio delle provincie di Palermo e di Girgenti confermò l'età dei sedimenti 
assai estesi , che contengono quei fossili , nei dintorni di Corleone, Campo- 
fiorito, Castronovo, Palazzo Adriano e Burgio; con quella sugli ittiodontoliti 
eocenici di Patàra illustrò, per la prima volta in Sicilia, un gruppo completo 
di pesci fossili eocenici; con quella sugli ittiodontoliti del calcare asfaltifero 
di Ragusa, oltre al contribuire alla conoscenza, assai scarsa di quel Miocene 
medio, potè precisare, con uno studio tanto difficile quanto utile, la posi- 
zione di ogni dente nelle mascelle delle varie specie ; con quella infine sui 



COiUMEMOR AZIONE DEL PROF. MARIANO GEMMELLARO 51 

crostacei e pesci fossili del Piano Siciliano dei dintorni di Palermo riuscì a 
constatare, anche per questo tipo di animali, 1' esistenza nei nostri depositi 
quaternari di specie quasi tutte viventi, tranne di qualche forma di carattere 
più antica e di qualche altra vivente attualmente in mari più freddi. 

A questa serie si collega altresì la sua nota sugli « Otoliti del Piano Si- 
ciliano nei dintorni di Palermo », con la quale il numero dei pesci del Plei- 
stocene di Palermo venne notevolmente accresciuto. 

Le sue interessanti pubblicazioni gli meritarono l'abilitazione alla libera 
docenza in Geologia, che egli ottenne nel 1914, e quindi l'incarico dell'in- 
segnamento della Geografia fìsica in questa Università che tenne per alcuni 
anni. 

A questo suo dedicarsi agli studi di geofisica si deve l'importante suo 
lavoro sulle doline nella formazione gessosa a N. E. di S. Ninfa , riprodu- 
cente i fenomeni carsici di quella regione con una tale precisione, che egli 
confessò di avere potuto raggiungere mercè il valido aiuto del suo maestro 
Di Stefano, il quale in quei luoghi, vicino al suo paese natio, l'accompagnò 
con tenerezza quasi paterna. 

Trovandosi il posto di assistente di questo Istituto, dopo la sua laurea, 
già occupato , egli dal 1910 al 1914 fu assistente presso la cattedra di Col- 
tivazione delle Miniere in questa R. Scuola di Applicazione. Ivi , sotto la 
guida del Ch.mo Prof. Carlo Folco , ebbe la occasione di addestrarsi nelle 
applicazioni della Geologia, in questo ramo praticamente così utile della no- 
stra scienza, nel quale egli si rese prezioso specialmente durante la guerra. 

Ricordo di questo suo ufficio è il suo studio geologico sul giacimento 
solfifero di Grottacalda in Sicilia. Interessanti risultati furono da lui conse- 
guiti in ricerche nella zona solfifera, nell'utilizzazione delle acque, nello stu- 
dio dei depositi di petroli, di asfalti , di fosfati, di ligniti , e nel far meglio 
conoscere e sfruttare l'importante giacimento di solfati in quel di Calasci- 
betta, il quale promette di divenire un prezioso deposito di vari e utilissimi 
minerali. 

Perciò il suo consiglio fu richiesto e apprezzato da enti e società indu- 
striali, tra cui rammento la Società « Montecatini », la Soldil, la Société Ge- 
nerale des Soufres, ecc. 



52 COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO GEMMELLARO 

E la sua scienza M. Gemmellaro mise anche a servizio della patria in 
guerra, quando nel maggio 1917 forniva informazioni, d'indole geologica, al 
Comando della Difesa Costiera (Settore di Palermo). 

Anche negli ultimi suoi giorni, insieme con altri stava rivolgendo la sua 
attività per preparare lo sfruttamento e la migliore applicazione dei prodotti 
dell'isola di Vulcano. 

Nella fine del 1914 egli occupava il posto di assistente in questo Istituto; 
che anche durante il suo primo ufficio non aveva tralasciato di frequentare, 
e fu allora per Di Stefano il coadiutore zelante e affettuoso, sino agli ultimi 
giorni della vita del Maestro, a lui legato da un'amicizia vivissima, di cui 
era altrettanto ricambiato. 

Da quest'epoca il Gemmellaro potè dedicarsi, quasi esclusivamente, alla 
sua scienza prediletta, tranne in quegli anni della guerra in cui, come di- 
cemmo, egli si mise a disposizione di quanti allora lavoravano intorno ai 
maggiori problemi industriali dell'Isola nostra. 

Quando nel 1918 si rese vacante con la morte del Prof. G. Di Stefano 
la cattedra di geologia di questa Università, egli ebbe 1' onore di occuparla 
per incarico. 

Fu questa occasione per lui un maggiore incitamento a perseverare nel 
lavoro assiduo , per rendersi degno di occupare definitivamente, come tito- 
lare, la cattedra del Padre suo e del suo Maestro. 

A questo periodo d'intenso lavoro si deve la scoperta che egli fece del 
Kelloviano inferiore nell'isola di Favignana e nella montagna della Tardàra 
presso Mentì, analogo a quello che G. G. Gemmellaro aveva trovato nella 
Rocca chi parrà presso Calafatimi, e del Piano Tirreno di Issel nel Quater- 
nario di Favignana. 

Ceselli di lavori paleontologici sono le sue illustrazioni del cranio del 
Neosqualodon Assenzce Forsyth Major sp. (il cui ritrovamento era stato da tempo 
annunziato dal padre suo) e di un frammento di mascella di Cybium Botti 
Cap. sp. del calcare asfaltifero di Ragusa. In questo studio egli pervenne a 
stabdire la formola dentaria del magnifico esemplare che si conserva in que- 
sto Museo, nonché a proporre un raffronto, non ancora tentato, della serie 






COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO GEMMELLARO 53 

stratigrafica dei calcari Iblei con quelli di Malta, del Bellunese e del Bacino 
di Vienna. Su materiale in parte raccolto dall'Ing. Cortese e dal Prof. G. Di 
Stefano nel loro viaggio in Egitto del 1912, M. Gemmellaro eseguì, dedican- 
dolo con reverente affetto e in omaggio di gratitudine al Maestro, il suo la- 
voro sugli Ittiodontoliti fossili di quella regione, col quale confermò l'età 
di Maestrichtiano superiore agli strati fosfatiferi della Valle del Nilo e del 
Deserto Arabico. 

Simile conclusione egli trasse dallo studio degli avanzi dei rettili della 
stessa località. 

Finalmente M. Gemmellaro, memore della promessa che egli fece quando, 
nella commemorazione del defunto Maestro, da lui letta nella seduta di que- 
sta Società del 3 febbraio 1918, a proposito della revisione che il Dì Ste- 
fano stava iniziando degli studi sul Trias Siciliano, disse : 

« Sarà prova di devozione alla memoria dell'Estinto tentare di ripigliare 
l'importante argomento e compiere col tempo la grande opera iniziata », nel 
principio di quest'anno a questo grande lavoro si accinse; dedicandolo come 
il primo, al Padre suo, quasi che, presago della sua prossima fine, volesse 
sciogliere un doppio voto : al Maestro che 1' avea così amorevolmente for- 
mato, al Padre per rispetto ed onore del quale, egli aveva voluto accettare 
la grande eredità scientifica. 

Dell' importanza di questo lavoro, le cui geniali conclusioni, da lui for- 
tunatamente preannunziate, siamo sicuri che saranno pienamente confermate, 
quando esso sarà completato, è stato detto estesamente dal prof. L. Scho- 
pen, (l) che meglio di me ebbe il piacere di seguire il nostro Mario sin dal- 
l'inizio della sua carriera ed accompagnò G. Di Stefano e G. G. Gemmellaro 
nelle faticose escursioni sui monti triasici della Sicilia. 

Mario però non potè ultimarne che la sola prima parte , perchè la sua 
fibra, già indebolita dall'influenza del 1918, non potè resistere all'immenso 



(1) Prof. Luigi Schopen , Mariano Gemmellaro ed il suo ultimo lavoro sul Trias dei 
dintorni di Palermo. 

(Bollett. della Federaz. Mineraria Italiana — Roma, luglio-agosto 1921). 



54 COMMEMORAZIONE DEL PROF. MARIANO OEMMELLARO 

e molteplice lavoro. Una breve e violenta malattia, nel pomeriggio del 16 
giugno di quest'anno lo rapiva immaturamente all'affetto della famiglia, de- 
gli amici, e alla scienza, che molto ancora avrebbe potuto sperare da Lui. 

Sfortunatamente egli non arrivò ad ascendere alla cattedra, a cui i suoi 
meriti ormai lo rendevano idoneo: ma io credo che M. Gemmellaro potè spe- 
gnersi tranquillo, con la coscienza di aver saputo custodire e continuare la 
Gloriosa tradizione trasmessagli dai suoi antenati. 

E fu questo il solo conforto che noi tutti avemmo nell'immatura sua 
scomparsa; egli era già il geologo siciliano degno di stare accanto agli il- 
lustri professori di questo Istituto. Fu questo l'unanime sentimento espresso 
dagli uomini più eminenti nella scienza geologica nell'inviare le condoglianze 
a noi e alla famiglia, insieme con quel profondo cordoglio che spinse auto- 
rità, colleghi, amici, allievi, ammiratori a partecipare ai suoi funerali. 

Alle elette doti di mente del Gemmellaro , per le quali molti sodalizi 
scientifici lo ascrissero fra i loro soci (tra cui questa Società di Scienze Na- 
turali ed Economiche, ove egli disimpegno con grande scrupolo ed assiduità 
l'ufficio di V. Segretario, la R. Accademia di Scienze , Lettera ed Arti , e il 
Circolo Giuridico di Palermo, la Società Geologica Italiana, la Società « Ura- 
nia» di Torino, ecc.), si univano Quelle di un cuore veramente ottimo e un 
carattere diritto, schietto, leale. Anche per questo riguardo egli perseguì la 
nobile tradizione dei Direttori di questo Istituto. 

Cortesissimo con tutti, vivace, pronto all'aneddoto spiritoso e al motto 
arguto, fu stimato ed amato da quanti ebbero il piacere di conoscerlo. 

Signori, 



Un crudele destino ha colpito i figli dei due grandi geologi siciliani della 
seconda metà del secolo scorso, i quali vollero seguire le orme paterne: Luigi 
Seguenza e Mariano Gemmellaro ; travolto il primo in giovine età , con la 
moglie e figli, tra le macerie del terremoto di Messina, scomparso il secondo 
immaturamente, senza discendenza, quando stava per raccogliere i frutti 
delle sue elaborate ricerche. 



COMMEMORAZIONE DEL* PROF. MARIANO OEMMELLARO 55 

Non resta a noi che seguirli nella via luminosa che ci hanno tracciato. 

Se però gli studiosi della geologia della Sicilia orientale non hanno la 
ventura di giovarsi anche del prezioso materiale accumulato dai Seguenza 
nel Museo geologico messinese, che andò distrutto nella catastrofe del 1908, 
noi della Sicilia Occidentale possiamo consolarci che quello raccolto e con- 
servato dai nostri maggiori trovasi qui a nostra disposizione, tale e quale ce 
l'hanno tramandato. Esso, come è stato ben detto, è gloria nostra palermi- 
tana, e chiunque avrà l'onore di dirigere questo Museo, dovrà sentire il do- 
vere di accrescerlo per il vanto della Sicilia e per il progresso della scienza. 

D'altro canto l'attività spiegata dal nostro illustre Estinto, pari a quella 
dei suoi predecessori, per la conservazione delle ricche e preziose collezioni 
petrografiche e paleontologiche di questo Istituto, nel breve tempo che ne 
tenne la direzione, ci ammonisce della grande responsabilità, che a noi Si- 
ciliani particolarmente incombe, di custodire gelosamente questo sacro pa- 
trimonio, che è stato chiamato quasi l'opera di parecchie generazioni e fonte 
d'inesauribili argomenti di studio e di lavoro fecondo. 



W~*~"^W 



ELENCO 
delle pubblicazioni del Prof. Mariano Gemmellaro. 

1908. « Prima Nota sulle Orbitoidi del Sistema cretaceo della Sicilia » (in collabo- 
borazione con G. Checchia-Rispoli) ». — Giornale della Soc. di Scienze Nat. 
ed Econ. di Palermo, voi. XXVII. 

« Seconda Nota sulle Orbitoidi del Sistema cretaceo della Sicilia » (in collab. 
e. s.). — Ibid. 

« Nuove osservazioni paleontologiche sul Titonico inferiore della provincia di 
Palermo ». — Ibid. 

1909. «Conca d'oro. Cenni geologici» (da « Palermo e la conca d'Oro» edito in 
occasione del Vii Congresso Geografico Italiano). 

« Escursione al giacimento fossilifero di Ficarazzi presso Palermo eseguita 
dalla Società Geologica Italiana il 7 sett. 1909». — Boll, della Società Geo- 
logica Italiana, voi. XXVIII. 

1911. « Sui fossili degli strati a Terebratula Aspasia della contrada Rocche Rosse 
presso Galati (prov. Messina) Cefalopodi {fine). Gasteropodi.». — Giorn. della 
Soc. di Se. Nat. ed Econ. di Palermo, voi. XXVIII. 

1912. « Ittiodontoliti del Miocene medio di alcune regioni delle Provincie di Paler- 
mo e di Girgenti ». —Ibid., voi. XXIX. 

« Ittiodontoliti eocenici di Patàra (fra Trabia e Termini Imerese) ». — Ibid. 

1913. «Crostacei e pesci fossili del Piano Siciliano dei dintorni di Palermo».— Ibid. 

«Ittiodontoliti del calcare asfaltiferc di Ragusa». —Ibid. 

« Studio geologico sul giacimento solfìfero di Grottacalda (Sicilia ) ». — Ibid. 

1915. «Le doline nella formazione gessosa a N. E. di Santaninfa (Trapani) ». Ibid. 
voi. XXXI. 

1918. «Commemorazione di Giovanni Di Stefano ». — Ibid., voi. XXXII. 

« Sulla presenza del Kelloviano inferiore (Zona con Macrocephalites macro- 
cephalus Schlott. sp.) nell'Isola di Favignana ». — Rivista Ital. di Paleont. 
ann. XXIV. 

J.919. « Sopra un crinoide (Pseudosaccocoina strambergense Remes) del Titonico in- 
feriore e dell'Urgoniano della provincia di Palermo ».— Riv. Ital. di Paleont. 
ann. XXIV. 



ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI DEL PROF. MARIANO G-EMMELLARO 57 

« Ittiodontoliti Maéstrichtiani di Egitto ». — Atti della R. A.cc. di Se. Lett. 
ed Arti di Palermo, voi. XI. 

«Osservazioni sul Quaternario dell'isola di Favignana». — Boll, della Soc. 
di Se. Nat. ed Ec. di Palermo (seduta di giugno). 

« Sulla presenza del Kelloviano inferiore (Zona con Macrocephalites macro- 
cephalus Schloth. sp.) della montagna della Tardàra , presso Mentì in Sici- 
lia ». — Ibid. (seduta di dicembre). 

1920. « 11 Neosqualodon Assenzae Forsyth Major sp. del Museo geologico della 
Università di Palermo ». — Giorn. della Soc. di Se. Nat. ed Econ. di Paler- 
mo, voi. XXXII. 

« Sul Gybium Botti Cap. del calcare bituminifero di Ragusa (prov. di Sira- 
cusa) in Sicilia».— Boll. e. s. (seduta di giugno). 

« Contributo alla conoscenza del Titonico inferiore di alcune località delle 
Provincie di Palermo e di Girgenti». —Boll. e. s. 

« Otoliti del Piano Siciliano dei dintorni di Palermo ». - (Giorn. e. s. vo- 
lume XXXII). 
«Rettili Maéstrichtiani di Egitto». — Ibid. 

1921. « Il Trias dei dintorni di Palermo. — P. I. La fauna triasica dei calcari della 
cave di Bellolampo di Palermo. Disp. V Cefalopodi (Revisione) Gasteropodi ». 
— Ibid., voi. XXXIII. 



•>^K- 



PARTE II. 



MEMORIE SCIENTIFICHE 



Della continuità dei pubblici servizi 



§ 1. — Dello sciopero in generale, per quanto riguarda il lavoro manuale 

Argomento di questo scritto è la continuità dei pubblici servizi. Trattarne 
è d'attuale interesse collettivo, perchè di questa continuità non abbiamo più 
goduto, e con immenso danno, dopo il 1918. 

Poiché le deplorate interruzioni sono avvenute mediante scioperi, e questi, 
cessata la guerra, precessero nei braccianti, ci si consenta che, principiando 
il presente studio, dello sciopero in genere diciamo alcun che per quanto 
riguarda il lavoro manuale, aggiungendo ciò che sulla materia prescrive la 
nostra legislazione. 

La terra classica degli scioperi è l'Inghilterra. Là, avendo avuto suo primo 
svolgimento la grande industria moderna, era naturale che gli operai, non 
potendo ottenere individualmente aumenti di salari, s'intendessero per chie- 
derli collettivamente, e forzar la mano dei datori di lavoro col far tacere 
la fabbrica. Adamo Smith, nella sua classica opera della Ricchezza delle 
nazioni, pubblicata nel 1776, già ci parla di scioperi (1). 



(1) Biblioteca dell'Economista, 1». serie, voi. II, p. 45 e segg. 



60 PROF. PIETRO MERENDA 

S'è discusso a lungo se Jo sciopero giovi o no agli scioperanti. Certo è 
che una legge economica governa i salari : essi seguono quella che governa 
tutti i valori : non possono essere permanentemente sotto le spese di produ- 
zione del lavoro, cioè inferiori a ciò che è necessario alla vita; non possono 
essere permanentemente al di sopra della differenza tra il prodotto lordo e 
le spese di produzione dell'industria, perchè allora, oltre di cessare il pro- 
fìtto, s'intacca il capitale, e l'intraprenditore chiude la fabbrica; crescono quando 
aumenta il capitale o diminuisce V offerta del lavoro; calano allorché dimi- 
nuisce il capitale che chiede lavoranti, od aumenta l'offerta delle braccia. Ma 
questa legge generale non è la sola in funzione, perchè, qualora l'industria pro- 
grediente offra larghi profitti, il padrone può aumentare i salari, e trovare 
tuttavia nell'esercitarla tornaconto bastevole. In questo caso lo sciopero può 
essere proficuo all'operaio; nel caso opposto gli è di danno : egli perde in- 
vano le giornate nelle quali se n' è stato lontano dall' opificio. Che se poi 
manca la concorrenza estera e i prezzi si possono quindi elevare senza osta- 
coli, l'aumento dei salari, fino a certo punto, diminuisce i profitti; da quel 
punto in poi va a colpire i consumatori : gl'industriali, dato 1' aumento del 
costo di produzione, aumentano i prezzi, taglieggiando il popolo (l). 

§ 2. — La legislazione italiana sugli scioperi d'operai o contadini 

Non s'ha notizia di scioperi in Italia prima del 1860; s'aveva sentore che. 

di tanto in tanto, facessero capolino all' estero; le leggi punitive dei sette 

Stati, nei quali era divisa la Penisola, non tutte ne trattavano; i moralisti 

tenevano lo sciopero come un delitto sociale. Ma col tempo le cose mutarono : 

'alba della grande industria s'affacciava sull'orizzonte, i costumi non erano più 
1 



(1) È il caso dell'Italia durante, e massimamente dopo la guerra, vuoi per la interru- 
zione del commercio col nemico (Decreto-Legge 16 maggio 1915, N. 659, pel quale nelcon^ 
flitto non dovevano applicarsi le disposizioui in senso contrario degli art. -211 e 212 de 
Codice per la marina mercantile)., vuoi per la barbara funzione dei sottomarini , vuoi per 
gli stolti divieti d'importazione. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 61 

proprio quelli. Il codice penale deli Stati Sardi, 20 novembre 1859, di poi 
esteso a quasi tutta Italia, aveva queste disposizioni : 

Art. 385. «Qualunque concerto formato fra coloro che danno lavoro 
agli operai, il quale tenda a costringerli ingiustamente ed abusivamente ad 
una diminuzione di salario, od a ricevere in pagamento eli tutto o di parte 
del medesimo merci, derrate od altre cose, se tale concerto è seguito da un 
principio d'esecuzione, sarà punito col carcere estensibile ad un mese e con 
multa da lire cento a lire tremila ». 

Art. 386. « Ogni concerto d'operai che tenda, senza ragionevole causa, a 
sospendere, impedire o rincarare i lavori, sarà punito col carcere estensibile 
a tre mesi, semprechè il concerto abbia avuto un principio di esecuzione ». 

Art. 387. « Nei casi preveduti dai due precedenti articoli i principali istiga- 
tori e motori saranno puniti col carcere per un tempo non minore di sei mesi ». 

Art. 388. « Le disposizioni dei tre precedenti articoli, saranno applicate ri- 
spettivamente : Ai proprietari e fìttaiuoli i quali, senza giusta causa, si con- 
certassero per fare abbassare o stabilire a vile prezzo la giornata degli operai 
di campagna; Agli operai di campagna che si concertassero, senza giusto 
motivo, per far aumentare il prezzo della giornata di lavoro ». 

Così lo sciopero non era considerato, in sé e per sé, come un delitto; 
lo era quando mancasse la ragionevole causa, o, ciò che fa lo stesso, la 
giusta causa. 

Scioperi poi accompagnarono, sebben di rado, lo svolgersi della grande 
industria italiana, e sorse controversia se non fosse eccessivo lasciare al 
giudice il determinare se nel fatto di essi vi fosse o no la ragionevole causa. 

Gli economisti, seguendo l'insegnamento di Federico Bastiat (1) e d'altri 
maestri ne la disciplina che coltivavano, generalmente parlando, ritennero che 
un concerto di lavoranti inteso ad ottenere dai padroni patti migliori fosse 
lecito, essendo conseguenza della libertà del lavoro. Ben vero trovarono giusto : 



(1) Discorso pronunziato all'assemblea costituente francese, il 17 novembre 1848, inserito 
a pag. 495 del voi. 5" delle Oeuvres complets (Paris, Guillaumio, 1854-60). 



62 PROF. PIETRO MERENDA 

1° che anche i padroni si potessero unire, a tutela degl'interessi loro minac- 
ciati dalle leghe degli addetti al lavoro manuale; 2° che la libertà di sciope- 
rare fosse congiunta a quella di continuare il lavoro alle vecchie condizioni 
da parte dei non aderenti al concerto, e d'imprenderlo, da parte degli operai 
estranei; 3° che fosse rispettato ciò che fra padroni ed operai si pattuiva; 
4° che un preavviso anteriore allo sciopero desse modo al padrone di ese- 
guire le ordinazioni in corso, secondo le convenzioni stabilite coi clienti sulla 
base del costo della manodopera. 

I giuristi seguirono fra noi quest'indirizzo, che per la prima parte fu co- 
dificato. Invero il Codice penale Zanardelli, 30 giugno 1889, prescrisse: 

Art. 165. « Chiunque, con violenza o minaccia, restringe o impedisce in 
qualsiasi modo la libertà dell'industria o del commercio, è punito con la de- 
tenzione fino a venti mesi e con la multa da lire cento a tremila». 

Art. 166. « Chiunque, con violenza o minaccia, cagiona o fa perdurare 
una cessazione o sospensione di lavoro, per imporre, sia ad operai, sia a 
padroni od imprenditori, una diminuzione od un aumento di salario, ovvero 
patti diversi da quelli precedentemente consentiti, è punito con la detenzione 
sino a venti mesi ». 

Art. 167. « Quando vi siano capi o promotori dei fatti preveduti negli 
articoli precedenti, la pena di essi è della detenzione da tre mesi a tre anni, 
e della multa da lire cinquecento a cinquemila ». 

È chiaro : completa libertà di sciopero e di serrala; punizione dell'offesa 
alla libertà, arrecata con violenza o minaccia. 

Ma la istigazione, l'inganno, il colpire l'attività industriale od agraria 
mentre s'hanno patti precedenti, ordinazioni in corso, mietitura o vendem- 
mia a fare ? Non sono delitti, per la legge, ma offese alla morale, da giudi- 
carsi dalla coscienza individuale e dalla pubblica opinione, la quale il legi- 
slatore ha supposto sempre vigile, operosa, giusta : previsione spesso frustrata 
dalla desidia, dall'indifferenza, dall'aspettare che il Governo lasci cadere la 
manna dal cielo; ma che talora si concreta ed impera sovrana, rendendo 
odiosi ed insostenibili scioperi e serrate. Che se in taluni casi astrattamente 
il padrone ha un'azione civile per danni contro gli scioperanti, quest'azione 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 63 

non si può mettere in atto, e per il numero dei responsabili e per la con- 
dizione economica loro. 

Durante la guerra i Socialisti insidiarono l'esercito alle spalle, e la per- 
versa azione loro culminò e nei tristissimi fatti consumati il 21 agosto 1917, 
che oscurarono la bella fama patriottica di Torino , e nella rotta di Capo- 
retto, la quale per miracolo non determinò il conquasso della nazione. Ma il 
sobillamento traditore (1) ebbe poca presa fra le masse della Penisola (2), 
ed i pubblici funzionari non mancarono ai proprii doveri. 

Gli addetti alle ferrovie, smesse le vecchie deplorate tradizioni, non per 
amore del lucro eccezionale che godettero (3), né per timore dell' avvenuta 
occupazione militare delle linee e delle stazioni, con annegazione che sopra 
loro attirò le universali simpatie, nessuna fatica risparmiarono affinchè gli 
immensi movimenti di militari e di bellici materiali si potessero compiere 
con la perfetta regolarità necessaria a fronteggiare il nemico potentissimo ; 



(1) Prima del 24 maggio 1915 era lecito opiuare che dichiarar la guerra ai nostri al- 
leati di 32 anni nou rispondesse al decoro e agl'interessi dell'Italia; era lecito alla mag- 
gioranza, che !a pensava così, d'apporsi, con ogni mezzo legale, alla minoranza prepotente. 
Ma dopo quel giorno avversar la guerra era lo stesso che favorire il nemico della patria, 
e l'averla avversata costituì tradimento imperdonabile dei Socialisti ufficiali. Perciò ripugna 
anche al senso morale che costoro assumano il potere. Quanto diversa invece fu la condotta 
dei Riformisti, e dei cosiddetti Cattolici, che oggi costituiscono l'ossatura, a dir così, del 
Partito popolare ! 

Con 1' espressione cosiddetti Cattolici, ci riferiamo all' improprietà di questo titolo : il 
Cattolicismo è una religione, ed è professata dalla grande maggioranza degl'Italiani ; non 
può confondersi con un partito politico. 

(2) Nessuna nel Mezzogiorno, in Sicilia ed in Sardegna. 

(3) A cominciare dai 3 milioni assegnati , l'8 agosto 1915, come compenso per le pre- 
stazioni d'opera eccezionale durante la mobilitazione. Il Governo concesse durante la guerra 
una indennità, che fu aumentata con D. L. 13 agosto 1917, D. 1394. Decreti Luogotenen- 
ziali del 13 agosto 1917 N. 1393 e del 10 febbraio 1918, N. 129, concessero indennità di 
pernottazioni e di lavoro, fuori residenza, e di diaria e indennità di pernottazione per il 
personale in missione nell'interno del regno. 



J 



64 PROF. PIETRO MERENDA 

ond'era a presumere che pazientassero dopo Y armistizio, e con pari virtù 
aiutassero a ricostruire la rovinata economia del paese. 

Gl'impiegati postali e telegrafici alla volta loro lavorarono energicamente 
a far pervenire a destinazione corrispondenza e telegrammi, che raggiunsero 
una massa enorme. Si poteva da loro aspettarsi che mutassero contegno 
dopo l'armistizio ? 

Gli altri impiegati dello Stato, non solo al proprio compito adempirono, 
ma diedero varie prove di patrio amore. Basta ricordare 1' offerta di oltre 
300.000 lire fatta da funzionari civili e militari per l'Opera nazionale in fa- 
vore dei cotnbattenti. Un Comitato la recò poi a Roma, e fu ricevuto , il 13 
gennaio 1919, dal ministro del Tesoro on. Nitti, che in quell'occasione disse 
alte parole sui doveri ch'era più urgente adempissero Governo e nazione. 

§ 3. -Scioperi d'operai e contadini dopo l'armistizio. — I primi scioperi 
di addetti ai servizi pubblici. 



Intanto si svolgevano gli scioperi di varie categorie di operai, e qualche 
sciopero di contadini, non tutti causati dal disagio economico, anzi parecchi 
aventi indole sovversiva. 

Recò sorpresa e rammarico al pubhlico che quei casi diventassero epi- 
demia morale, e che questa attaccasse poi i pubblici impiegati, e in essi di- 
vampasse. La forma talora non poteva essere peggiore : minaccia di danni 
al pubblico servizio, ultimatum a giorno fìsso e quasi ad ora, linguaggio irri- 
verente ed irruente. 

Secondo ricordiamo, primi ad essere presi dal male furono gl'impiegati 
delle poste e dei telegrafi. 11 Governo s' affrettò a dare affidamenti, e il Co- 
mitato d'azione delle classi, sedente a Roma, ai 26 dicembre 1918, deliberò 
di sospendere l'agitazione. Difatti un decreto luogotenenziale del 26 gennaio 
1919, N. 66, concedeva un aumento annuo di L. 600 sugli stipendi del per- 
sonale di ruolo dell'Amministrazione delle poste, dei telegrafi e dei telefoni, 
e di L. 300 sulle retribuzioni del personale fuori ruolo. Un altro decreto suc- 
cessivo, di N. 67, accordava ozio agli ufficiali delle poste e del telegrafi, dalla 



DELLA CONTINUITÀ DEI LAVORI PUBBLICI 65 

sera del sabato alla mattina del lunedì, con quale disturbo per il pubblico 
non c'è chi non sappia. Che ne avvenne? Le altre categorie d'impiegati o 
manifestarono rispettosamente che a questo mondo c'erano anch'esse, e sof- 
frivano pure del rincaro generale di tutto ciò che serve alla vita, o s'agita- 
rono nella forma che di sopra abbiamo deplorata. Il Governo cercò di con- 
tentarle tutte successivamente, e si pnò dire che nei mesi da febbraio a mag- 
gio 1919 non passò settimana nella quale non si pubblicasse un decreto luo- 
gotenenziale riformante regolamenti e tabelle di carriera (1). Fu deplorato 
che chi più gridava era servito meglio e prima (2). 

I ferrovieri adoperarono 1 modi peggiori, e ottennero più che tutti. 

Con decreto luogotenenziale 8 giugno 1919, N. 912, sì ammise l'applica- 
zione dell'orario di 8 ore e del riposo settimanale per il personale delle fer- 
rovie dello Stato, con le eccezioni a stabilirsi , tenuto conto delle differenti 
condizioni di servizio delle varie categorie e dei varii gruppi di agenti. 

L'Il giugno compare un decreto luogotenenziale, di N. 913, che accorda 
ad essi importanti miglioramenti : 36 milioni di nuova spesa ! 

Lo stesso giorno avviene un fatto dolorosissimo V Unione magistrale, vo- 
lendo imporre al Governo miglioramenti economici , promuove , alla vigilia 
della chiusura dell'anno scolastico, lo sciopero dei maestri elementari (3). Fu 



(1) Tardi si provvide al personale insegnante universitario (R. D. 17 agosto 1919 , N. 
1706, di poi modificato con R. D. 13 maggio 1920, N. 929). Ma si provvide insufficientemente. 

(2) Il quale andazzo è stato qua e là imitato dai corpi politici minori. In una grande 
città sin lo spazziuo municipale ottenne un caro viveri di L. 200 al mese. Nella stessa le 
Parrocchie son mantenute dal Comune ; ebbene a Parroci e Cappellani si dà soltanto il 
caro-viveri di L. 25 mensili. Ma gli spazzini eran temibili : avevano, per qualche giorno, 
lasciato le strade nel sudiciume ! 

(3) Nel quale arjche il modo non fu esente da giuste censure. I maestri non aderenti, 
e che non seppero organizzarsi e resistere, furon trascinati nel vortice; poco cavalleresca- 
mente, qua e là, contro le maestre che volevano fare scuola, s'adoperò la costrizione. La 
Tommaseo fu incerta, e non diede di sé bella mostra. 

In quel torno anche una parte della Magistratura s'agitò, e parecchi si sgomentarono 

*■ ^9 



66 PROF. PIETRO MERENDA 

uno scandalo enorme , prova anche questa del guasto morale delle anime, 
perocché gli educatori del popolo diedero un tristissimo esempio alle molti- 
tudini. Come potrarm'essi nell'avvenire inculcare alle giovani generazioni il 
rispetto per l'autorità e la legalità, se son rei d'avere sprezzata quella, vio- 
lata questa? Il Governo concesse tutto (1). Era ministro della pubblica istru- 
zione l'on. Berenini, socialista-riformista, già autore con Fon. Agnini del pri- 
mo disegno di legge sul divorzio. Della vittoria s'osò menar vanto; arrossi- 
rono invece i vecchi che un dì furon maestri di scuola, educati a ben altri 
principi]. 

Intanto cadeva il ministero di quell'Orlando che aveva proclamato la 
resistenza ad oltranza, feconda di vittoria; e il 24 giugno 1919 saliva al potere 
il primo Ministero Nitti. Lo stesso dì 24 giugno venne tenuto a Torino un 
congresso di postetelegr a fonici. In esso 5205 voti furon favorevoli ad aderire 
alla Confederazione Generale del lavoro, dell'indole comunista della quale nes- 
suno può dubitare. S'ebbero appena 942 voti contrari e 62 astensioni. 

La maggioranza non traviata restò a casa inerte ! 

Il 21 luglio il Partito socialista ufficiale prepara uno sciopero generale : 
si capisce a che scopo. Lo caldeggiano i ferrovieri di Torino: vi è contrario 
il Comitato centrale dei ferrovieri italiani. Scoppia lo sciopero, ma non cor- 
risponde alle parricide intenzioni dei promotori, i quali iniquamente miravano 
a interrompere la navigazione, i trasporti per ferrovia, la posta, il telegrafo 
ed i telefoni, i servizi del gas e della luce elettrica. 



al pensiero che il terzo potere dello Stato potesse far deplorare uno scandalo senza esempio : 
sgomento eccessivo, perchè non teneva conto della prudenza dei più assennati, e del pieno 
sentimento generale dei delicati doveri dell' ufficio nobilissimo. Il malessere cessò con i 
miglioramenti apportati dal Decreto-Legge Luogotenenziale , 24 marzo 1919, N. 368, eh' è 
controfirmato dal ministro on. Facta. 

(1) I decreti legge luogotenenziali approvanti le tabelle dei nuovi stipendi per i maestri 
elementari e per gì' insegnanti delle scuole medie, han la data del 6 luglio , e rispettiva- 
mente i N. 1239 e 1186. Portan la firma del nuovo ministro della pubblica istruzione on. 
Baccelli, ma furono elaborati sotto il precedente Ministero. 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 67 

Si va frattanto successivamente provvedendo ad altri aumenti di stipen- 
dio d'altre categorie d'impiegati, venendo da ultimo le più quiete. Il pubblico 
crede di potere ormai godere un po' di tranquillità, e di non avere più mo- 
lestie nell'andamento dei servizi. Povero illuso ! 

L'adesione dei postetelegrafonici alla Confederazione Generale del lavoro 
produce il suo frutto : l' ostruzionismo. 

Invano il 16 settembre il ministro on. Chimenti presenta docilmente alla 
Camera il disegno di legge per i provvedimenti in favore del personale, ap- 
provati, nella mattina medesima , dal Consiglio dei Ministri : si delibera di 
procrastinare lo sciopero, ma raddoppiare T 'ostruzionismo, finché il Governo 
ceda del tutto. Soltanto il 21, quando la vittoria è piena, si torna al normale 
funzionamento del servizio (1). 

Nei mesi successivi si provvide ad aumenti di stipendio di altre categorie 
d'impiegati, sempre cominciando dalle più torbide. 

A certo punto si prova il bisogno di mettere un tal quale ordine ad una 
parte della materia così varia, così complessa e divenuta così arruffata, e si 
emana il R. D. Legge 23 ottobre 1919, N. 1971, il quale è tosto seguito da 
un altro R. D. Legge del 27 novembre, N. 2231 , modificante le tabelle del 
precedente, e che stabilisce altre norme circa l'ordinamento e lo stato econo- 
mico del personale delV amministrazione dello Stato, della magistratura, delle 
cancellerie e segreterie giudiziarie e dell'avvocatura erariale. 

È discutibile tuttavia la riforma adottata, che ha nome dei ruoli aperti, 
per la quale le classi, entro ciascun grado, si sopprimono; i gradi si ridu- 
cono di numero; la promozione ha luogo, per cosi dire, meccanicamente, per 
via di aumenti eguali, a periodi d'anni determinati. 

Piacque come livellatrice, piacque perchè esentava dall'attendere le va- 
canze nella classe superiore per morte e collocamento a riposo; praticamente 



(1) Le disposizioni novelle son condensate nel R. D. Legge 2 ottobre 1919, N. 1853, 
concernente 1' ordinamento degli Uffici e del persouale postale , telegrafico e telefonico. È 
un codice contenente ben 110 articoli, e ricco di tabelle. 



68 PROF. PIETRO MERENDA 

non proporzionò gl'incrementi attuali di stipendio all'aumentato prezzo delle 
merci, e non produsse i vantaggi morali aspettati dal legislatore. 

§ 4. — Gli scioperi ferroviarii, postali, telegrafici e telefonici del gennaio 1920. 
Le L. 200 nuovo pomo della discordia. 

Come strenna di capo d'anno del 1920, i ferrovieri avean chiesto : au- 
mento eli stipendio e d'indennità fino a L. 200 al mese, soppressione dei treni 
notturni, riposo festivo. Il Governo, ministro dei lavori pubblici l'on. De Vito, 
aveva cercato d'accontentarli quanto più fosse possibile, e le trattative pen- 
devano. 

Nello stesso tempo i postetelegrafonici, ai 14 gennaio, quando nessuno se 
l'aspettava (1), bandirono quello sciopero, del quale il pubblico, non ostante 
la sua smemorataggine abituale, si ricorderà per un pezzo, e che cessò il 21. 
Ma il giorno innanzi era scoppiato lo sciopero ferroviario (2), che terminò il 
30 gennaio. I postelegrafonici concordarono col Governo nuove tabelle organi- 
che, da presentarsi all'approvazione del Parlamento. Gli scioperanti delle fer- 
rovie ottennero : riammissione completa in servizio ; giornata di 8 ore ; (3) 



(1) Nemmeno il ministro per le poste e i telegrafi on. Chimenti, ch'era venuto sereno 
in Palermo a rappresentar il Governo pel centenario della nascita di Francesco Crispi. 

(2) L'on. Nitti, che trovavasi a Parigi pei lavori della Conferenza, subito tornò a Ro- 
ma, per assumere, egli disse il 9 febbraio in Senato, tutta e completa la responsabilità del 
Governo. 

(3) Vale a dire assunzione di nuovi impiegati , maggiori spese per pagamento d' ore 
straordinarie. 

Poi l'on. Nitti faceva le meraviglie dell'essere più che passivo l'esercizio di Stato delle 
Ferrovie ! Le cause della deficienza sono molteplici , ma il trattamento fatto al personale 
è prevalente. 

Quando nel 1893 sorsero in Sicilia i Fasci dei Lavoratori, dai quali sarebbe venuto 
un parricidio senza il polso fermo di Francesco Crispi, era lor grido : La terra ai contadini ! 
La miniera ai minatori! La ferrovia ai ferrovieri ! Adesso l'esercizio di Stato delle ferrovie 
non solo assorbe tutto il reddito, ma costa all'Italia 800 milioni all'anno, secondo la voce 
generale. Ciò significa che di fatto la ferrovia s'è data ai ferrovieri, cui per V incomodo i 
contribuenti fanno pure un vistoso regalo annuale. 



DELLA CORTINDITA DEI PUBBLICI SERVIZI 69 

conglobarsi negli stipendi e paghe indennità e compensi (escluso il caro-vi- 
veri) in tabelle d' approvarsi per legge; tre rappresentanti del personale nel 
Consiglio d'amministrazione. 

Il delitto di sciopero fu accompagnato da altri reati : si fecero saltare 
ponti, si misero bombe sui binari, si usarono falsi segnali di scambio, si ti- 
rarono fucilate ai treni viaggiatori ed ai bagagliai dove stavano le scorte 
militari, si sparsero gas asfissianti in gallerie già purtroppo male aereate, si 
dettero legnate ai compagni non scioperanti, se ne intimidirono con minacce 
le famiglie, s'assaltarono o presero a sassate o coprirono di contumelie i cit- 
tadini che alla bell'e meglio cercavano di ricomporsi un servizio necessario, 
come il postelegrafonico o il ferroviario (1). 

Ritardavano i provvedimenti economici promessi ai ferrovieri. Questi mi- 
nacciarono, e allora trattative avvennero tra l'organizzazione loro ed il Go- 
verno, dietro le quali questo, ai 20 marzo, deliberò che l'esame delle nuove 
tabelle organiche, da presentarsi al Parlamento, fosse affidato ad una com- 
missione mjsta di funzionari delle Ferrovie dello Stato e di rappresentanti 
del Sindacato ferrovieri ; che frattanto s' accordasse un anticipo di L. 200 
mensili (2). 

Oltre a ciò si riduceva 1' orario di servizio a 7 ore : agli agenti del per- 
sonale di 2 a categoria e del personale ausiliario degli uffici addetti ai depo- 
siti locomotive, alle squadre di rialzo, ai magazzini annessi, ed agli agenti in 
aiuto dei capi tecnici per i lavori delle officine (3). Così la tregua fu stipulata. 



(1) Ricapitolazione del senatore Rolandi-Ricci, nel discorso di cui parlaremo in appresso. 

(2) Così veniva passata la spugna sopra la gerarchia : tutti uguali ! 

(3) Vi sono stazioni nelle quali il servizio, che prima era fatto da un sol capo, ora è 
fatta da quattro, i quali, secondo ci si assienra, s'alternano, facendo 6 ore di servizio per 
uno. Ogni operazione poi che si fa, per quanto minima , ha un uomo addetto , che dopo 
quella, non ha altro da fare, ed ozia. 

I ferrovieri erano 92205 nel 1907, quaudo cominciò l'esercizio di Stato. Dal 1907 al 1915 
crebbero del 27 %i ed ascesero a 119423, con un aumento di 25218 impiegati, mentre, come 
osserva il Pantaleoni (I fenomeni economici della guerra , nel Giornale degli Economisti, 



70 PR©F. PIETRO MERENDA 

E la resa a discrezione è completa. Trapelò essersi diramata dalla Di- 
rezione generale delle ferrovie una circolare riserbata , mirante a revocare 
l'impegno assunto dal Governo per la promozione di diritto a macchinisti, 
dei fuochisti, che, durante lo sciopero, avevano funzionato da macchinisti, 
salvando una parte del servizio. 

Anche un'altra capitolazione : s'erano istituite, in alcune principali sta- 
zioni, a dir così, delle scuole , dove estranei apprendevano il maneggio dei 
treni. Ne venne un'ira di Dio , che fu placata sopprimendo i corsi, e spez- 
zando così un'arma di futura difesa. 

Le larghezze pecuniarie presero forma legale con il funesto R. D. Legge 
del 2 maggio 1920, N. 615, col quale si concedevano 95 milioni, da ripartirsi, 
in parti uguali, tra i ferrovieri, e 5 milioni da destinarsi in sussidi alle di 
costoro Cooperative di consumo ; L. 200 mensili nette al personale suddetto, 
a contare dal 1° marzo, a titolo di anticipo su quanto sarà dovuto in conse- 
guenza delV applicazione delle nuove tabelle. 

Dicemmo funesto il decreto legge regio del 2 maggio 1920 , # ma era più 
esatto riferire quest'oggettivo agl'impegni presi dal Governo il 20 marzo, i 
quali produssero disastrose conseguenze morali, e chi sa quali altre ne prò- 
durranno in avvenire ! 

I postelegrafonici a questo modo ragionarono: «Avete dato L. 200 men- 
sili d'acconto ai ferrovieri. Sì ? E perchè non fate altrettanto per noi, che ci 
troviamo in condizioni analoghe ? Perchè stiamo tranquilli, e rimaniamo fe- 
deli alle istituzioni? Bene: vedrete!» 



giugno 1916, pag. 453) tutto l'esercito aveva 28795 persone nell'organico, e tutta la marina 
5285 : insieme 34080 uomini, ossia il 30 % dell'organico ferroviario. E tali cifre sono rimaste 
pressocchè invariate dal 1907 al 1916. 

Per conto nostro, consultato V Annuario statistico italiano, anni 1917 e 1918 (pag. 282) 
abbiamo trovato : pel 1916, personale stabile, od in prova, 118.967; avventizio, 46,234 : in 
tutto 165.201. 

Quanti sono al dì d'oggi? Pur troppo l'annata dell'Annuario del 1919 non è ancor pub- 
blicata. Oh ! che si vogliano ridurre ancora gii stanziamenti pei servizii di statistica, così 
necessarii ad illuminare gli studiosi, e per riflesso il pubblico 9 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 71 

E allora, minacciosi, s'orientarono più risolutamente verso il Socialismo, 
e ai 2G aprile, lanciato da Roma, comparve un manifesto, intitolato : Confe- 
derazione generale del lavoro, federazione dei sindacati postali, telegrafici, te- 
lefonici, unione guardafili telegrafici, sindacato di terza categoria, e che di- 
ceva così : 

«I lavoratori postelegrafonici al proletariato! 

« Mentre s'inizia un vasto movimento della nostra classe, riteniamo op- 
portuno illuminare il proletariato organizzato sulle cause recenti e remote 
che suscitarono ed aggravarono il nostro disagio economico. 

« Abbiamo comuni con voi le aspirazioni di un domani migliore di equità 
e di giustizia sociale, comune la fede, comuni gl'interessi e la sorte. Sfruttati 
nella quotidiana fatica da un diverso padrone, i postelegrafonici italiani in- 
tendono, sotto il comune vessillo della Confederazione generale del lavoro, 
aiutare l'affermarsi ed il prevalere del proletariato organizzato per realizzare 
la conquista dei pubblici poteri. Anche noi crediamo che il crescente disagio 
economico delle classi lavoratrici sia intimamente connesso con le condizioni 
generali dell'Economia internazionale, e che Je attuali classi dirigenti siano 
impreparate e incapaci a risolvere la grave crisi che pur turba la civiltà 
contemporanea. 

« Il proletariato, data la sua qualità di classe esclusivamente consuma- 
trice, si trova completamente indifeso di fronte allo incessante costo della 
vita. Sta di fatto che, mentre il costo della vita era aumentato nella misura 
del 400 °/o a ^ a nne del decorso febbraio, 1' aumento dei salari, dal 1914 ad 
oggi, è stato del 130 % P er il personale di 2 a categoria, e del 200 °/ P er il 
personale di 3 a categoria. 

« La nostra categoria, intende portare , attraverso V organizzazione, la 
classe propria a un contributo tecnico pel miglioramento dell'azienda (1); re- 
clama più umane condizioni di vita civile; intende preparare per se una so- 
cietà illuminata a criteri di giustizia sociale, e perciò chiede al proletariato 



(1) Non ci mancherebbe altro! 



72 PROF. PIETRO MERENDA 

organizzato la sua solidarietà, e promette la propria per la definitiva redenzione 
del lavoro ». 

Richiesero che pure a loro venisse conceduto un anticipo di L. 200 men- 
sili sopra i miglioramenti proposti alla Camera. Il Ministro Alessio ottenne 
L. 75 pel personale di ruolo, L. 40 per l'avventizio. Le L. 200 al mese rap- 
presentavano per lui una quistione di. carattere generale, che non poteva 
ammettere una soluzione limitata ai richiedenti, e che, estesa a tutti gl'im- 
piegati dello Stato, avrebbe importato un nuovo aggravio annuo di un mi- 
liardo e mezzo (1). 

Ragionamento giustissimo, che naufraga però contro lo scoglio di questa 
semplice domanda : Perchè ai ferrovieri si, e a noi no % 

Male certamente che tante egregie persone si lascino accoppare da po- 
chi torbidi, accecati dal credere che siasi lor fatto torto; ma senza quel fatto 
scandaloso non avremmo avuto quest'altro guaio ! 

L'orientamento verso il Socialismo, corredato dall" ostruzione, fu una 
mossa felice, come si vedrà in appresso. 

E pare che la stessa o simile domanda già fatta da postelegrafonici, so- 
pra le 200 Mre, si sien fatta gì' impiegati dei Ministeri, colonne dello Stato. 
Nel Mattino di Napoli leggemmo questa notizia, data da Roma, 26 aprile 1920: 






(1) Ignoriamo su quali basi, certamente solide, l'On. Alessio abbia fondato il suo calcolo 

Stando all'Annuario statistico italiano pel 1917 e 191S, pag. 424, gì" impiegati dello 
Stato, alla fine del 1918, non compresi i ferroviari e telefonici e gli avventizi, erano 170.326: 
onde, a L. 200 al mese, una spesa di L. 40S milioni. Ma dovrebbero includersi telefonici ed 
avventizi; e poi quanti nuovi impiegati sono stati assunti dopo il 1918? 

Il Pantaleoni (l. e, pag. 432) scrive: «Il numero dei posti in organico, senza contare 
la guerra e la marina, era, nel 1907, di 109.580 ; nel 1915 è salito a 136.753. È ciò un au- 
mento di 17.173 impiegati, e quiodi un aumento del 25 D /« su l l° r0 numero, in soli 8 anni. 
Ogni anno, in media, la burocrazia si è accresciuta di 3397 individui»! 

In ragion diretta dell'invasione del campo riserbato dall'attività dei privati, deve cre- 
scere il numero degl'impiegati dello Stato, anche quaudo s'abbiano soltanto di mira le 
necessità del pubblico servizio. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 73 

«7? fascio d'azione miglioramento economico impiegati statali ha convo- 
cato i suoi aderenti ad un comizio al «teatro Nazionale», con l'intervento 
di cinquemila soci. La presidenza è stata assunta da Bellamia, dei Lavori 
Pubblici. 

«Dopo ampia discussione, si è passato alla votazione di tre punti pre- 
sentati all'Assemblea dal Gomitato esecutivo del Fascio, e cioè : 

I. «Deve il Fascio d'azione, per il miglioramento economico impiegati 
statali, trasformarsi in associazione permanente? L'assemblea ha approvato 
compatta. 

IL « Nell'affermativa, deve essa prendere una direttiva politica ? Si ri- 
sponde di sì per acclamazione. 

III. «Nella seconda affermativa, si accetta la iscrizione del fascio alla 
Confederazione generale del lavoro? Risposta affermativa, a grandissima mag- 
gioranza ; solo pochissimi impiegati non acconsentono». 

Hanno torto gl'impiegati? Si, perchè un uomo di carattere non abdica, 
per interesse personale, alle sue convinzioni politiche ed ai suoi obblighi di 
onore. Può darsi che volevano semplicemente far paura all'on. Nitti, per ob- 
bligarlo a conceder loro ciò che concesso nvea ai ferrovieri, e che nel pro- 
fondo dell' animo conservino 1' attaccamento alla patria , la volontà di non 
essere fedifraghi, memori del giuramento prestato. Ma {"Avanti!, dopo aver 
ricordato loro la parte avuta alle radiose giornate di maggia 1915 , metten- 
dosi in qaest 1 ipotesi, con logica stringente fece loro osservare che, quando 
si aderisce ad un partito politico, si contraggono impegni politici, sicché non 
era ammissibile che, dopo ottenuto lo scopo, buttassero via l'abito comuni- 
sta, come si fa d'un vestito da comparsa, che non serve più. 

Quant'è al fior di gente che credette d'aver tutto salvato astenendosi dal- 
l'intervenire al « Teatro Nazionale », esso non conta : è vissuto senza infa- 
mia e senza lode. 

E questo è il torto. Avevano ragione, perchè, mentre essi han quasi rad- 
doppiato i loro proventi, son pressati d'aumenti di prezzi più che quadru- 
plicati, e l'animo loro è preso da sdegno per la sperequazione derivante dal- 
l'immeritato trattamento di favore fatto agi' impiegati ferroviari. Tenendo 

IO 



74 PROF. PIETRO MERENDA. 

conto anche degli accessori, un capo stazione guadagna più di un consigliere 
di Cassazione, un applicato ferroviario più di un Professore ordinario d'U- 
niversità, un casellante più d'un Maggiore di fanteria (1). 

Onde un vivo malcontento generale, che non esplode , e che creerebbe 
nemici dello Stato, se nemici potessero essergli servitori devoti , fedeli alla 
patria. Tuttavia una tal quale rilasciatezza nello zelo è stata inevitabile, e le 
ruote della pesante macchina amministrativa si muovon più lentamente che 
mai, come se fossero irrugginite. Tutto si arresterà qui? Ma chi può dirlo? 
Quelle 200 lire sono purtroppo il pomo della discordia ! 

È ormai tempo di parlar chiaro: lo Stato, volendo contentare chi più 
minaccia, prepara il proprio dissolvimento, se una mano forte non salva l'Italia. 

§ 5. — Lagnanze ingiustificate pel trattamento fatto agli agenti 
e capi della pubblica sicurezza 

Dove le lagnanze degl'impiegati dei Ministeri e delle amministrazioni 
centrali e provinciali non ci paion giustificate . è per quel che riguarda gli 
stipendi accordati agli agenti ed ai capi della pubblica sicurezza. Si sa che 
in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, e quelli e questi 
sono largamente compensati, e pel grave e pericoloso compito, e onde atti- 
rare nel servizio buoni elementi. Invece in Italia, con stipendi al disotto del 
salario dell'infimo operaio, non si trovavano più agenti. La riforma ebbe due 
fini : il primo di riparare a questo male ; il secondo di creare un corpo di 
guardie ben disciplinato, che potesse fronteggiare i tumulti, evitando che l'e- 
sercito, la cui missione fondamentale è la difesa della nazione dallo straniero, 
in quelli intervenisse, eccetto nei casi estremi, in cui deve imporsi con uno 



(1) Eppure gli ufficiali dell'Esercito, odiati dai demagoghi come un ostacolo alle mire 
loro, restano esempio mirabile di pazienza, di subordinazione, d' attaccamento all' ordine. 
I pochi deviamenti, derivanti da irragionevole amor patrio, sono eccezioni che confermano 
la regola: alludiamo ai moti di Fiume. 

Un'altra classe di cittadini merita lode. Il clero patisce la fame: eppure soffre e tace ! 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 15 

straordinario apparato di forze, o si deve far uso delle armi terribili moderne 
per reprimere una sommossa (1). Opportuna l'istituzione degli agenti investi- 
gativi, se fosse stata resa capace d'apprestare servizi simili a quelli dei de- 
tectors inglesi e americani (2). 

§ 6. — Altre interruzioni dei pubblici servizii, manifestazioni ribelli, 
attentati all'ordine pubblico 

Tornando adesso ai postelegrafonici, essi, lanciato V ultimatum, il °20 aprile 
iniziarono V ostruzionismo. Cercò di fronteggiarlo come potè meglio , aiutato 
da volontari, il Ministro Alessio; ma i danni per il pubblico furon gravissimi. 

Coerentemente all'assoluto atteggiamento socialista assunto dal Sindacato, 
questo emise la decisione di scioperare addirittura per la giornata del primo 
maggio. Ciò fu anche eseguito a Palermo, con l'aggiunta di recarsi in massa 
alla Camera del lavoro, per ivi unirsi al proletariato : unirsi vuol dire parte- 
cipare a quella manifestazione, che nel proclama fu detto rappresentare ri- 
vista delle forze, in attesa dell'ora suprema. 



(1) Della riforma l'On. Nitti inerita lode , per quanto contemporanea al guasto dell'e- 
sercito; ed egli, nello scegliere il Quaranta a direttore generale della Pubblica sicurezza del 
Regno, ebbe la mano felice, sì come felice 1' aveva avuto l' Ori. Orlando nell' organizzare 
l'ufficio per la repressione dell'abigeato in Sicilia, e nel mettervi a capo il Battioni, la cui 
opera, interrotta per la persecuzione dei disertori di guerra, cbe battevano la campagna, fn 
poi distrutta col ritiro delle squadriglie, con la conservazione soltanto nominale dell' uffi- 
cio, e con gli studi per sostituire al sistema Orlando V assicurazione obbligatoria contro 
V abigeato : assicurazione che avrebbe portato a indecorose transazioni coi capi dei malvi- 
venti, ch'è un assurdo, perchè il premio dell'assicurazione della tutela del diritto si paga 
già, a dir così, con le imposte; ch'è incontraddizione col concetto giuridico dello Stato, al 
quale non si può abdicare senza rovina. 

(2) Di che è a dubitare assai. E se i dubbii sono ben fondati , deterioramento ne 
avrebbero le indagini della polizia, non più guidate dagli abili ufficiali, per anzianità col- 
locati a riposo dal precedente Ministero. Che ne sarebbe della tutela delle persone e della 
proprietà? 



76 PROF. PIETRO MERENDA 

E noi abbiamo arrossito pei fedifraghi che s'ammassarono nel corteo e 
nel comizio, dove la bandiera dei tricolori d'Italia, quella bandiera che, adot- 
tata nell'ottobre 1796 dai patriotti lombardi, ci ha raccolto sempre attorno a 
sé nei dì della gloria e in quelli della sventura, noi inorridendo l'abbiam vi- 
sta avvolta come spregevole, in modo che il solo rosso fosse appariscente. 
Così sulle teste sventolava quella insegna la quale simboleggia, non l'amore 
e la Patria (1), ma l'odio e la guerra civile. E il Prefetto Pesce non permise, 
ma chiuse l'occhio destro e l'occhio sinistro. Egli era stato trasferito da Mi- 
lano a Palermo, perchè, pel centenario del Gran Re, Padre della Patria, volle 
che in quel palazzo di città splendesse al sole il vessillo nazionale; se avesse 
impedito la profanazione nella città dei Vespri, del 12 gennaio e del 4 aprile, 
poteva essere ricacciato ad Ascoli, o messo a disposizione ! 

Né con 1' ostruzionismo e la manifestazione ribelle del 1° maggio cessa- 
rono le gesta di coloro che, non contrastati dai buoni, imperano dispoti- 
camente. Quando s'invasero le fabbriche, i Consigli riuniti della Federazione 
e del Sindacato postelegrafico inviarono ai compagni operai l'espressione delia 
solidarietà loro ; invitarono tutti i postelegrafonici a considerare, agli effetti 
dei singoli servizi , gli operai metallurgici quali gestori degli stabilimenti oc- 
cupati, ed a dichiararsi pronti a seguire qualsiasi azione nazionale cbe ve- 
nisse ordinata dal Comitato centrale della federazione; impartirono l'ordine ai 
guardafili di tagliare, al primo segnale, i fili dei telegrafo ! 

Ognuno crederebbe che i ferrovieri, così lautamente trattati (2), diven- 



(1) Nel 1830 Giovanni Berchet, nell'ode All'armi! All'armi!, scritta in occasione delle 
rivoluzioni di Modena e di Bologna, cantava : 

Dall'Alpi allo Stretto fratelli siam tutti ! 
Sui limili schiusi, sui troni distrutti, 
Piantiamo i comuni tre nostri color ! 
Il Verde, la speme tant'anni pasciuta ; 
Il Bosso, la gioia d'averla compiuta ; 
Il Bianco, la fede fraterna d'amor. 

(2) Pei ferrovieri, secondo le notizie imperfette che abbiamo raccolte, lo Stato spendeva 
175 milioni a 10 luglio 1907; 325 a 10 luglio 1915; 1 miliardo e 451 milioni ne spese in apri- 
le 1920. A quanto si arriverà? 



1 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 77 

tasserò quieti; e questo certamente dovette credere il Ministero. Tutt' altro ! 
L'arrendevolezza li ha resi più audaci. A Viareggio si commettono disordini 
inauditi, si sciopera in altre parti della Toscana, e si mandano truppe e guar- 
die regie. Ebbene , i signori ferrovieri impediscono la partenza , e i treni si 
muovono sol quando la forza ubbidisce ! Ed i colpevoli sono arrestati forse, 
dato il loro flagrante delitto ? No : questo accadrebbe a noi , se tentassimo 
anche meno: quelli lì van trattati coi guanti gialli! Soltanto tardivamente 
furon deferiti al potere giudiziario. Allora , aprite cielo ! sciopero di solida- 
rietà dei ferrovieri e di altre classi. 

11 6 maggio un treno a Genova potè continuare la sua corsa dopo tre 
ore di sosta, solo allorché fu accettata eroicamente la ingiunzione del per- 
sonale di servizio che scendessero un centinaio di guardie regie ch'eran di- 
rette per Firenze. 

Ci sono disordini nell'alta Italia ? I ferrovieri non fanno partire le guar- 
die. Altrove impediscono persino che partano soldati in licenza. 

C'è nel treno materiale da guerra? Non si parte ! Spetta ai ferrovieri de- 
cidere della politica estera, cioè se si debbono mandare o no rinforzi in Al- 
bania, se i Polacchi debbono o no venire aiutati nella lotta contro lo Stato 
russo, che, per quanto comunista, è sempre quello ! 

E tutto questo si tollera in santa pace, con rassegnazione da anacoreti ! 

Ma se non altro il servizio andasse bene per il pubblico ! Invece : ri- 
tardi, ingombri, disastri continui, che fan pensare convenga di rinnovare la 
pratica d'un tempo, quando pel viaggio da Torino a Genova in diligenza, si 
correvano tanti pericoli, che i passeggieri, prima di partire, si confessavano 
e comunicavano (l). Senza contare che l'ultimo manovale vi guarda e vi 
parla dall'alto in basso, come se fosse l'imperatore del Giappone ! E potreb- 



(1) Da quando l'esercizio delle ferrovie fu in mano dello Stato, s'è avuto un crescendo 
negli scontri ferroviari, proprio in ragion diretta dell' aumento del personale. Vergoguoso 
questo fatto : nelle ferrovie delle provincie ora redente non si sentì parlar mai di deraglia- 
menti di treui o di qualcosa di simile ; ora che quelle sono in mano nostra, le disgrazie 
spesseggiano, e son gravissime: quella della Pontebba insegni! 






78 PROF. PIETRO MERENDA 

b'esser altrimenti, se manca la disciplina, se ognuno fa quello che gli viene 
comodo, incurante dell'incolumità dei viaggiatori e dei próprii compagni, che 
tante volte ci lasciano la vita per primi ? (1). 

Il pubblico sbraita : è lo stesso come abbaiare alla luna. Pel 1° maggio 
il Gomitato esecutivo del Sindacato dei ferrovieri italiani dirama a tutte le 
sezioni e gruppi una circolare, con la quale determina, che i ferrovieri tutti 
debbono partecipare all' astensione del servizio per 24 ore , la quale deve 
esser osservata con la più rigida disciplina, così nell'interruzione come alla 
ripresa del lavoro, e, oltre che significare una grandiosa dimostrazione di so- 
lidarietà, deve anche servire di ammonimento per ogni effetto che la grande 
famiglia ferroviaria è più che mai unita e affratellata per la propria difesa 
e per la propria tutela. 

E i direttori, i Prefetti, i Ministri? Non contano più nulla! 

Dicono che ciò sia moderno. Neghiamo : l'anarchia è di tutti i tempi di 
decadenza, dopo i quali o la società, stanca, cerca un padrone che rimetta 
l'ordine, o si diventa servi dello straniero. 

Passiamo ad un altro servizio pubblico, quello dei tramwais , divenuto 
anch'esso necessario per la maggior parte dei cittadini, massime nelle gran- 
di città. 

L'ora legale diede sui nervi anche alla Federazione italiana dei tramvieri, 
la quale decretò che i tramwais dovessero regolarsi in conformità all'ora so- 
lare ! Il decreto del tramviere legislatore s'è eseguito : sotto la minaccia d'uno 
sciopero, nessuno fiatò. 

Ognuno immagina gl'inconvenienti che ne son venuti, o n'è stato vittima. 

A Palermo muore il segretario della Camera del Lavoro; ebbene i tram- 
vieri sospendono di proprio capo il servizio, onde partecipare all' accompa- 
gnamento funebre. Fan lo stesso , volendo tenere un comizio di giorno. fi- 
Pasqua? Giungono ordini da Roma che nel pomeriggio costringono il pub- 



li) Del mercimonio e dei furti tacciamo , come fatti eccezionali, per quanto derivanti 
anch'essi dall'indisciplina. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 79 

t 

"blico ad andare a piedi. Che importa poi se quel dì a Palermo c'è la fiera 
dei giocattoli, così cara ai bimbi ed ai padri ed alle madri, che procaccia 
alla piccola industria, a tanti operai, a tanti rivenditori un'occasione di gua- 
dagno attesa tutto l'anno ! 

Ci soleva esser anche un servizio straordinario di trams per comodo dei 
compratori, ma quest'anno non si è avuto nemmeno quello giornaliero, sic- 
ché pel minor concorso han perduto, gli spacciatori delle baracche e dei po- 
sti volanti, e la Società Sicula Tramways, le cui spese, per l'enorme costo del 
carbone, superano l'entrate. E viene il 1° maggio : l'assemblea dei tramvieri 
delibera che il servizio non funzionerà per l'intero giorno. 

L'audacia intanto cresce in ragion diretta della debolezza: i tramvieri 
di tutta Italia si preparano ad imporre il riposo domenicale, giacché dicon 
loro, i ferrovieri già l'hanno ottenuto in gran parte. 

E veniamo alla navigazione. Le prepotenze esercitate dalla lega del per- 
sonale, imponendo alti salari, alti stipendi e simili, son note (1). 

Il Gap. Giulietti, anche sotto Giolitti (2), fa quel che vuole : ordina che 
partano per Fiume vapori diretti al Brasile , che sbarchino soldati i quali 
debbono andare per servizio dello Stato; se no, sì resta. 

Tipico il caso avvenuto a Genova la notte del 26 aprile 1920. Da alcuni 
giorni erano giunti dal Mar Nero tre piroscafi, destinati a un servizio rego- 
lare inglese fra Barcellona e gli scali d' Inghilterra. Ora, col favor delle te- 
nebre, dal mare e dalle calate si avvicinarono alle navi, e vi salirono a 
gruppi , una cinquantina d' individui . Le guardie regie di pattuglia alla do- 
gana centrale, notato il fatto strano, chiamarono in rinforzo un'altra pattu- 
glia, e salirono sopra uno dei piroscafi, per vedere di che cosa si trattava. 
Erano i rappresentanti della Federazione dei lavoratori del mare, che, per in- 



(t) È incredibile quanto costa ormai mensilmente, per rimunerazione e per vitto, l'equi- 
paggio d' un vapore. Semplici marinai arrivano a riscuotere più di mille lire al mese. Le 
•casse dello Stato son lì a supplire alle deficienze! 

(2) Al Ministero Nitti successe quello di Giolitti il 15 giuguo 1920. 



80 PROF. PIETRO MERENDA 

carico ricevuto, dovevano impedire la partenza dei tre piroscafi* Tutti i fe- 
derati portavano all'occhiello la coccarda rossa. Invitati a scendere, parte 
aderirono, dodici invece rimasero a guardia del piroscafo. Le guardie , tor- 
nate nella calata, spararono una ventina di colpi di moschetto in arja, e così 
accorsero altri agenti, i quali arrestarono i dodici federati, sequestrando di- 
verse rivoltelle. Però l' indomani gli arrestati , per interessamento del Gap. 
Giulietti, segretario della Federazione, furono rilasciati. Perchè la Federazione 
diede quell'ordine ? Perchè, secondo affermò , aveva saputo da buona fonte 
che le navi erano state tolte alla republica dei Soviets, e perciò , come atto 
di solidarietà, aveva creduto opportuno d' intervenire , onde trattenerle nel 
porto di Genova a disposizione della Russia. 

Per l'art. 243 del Codice per la marina mercantile le navi mercantili di 
nazione nemica che si trovassero nei porti dello Stato al momento della di- 
chiarazione di guerra, sono libere d'uscirne. Ciò nondimeno, in via di rap- 
presaglia , potrà farsi luogo all' embargo o sequestro di tali navi , quando 
il nemico avesse cominciato le sue ostilità, catturando le navi nazionali che 
si trovassero nei suoi porti, od adoperando estorsioni nelle provincie dello 
Stato. 

Dunque, nel caso di Genova, la Federazione ha commesso un fatto che 
nemmeno era lecito al Governa del Re; or poiché questo fatto d'inaudita 
audacia fu tale da turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con 
un Governo estero,, esso costituiva un reato punito dall'art. 113 del Codice 
Penale. Ebbene le guardie regie fecero il dover loro; ma gli altri organi dello 
Stato a che esistono? Veramente non si sa più. 

Si vogliono altri fatti edificanti di rigida disciplina da un lato, e di for- 
tezza dall'altro ? Scegliamo a caso. 

L' equipaggio del piroscafo Città di Cagliari, appartenente al Ministero 
dei trasporti, rifiutò di far partire la nave. Il Ministero è costretto a sosti- 
tuirlo. Altri equipaggi, in altre occasioni, si comportano allo stesso modo. 
Tutti sono sostituiti e pagati. 

Insomma Giulietti regna, il Codice per la marina mercantile non esiste 
più, e nemmeno quello penale: dice il pubblico: Perchè allora non facciamo 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI HI 

Re d'Italia Giulietti, e non aboliamo quelle leggi non più conformi allo spi- 
rito dei tempi? (1). 

Un ultimo accenno a disordini gravi, di pubblico danno. , 
Non è da tenersi in non cale lo sciopero o V ostruzionismo avutosi qua 
e là nei servizi della illuminazione elettrica ed in quella a gas. Non entriamo 
nei particolari, perchè son noti i disagi e le noie che ne son venuti al po- 
polo che paga. 

§ 7. — Sguardo complessivo agli avvenimenti narrati. 

Dando adesso uno sguardo complessivo agli avvenimenti descritti im- 
perfettamente nel 6° paragrafo, si presenta agli occhi nostri lo spettacolo 
desolante della frequente interruzione di servizi dello Stato : ferrovie, poste, 
telegrafi, telefoni, e di quelli della marina mercantile, e degli altri dei tram- 
ways, della illuminazione elettrica ed a gas. 

Tutti questi scioperi han prodotto gran disturbo ai cittadini che pagano, 
e, accrescendo direttamente o indirettamente il costo delle merci, han con- 
tribuito all'attuale elevatezza dei prezzi; e mentre negli scioperi degli operai 
e dei contadini s'è avuto il circolo vizioso : alti prezzi, scioperi, alti salari, 
rincari, e poi daccapo, in questi di Stato siamo stati spettatori di un altro 
circolo vizioso: alti prezzi, scioperi, aumento di stipendi, accrescimento d'im- 
poste o di circolazione cartacea per fare fronte alla maggiore spesa ; prezzi 
più alti, e poi scioperi, e ritorno della deplorata vicenda. Tutto ciò senza 
parlare del maggior discredito che, per gli scioperi nei servizi pubblici, ci ha 
colpiti all'estero, dove, per gli scioperi d'operai e contadini e pei disordini, ci 
si crede un paese in rivoluzione od alla vigilia di esserlo; maggior discredito, 
che si risolve in danno economico grande, e quindi in maggior costo della vita 



(l) Occorre notare che il passaggio delle cure della marina mercantile dal Ministero 
della marina al nuovo Ministero dei trasporti segnò la fine della disciplina. 

11 



82 PROF. PIETRO MERENDA 

Categorie speciali hanno ottenuto uno stato economico scandalosamente 
privilegiato , in ragione della loro organizzazione e dei commessi reati : ciò 
riesce insopportabile per le altre trattate men bene, pur avendo meriti mag- 
giori, e ci fa temere mali più grandi per l'avvenire. Il popolo ha fatto le spese 
della sopercheria premiata con particolari favori dall'umile acquiescenza degli 
uomini politici; e il popolo è slato mal servito, rotta essendo la disciplina, e 
potendo ognuno fare il suo comodo senza timore. 

§ 8. — Le cause del disordine. 

Arrivati a questo punto, giova rimontare alle cause di tanto disordine- 
La prima causa consiste nel disagio economico, ch'è reale ed acutissimo. 
Questo disagio spesso oscura l' intelletto ed inaridisce il cuore; da ciò un 
certo buon successo della propaganda socialista , il quale però crediamo 
fittizio. 

La seconda consiste in un tal quale eccitamento di nervi , onde son 
presi gran numero d'Italiani, specialmente nelle regioni che parevano più. in- 
civilite , e a preferenza fra quei che non parteciparono ai tremendi cimenti 
della guerra. 

La terza nel deficiente spirito di legalità da parte di molti cittadini. 
Implicito in queste ultime due cause, che costituiscono una malattia delle 
anime, c'è un egoismo senza freno: pare che sia proprosito, non più limitato 
ad operai e contadini, di lavorare il meno possibile; guadagnare quanto più 
si possa, e non qualunque mezzo. Quest'egoismo e questo proposito, in certe 
categorie d'addetti ai pubblici servizi, non solo si concretano nella imposta 
diminuzione delle ore del lavoro, ma anche nel pretendere retribuzioni ec- 
cessive, obbligando i pubblici poteri a concederle, con l'appuntare, a dir così" 
loro una pistola al petto: che tanto vale il dire: questo, ovvero il pubblico 
sarà privo del servizio. Ne questo tristissimo criminoso disegno, ed il conse- 
guente tentativo d'attuarlo, si limitano ad un servizio solo. Ci sono stati dei 
momenti in cui è mancato poco che s estendessero, previo concerto, che, se 
fallì ieri, può riuscire domani, a tutti i pubblici servizi. 




DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 83 

S'immagini che cosa avverrebbe con una coalizione generale : impedite 
le comunicazioni marittime e ferroviarie; soppresse quelle tramyiarie per la 
città; senza più notizie né postali, ne telegrafiche, né telefoniche; al buio per 
le strade di notte; senza provviste per cibarsi : non ci mancherebbe altro, a 
compiere la devastazione, che deviare 1' acqua Marcia, 1' acqua del Serino, 
l'acqua del Scillato (1), così come potrebbe fare un crudelissimo nemico as- 
sediale ! 

Non già che si voglia far male al popolo per il piacere di farlo ; ma si 
fa da molti il male per guadagnare di più con un lavoro minore : questo è 
il fine, quello il mezzo; e ciò è analogo a ciò che leggemmo dicesse Bismarck : 
«La vera strategia consiste nel dare colpi pesanti al nemico, in quanto esso 
si compone di militari, ma in seguito nel cagionare tante sofferenze agli abi- 
tanti del paese, ch'essi abbiano la nostalgia della pace , ed insistano presso i 
governi loro per ottenerla». A quei molti s'uniscono i pochi, che con essi 
han comune l'aspirazione, ma per conto proprio mirano eziandio alla rivolta, 
onde beatificarsi e beatificare del paradiso terrestre regalato alla Russia da 
Lenin : disgraziatamente questi pochi sono spesso i dirigenti palesi od oc- 
culti (2). 

Quarta causa del disordine è la timidezza ed incertezza degli uomini di 
governo nel tutelare il diritto , osservare e far osservare le leggi. Essa po- 
trebbe spiegarsi con la paura che s'è avuta dei Socialisti, e col desiderio di 
non venire in urto, durante la guerra, con certe categorie di cittadini, e 



(1) In una città d' Italia il pericolo di questa coalizione, in cui si doveva anche asse- 
tare il pubblico, fu scongiurato perchè s'intuì a tempo. Che simili coudizioni si prevengano 
è necessario: Salus publica suprema lex! 

(2) Nella massa vi sono i timidi, in coscienza loro contrarii al movimento, ma che vi 
aderiscono per malinteso spirito di solidarietà, ovvero per paura d' essere svillaueggiati e 
lesi nella persona. 

Certe volte la maggioranza resiste ai sobillanti, e nulla vale a smuoverla, né lusinghe, 
né minacce, né attentati; cert'altre resta salda una minoranza eroica, la quale non é sor- 
retta, e, non solo poi resta senza premio, ma si vede bollata d'infamia dai compagni vittoriosi. 



84 PROF. PIETRO MERENDA 

conservare V unione sacra; ma ciò può costituire un'attenuante pel perìodo 
di tempo nel quale avevamo a fronte uno dei più potenti imperi del mondo : 
or quest' attenuante si trasforma in aggravante pel tempo posteriore all'ar- 
mistizio di Villa Giusti. Adesso timidezza ed incertezza generano ribellione : 
tutti son convinti che la via per ottenere è danneggiare e minacciare di met- 
tere il mondo a soqquadro: il Governo finisce col cedere! 

in quinto luogo nei provvedimenti dello Stato s'è seguilo un metodo er- 
roneo, e il sentimento della giustizia è stato spesso manchevole, ed è pre- 
valso ad esso la convenienza momentanea; onde il debole tenuto in non cale, 
il forte lisciato ed obbedito. 

Nel 1876, dato un sensibile aumento dei prezzi, che si reputava stabile, 
il Governo prevenne : una legge del 7 luglio, N. 3212, prescrisse la riforma 
dei ruoli, onde pareggiare e migliorare gli stipendi: ciò che fu eseguito con 
decreti del 31 dicembre 1876, i quali eziandio stabilirono l'aumento sessen- 
nale del 10 " . Tutti rimasero contenti. Nessun danno ebbe il pubblico ser- 
vizio ; del resto lo Stato avrebbe represso, poiché gli uomini al potere, oc- 
correndo , sapevano aver la coscienza che lo Stato è una forza a servizio 
del diritto, e, quantunque governasse la Sinistra storica, essa, dal lato del 
polso fermo, come la Destra aveva sciolto le società rivoluzionarie della Ro- 
magna e fatti arrestare i repubblicani di Villa Ruffì, Fortis compreso (1). così 
Nicotera non lasciò fare i Socialisti della capitale a Santa Croce di Gerusa- 
lemme, e debellò il brigantaggio in Sicilia. Nel 1908 si presentarono circo- 
stanze simili alle presenti, ma diversissime nelle proporzioni : fuvvi un note- 
vole accrescimento di prezzi, forse dovuto al deprezzamento dell'oro per l'au- 
mento della produzione del Transwall, dopo la guerra Beora (2). e gl'Italiani 
divennero, per così dire una nazione d'agitati, senza però il veleuo sovver- 
titore. Le provvisioni dello Stato furon tardive, e si ebbero accenni deplore- 



(1) Fu poi Ministro e Presidente del Consiglio, attirato nell'orbita legale dalla irresisti- 
bile potenza delle istituzioni che ci reggono. 

(2) La guerra di Caino. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SlDRVIZI 85 

voli d'indisciplina negli impiegati : il servizio pubblico parzialmente ne soffrì; 
ma, con leggi opportune, si largirono dei miglioramenti, che, uniti ad una 
certa fermezza dei governanti, fecer tornare le cose allo stato normale. Però 
dopo la recente guerra, da un lato lo sfrenamento non ha avuto limiti, dal- 
l'altro, invece di provvedere radicalmente con misure di carattere generale, 
s'è gittata l'offa a chi gridava di più, a chi minacciava di più e con maggior 
petulanza, e, peggio, s'è ceduto di fronte all' ostruzionismo e all' abbandono 
del servizio, lasciando inapplicate le patrie leggi. Ferrovieri, impiegati postali, 
telegrafici e telefonici, e persino gli educatori del popolo, han potuto imporre 
la volontà loro allo Stato. 

Da ciò due mali enormi. Primieramente lo scandalo. Eppure le classi di 
pubblici funzionari che han dato esempio peggiore sono state trattate meglio, 
e, con immenso dolore dobbiam confessarlo, poco o niente avrebbero ottenuto 
se fossero restate quiete, attendendo fiduciose i provvedimenti del Governo (1) ! 
In secondo luogo lo scontento : la lotta guasta gli animi e scompagina la 
subordinazione; le tabelle organiche poi non s'improvvisano, ma vanno pon- 
deratamente elaborate secondo i bisogni reali del servizio, e serbando i rap- 
porti fra le varie carriere : invece si sono riformate in fretta e furia, e a spiz- 
zico, e sotto minacciose pressioni, onde, e sen potrebbe dare ampia dimostra- 
zione, scosse alla gerarchia e sperequazione, che, dato il metodo, erano ine- 
vitabili. 

Così 1' autorità dello Stato , diventando non rispettabile, pare quasi un 
mito. S'è andati incontro ad una spesa che in altri tempi sarebbe parsa fa- 
volosa, e non si è riusciti a contentare la generalità e a ristabilire l'ordine 
e il ritorno all'attività d'una volta. C'è uno stato morale che oramai gl'impie- 
gati dovrebbero aver la virtù di correggere da se; e, qualora non l'abbiano, 
la correzione sia forzata; e poiché gli uomini politici agiscono per paura, 
questa paura s'infonda nelle anime loro della forza coalizzata e travolgente 
della pubblica opinione, la quale deve dire risolutamente : Ed ora basta ! 



(1) Precisamente l'opposto della massima dei Romani: Debellare superbis, parcere su- 
biectis. 



86 PROF. PIETRO MERENDA 

Ben diverso era il metodo che si doveva seguire. 

Appena posate le armi, quando si vide che gli stipendi degli addetti ai 
servizi pubblici non bastavano più alla vita, si doveva affrontare nell'insie- 
me il problema, e concedere spontaneamente dei miglioramenti tranmtorii, 
che avessero messo gl'impiegati in grado di supplire alla svalutazione della 
moneta. Un tanto per 100, che avesse accresciuto proporzionatamente i pro- 
venti di ciascuno, conservando la distinzione delle carriere e gli ordini ge- 
rarchici : ecco quello che occorreva. E perchè transitorii ? Perchè questo stato 
di cose non può durare eterno, e, secondo noi, avremo fatalmente una di- 
scesa di prezzi, che giova affrettare. Or quando quel giorno verrà, diminuire 
gli stipendi acccresciuti con tabelle permanenti sarà ben diffìcile ! 

Non già che di tutto questo non siasi avuta l'intuizione, come chiaro si 
vede dai successivi decreti concedenti caro-viveri, e che qui non istaremo ad 
enumerare. Ma quest'intuizione non fu ben fecondata da esatti criteri : a mo- 
dificazioni regolamentari e di tabelle non si doveva procedere, per non im- 
pegnare l'avvenire : il caro-viveri doveva equilibrare lo svalutamento della mo- 
neta; essere un tanto per 100 applicabile a qualunque stipendio, piccolo o 
grande che fosse; (1) estendersi a tutti i dipendenti delio Stato: titolari, avventizi, 
di ruolo, fuori ruolo, civili, militari, ferrovieri, postali, delle industrie appar- 
tenenti al demanio fiscale; nou seguire i dettami della falsa democrazia, per 



(1) Con Decreto Luog., 10 febbraio 1918, N. 107, fu concesso, fino a tutto 1" esercizio 
finanziario successivo a quello in cui fosse pubblicata la pace , ud aumento di stipendio 
all'intiero personale civile, militare e ferroviario delle Amministrazioni dello Stato : nelle 
misure seguenti : del 30 °/ sulle prime lire 2000 annue: del 15 : , sopra la quota eccedente 
le L. 2000 e fino alle L. 4000: del 10% sulla quota eccedente L. 4000. Sarebbe stato più 
giusto assegnare un tanto per 100 uniforme , essendo il rincaro proporzionato al reddito, 
comunque, non si eguagliava artificialmente ciò che per natura di cose era dispari. 

Un D. Luog., 14 settembre 1918, N. 1314, concesse a tutti un'indennità mensile di L. 100. 
al netto dell'aumento percentuale di cui al D. L. del 10 febbraio 1918, N. 107. Da allora 
il caro-viveri è stato uniforme, cioè la stessa somma mensile è stata largita così al Diret- 
tore generale come al portiere ! 




DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 87 

la quale i piccoli si aiutano, i grandi si trascurano, e si finisce col pareggiare 
ciò che è dispari. E converso, s'è fatto tutto l'opposto, cagionando orgoglio 
in basso, mortificazione in alto, sperequazioni, malcontento (1). 

Seguendo i retti criteri, si sarebbe speso lo stesso, in ultima analisi, ma 
con benefici effetti: evitare sofferenze, scandali, pericoli per lo Stato. Diciamo 
che si sarebbe speso lo stesso, perchè si può credere che, tirate le somme, 
ed eccettuati i ferrovieri ed i postali, 1' un per l'altro siensi raddoppiate le 
rimunerazioni; or questo, con un graduale aumento per 100, si sarebbe ot- 
tenuto del pari, e senza disdoro dello Stato , dato che non si potesse equi- 
librare l'aumento dei proventi all'aumento dei prezzi, come sarebbe stato equo. 

Quest'errore di metodo, e la mancanza di fortezza nel resistere alle pre- 
tese eccessive , ha profittato ai Socialisti , che si son giovati di quello e di 
questa per fare proseliti fra le coscienze pusille; tal quale come noi abbiam pro- 
fittato dell'errore dei Socialisti, i quali, mettendo carte in tavola, come suol 
dirsi, ci hanno edotti che alla fin fine professavano il ributtante Comunismo. 

L'errore medesimo s'è commesso circa le pensioni. Esse, in fondo, sono 
state raddoppiate stabilmente, con R. D. Legge 23 ottobre 1919, N. 1970, pei 
nuovi pensionati civili collocati a riposo dal 1° ottobre 1919 (2). 

E i vecchi pensionati? Per loro si sono emessi due provvedimenti suc- 
cessivi : il 1°, con D. L. 27 febbraio 1919, N. 191, col quale, mensilmenteg 
senza rapporto veruno (al solito) con l'entità della pensione (3), si concede- 



(1) Melchiorre Gioja. pubblicò nel 1818 un'opera che, fra le tante scritte da lui, fu 
giudicata la migliore, la quale è intitolata Del merito e delle ricompense, trattato storico e 
filosofico. Egli voleva per essa indurre i concittadini suoi ad esser giusti , ricompensando 
in ragion diretta del merito. Poteva aspettarsi che giungerebbe un tempo in cui questo 
compenso fosse in ragione inversa? 

Abbiamo sott'occhio la 3» edizione in due volumi: Lugano, Auggia e comp., 1832. 

(2) Con R. D. Legge 27 novembre 1919, N. 2373 , furon accordati ai nuovi pensionati 
ferroviari gli stessi vantaggi concessi agl'impiegati civili e militari in pensione, dal 1° otto- 
bre 1919 in poi. 

(3) Un criterio più logico e più giusto venne seguito dal Regolamento per V esecuzione 
dell'art. 22 del D. Luog. 12 Novembre 1916, N. 1598 , sulle pensioni privilegiate di guerra. 



88 PROF. PIETRO MERENDA 

vano L. 30 alle pensioni dirette, L. 20 a quelle di rive: sabilità; il ± r ' con R. 
D. L. 31 luglio 1919, N. 1304, che elevava l'assegno mensile livellatore a L. 50 
e a L. 30 rispettivamente, estendendone il godimento ai pensionati, alle ve- 
dove ed agli orfani che hanno un assegno continuativo a carico del fondo 
pensioni per il personale delle ferrovie dello Stato. 

Che cosa sono mai 50 e 30 lire mensili, di fronte al rincaro enorme ? (1 . 



Detto Regolamento, 20 maggio 1917, N. 876, all'art. 4 ha questa disposizione : « La pensione 
privilegiata sarà aumentata per ogni anno di servizio effettivo o di campagna di guerra 
in ragione di un ventesimo della differenza fra la pensione minima di riposo e quella pri- 
vilegiala per gli ufficiali effettivi e per i militari di truppa i quali, non avendo raggiunto 
il limite di anzianità di servizio richiesto per il collocamento a riposo dalle vigenti dispo- 
sizioni, abbiano prestato sotto le armi, rispettivamente, non meno di cinque o non meno di 
otto anni di servizio... Qualora, invece, gli ufficiali o i militari di truppa abbiamo raggiunto 
il limite di anzianità per il collocamento a riposo, la pensione privilegiata verrà liquidata 
in ragione della pensione di riposo accresciuta di un decimo, ove questo trattamento risulti 
più favorevole di quello stabilito con l'articolo precedente». 

(1) Altre classi poi sono trascurate addirittura. I Garibaldini e gli altri prodi superstiti 
delle guerre dell'indipendenza, son provvisti, e non tutti, dell'assegno di L. 1 al giorno: e 
al grido loro d'angoscia, ma non d'apostasia, s' è risposto , oh vera ingratitudine ! con un 
crudelissimo cavillo curialesco, cioè che tale L. 1 giornaliera non é un assegno alimentare. 
ma rappresenta ricompensa, nazionale inalterabile ! 

Tutti sanno che, senza il magnanimo tentativo del 4 aprile 1860 in Palermo , sarebbe 
mancata l'insurrezione della Sicilia, e Garibaldi non si sarebbe imbarcato a Quarto. Un 
decreto dell'll ottobre di queir anno del Prodittatore Mordini stabilì che ai superstiti del 
4 aprile si desse un impiego confacente alla condizione di ciascuno , e frattanto assegnò 
una pensione di L. 0,85 al giorno. Nessuno ha avuto mai l'impiego; tutti hanno avuto le 
L. 0,85. I tre ultimi sopravviventi, giunti ormai all'estrema vecchiezza, chiesero un prov- 
vedimento. Anche a loro si disse che non c'era nulla da fare: non godevano assegno ali- 
mentare, ma ricompensa nazionale inalterabile! 

I pensionati delle Provincie, dei Comuni e di altre pubbliche amministrazioni son ri- 
masti nella più squallida miseria, perchè, tranne alcuni grossi Municipii , e qualche Pro- 
vincia, che, generalmente con riduzioni, hai) seguito l'insufficiente provvedimento dello 
Stato, gli altri 8000 Comuni e le altre pubbliche amministrazioni nulla hanno sancito a sol- 
lievo dei propri pensionati. ÌN T è vale il rispetto per l'autonomia delle amministrazioni pub- 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 89 

Or noi crediamo che non si dovesse né accordare sussidi a spizzico ed 
inadeguati, né mutar la legge nelle pensioni, emanando il R. D. L. 23 otto- 
bre 1919, N. 1970; ed invece era necessario un aggravio transitorio delle 
pubbliche finanze, stabilendo un tanto per 100 di aumento adeguato su tutte 
le pensioni di Stato (1). 



bliche diverse dello Stato. Perchè questo rispetto non s'è invocato quando fu imposto a 
Provincie e Comuni di modificar le tabelle e di concedere caro-viveri ai loro impiegati in 
attività di servizio? Ahimè ! s'è avuto timore che s'arrestassero i pubblici servizii dei corpi 
politici minori ! 

(1) I pensionati, nel Congresso celebrato a Roma il 15-17 febbraio 1930, invocarono: 

a) Estensione della nuova legge sulle pensioni ai pensionati dello Stato civili e mi- 
litari, cui fu liquidato l'assegno vitalizio secondo il testo unico 21 febbraio 1895, N. 70. 

b) Pareggiamento dalle vecchie pensioni, in base ai nuovi stipendi degl'impiegati in 
attività di servizio. 

e) Obbligo a tutti gli enti locali autarchici di migliorare le condizioni dei propri pen- 
sionati, alla stessa stregua adottata pei pensionati civili e militari, secondo la lettera a) e 6). 
d) Estensione e pareggiamento, secondo le lettere a) 6), a favore dei pensionati fer- 
roviari, cui venne fatta la liquidazione anteriormeute al 1° ottobre 1919. 

Logiche e giuste richieste, derivanti dagli stessi provvedimenti dello Stato. 

Né s'adduca in contrario la teoria contrattuale. In vero, ammettendola di peso, riten- 
gasi pure giusto che si dia a ciascun pensionato, in moneta corrente nel Regno, l'assegno 
nominale che per legge gli spetta, sia di quella moneta qualsiasi il valore reale. É evidente, 
dicono gì' interessati , che siffatta regola va allora seguita per tutti. Oh ! perchè essa uou 
s' è attuata per gì' impiegati in attività di servizio e pei giubbilati dal 1° ottobre 1919 in 
poi, ed invece agli uni ed agli altri, in relazione allo svilimento della moneta corrente net 
Regno, furono accordati aumenti stabili? 

La mente poi del legislatore, nel concedere le pensioni, fu certamente quella d'appre- 
stare , nei vecchi giorni , a, coloro che onoratamente avevan servito lo Stato , un assegno 
alimentare a seconda del tempo durato nello impiego, e del grado che ciascuno s'aveva, 
mentr' era atto al lavoro, cioè in ragion diretta del merito. Or quando la moneta corrente 
non ha più un valore reale uguale al nominale, ma è svilita; quando tale svilimento non 
è leggiero, e non si tratta delle piccole oscillazioni solite a prodursi naturalmente nel va- 
lore della moneta, ma di caduta del valore, prodotta principalmente dall'enorme emissione 
di carta-moueta (inflazione), e ciò è avvenuto per azione diretta dello Stato; quando, per 

12 



90 PROF. PIETRO MERENDA 

Così sarebbero state risparmiate tante acutissime sofferenze, e anche con 
vantaggio politico. Le disparità create dal legislatore con il suo scarso sen- 
timento di giustizia, han generato una corrente, reale o fittizia, contraria alle 
istituzioni, non solo fra gl'impiegati in attività di servizio, ma anche fra un 
certo numero di pensionati (1). 



conseguenza, l'assegno alimentare non è più quello, ma in concreto è ridotto siffattamente 
da essere un assegno di fame: allora quest'assegno dovrebbe aumentarsi fino a raggiungere 
di nuovo ciò cbe dar voleva il legislatore nella mente sua. Questo è di rigorosa giustizia, 
secondo gli sventurati cui fu liquidata la pensione anteriormente al 1 ottobre 1919. Cbi 
può negare cb'essi abbiano ragione ? 

E v*ha di più. Nella pensione entra certo un dono gratuito rimuneratore dello Stato, 
o. per meglio dire, il compeuso dovuto all'impiegato si divide in due : una'parte {stipendiai 
si dà mentr"egli è nel vigor degli anni, e presta servizio attivo; l'altra quando vengono i 
tristi giorni della vecchiaia ed il conseguente collocamento a riposo : questa parte seconda 
del compenso rappresenta il concorso della pubblica amministrazione alla somma annuale 
che costituisce il vitalizio. Concorso , perocché la pensione non è costituita da quest" ele- 
mento solo , e ne contiene un altro , eh' è prevalente , ed è i7 prodotto capitalizzato delle 
ritenute sugli stipendii. il quale rappresentala restituzione d'un risparmio forzato: onde il 
nome di debito vitalizio, con proprietà di linguaggio dato al fondo per le pensioni stanziato 
in bilancio. Ora , se in genere lo Stato è costretto attualmente a pagare in moneta sva- 
lutata ciò cne contrattò in moneta buona, avendo ridotto realmente il 100 al 25. e dando 
perciò 25 di fatto, e 100 sol di nome; esso il prodotto capitalizzato delle ritenute dovrebbe 
restituire in moneta che avesse lo stesso potere d'acquisto di quella ricevuta , non defrau- 
dando quindi tre quarti del valore a coloro che lo Stato deve considerare come ossa delle 
sue ossa e carne della sua carne. « 

Ma questo terzo argomento è men forte del secondo. 

(1) A Lecce si pubblica una buona rivista per questa classe di cittadini , denominata 
Il controllo. In essa fu stampata, il 30 aprile 1920, una lettera aperta . nella quale si usa- 
vano parole irriverenti verso le istituzioni, amare verso la guerra; e s'affermava che, data 
l'indifferenza dello Stato per coloro i quali nei giovani anni l'avevano servito, 50 mila pic- 
coli pensionati votarono pei Socialisti nelle elezioni politiche del 1919, e gli altri vanno 
orientandosi verso un partito che più di tutti si mostra ligio ai concetti cristiani (« Sinite 
parvulis ad me venire», proteggete i poveri, amatevi o popoli l'nn l'altro). Poco patriottica 
manifestazione , esagerata nei fatti (non essendo , p. e., credibile la defezione dei piccoli 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SEEVIZI 91 

Siamo certi che la grandissima maggioranza degli antichi servitori degli 
enti politici reagisca contro qualunque tendenza od arte avversa al nostro 
politico ordinamento, 

che dei Numi è dono 

Servar uelle miserie altero nome (1). 

Ma è chiaro che i Socialisti insidiano anche i pensionati, tanto più che 
deputati di quel partito, e di ciò vati lodati, s'interessano ormai di loro alla 
Camera, e V Avanti!, tardivamente si scalda. È un altro danno ed un altro 
pencolo, che possono crescere, e che derivano dai criterii erronei e dallo 
scarso sentimento di giustizia degli uomini politici (2). 



pensionati, quelli da L. 600 in giù, ch'ebber duplicati gli assegni loro) erronea nelle dottri- 
ne : contro la quale fu subito protestato. Questa protesta pubblicando II controllo, addì 21 
maggio, nel seno d' un articolo del direttore, si facevano professioni di lealtà e di amor 
patrio ; ma l'articolo era intitolato : Ribelli per fame. 

Ora un'ampia confutazione della lettera aperta, dove anche si affermava che i pensio- 
nati ribelli non dovevano esser mai , ma far valere i diritti e le ragioni loro legalmente, 
non fu pubblicata ! 

(t) Bisogna ricordare che,. in febbraio 1920, nel III. Congresso dei pensionati tenuto a 
Roma, il Presidente dell'Associazione dei pensionati di Milano, biasimò il Presidente della 
Federazione italiana, sostenendo che questi non avea la facoltà d'offrire allo Stato, come 
aveva fatto nel gennaio, l'opera dei ferrovieri pensionati, e così aveva fatto del crumirag- 
gio. L'altro rispose che lo sciopero ferroviario, così com'era stato impostato, aveva esulato 
da ogni movente economico, ed aveva assunto il carattere d'un vero attentato politico alla 
compagine dello Stato. A difesa del quale egli aveva preso il posto suo : avrebbe fatto al- 
trettanto ripetendosi 1' occasione. A queste dichiarazioni aderì la totalità dei congressisti, 
eoa una grandiosa manifestazione. 

(2) I soli pensionati dello Stato (non compresi i ferrovieri, i reduci delle patrie batta- 
glie, e simili, il cui asseguo non dipende dalla legge generale sulle pensioni civili e militari, 
(testo unico del 1895)) ascendono a 264.265. Vi sono altresì 93.936 pensioni straordinarie. 
V. Annuario statistico italiano, 1917 e 1918, p. 424. 

11 trionfo dei Socialisti, non solo non è probabile, ma nemmeno è possibile. Se mai 
avvenisse, gl'illusi ne vedrebbero delle belle ! I posti degl'impiegati in attività di servizio, 
da lungo tempo invidiati, verrebbero presi dai comunisti veri, ed i pensionati avrebbero il 
trattamento che si fa ai fannulloni inabili al lavoro. 



m 



PKOF. [METRO MERENDA 



§ 9. — Due questioni inerenti alle ripetute interruzioni che in Italia 
hanno subito i pubblici servizii 

Tornando adesso agli scioperi degl'impiegati in servizio attivo, sorgono 
due quistioni, del massimo interesse, che giova esaminare. 

La giustizia è fondamento dei regni; Stato, quindi , Provincie , Comuni, 
imprese industriali debbon esser giusti ed anche equi ; e pertanto debbono 
aiutare spontaneamente, entro i confini del possibile, i proprii dipendenti, 
quando una crisi di rincaro , come quella che attraversiamo , furiosamente 
imperversa. Che se di propria volontà noi facessero, gì' interessati , che 
soffrono, possono legittimamente chiedere, agitarsi, affine che si provveda 
adeguatamente. Ma la questione è di limiti; e pei pubblici impiegati risiede 
in questi termini : « Gli addetti ai pubblici servizi han diritto di scioperare » ? 

Non è dubbio del pari che in un governo libero i pubblici impiegati, es- 
sendo cittadini, han diritto di godere della libertà concessa a tutti dalla co- 
stituzione. Qui però sorge un altro problema : « La libertà politica, che han 
diritto di godere gli addetti ai servizi pubblici , può estendersi fino ad azioni 
tendenti alla mutazione della forma del governo e al dissolvimento della ci- 
vile società ? 

§ 10. — Sul primo quesito : Qtì addetti ai pubblici servizii hanqo diritto di 
scioperare ? s'inizia l'esame dal lato delle leggi vigenti 

Sul primo quesito ricordiamo che, fin dal 1889, secondo la legislazione 
positiva, lo sciopero non è più reato per se stesso, purché pacifico, cioè senza 
né violenza, né minaccia. 

Ma lo stesso Codice penale Zanardelli, pubblicato in quell'anno, ha fatto 
un'eccezione, ed ha considerato invece come crimine lo sciopero dei pubblici 
funzionari, anche puro e semplice, con la seguente disposizione dell'art. 181 : 
« l pubblici ufficiali che, in numero di tre o'più, e previo concerto, abbando- 
nano indebitamente l'ufficio, son puniti con la multa di lire cinquecento a 
tremila e eoa l'interdizione temporanea dall'ufficio. 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 93 

«Alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale che abbandona il proprio 
ufficio per impedire la trattazione di un affare, o per cagionare qualsiasi no- 
cumento al pubblico servizio». 

Né l' ostruzionismo resta impunito : « 11 pubblico ufficiale che, per qual- 
siasi pretesto , anche di silenzio od oscurità contraddizione o insufficienza 
dalla legge, ometta o rifiuti di fare un atto del proprio ufficio, è punito con 
la multa da lire cinquanta a millecinquecento. 

« Se il delitto sia commesso da tre o più ufficiali, previo concreto, la multa 
è da lire cento a tremila » (art. 178). 

L'ostruzionismo, in fatto di corrispondenza postale o telegrafica, può pro- 
durre la soppressione. Anche questa è preveduta. « Chiunque indebitamente 
sopprime una corrispondenza epistolare o telegrafica che non gli sia diretta, 
ancorché, essendo chiusa, non l'abbia aperta, è punito con la reclusione sino 
ad un anno e con la multa da lire cento a tre mila. 

« Se il fatto cagioni nocumento , la reclusione non può essere inferiore 
a tre mesi, né la multa alle lire cinquecento » (art. 160). 

Più tardi si trovò necessario di aggiungere altre sanzioni a quelle stabi- 
lite dal Codice penale, essendo sorti taluni disordini fra i dipendenti dello 
Stato. 

Dicemmo che circa dodici anni addietro si presentarono circostanze si- 
mili alle presenti, per quanto assai diverse per le proporzioni e per mancare 
allora o esser deboli i nemici interni dello Stato. Fuvvi un notevole accre- 
scimento di prezzi. Scioperarono parecchie categorie d'operai; gli addetti alle 
ferrovie non concesse all'industria privata le imitarono; vari gruppi d'impie- 
gati pubblici si costituirono in, leghe, e non dettero requie ai governanti; il 
servizio pubblico ebbe danni, o corse pericolo. 

Erano presidente del Consiglio l'Ori. Giolitti, guardasigilli l'On. Orlando. 

Provvedendo ai ripari , si dettarono norme novelle sullo stato degl' im- 
piegati , a modificazione di quelle anteriori. Ne vennero due leggi : una del 
25 giugno 1908, N. 290, sullo stato giuridico degl' impiegati civili dello Stato 
ed una del 30 giugno, N. 304, sullo stato economico degli stessi. Dei miglio- 
ramenti furono apportati tanto nell'un senso che nell'altro, ma nello stesso 



94 PROF. PIETRO MERENDA 

tempo, a restaurar la disciplina, nella legge sullo stato giuridico furon de- 
terminate meglio o comminate delle punizioni, e prevedute le guarentigie 
affinchè venissero inflitte con giustizia. 

All'art. 14 fu prescritto: «Sono dichiarati dimissionari, senza pregiudizio 
dell'azione penale secondo le vigenti leggi, gl'impiegati che volontariamente 
abbandonano l'ufficio, o prestano l'opera propria in modo da interrompere 
9 perturbare la continuità e la regolarità del servizio. Può però il ministro, 
sul parere del Consiglio d'amministrazione e disciplina, considerate le con- 
dizioni individuali e le personali responsabilità, applicare invece la sospen- 
sione del grado e dello stipendio, l'esclusione dagli esami d'idoneità o di me- 
rito distinto, la proroga delle promozioni anche per semplice anzianità, la 
revocazione dell'impiego ». 

Conseguenza della dimissione dichiarata, la perdita del diritto a pensione. 

Spiacque ai turbolenti questa stretta di freni, e l'art. 14 chiamarono ar- 
ticolo capestro. 

Contemporaneamente, per provvedere ad esigenze dell" amministrazioue 
ferroviaria e per rinsaldare la disciplina, venne pubblicata la legge 7 luglio 
1907, N. 429 , riguardante V ordinamento dell esercizio di Stato delle ferrovie 
non concesse all'industria privata (1). Essa , all' art. 56 tornò a prescrivere : 
« Tutti gli addetti alle ferrovie esercitate dallo Stato , qualunque sia il loro 
grado o ufficio, son considerati pubblici ufficiali. 

« Senza pregiudizio dell'azione penale secondo le leggi vigenti, coloro che 
volontariamente abbandonano o non assumono 1' ufficio o prestano l' opera 
propria in modo da interrompere o perturbare la continuità e regolarità del 
servizio, sono considerati come dimissionari e sono surrogati. 

« Può però il direttore generale, su parere favorevole del Consiglio d'am- 



(1) Il disegno di legge dovett'esser curato dal ministro dei lavori pubblici Emmanuele 
Gianturco. 

In quanto contrarie alla nuova, furono abrogate le leggi del 22 aprile 1905, N. 137, del 
12 luglio 1906, N. 332, e tutte le altre leggi e disposizioni relative all' esercizio di Stato 
delle ferrovie. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 95 

ministrazione, considerate le condizioni individuali e le personali responsa- 
bilità, applicare invece la sospensione dal servizio, la proroga del tempo per 
l'aumento dello stipendio o della paga, o la degradazione ». 

Lo Stato, oltre che intervenire, nell'interesse pubblico, in materia di fer- 
rovie concesse all'industria privata, di tramvie a trazione meccanica e di au- 
tomobili, credette pure d'intervenire per imporre un equo trattamento del per- 
sonale addetto a quelle aziende. 

In ordine a quest'ultimo punto, il Pantaleoni scrisse : « Così pure è certo 
che leggi, come quella che dicesi dell' «equo trattamento» son distruttrici 
di attività economica, e servono solo ai politicanti. Similmente, leggi che 
attribuiscono agi' impiegati delle aziende private stato giuridico analogo a 
quello degl'impiegati governativi, sono contrarie alla produttività delle azien- 
de, perchè questa esige capacità , attività strenua e disciplina per parte de- 
gl'impiegati e degli operai, e questi caratteri non si ottengono che mediante 
una continua e rigorosa selezione di operai e d'impiegati , cioè mediante il 
licenziamento degli incapaci e dei disadatti, senza intervento dello Stato, sia 
con calmieri, sia con prezzi di minimum nei servizi personali, sia con sup- 
posti diritti acquisiti al posto » (1). 

Ma lasciamo andare. Con R. D. 9 maggio 1912, N. 1447, fu pubblicato il 
Testo unico dette disposizioni di legge per le ferrovie concesse all'industria pri- 
vata, le tramvie a trazione meccanica e gli automobili, il quale, all'art. 115 
dice così : « Tutti gli addetti alle ferrovie concesse all'industria privata, qua- 
lunque sia il loro grado ed ufficio, son considerati come pubblici ufficiali. Ove 
nei rispettivi regolamenti manchino prescrizioni analoghe, e gli ordinamenti 
dell'imprese assicurino al personale un equo trattamento, coloro che volon- 
tariamente abbandonano o non assumono 1' ufficio o prestano 1' opera pro- 



(1) I fenomeni economici della guerra, nel Giornale degli Economisti, giugno 19 L6, p. 454. 
Notiamo che quest' intervento delio Stato, per ciò che concerne le ferrovie concesse alla 
industria privata, ha prodotto oneri eccessivi alle amministrazioni, le quali in generale son 
divenute passive, mal supplendo gl'imposti aumenti di tariffa e i concorsi pecuniari dello 
Stato. 



96 PROF. PIETRO MERENDA 

pria in modo da interrompere o perturbare la continuità e regolarità del ser- 
vizio, sono dichiarati dimissionari, e quindi surrogati. Può però l'esercente, 
considerate le condizioni individuali e le speciali responsabilità, applicare 
invece un provvedimento disciplinare». 

La legge noi dice esplicitamente, ma si potrebbe argomentare dal suo 
testo, se fosse lecito in materia penale, che questa disposizione s'estenda alle 
tramvie; comunque han provveduto regolamenti particolari , la cui osser- 
vanza è di patto tra impiegato ed impiegante (1). 

Il Codice per la marina mercantile sancisce gravi pene contro gli ad- 
detti alla navigazione che non adempiano gli assunti doveri. 

E chiaro , dunque , che la legislazione patria considera come reato lo 
sciopero delle persone che prestano 1' opera loro nei pubblici servizi, sotto 
qualunque forma sia messa in atto. Sentiamo poi tutti che quello moralmente 
è illecita cosa; non si può ammettere che, per qualunque ragione, s'arresti . 
perturbi la vita civile, politica, economica del paese. 

§ 11. — Come adesso le leggi vigenti non sieno più osservate. Interpellanze discusse 
nel Senato del Regno l'8 febbraio 1920. In che guisa fu trattata dal senatore Ro- 
landi - Ricci la prima quistione dal lato pratico e da quello giuridico. 

Eppure queste leggi, per debolezza del Governo, non si applicano più, 
e i dirigenti terrestri delle organizzazioni, e il dirigente marittimo Cap. Giu- 
lietti son diventati i nostri padroni. E lo Stato? Lascia fare, transige, ver- 
gognosamente ubbidisce, dimenticando che la politica sta nelV essere e mo- 
strarsi forte (2). 



(1) Con legge del 30 settembre 1920, N. 1405, venne costituita una Commissione per la 
determinazione del trattamento del personale addetto ai pubblici servisi di telefonia gestiti 
dall'industria privata. 

Questa legge però nou contiene sanzioni per coloro che abbandonano il servizio o lo 
rendono in modo discontinuo od irregolare. Vuol dire che per ora il legislatore se ne ri- 
mette ai regolamenti delle singole aziende. 

(2) Mazzini, Manifesto della giovane Italia, 1831, pag. 6. Negli Scritti editi ed inediti. 
voi. II, Imola, Galeati, 1907. 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 97 

Narrammo degli scioperi dei ferrovieri e dei postelegrafonici del 1° gen- 
naio 1920. 

Il paese biasimò severamente così la interruzione dei servizi come la 
condotta del Governo rilasciata e pavida verso gli scioperanti, tanto più in 
quanto la quasi contemporaneità dei due scioperi, che privarono ad un tempo 
di notizie e di comunicazioni, fece sospettare a molti che un'intesa ci fosse, 
e ribelle, però mal riuscita (1). 

. A scioperi finiti, l'8 febbraio si discussero dal Senato del Regno tre in- 
terpellanze sopra di quelli: una del senatore Calisse; una firmata da ben 42 
membri della Camera alta, tra i quali gli on. De Cupis e Rolandi-Ricci; una 
dell'On. Di Brazza. Gli oratori furono eco della pubblica indignazione, del- 
l'offeso senso morale del popolo; pure riconoscendo, come anche noi credia- 
mo doveróso di fare, le gravissime difficoltà fra le quali doveva agire il Go- 
verno, e per esso il suo capo, «il quale (furon parole dell'on. Calisse) non 
aveva certo la responsabilità di quanto s'era venuto formando attraverso ed 
a cagione di larga serie di fatti precedenti ». 

Molte cose verissime e giustissime furon dette; ma noi, per 1' economia 
di questo lavoro, ci fermiamo unicamente al discorso del senatore Rolandi- 
Ricci , e alla risposta data dall' on. Nitti agi' interpellanti (2) sopra l' ap- 
plicazione delle leggi contro lo sciopero , e sopra la giustificazione dottri- 
nale loro. 



(1) Nella tornata dell'8 febbraio 1920, i senatori Calisse e Rolandi-Ricci esplicitamente 
misero in rilievo e la contemporaneità dei due scioperi, e la coincidenza loro con gli av- 
venimenti coevi, e gli sforzi adoperati a far scioperare elettricisti e tramvieri. Conclusero 
che il colpo fallì , ma non fallì la speranza di poterlo meglio aggiustare in una nuova 
occasione. 

Nessuno ha smentito i due onorevoli senatori. 

Taluno attribuì lo sciopero ferroviario alla debolezza mostrata dal Governo in quello 
postale. 

(2) Chi ne avesse vaghezza e amasse trar profitto di quanto s'agitò in quella memoranda 
seduta, potrebbe leggere tutto negli Atti parlamentari, Senato del Regno, Legislatura XXV, 
1» Sessione 1919-20, Discussioni, XXI tornata, pag. 429 a 472. 

13 



98 PROF. PIETRO MERENDA 

Il Rolandi -Ricci lodò il modo col quale era stato composto quello fer- 
roviario, e specialmente l'essersi assoggettati gli scioperanti alla perdita delle 
giornate di lavoro non fatto (1), devolvendone il risparmio conseguito ad 
un'opera che in ogni caso si sarebbe dovuta sovvenire dal Governo (2). 

Salva quest'ultima parte, la lode non ci pare abbastanza meritata. 

Invero ci sarebbe piaciuto ch'egli avesse anticipato lo stringente dilem- 
ma, che più tardi, parlando alla Camera il 31 marzo, pose l'on. Sarrocchi, 
e eh'è questo : 

« Se i ferrovieri avevano ragione, non si doveva farli arrivare allo scio- 
pero; se avevano torto, il Governo non doveva cedere ». 

Oltre a ciò l'on. senatore vorrà indulgere se osserviamo non avere egli 
considerato che qaesto discutere e trattare coi ribelli alle leggi, i quali lan- 
ciano ultimatum come farebbe il capo di un esercito nemico che intima la 
resa a discrezione, paralizzano l'attività economica della nazione, commettono 
altri reati comuni; questo discutere e trattare da potenza a potenza con loro, 
perverte la coscienza morale, annulla la superiorità dello Stato sopra tutto 
e sopra tutti, entro i limiti del diritto. 

Egli non considerò nemmeno che la posizione economica dei ferrovieri. 
con le ultime concessioni, divenne signorile. Essi hanno complessivamente 
una retribuzione immeritata, conseguita con la prepotenza, eh' è scandalosa 
di fronte agli altri pubblici ufficiali, incontestabilmente di maggior merito. 

Pari soddisfazione non mostrò l'oratore dell'opera del Governo nel corso 
•e nella soluzione dello sciopero postale . telegrafico , telefonico. Deplorò in 
quella seduta l'on. Ricci il pessimo andamento del servizio postale. Nel che 
s'appose al vero. 

Il servizio postale e il telegrafico andavano benissimo all'epoca delle Di- 
rezioni Generali, e restan memorabili e rimpianti per le poste il Barbavara. 
pei telegrafi Ernesto D'Amico. Si guastarono quando delie due Direzioni si 



(1) Si calcola che, in 10 giorni, gli scioperanti abbian perduto 10 milioni. 

(2) Primo fondo collettivo per la costruzione di case economiche pei ferrovieri. 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 99 

fece un Ministero. Migliorarono dappoi, e il servizio postale andava con la 
precisione d'un orologio regolatore, tanto da meritare gli elogi d'ogni ordine 
di cittadini. Dopo di nuovo fu meno apprezzato, ma, ed è lodevole, si rialzò 
durante la guerra. Adesso è oggetto di lagnanze generali (1). 

Deplorò del pari, ed a ragione, che la disciplina continuamente decada, 
perchè i miglioramenti sono stati unicamente conceduti di seguito ad ostru- 
zionismo; a proposito dello sciopero, allora recente, deplorò del pari che, se 
non si voleva esercitare nessuna rappresaglia contro gli scioperanti, non si 
doveva nemmeno tollerare alcuna violenza contro quelli che non avevano 
abbandonato il lavoro; la tutela venne tardi, e, se i fedeli non vollero ricom- 
pense materiali, non si seppe loro concedere veruna ricompensa morale; de- 
plorò che i volontari, per lo più studenti, non fossero stati premiati come 
meritavano. 

Né si può non plaudire a queste eloquenti parole dell'on. senatore: « Che 
doloroso contrasto si presenta alla mente se ricordiamo oggi quei poveri ra- 
gazzi, col nome della mamma frequente sul labbro, e quegli uomini trentenni 
pensosi dei figliuoletti lasciati a casa, i quali, nulla chiedendo per sé e tutto 
dando alla patria, animati dal sentimento del dovere ed obbedienti ai freni 
della più rigida disciplina, soffrivano, combattevano, morivano nel fango delle 
trincee, sulle arsure carsiche, fra i geli alpini, sotto le raffiche della mitraglia, 
fra le intossicazioni dei gas, sotto lo schianto dei bombardamenti, e li con- 
frontiamo con questi impiegati dello Stato, che, per esser meglio pagati, at- 
tendono all' agguato il momento eh' essi credono più profìcuo per imporre 
brutalmente le loro pretese ! » Proprio all'agguato ! poiché fu costantemente 
scelto il momento in cui il capo del Governo doveva esser presente alla Con- 
ferenza della pace, rivestito di tutta l'autorità che viene dall'aver dietro di sé 
un paese concorde e tranquillo. 

Ma la parte più notevole del discorso dell' on. Rolandi-Ricci è quella 
in cui dichiara inammissìbile il diritto allo sciopero dei pubblici funzionari. 



(1) S'impostano lettere, e non arrivano o giungono con enorme ritardo. 

Ed in quanto al servizio telegrafico, si telegrafa, e il telegramma impiega giorni a coppie ! 



100 PROF. PIETRO MERENDA 

« Per i servizi pubblici esercitati di retta ai ente dallo Stato, egli disse, l'i- 
nammissibilità dello sciopero è intuitiva, non solo giù ridica mente, ma anche 
politicamente e moralmente. C'è incompatibilità radicale tra la nozion e di ser- 
vizio pubblico e la nozione di sciopero, insegna il Barthélemy. 

« La libertà di sciopero, riconosciuta giustamente agli operai delle aziende 
private, cui corrisponde la libertà della serrata padronale, deve, per necessità 
ineluttabile di cose, non esser consentita agli addetti ai servizi pubblici dello 
Stato, la necessità assoluta dei quali esclude che lo Stato abbia mai esc 
a sua volta, la possibilità di contrapporvi da parte sua la serrata. 

« E ancora vera, e non potrà non esserlo sempre, sotto qualunque regi- 
me la dichiarazione di Berlier, raccolta da Locrè, che la « posizione speciale 
« dei pubblici funzionari può. e anche deve, in più contingenze, vietar a loro 
-« ciò die ad altri è lecito ». 

« Nelle competizioni tra operai e intraprenditori sono in conflitto due 
interessi privati, ed a ciascun d'essi dev'essere lasciato libero ogni mezzo di 
lotta, mentre i dipendenti dello Stato non hanno di fronte un interesse pri- 
vato, ma sibbene Y interesse pubblico, superiore a tutti gl'interessi privati, an- 
che a quello dei locatari d'opera, e ch'è tale di sua natura da non poter mai 
esser egoistico o prepotente, perchè è regolato dal Parlamento, ove tutti gli 
interessi singolari sono rappresentati, ed è espresso dalla legge, la quale, se 
è legge, non può non essere ispirata che ad equità e giustizia. Se la legge 
non risponde più, per mutate contingenze, alla equità e giustizia, od anche 
solo alla convenienza ed all'opportunità, la si può e deve modificare dal po- 
tere legislativo: ma, fintantoché vige una legge, non la si può disubbidire, e 
non è ammissibile che una categoria od una classe vi si ribelli. 

« Clemenceau, presidente del Consiglio francese, nel 5 aprile 1917. ai rap- 
presentanti dei funzionari che chiedevano il riconoscimento del diritto di 
sciopero, ecco che cosa rispondeva : « Nessun Governo accetterà mai che gli 
« agenti dei pubblici servizi siano assimilati agli operai delle imprese private, 
« perchè quest' assimilazione non è ragionevole né legittima. Voi. agenti di 
ve pubblici servizi, siete provveduti d'un impiego per decisione ufficiale, non 
« potete esserne privati che in certe condizioni fissate dalla legge, ed avete 
^all'uopo delle guarentigie. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 101 

« Voi avete dei vantaggi che vi sono assicurati, voi avete delle riduzioni 
« di tariffe, voi avete delle pensioni, voi avete dei diritti ; avete dunque dei 
«doveri; al primo rango di questi vostri doveri bisogna mettere quello d'as- 
« sicurare la continuità del servizio pubblico, al quale siete assegnati. Accet- 
tando una funzione dello Stato, voi avete rinunziato al diritto di abbando- 
« nare il vostro lavoro per un concerto preventivo. 

« Un contratto pubblico, dibattuto tra il Parlamento, che rappresenta la 
«nazione, e il vostro lavoro, non vi permette di romperlo simultaneamente 
«e collettivamente, e il farlo è peggiore d'uno sciopero, è un impedimento 
«messo all'esercizio della sovranità nazionale, al funzionamento dei suoi 
«organi». 

« Ed ora sentite ancora come il Briand, presidente del Consiglio, giusti- 
fica il diniego del diritto di sciopero, ch'egli non volle consentire ai ferrovieri 
nel suo progetto di legge presentato il 22 dicembre 1910 alla Camera. Giu- 
stificando le ragioni con cui escludeva il diritto di sciopero agli addetti ai 
pubblici servizi, ne mostrava la illegittimità facendo un rilievo, che forse è il 
più decisivo. « Quando il pubblico funzionario sospende l'opera propria, non 
«fa soltanto un atto passivo, non fa il famoso incrocio di braccia, ma fa 
« qualche cosa di peggio, perch'egli s'impossessa della pubblica funzione, si 
«impossessa di quello che è nel pubblico demanio, s'impossesssa dell'oggetto, 
« dell' utensile, del mezzo con cui il servizio si applica, ed insorge contro il 
« diritto nazionale, impedendo il funzionamento della cosa pubblica ». 

« La Francia ha un'abbondante letteratura sulla quistione politica e so- 
ciale della riconoscibilità del diritto allo sciopero per gli addetti ai servizi 
statali, ed essa è unanime, dal Larmande al Barthélemy, dal Duguit al Jéze, 
dal Chardon al Haurion, dal Fernand Faure al Rolland , nei proclamare la 
impossibilità di riconoscere un tal diritto; e la Camera francese, nel 19 marzo 
1909, votava il seguente ordine del giorno , in occasione dello sciopero po- 
stale : «Risoluta a non tollerare punto lo sciopero dei funzionari, confida 
«nel Governo per tornare l'ordine e la pace nel servizio postale», e man- 
dava ad affìggere il discorso del ministro Bartou , che aveva vibratamente 
sostenuto la inammissibilità di tali scioperi e la punizione disciplinare dei 
funzionari scioperanti ». 



102 PROF. PIETRO MERENDA 

Chiedeva quindi il senatore Rolandi-Ricci al Governo di dichiarare, in 
modo aperto e preciso, come intendesse risolvere la quistione. 

§ 12. — La risposta del Presidente del Consiglio. 

Che rispose il presidente del Consiglio ? 

Rispose d'aver telegrafato ai Prefetti, perchè chiamassero i Direttori delle 
Poste, e ingiungessero loro di denunziare chiunque si fosse reso autore d'atto 
di persecuzione, e di deferirlo all'autorità giudiziaria. 

Dopo detto questo, chiese al Senato : « Che cosa potevo fare di più ? » 

Soggiunse poi l'on. Nitti : « Noi ci siamo trovati di fronte allo sciopero 
ferroviario più terribile che sia mai avvenuto, per la sua estensione, non sol- 
tanto nel nostro paese, ma anche in paesi stranieri. Complessivamente hanno 
scioperato 72 mila agenti su 193 mila; ma, ciò ch'è più grave, quasi tutto o 
almeno grandissima parte del personale di trazione ha scioperato, in modo 
che, per avere noi del personale di stazione o del personale di linee, costi- 
tuiva un interesse molto mediocre, quando non eravamo nella possibilità di 
avere il personale dei treni. 

« Complessivamente abbiamo avuto un numero di scioperanti in certi 
compartimenti, come quelli di Genova, Torino, Milano , Firenze e Rologna, 
che ha raggiunto quasi il 100 per °/ . Sono state le provinole meridionali, 
sono stati sopratutto i compartimenti di Reggio, di Rari, di Napoli che hanno 
dato il minor numero di scioperanti. Reggio il 10 °/ , Rari il 6 B /<» Napoli il 

2 y. (1)»- 

Da due mesi si lavorava dal Governo a formare le scorte per gli appro- 
vigionamenti. Esso ha potuto fronteggiare lo sciopero, e poi, in pochi giorni, 
ripristinare alquanto il servizio « senza che l' Italia abbia sofferto la fame, 
«senza che nessuna fabbrica industriale si sia chiusa ». L'on. Nitti seguitò di- 
cendosi contento sopratutto d'esserne uscito senza morti, senza che vi sia 
stata una repressione violenta. A quei che avean detto sarebbe stato dovere^ 



(1) A queste parole il Senato proruppe in un applauso. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 103 

del Governo lincenziare gli scioperanti, osservò che, considerando in alcune 
zone d'Italia avere scioperato il cento per cento del personale di macchina, 
applicando l'art. 56, e procedendo all'arresto di tutti i macchinisti, si sarebbe 
avuto il disastro che le ferrovie avrebbero cessato di funzionare, onde si sa- 
rebbe fatto morire improvvisamente la vita economica del paese. 

Dichiarò che 1' articolo « era in piena validità, ma, quando si tratta di 
fenomeuo come quello che ci occupa, dì esso non si possa parlare, perchè 
siamo di fronte a collettività, dinanzi alle quali l'applicazione di quell'articolo 
equivarrebbe alla fine del servizio ». 

Dopo di che venne al nodo della quistione, cioè se ci fosse in assoluto 
diritto allo sciopero da parte dei pubblici ufficiali, e disse così : 

« Del resto questa materia dev'essere riconsiderata con serietà, con sere- 
nità, quando, come io spero, usciremo dall'angosciosa situazione, ih cui sia- 
mo attualmente. 

« Occorre partire dal punto di vista della funzione complessa dello Stato, 
per addivenire a distinzioni ormai indispensabili. Vi sono funzioni che lo 
Stato compie per la sua qualità sovrana: la pubblica sicurezza, la giustizia 
la difesa nazionale; uno sciopero di magistrati, uno sciopero di funzionari 
di prefettura sarebbe atto semplicemente delittuoso, perchè costituirebbe una 
offesa diretta al principio dell'autorità dello Stato e della sua sovranità. Vi 
sono poi delle funzioni che, mentre si compiono in beneficio della colletti- 
vità , non hanno diretta attinenza e connessione con le attribuzioni sovrane, 
dello Stato, e tra queste appunto può collocarsi tutta la materia dell'esercizio 
delle grandi linee ferroviarie; l'esercizio delle poste, dei telegrafi, dei telefoni, 
che stanno, per la estensione delie attività, che esplicano, tra le grandissime 
imprese di carattere veramente pubblico, e, per la natura delle attività, fra le 
imprese di carattere privato. Queste imprese in molti paesi sono gestite in 
forma puramente privata , e lo Stato interviene per regolare lo svolgimento 
solo in quanto si riferisce all'interesse, all'ordine ed alla sicurezza pubblica. 
Vi sono infine imprese che lo Stato esercita, ma che hanno il carattere d'im- 
prese puramente private , e che devono quindi considerarsi esclusivamente 
■come tali. Possiamo trovar biasimevole uno sciopero degli operai del ta- 









104 PROF. PIETRO MERENDA 

bacco, ma questi operai non differiscono dagli operai d'una miniera di car- 
bone o di ligniti o di una miniera di zolfo, perchè compiono una funzione 
puramente economica, e perchè non si tratta di una funzione in rapporto con 
la sovranità dello Stato. 

«E sulla base di questi concetti fondamentali va riesaminata tutta la 
materia ». 

Jl dibattito non si poteva fermare lì, e si doveva venire ad una conclu- 
sione. Se non che l'on. Nitti, alla fine del suo discorso, rivolse preghiera al 
Senato d' interrompere la discussione e sospendere i suoi lavori , dovendo 
egli la stessa sera ripartire per Parigi. GÌ' interessi politici che si dovevano 
tutelare in contraddittorio con le potenze alleate determinarono il Senato a 
consentire. 



§ 13. — Le affermazioni del Presidente del Consiglio, se si ammettessero, torreb- 
bero quasi allo Stato il diritto di reprimere gli scioperi dei suoi impegati. 

Ognun vede la gravità delle affermazioni dell' on. Nitti. Esse scalzano 
quasi dalle fondamenta l'edificio del diritto dello Stato a reprimere gli scio- 
peri degl'impiegati suoi, proclamando: — 1° che le leggi esistenti sono inap- 
plicabili contro quelli — 2° ch'esse, salvo per le funzioni della sovranità, di- 
pendono da errate concezioni giuridiche ed economiche : inutili quindi dal lato 
pratico, antigiuridiche nell'essenza loro dal lato teorico. Il» tempo, è vero, tra- 
volge tutto; ma le idee restano: pertanto ne par necessario un esame delle 
due quistioni, perchè, se 1' on. Nitti ha ragione , il legislatore deve agire in 
conseguenza ; se torto , sarebbe una disgrazia che idee simili diventassero 
correnti. 



ji 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 



105 



§ 14. — É vero che le leggi esistenti sono inapplicabili? Pruove del contrario. 

Sulla prima, chi non ricorda V ostruzionismo e poi lo sciopero ferroviario 
del 1905 (1), mentre si discuteva l'esercizio di Stato? Lo sciopero scoppiò, 
essendo presidente del Consiglio Alessandro Fortis. Egli non aveva a sua di- 
sposizione se non il codice penale e provvedimenti di governo : eppure, senza 
violenze e spargimento di sangue , coadiuvato energicamente dalle Società 
esercenti, ebbe ragione dagli scioperanti, perchè non fu debole. 

Poteva stravincere, non volle; e si abusò più tardi di quella magnanimità, 
proclamando un altro sciopero nel 1907, presidente del Consiglio l'on. Gio- 
litti, e nel quale le leggi si applicarono, onde s'ebbe la quiete per ben set- 
t'anni (2). 

Altro sciopero nel 1914, in occasione della settimana rossa (3), represso 
anch'esso, e nuova applicazione della legge (4). 



(1) L'ostruzionismo cominciò il 25 febbraio 1905, e finì il 5 marzo. Lo sciopero scoppiò 
il 17 aprile, e cessò il 20. 

La Camera approvò, ai 19 d'aprile, il disegno di legge sull'esercizio di Stato : il progetto 
conteneva, all'art. 17, le sanzioni disciplinari contro gli scioperi. 

(2) Ai 17 ottobre 1907 il Consiglio di Amministrazione delle ferrovie dello Stato deli- 
berò la radiazione dai ruoli ed altre pene minori agli scioperanti; accordò plauso e grati- 
ficazioni ai fedeli. 

Si lasciò purtroppo intatta l'organizzazione che partorisce gli scioperi ! 

(3) Si ebbe il torto d'essere stati poco severi coi ribelli della triste settimana di Roma- 
gna (7 a 13 giugno 1914). 

Il Ministero Salandra successe a quello dell' on. Giolitti il 21 marzo 1914; questo era 
principiato il 31 marzo 1911. 

(4) Un decreto luogotenenziale del 27 maggio 1915, n. 745, sulla proposta del Ministro 
dei lavori pubblici on. Ciuffelli , essendo presidente del Consiglio l'on. Salandra, dava 
facoltà al Direttore generale delle ferrovie dello Stato di far cessare ogni ulteriore effetto 
dei provvedimenti di proroga dell' intervallo normale per 1' aumento di stipendio o paga 

14 



106 PROF. PIETRO MERENDA 

I fatti precedenti accaduti in Italia provano adunque che, se i ferrovieri 
avessero capito che il Governo faceva sul serio come altre volte, sarebbero 



per gli agenti che parteciparono allo sciopero del giugno 1914; di provvedere alla reinte- 
grazione di quelli dei sudetti agenti che per lo stesso motivo furono degradati ; di riesa- 
minare , agli effetti della loro eventuale modificazione, i provvedimenti adottati per cia- 
scun agente dichiarato dimissionario in conseguenza dello sciopero predetto. 

Sotto il Ministero Boselli, sulla proposta del Ministro per i trasporti marittimi e fer- 
roviari on. Arlotta, un D. L. del 4 settembre 1916, N. 1165, die facoltà allo stesso Ministro 
di esaminare , caso per caso, previe domande degl' interessati, e decidere intorno all' am- 
missibilità in servizio degli agenti delle ferrovie dello Stato dichiarati dimissionari , in 
seguito agli scioperi del 1907 e 1914, nonché d'impartire le disposizioni necessarie per l'e- 
secuzione delle sue decisioni. Si disse che questa fu la causa delle deplorate dimissioni del 
Direttore Generale Riccardo Bianchi , il quale i detti scioperi aveva fronteggiati energi- 
camente. 

Né basta: da un D. L. del 5 dicembre 1918, N. 1880, presidente del Consiglio l'on. Or- 
lando, Ministro dei trasporti marittimi e ferroviari l'on. Arlotta, quest'ultimo fu autoriz- 
zato a decidere, previa domanda, intorno all'ammissibilità in servizio degli ex -agenti in 
prova delle ferrovie dello Stato, che furono esonerati per aver partecipato agli scioperi del 
1907 e del 1914, nonché ad impartire le disposizioni necessarie per 1' esecuzione delle sue 
decisioni. Fu stabilito che, tanto per gli agenti in prova che sarebbero riammessi, quanto 
per quelli stabili riammessi in servizio in applicazione dei decreti luogotenenziali 27 maggio 
1915, N. 745, e 4 settembre 1916, N. 1165, il tempo trascorso dalla data dell'esonero e delle 
dimissioni alla data della riammissione era valido per la progressione degli aumenti nor- 
mali di stipendio o paga , esclusa la corresponsione dello stipendio o paga per il periodo 
sudetto, ed era pur valido per il computo dell'anzianità del grado. 

Nessun danno agli effetti della pensione , purché si versassero le ritenute arretrate. 
Che più? Gli ex -agenti avventizi in funzione continuativa, puniti per lo stesso peccato, 
potevano essere assunti in servizio, auche se avessero superato l'età massima. 

Finalmente un decreto luogotenenziale del 27 febbraio 1919, N. 365, compì la perfetta 
purificazione dei rei, e li fece diventare bianchi come la neve. 

Questa clemenza , lungi dal generare pacificazione degli animi e gratitudine , demo- 
ralizzò e ringalluzzì. 

E pur troppo sotto lo stesso Ministero, un decreto luogotenenziale del 30 gennaio 1919 
dava facoltà al Ministro della Marina, on. Del Dono, di riammettere in servizio gli operai 
licenziati nel 1904 in seguito ai disordini verificatisi nell'Arsenale Marittimo di Spezia ! 

Ahimè ! quanto sarà difficile restaurar la disciplina ! 






DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 107 

tornati al loro posto, ad evitare di perdere la posizione. Lo stesso è a dirsi 
dei postelegrafonici. 

Per certe linee i treni si sarebbero arrestati a lungo? Meglio questo che 
cedere così timidamente, stabilendo una consuetudine ruinosa (1) ! 

■ Mettere sul lastrico tanta gente che ha diritto alla vita, stringe il cuore; 
ma questo diritto alla vita l'abbiamo tutti quando s'adempiano i proprii do- 
veri. D'altronde la sostituzione con militari idonei, magari richiamati, in certi 
casi era possibile (2\ nel mentre i tanti aspiranti ad un impiego ferroviario 
avrebbero occupato i posti lasciati vuoti dai dimissionari volontari, ed avreb- 
bero in breve imparato a fare quel ch'essi facevano, e che non è poi 
gran cosa (3). 

« Ma poteva succedere lo sciopero generale : gli altri operai organizzati 




(1) « Non v'è cosa più contraria alla tranquillità pubblica che la persuasione di molti 
di potersi agevolmente sottrarre dal rigor delle pene dopo aver violate le leggi ». Così il 
Vasco riassume con bella sintesi ciò che tutti i politici hanno affermato sin dai tempi più 
antichi. V. La felicità pubblica considerata nei coltivatori di terre proprie. Nella collezione del 
Custodi, Scrittori classici italiani di Economia Politica, parte moderna, voi. XXXIV, pag. 31. 

(2) La Marina da guerra concorse a rendere attuabile una parte del servizio. 

(3) Né va esclusa, occorrendo , la militarizzione del personale , onde 1' abbandono del 
servizio sia punito secondo il Codice Penale per 1' esercito. E nemmeno che si sciolga un 
corpo d' impiegati , nella sua maggioranza ingovernabile , e poi si ricostituisca coi fidi , e 
con la giunta d'elementi nuovi, che non mancano. 

Notiamo che il senatore Rolandi - Ricci, nella detta seduta dell'8 febbraio 1920, propo- 
se anche questo rimedio : « Precostituire un servizio succedaneo per l'evento dello sciopero. 
Non c'è che da copiare la Germauia socialista. Essa istituì la Tochmische Nothilfe, ch'è un 
corpo di 30000 uomini, scelti fra studenti, ingegneri, capi d'opera, operai volontari che ab- 
biano già una capacità tecnica , od abbiano servito nel genio militare ; e fu stabilito che 
costoro sarebbero mobilitati a sostituire, in caso di sciopero dei pubblici servizi, gli 
scioperanti. 

« La costituzione di un tal corpo sarà contrastata , e magari darà luogo ad una pro- 
clamazione di nuovi scioperi. Ebbene, vivaddio, sosterremo per una volta tanto, per un 
mese, per due questa disgrazia, ma poi sarà finita per sempre!» 



1 



108 PROF. PIETRO MERENDA 

avrebbero anch'essi, per solidarietà, -incrociato le braccia ». Timor panico ! Lo 
sciopero generale (il quale d'altronde, ora che ci siamo avvezzi, non fa più 
paura a nessuno) non sarebbe stato veramente generale, nemmeno fra gli 
operai organizzati, e si poteva contare sopra la maggioranza buona degli ad- 
detti alle ferrovie e degl'impiegati delle poste, dei telegrati e dei telefoni, la 
quale non scioperò, e non voleva scioperare, e non fu tutelata abbastanza. 
Il Governo avrebbe avuto a suo fianco la reazione del pubblico indegnato, 
la quale non mancò, quantunque fosse abbandonata a se stessa, non incorag- 
giata e sorretta; sicché parve talora che non s'avesse dalle autorità coscienza 
ch'erano in giuoco interessi supremi dello Stato, e che invece esse volessero 
restar neutrali. Per opinione generale è meglio affrontare una buona volta 
questi spauracchi, e finirla (1). 

« Ma potevamo avere la rivoluzione » ! — Baie anche queste. Se fossero 
stati pronti, l'avrebbero fatta; e in ogni modo, se un conflitto è inevitabile, 
meglio scegliere noi il momento, anziché farlo scegliere all'avversario; ed è 
un momento buono quello in cui la maggioranza è sdegnata contro i ribelli. 

Le leggi, dunque, sono applicabili, se si ha la buona volontà e l'energia 
di porvi mano. Del resto, dato e non concesso che siano insufficienti, se ne 
possono fare altre che servano all'uopo. Sono stati emanati centinaia e cen- 
tinaia di Decreti - Legge , non tutti indispensabili : uno di più , e salutare , 
avrebbe avuto il plauso pieno del paese, che non vede l'ora d'esser liberato 
da questa situazione incresciosa , e che vuole che lo Stato torni a tutelare 
il diritto, cominciando da quello dello Stato medesimo. Questa mancata tu- 
tela del diritto dello Stato fece credere agi' impiegati che ormai comanda- 
vano essi; che non erano più subordinati di quello, ma suoi pari, anzi suoi 
avversari; che potevano imporre patti : e fu l'anello primo d' una lunga ca- 
tena di fatti posteriori, nei quali si subirono sfide e violenze , onde sminuì 



(1) Che se lo Stato continuasse a farla quasi da spettatore,-*! pubblico, offeso nei suoi 
interessi e nei suoi sentimenti patriottici , potrebbe far da sé. La qual cosa sarebbe una 
disgrazia : guai quando il diritto si tutela per via di furor popolare , o di vendetta indi- 
viduale o partigiana ! 



* 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 109 

•sempre più l'autorità statale, fino a far credere che il Regno d'Italia si di- 
sgregasse, dopo aver dato nella guerra pruova d'una forza che ha pochi ri- 
scontri nella storia del mondo. 

A proposito della persecuzione degli scioperanti contro i fedeli, e del- 
l' ingiunzione ai Direttori delle Poste: Denunziare chiunque se ne fosse reso 
autore, chiese V On. Nitti al Senato: Che cosa potevo fare di più? Poteva 
ordinare agli agenti della pubblica sicurezza d'arrestare i rei; poteva costoro 
far condannare per direttissima, dacché c'è l'uso deplorevole che un delitto 
è punibile quando al Ministro dell'Interno piace cbe sia tale. 

Dato poi e non concesso che non si potesse destituire tanto numero di 
scioperanti ferroviari, si poteva non trattare da pari a pari coi rappresen- 
tanti loro, si poteva escluder quelli dai benefizi che furono accordati dopo 
lo sciopero. 

Ma la debolezza dell' on. Nitti non permise nemmeno questo. Né tale 
difetto del già presidente del Consiglio si manifestò unicamente per gli scio- 
peri del gennaio; esso rifulse anche posteriormente alla discussione avvenuta 
in Senato il dì 8 febbraio 1920. Era Ministro delle Poste e dei Telegrafi l'on. 
Alessio, che pareva forte tempra d'uomo. Egli, coni' ebbe a dichiarare il 6 
maggio alla Camera dei Deputati , aveva fatto ogni sforzo perchè qualche 
beneficio immediato si concedesse al personale postelegrafonico, ed aveva ot- 
tenuto per esso dal Tesoro un anticipo di L. 75 mensili per il personale di< 
ruolo, e di L. 40 per quelle fuori ruolo; però, intimato al Governo, per una 
parte del personale, un ultimatum inaccettabile, egli non volle ricevere una 
rappresentanza di coloro che ritenevano lecito ciò che le leggi amministra- 
tive e il codice consideravano come un reato (1). Invece 1' On. Nitti ricevè e 
trattò. Oltre a questo il 24 aprile era comparso nella Gazzetta Ufficiale il 
seguente decreto, essendo sempre lo stesso il capo del Governo: 



(1) Prima dell' ostruzionismo aveva benignamente e ricevuto e trattato. L'auticipo con- 
ceduto, che non accontentò, prese forma legale, con R. D. L. 29 aprile 1920, N. 569. 



110 PROF. PIETRO MERENDA 

Art. 1. — Senza pregiudizio dell'azione penale secondo le vigenti leggi e 
delle sanzioni previste dalla legge sullo stato giuridico , gì' impiegati dello 
Stato che volontariamente abbandonano l'ufficio o il servizio o prestano l'o- 
pera propria in modo da interrompere o perturbare la continuità e regola- 
rità del servizio, saranno sospesi dallo stipendio, per la durata della infra- 
zione ai loro doveri di ufficio. 

Art. 2. — La sospensione dello stipendio è applicata mediante decreto del 
Ministro competente, previo accertamento dell' infrazione da parte del capo 
di ufficio o del servizio o di un ispettore. 

Art. 3. — Il presente decreto andrà in vigore il giorno stesso della pub- 
blicazione nella Gazzetta Ufficiale, e sarà presentato al Parlamento per la 
conversione in legge (1)». 

11 decreto è comparso prima del 27 del mese, perchè, a quanto pare, l'or- 
ganizzazione si proponeva di passare allo sciopero dopo che quel giorno gli 
impiegati avessero in tasca la mesata di stipendio. 

Né il decreto rimase vana apparenza, destinata ad intimidire soltanto , 
perchè l'on. Alessio procedette alla sospensione dei colpevoli. 

Se non che ecco un mutamento di scena. Il giorno consueto gli stipendi 
sono integralmente pagati , riserbandosi il Ministero di fare la relativa rite- 
nuta nel prossimo mese. Che cos' è accaduto dietro le quinte? E come mai 
l'on. Alessio restò al suo posto? 

Intanto V ostruzionismo, che ormai languiva, si ravvivava, e gl'impiegati 
dello Stato hanno appreso come e qualmente il decreto pubblicato dalla Gaz- 
zetta Ufficiale il 24 aprile, va a tener compagnia alle grida dei governatori 
spagnoli di Milano, ai bandi di Palermo, ai privilegi di Messina ! 

Si venne ad una transazione. In sostituzione dell'anticipo concesso con 
R. D. L. N. 569, del 29 aprile 1920, un altro R. D. L. dell' 8 giugno 1920, 



(1) Il D. L. 24 aprile 1920 fa emanato, vista la legge 2 novembre 1908, H. 683, sullo stato 
giuridico degli impiegati dello Stato, udito il Consiglio dei Ministri, sulla proposta del Mi- 
nistro Segretario di Stato per gli affari dell'Interno, presidente del Consiglio dei Ministri,, 
di concerto con tutti i MiDistri. 






DELLA CONTINUITÀ DI PUBBLICI SERVIZI 111 

N. 770, ordinò corrispondersi L. 100 mensili a tutto il personale di ruolo e 
fuori ruolo , giornaliero ed avventizio. Oltre a ciò lo stesso R. D. L. dell' 8 
giugno modificava ben 30 articoli del R. D. L. 2 ottobre 1919 , N. 1858 , 
concernente l'ordinamento degli uffici e del personale postelegrafonico, e un- 
dici ne aggiungeva, accordando nuovi vantaggi d' ogni genere , e sostituiva 
altre tabelle a quelle allegate al decreto medesimo, 2 ottobre 1919. 

Il senatore De Capìs, nella sua terribile requisitoria, aveva detto : « Per- 
mettetemi , on. presidente del Consiglio , di chiedervi la spiegazione d' una 
frase da voi pronunziata nell'altro ramo del Parlamento. Voi diceste, rivol- 
gendo il vostro sorriso ai centocinquantasette. « Oh ! non pensate : voi non 
« riuscirete mai a farmi diventare antisocialista ! ...» 

Risposta : « Si è susurrato pure che noi abbiamo avuto , che io perso- 
nalmente, credo, avrei avuto eccessiva tolleranza; mi si è rimproverato di es- 
sere amico dei Socialisti, ed anche di aver dichiarato che , qualunque cosa 
si faccia, non diventerò mai antisocialista. Quest'ultimo rimarco risponde 
proprio al mio pensiero, e però mi spiegherò lealmente ». 

Ma questa spiegazione si cerca invano nel discorso; bensì nella chiusa 
di esso si legge: «Nello sforzo tenace di volontà per dare al paese il pre- 
stigio e la posizione che deve avere, occorre non perdere la calma, far sen- 
tire alle classi operaie, alle grandi masse umane che si affacciano alla vita, 
ed alle quali durante la guerra tante cose abbiamo promesse, anche quelle che 
non si dovevano promettere, che il Governo è solido e forte, che le istituzioni 
sono salde, e che nelle istituzioni d'Italia tutte le grandi riforme si possono 
compiere, tutte le trasformazioni nobili e generose possono avvenire. Ho la spe- 
ranza, sarà una fissazione ma non di un debole, ho, credete, la speranza di 
lentamente ma coraggiosamente condurre queste classi agitate verso lo Stato 
Italiano, che ha dentro di sé tanta forza e tanta vita da superare il periodo 
critico che attraversiamo». 



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112 



PROF. PIETRO MERENDA 



J5. — Si combatte la tesi che le leggi esistenti dipendano da errate concezioni 
giuridiche ed economiche. Risposta negativa al primo quesito. 



Veniamo alla seconda quistione, ch'è tutta teorica. L'on. Nitti distingue 
fra impiegati addetti a funzioni di sovranità, e impiegati d'altro genere. 

E ciò accettabile ? 

Che cos'è la sovranità ? E l'afférmazione della giuridica personalità dello 
Stato. Che cos'è lo Stato ? L'organizzazione giuridica d'una determinata con- 
vivenza, ossia la società politica. I due concetti, per quanto correlativi, non 
sono convertibili l'uno nell'altro. Il primo contiene gli elementi indispensa- 
bili a costituire la giuridica personalità : tutela del diritto dell'interno: tutela 
del diritto di fronte agli altri Stati. Il secondo contiene gli stessi elementi, 
ma non quelli soli, essendo V organizzazione giuridica più vasta della tutela 
giuridica, come quella che racchiude nel suo seno un doppio ordine di fini, 
e cioè, non soltanto le funzioni essenziali, senza le quali, sotto qualunque for- 
ma di governo, Stato non esiste, e quindi vien meno la sua giuridica perso- 
nalità; ma eziandio comprende funzioni accessorie, che fan pure parte del- 
l' organizzazione giuridica della Società, e che rappresentano beni non giuri- 
dici, ma di civiltà, progredienti come progredisce l'umana convivenza, e rag- 
giungibili mediante lo Stato, o perchè non vi bastano né le forze dei singoli, 
anche associate liberamente, né quelle del Comune e della Provincia, o per- 
chè l'organizzazione giuridica della convivenza può farli conseguire in modo 
più economico e sicuro che non si possa mediante i privati od i corpi poli- 
tici minori. 

Ma come la Società civile è composta di uomini, che pur formano l'or- 
ganizzazione giuridica, o società politica , o Stato che vogliam dire , così le 
funzioni politiche intese a raggiungere i fini dello Stato, debbono essere eser- 
citate da uomini, i quali si dedichino a quest' uopo permanentemente, allo 
stesso modo come permanente è la Società politica. Questi uomini sono i 
pubblici impiegati in senso largo , i quali fanno del pubblico servizio una 




DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 113 

professione abituale. Essi, gerarchicamente ordinati, attendono in modo con- 
tinuativo ad un ufficio dello Stato , con una remunerazione anch' essa conti- 
nuativa. 

Lo Stato non è una persona fisica, ed è persona in virtù d'una finzione 
di diritto; onde costituisce una persona giuridica o morale, la quale si con- 
creta nelle persone fisiche che lo rappresentano, e sono i suoi organi, cioè 
le membra , a continuare la metafora , con le quali lo Stato esplica le sue 
funzioni vitali. 

Quale la natura del rapporto tra l'impiegato e lo Stato ? È da scartarsi 
che questo rapporto sia unilaterale (lo Stato, con atto di sovranità, stabilisce 
le condizioni, sceglie, assume, licenzia); deve ammettersi invece che il rap- 
porto sia bilaterale (incontro di due volontà: quella sovrana dello Stato che 
stabilisce le condizioni, sceglie, assume; quella dell'impiegato, che accetta). 
Contratto adunque, ma sui generis, cioè non identificabile con nessuno di 
quelli di diritto privato ai quali somiglia (locazione d' opera , mandato , do 
ut facies, facio ut des) perchè di diritto pubblico, essendo uno dei contraenti 
investito della sovranità, e l'oggetto del contratto essendo il servizio pubblico 
permanente. 

A che s'obbliga l'impiegato ? Alla fedeltà ; al mantenimento del segreto 
d'ufficio, quando sia prescritto; all'ubbidienza ai superiori; al lavoro. 

Il quale per necessità dev'essere continuo e regolare , essendo lo scopo 
pel quale fu assunto il pubblico funzionario quello ch'egli adempia a certe 
determinate funzioni, le quali, di lor natura, sono permanenti, cioè continue 
e regolari. 

In corrispettivo lo Stato fa al pubblico funzionario una posizione sui 
generis privilegiata, ben diversa da quella che fanno i privati a quei che li 
servono , cioè gli offre queste guarentigie : stabilità relativa (quella assoluta, 
inamovibilità, appartiene ai magistrati e ai professori d'Università) diritto allo 
stipendio, diritto alle promozioni, diritto alla pensione. Come lo Stato vuole 
l'impiegato tutto per sé, così gli assicura la vita pel presente e per l'avvenire, 
e si prende cura delle vedove o degli crfani quand'egli chiude gli occhi per 
sempre alla luce. 

15 



114 PROF. PIETRO MERENDA 

Permanenza di funzioni, e quindi lavoro continuo e regolare, sono carat- 
teristiche indelebili dell' impiegato. S' egli sciopera , sotto qualunque forma. 
anche quella ipocrita dell'ostruzionismo, perde queste caratteristiche, spezza 
il vincolo, può essere licenziato: ha voluto diventar libero cittadino, e tal sia 
di lui ! Sin qui c'è analogia con quel che avviene fra privati, dove la conti- 
nuità e la regola ita sono pure necessarie, e, quando mancano, il padrone 
ha diritto di licenziare l'operaio. 

Analogia non identità, perchè, mentre la permanenza di funzioni, per 
ciò che riguarda lo Stato, dev' esser assoluta, essa, in quanto ai privati . è 
relativa. Il rapporto fra operai e industriali, tra contadini e proprietari è di 
semplice prestazione d'opera, e questa prestazione è temporanea, avendo il 
lavorante contrattato un dato compenso per una determinata fatica: la per- 
manenza è limitata al tempo pattuito, e durante questo son necessarie 
continuità e regolarità; ma ciascuna delle parti può sciogliere il vincolo giu- 
ridico : il lavorante può chiedere aumento di salario, e, se non l'ottiene, scio- 
perare; chi richiede il lavoro, è libero di licenziare il lavorante, e prenderne 
un altro, se gli conviene, com'è libero di non continuare l'esercizio dell'in- 
dustria, o di dedicare ad altro uso la sua terra, secondo il suo tornaconto. 
Mentre i prodotti dell'industria privata, se non li fornisce uno più, li appre- 
sta un altro, si possono trovare accumulati nelle botteghe od ammassati in 
provviste nelle case, o surrogare; i servizi dello Stato sono monopolistici, e 
non sono surrogabili : devono quindi avere continuità assoluta. Il vincolo giu- 
ridico fra lo Stato e l'impiegato è di natura diversa : lo Stato non può cessare 
dalle sue funzioni, può soltanto mutarne l'esplicazione; esso non ha libertà 
di spezzare a suo libito il vincolo giuridico che lega l'impiegato a lui. e quando 
lo ha fatto per soppressione o riforma di uffici, mettendo sul lastrico gl'im- 
piegati, n'è venuto uno scandolo disastroso (1); esso, appunto per la sua per- 
manenza assoluta di funzioni, per l' intrinseca partecipazione dei pubblici 
ufficiali alla sua vita ed alle sue condizioni, prende di loro, checché si dica. 



(1) Si allude all'infausta legge 11 ottobre 1863. X. 4500, sulla disponibilità. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 115 

cura quasi paterna anche oltre la tomba (l) ; ond' è che pubblici ufficiali e 
Stato costituiscono un tutto inscindibile, perchè le persone fisiche concretano 
la persona giuridica, e quelle e questa incarnano V organizzazione giuridica 
della convivenza. 

V'ha di più. 11 pubblico ufficiale si poteva dimettere : nessuno gliene 
avrebbe fatto carico; sarebbe stato surrogato, senza che ne soffrisse la perma- 
nenza della funzione : invece no: è rimasto, ma, concertandosi con altri com- 
pagni e insieme con loro, ha interrotto o prestato in modo irregolare il servizio; 
ha commesso un'estorsione contro la collettività, quasi dicesse : o la borsa o 
la vita; ha imposto la volontà d'una minuscola organizzazione, per interessi 
minimi, alla volontà dell'organizzazione universale, ai suoi interessi grandi; 
ha rotto il vincolo giuridico che lo legava allo Stato, per poi riallacciarlo a 
suo libito, dopo ottenuto quanto domandava, spezzando così la compagine 
politica; ha quindi leso il diritto pubblico, e volontariamente : or questo fatto 
è dolo, e questo dolo cader deve sotto la sanzione penale della legge penale. 

Ma , oltre la lesione del 'diritto pubblico , neh' interruzione e irregolarità 
c'è il danno. Anche nei rapporti privati interruzione e irregolarità possono 
costituire un tal quale danno pel pubblico, ma più direttamente colpiscono, 
e in maggior misura , il padrone; per lo più feriscono esclusivamente que- 
st'ultimo : il danno c'è dunque, ma esso è puramente e semplicemente di ca- 
rattere patrimoniale ; mentre , quando- si tratta di servizio pubblico , esso è 
eziandio morale o politico, ed il danno patrimoniale è in senso, non più par- 
ticolare , ma generale , perchè paralizza e, prolungato , spegnerebbe la vita 
economica della nazione. 

Nello stato attuale di civiltà, essendo la produzione fondata sul lavoro 
diviso, e la soddisfazione dei bisogni sullo scambio, si consuma quel che 



(l) Vero è che in pratica talora quest'intendimenti dello Stato vengono frustrati per 
un malinteso spirito fiscale; ma la colpa per lo più è degli uomini, non delle cose, e più 
che in altri , è da ricercarsi negli stessi impiegati , che non consigliano bene gli uomini 
politici. 



116 PKOF. PIETRO MERENDA 

non si è prodotto, e si produce quello che non si consuma; or, mettendo 
da canto la irregolarità, e considerando soltanto la interruzione dei pubblici 
servizi ferroviari, essa arresta la circolazione dei beni; il che significa: 
far mancare le materie prime e il carbone alle industrie manifatturiere, e 
impedire che i manufatti sien disponibili pel consumatore; far marcire le der- 
rate alimentari nei luoghi di produzione o nei porti : pertanto l'interruzione 
espone popolazioni intere a morire di fame e di freddo. Per cento motivi, 
anche non economici, si è costretti a recarsi da un luogo ad un altro, e spesso 
con urgenza, e si resta invece lì nel disagio, nell'inazione, nel dolore ! £ que- 
sto, considerando soltanto la interruzione, e nel solo servizio ferroviario ! 

Si attende ansiosamente una lettera od un dispaccio, e niente arriva. 
Le private faccende vanno sossopra , le buone occasioni si perdono , non 
si ha notizia della madre inferma o dei figli. 

Si va in un pubblico ufficio perchè si sbrighi una pratica, e lo si trova 
chiuso , e le cose nostre vanno in malora ! 

Tutte le classi sociali sono colpite: anche se i Ministri, perchè sordi ai 
giusti lamenti degl'impiegati, sono biasimevoli, il gran pubblico , ciré inno- 
cente, che fa le spese, è vittima. 

Quei che, godendo di pubblico impiego, pigliano posizione contro lo Stato, 
si schierano contro la convivenza , la quale ha il diritto di non essere col- 
pita nei suoi interessi vitali della sparuta minoranza egoistica che è ai suoi 
servizi ; si schierano contro la convivenza , che non paga certamente i tri- 
buti perchè siano scialacquati da categorie di vampiri organizzate per dis- 
sanguarla. 

Pertanto, dato e non concesso che nei singoli casi lo Stato abbia torto 
e l'impiegato ragione, questo potrà far valere, i suoi diritti con tutti i mezzi 
legali: slampa, petizioni, riunioni, mai interrompere, previo concerto, la con- 
tinuità e la regolarità del servizio. Qualora l'interrompa, con quest'atto egli 
s'è volontariamente dimesso; e deve eziandio rispondere d'un reato punibile. 
Invero, se un cittadino non impiegato agisce in modo da interrompere un 
pubblico servizio o da impedirne la regolarità, non avrebb' egli commesso 
un delitto? INL1 pubblico ufficiale c'è l'aggravamento che il dolo viene proprio 
da colui al quale il servizio venne affidato ! 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 117 

Veniamo adesso alle distinzioni escogitate dall'on. Nitti. 

Sulla prima classe di funzioni, quella relativa alla sovranità, l'accordo è 
completo; i relativi servizi, obbligatoriamente offerti dallo Stato, non possono 
soffrire che se ne interrompa la continuità e la regolarità : queste devono es- 
sere assolute: come non si concepisce una organizzazione giuridica a balzi, 
così la sovranità, che vi è contenuta, non può essere intermittente; è mi- 
sfatto l'azione con la quale si consumasse interruzione od irregolarità, es- 
sendo di diritto pubblico il rapporto fra l'impiegato e lo Stato. Ma in questa 
classe di funzioni sovrane entrano : la difesa, l'estero, la giustizia, le finanze, 
e nulla più. Non c'entrano punto : la pubblica istruzione, le colonie, i mini- 
steri tecnici (lavori pubblici; ferrovie; poste e telegrafi; agricoltura, industria e 
commercio): le relative funzioni non fan parte della sovranità, e ne\V organizza- 
zione giuridica rappresentano, non l'essenziale, ma Vaccessorio; tuttavia del- 
l'organizzazione fan parte , quindi è anche reato interrompere la continuità 
e la regolarità dei servizi che vi si riferiscono, essendo pure di diritto pub- 
blico il rapporto fra l' impiegato e lo Stato. Perchè il capo del Governo 
tacque di questa classe di funzioni? Ammette forse per essa il diritto allo 
sciopero ? 

Si può rispondere che il presidente del Consiglio non voleva andare 
tant'oltre, e che voleva limitarsi ad accogliere il diritto di sciopero in quella 
parte dei ministeri tecnici, dove il servizio ha carattere industriale. E sia ! 
quantunque allora il contrassegno distintivo non istarebbe più in quella be- 
nedetta sovranità, e per lo meno rifiutar si dovrebbe quel diritto, npn solo 
a quei funzionari che prestano 1' opera loro nelle funzioni essenziali dello 
Stato, ma anche agli altri che la prestano nelle accessorie. 

Or limitandoci all' esame dei servizi dei ministeri tecnici che han ca- 
rattere industriale, cade acconcia una distinzione. V hanno servizi ammini- 
strativi speciali, richiesti dai privati, che lo Stato assume con privativa per 
motivi di pubblica utilità , cioè per apprestarli in un modo più economico e 
sicuro che far non possa l'industria privata; onde lo scopo non è quello di 
ottenere un profitto (se ce n' è , tanto meglio !) ma è l'altro di conseguire , 
mercè una tassa, il rimborso totale delle spese incontrate. Han questo ca- 



I 






118 



PROF. PIETRO MERENDA 



ratiere le ferrovie, nei paesi in cui proprietà ed esercizio sono nelle mani 
dello Stato, le poste, i telegrafi, i telefoni, la fabbricazione delle monete, se- 
condo il regime che si adotta. Qui il rapporto è di diritto pubblico, l'impie- 
gato ha un contratto con la Nazione, diritto allo sciopero non ce n'è. 

L'avvedutezza dell' on. Ministro, a difendersi dal biasimo inflittogli dai 
senatori interpellanti; consiste precisamente in questo : eliminare datali ser- 
vizi il rapporto di diritto pubblico; mancate così le basi, crolla l'edificio che 
vi sta sopra, cioè la qualifica di pubblico ufficiale, determinante le corrispon- 
denti sanzioni penali ed amministrative. Ecco chiarito dove miravano le pa- 
role del suo discorso « che stanno, per la estensione delle attività, che espli- 
cano, tra le grandissime imprese di carattere veramente pubblico, e, per la na- 
tura delle attività, fra le imprese di carattere privato»; miste quindi o semi- 
pubbliche, anzi più private che pubbliche, tanto che «in molti paesi sono ge- 
stite in forma puramente privata » (1). 

V'hanno poi le privative fiscali, industrie che lo Stato esercita all'i ufuori 
delle norme ordinarie del diritto comune e della concorrenza, allo scopo di 
ricavarne un profitto superiore a quello corrente (2), col quale provvedere ad 



(1) Vedremo in appresso quale importanza abbia questo per il diritto allo sciopero, e 
quanto valga 1' affermazione che « lo Stato interviene per regolare lo svolgimento solo in 
quanto si riferisce alV interesse, all'ordine ed alla sicurezza pubblica». 

(2) 11 valor normale dei prodotti di queste industrie , quello cioè attorno al quale si 
producono le ossillazioni continue del valore corrente o di mercato, non è determinato dal 
costo (spese di produzione); questo, trattandosi d'attività diretta alla formazione di ricchez- 
ze artificiali soggette a monopolio, segna il valore minimo, al di sotto del quale non si può 
fissare il valore normale senza incorrere in una perdita. Ordinariamente il valore normale 
supera il costo, fissandosi dal monopolista nel punto in cui c'è parità tra offerta e domanda. 

Il valore corrente espresso in moneta (prezzo) non è dibattuto, non nasce dal rapporto 
tra domanda ed offerta, ma è determinato, in modo unilaterale , dal monopolista, nell' in- 
tento di assicurarsi il maggior profitto. Egli lo può alzare od abbassare secondo il torna- 
conto suo. Se, alzandolo, la clientela acquisitrice dà in complesso maggior profitto di quel 
che darebbe un maggiore spaccio a prezzo ridotto, egli preferirà la combinazione nella quale 
si offre ad alto prezzo. Quando invece il prezzo elevato contrae eccessivamento lo spaccio, 



DELLA CONTINI/ITA DEI PUBBLICI SERVIZI 119 

una parte delle spese pubbliche, e che include in sé anche un'imposta. Queste 
industrie sono le imprese puramente private, delle quali parlò 1' on. Nitti, e 
ben disse. Quantunque i tributi siano di diritto pubblico , essendo qui pre- 
valente lo scopo, non del servizio pubblico, ma del profitto dell'impresa, si può 
ammettere che tra lavorante e Slato vi sia un rapporto di diritto privato, si- 
mile a quello che passa tra operai e padroni; e la logica ci porta a consentire 
qui il diritto di sciopero. In aprile ultimo scioperarono gli operai appartenenti 
alla Federazione dei lavoratori dello Stato : sali, tabacchi, ecc. La coscienza 
popolare, che talvolta è buon giudice , non s' è indignata così come per gli 
scioperi in cui il rapporto è di diritto pubblico: al più ha potuto biasimare 
le pretese eccessive, allo stesso modo col quale ha biasimato quelle pur tali 
avanzate negli scioperi che si riferiscono all'industria privata. È però un'am- 
missione teorica la nostra, in questo senso che gli addetti a questo genere 
di lavoro pretendono oramai un ordinamento simile a quello di cui godono 
gl'impiegati governativi: stabilità, promozioni, pensioni, diritti quindi: non 
hanno pari slancio quando si tratta dei doveri. Comunque ei non c'è qui nulla 
da riformare : la legge non considera i relativi operai ed impiegati come pub- 
blici ufficiali (1), e quindi non commina delle sanzioni. 

Or se per i servizi pubblici attinenti all'essenza della sovranità, per quelli 



perchè il consumatore, esasperato, fa a meno del prodotto ovvero si contenta di surrogati, 
sicché ir profitto cala, allora il monopolista offre ad un presso minore. 

Pare che in quest'ultimi tempi i rettori dei monopolii di Stato non siano molto accorti: 
volendo maggior profitto, elevano i prezzi, senza riflettere che si debbono fare i conti col 
consumatore. 

(1) Ma se non li considera come pubblici ufficiali, nemmeno li mette allo stesso piano 
degli operai addetti all'industria privata. In fatti la legge sulla istituzione dei probi -viri, 
15 giugno 1893, N. 295, per la conciliazione delle controversie che per l'esercizio delle in- 
dustrie sorgono fra gl'intraprenditori e gli operai o apprendisti, o anche fra operai, in di- 
pendenza dei rapporti di operaio o apprendista, dichiara all'art. 45: «Le disposizioni della 
«presente legge non sono applicabili ai direttori, agli amministratori, agli impiegati edagli 
«operai addetti agli stabilimenti e cantieri dello Stato». 






120 PROF. PIETRO MERENDA 

a questa accessori ma non industriali, per gli altri, pure di Stato, aventi carat- 
tere industriale ma di pubblica utilità, non c'è diritto allo sciopero (1); ne ven- 
gono due conseguenze : la prima che, per quanto si consideri questa materia 
con serietà, e con serenità e si riesami , non in base ai soli concetti fonda- 
mentali proposti dall'on. Nitti, ma con quelli, emendati però ed integrati, non 
si riesce a trovare che la nostra legislazione in fatto di scioperi dei pub- 
blici ufficiali sia da correggere come in parte giuridicamente ed economica- 
mente errata ; la seconda conseguenza è che non c'è diritto a tener su Vor- 
gano che serve agli scioperi; e pertanto diciamo senz'ambagi essere opinione 
generale che, a far tornare stabilmente l'ordine, le federazioni, che impru- 
dentemente si son lasciate costituire, debbono esser disciolte. 

Ma la libertà? il diritto d'associazione? 

La libertà non è fine a se stessa, ma ha per fine il bene; se con questo 
è antitesi, va limitata : diceva Robespierre (e la citazione dovrebbe riuscir 
gradita ai rivoluzionari) diceva che La libertà d'un cittadino finisce quando 
comincia quella di un altro. Che avrebb'egli detto se quest'altro è il paese, 
con cui si è contrattato, e che paga ? 

Il diritto d'associazione ! Statutario e sacro per cose lecite, ma per cose 
illecite è inammissibile. 

« Saremo schiavi adunque ? » Un momento : schiavi no, perchè lo Stato 
non costringe nessuno ad abbracciar questa o quella professione determinata; 
e qualora se ne sceglie una che contenga , neh' interesse sociale, quella re- 
strizione, non si diventa schiavi, ma si fa uso della propria libertà: la quale 
del resto, oltre che nell'inizio, non manca in prosieguo : quando l'impiegato 



(l) «Non è possibile alimentare nella mente dei funzionari il concetto che V ostruzio- 
nismo e lo sciopero dei servizi pubblici siano, nei rapporti con lo Stalo, un'arma di difesa. 
Nessun governo, nessuno Stato è possibile in tali condizioni. Vi è un'enorme differenza tra 
il rapporto che lega il funzionario allo Stato , e quello che vincola il colono al proprie- 
tario, l'operaio all'industriale. Lo Stato non è in contrasto coi funzionari, né essi, i quali 
ne sono parti, possono essere contro lo Stato». Così il Ministro Alessio, nella tornata della 
Camera dal 6 maggio 1920. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 121 

trova qualche cosa di meglio , può dimettersi e tornar libero come prima; 
non gli è lecito, e gli s'imputa a reato, restare , e interrompere il servizio o 
prestarlo da iurta. 

Del resto è anarchico pensare che, ubbidendo alla legge, si abdichi alla 
propria personalità. L'orgoglioso cittadino Romano, finché conservò il santo 
spirito di legalità, diceva fieramente: Siam servi della legge, affinchè pos- 
siamo esser liberi ! 

Un punto assai delicato di quest'esame è quello di determinare s'è o no 
ammissibile lo sciopero nei servizi pubblici, retti da privati (in traprenditori 
singoli o società) col fine di ricavare un profitto. 

Entrerebbero, tanto per intenderci, in questa categoria : i trammais ; gli 
automobili per viaggiatori; le ferrovie secondarie concesse all' industria pri- 
vata; le imprese d'illuminazione elettrica, di produzione del gas illuminante, 
di conduttura d'acqua potabile. Vi entrerebbero del pari, nei paesi in cui il 
legislatore crede più utile lasciare la gestione del tutto in mano dei privati, 
le ferrovie ed i telefoni, secondo accennava l'on. Nitti nel discorso suo. 

La difficoltà teorica è questa : « Ammettere si può il carattere pubblico 
quando trattasi d'industria privata? Non è contraddizione nei termini?» 

Intanto abbiamo un fatto : la disciplina imposta dallo Stato alla navi- 
gazione, e le sanzioni gravissime comminate dal Codice per la marina mer- 
cantile, pur trattandosi di rapporti meramente industriali, tra impiegati (ma- 
rini) ed impieganti (armatori). Dunque, per analogia, disciplina e sanzioni si 
possono stabilire per le persone che si addicono alle imprese anzidette , a 
guarentigia in queste , come nella marina , del pubblico servizio. Non è am- 
missibile che lo Stato intervenga per regolarne lo svolgimento solo in quanto 
si riferisce all' 'interesse, all'ordine ed alla sicurezza pubblica, e si disinteressi 
poi della continuità e della regolarità del servizio. 

Volendo adesso penetrare nel principio giuridico, e andare oltre l'analo- 
gia, a noi pare che il principio giuridico sia questo : «È di diritto l'intervento 
dello Stato, e quindi l'imposizione di disciplina e sanzioni, allorché un servizio, 
pur essendo apprestato da privati a fine esclusivo di profitto, rivesta carattere 
pubblico , nel senso che V intera azienda ha contrattato idealmente il vincolo 

giuridico di render quello, in quella tal forma e con quelle regole. 

16 



ìm 



PROF. PIETRO MERENDA 



E del resto si ponga mente che la concessione delle linee dei tramnais 
è fatta dai Comuni, con l'approvazione dello Stato ; che l'esercizio degli au- 
tomobili è concesso dallo Stato ; che lo stesso avviene per le ferrovie secon- 
darie, le quali anche ricevon da quello un sussidio chilometrico. 

Ne pare evidente che il principio regolatore debba, a maggior ragione, 
aver vigore quando si tratta di municipalizzazioni, e cioè d'imprese di tram- 
wais, illuminazione elettrica, gas, acqua, rette da Municipi nel pubblico in- 
teresse, sia per dare al pubblico i prodotti dell' industria a miglior mercato 
di quel che possa fare l'industria privata, sia per ricavarne un profitto. La- 
sciamo lì se questi propositi si risolvano in illusioni. 

Per tutte queste considerazioni dobbiamo rispondere NO al quesito : Gli 
addetti ai pubblici servizi han diritto di scioperare ? 

§ 16. — Si risolve pure negativamente il secondo quesito : Xa libertà politica, 
che han diritto di godere gli addetti ai servizi pubblici, può estendersi 
fino ad a3ioni tendenti alla mutazione della forma di governo e al dis- 
solvimento della civile società ? 



Lo Statuto del Regno sancisce per tutti i cittadini : uguaglianza legale, 
libertà personale , libertà di coscienza e di culto , libertà di opinione e di 
stampa, libertà di riunione e di associazione. Questi diritti appartengono pure 
all'impiegato, ma con limitazioni che in parte son comuni agli altri cittadini, 
in parte dipendono dalla condizione particolare di lui. 

Non solo gli è vietato ciò che è del pari illecito agli altri membri della 
società politica, ma non gli è permesso tutto quanto non si addice al suo rap- 
porto con la pubblica amministrazione. Così gli sarà permesso di discutere per 
le stampe sopra i servizi pubblici , gli è vietato censurare il potere cui egli è 
addetto e i provvedimenti che emana; la diffamazione e l'ingiuria sono reati 
per tutti, ma egli non può nemmeno esporre al dileggio i suoi superiori, ov- 
vero mancar loro di rispetto, e nemmeno pubblicamente discuterli. Dalla na- 
tura dell'ufficio e dalla gerarchia nasce il dovere dell' ubbidienza che l'inferiore 
deve agli ordini dei superiori, la quale ha per limiti la moralità e la legge. 



DELLA CONTINUITÀ DEI PUBBLICI SERVIZI 123 

Può aspirare, non cospirare. Cospirando, oltre le pene comminate per 
tutti, perde la sua qualità d'impiegato. Non può associarsi a manifestazioni 
esterne contrarie allo Stato che serve, ed alla forma di governo imperante, 
molto meno ad azioni tendenti a rovesciarla ; tanto peggio se dirette a dis- 
solvimento della Società civile , che lo Stato , del quale egli è organo , ha 
preciso dovere di tutelare. Egli allora manca al precetto della fedeltà, il quale 
s'intende , non solo in senso morale, ma anche politico. È un nemico che si 
deve espellere. 

Tutto questo non fa comodo, è contrario all'andazzo pel quale i diritti 
s'esagerano, i doveri non s'adempiono; ma non c'è che fare : dev'essere pro- 
clamato, perchè giusto e vero, e dev'essere inculcato : ne va di mezzo la sa- 
lute della patria ! 

Con un NO dobbiamo pure rispondere al secondo quesito. 

26 giugno 1920. 



^^^ ^pF^ 




1 






INDICE 



§ 1. — Dello sciopero in generale, per quanto riguarda il lavoro manuale . Pag. 5fi 

§ 2. — La legislazione italiana sugli scioperi d'operai o contadini ...» 60 

§ 3. — Scioperi d'operai e contadini dopo l'armistizio. — I primi scioperi degli 

addetti ai servizi pubblici » 64 

§ 4. — Gli scioperi ferroviari, postali, telegrafici e telefonici del gennaio 1920. — 

Le L. 200 nuovo pomo della discordia » 68 

§ 5. — Lagnanze ingiustificate pel trattamento fatto agli agenti e capi della 

pubblica sicurezza , ...» 74 

§ 6. — Altre interruzioni dei pubblici servizi , manifestazioni ribelli , attentati 

all'ordine pubblico » 75 

§ 7. — Sguardo complessivo agli avvenimenti narrati » 81 

§ 8. — Le cause del disordine » 82 

§ 9. — Due .questioni inerenti alle riputate interruzioni cbe in Italia hanno 

subito i pubblici servizi » 92 

§ 10. — Sul primo quesito : Gii addetti ai servizi pubblici hanno diritto di scio- 
perare ? S'inizia l'esame dal lato delle leggi vigenti » ivi 

§ 11. — Come adesso le leggi vigenti non siano più osservate. — Interpellanze 
discusse nel Senato del Regno l'8 febbraio 1920. — In che guisa fu trat- 
tata dal senatore Rolandi -Ricci la prima questione dal lato pratico e 
da quello giuridico » 96 

§ 12. — La risposta del Presidente del Consiglio » 102 

§ 13. — Le affermazioni del Presidente del Consiglio , se si ammettessero , ter- 
rebbero quasi allo Stato il diritto di reprimere gii scioperi dei suoi im- 
piegati » 104 

§ 14. — È vero cbe le leggi esistenti sono inapplicabili? — Pruove del contrario » 105 
§ 15. — Si combatte la tèsi che le leggi esistenti dipendano da errate concezioni 

giuridiche ed economiche. —Risposta negativa al primo quesito . . » 112 

§ 16. — Si risolve pure negativamente il secondo quesito : La libertà politica, 
che han diritto di godere gli addetti ai pubblici servisi , può estendersi 
fino ad azioni tendenti alla mutazione della forma di governo e al dis- 
solvimento della civile società? » 122 






MARIANO GEMMELLARO 



IL "TRIAS,, DEI DINTORNI DI PALERMO 



PARTE I. 
La Fauna triassica dei calcari delle cave di Bellolampo (Palermo). 



INTRODUZIONE 

Giovanni Di-Stefano nel 1912, con la sua Monografìa dal titolo «La 
Dolomia principale dei dintorni di Palermo e di Castellammare del Golfo » (1) 
iniziò lo studio di revisione del Trias della Sicilia occidentale. Questo studio 
si era reso necessario in seguito alle nuove pubblicazioni geologiche e pa- 
leontologiche fatte da G. G. Gemmellaro (2) e dallo stesso Di-Stefano (3) 
posteriormente all'epoca di pubblicazione della Carta Geologica di Sicilia e 
della nota Memoria descrittiva dovuta a Luigi Baldacci (4). 

Il defunto Maestro , nella Introduzione della citata Monografia , così 
scrisse : 



(1) Dt - Stefano G. — La Dolomia principale dei dintorni di Palermo e di Castellammare 
del Golfo (Trapani) — Palaeont. lt., voi. XVIII, pag. 57-104, tav. Vili -XVII, Pisa 1912. 

(2) Gemmellaro G. G. — I cefalopodi del Trias superiore della Regione occidentale di 
Sicilia, Giom. di Se. Nat. ed Ec. di Palermo, voi. XXIV, Palermo, 1904. 

(3) Di-Stefano G. — I pretesi grandi fenomeni di carreggiamento in Sicilia, Rend. R. 
Acc. d. Lincei, ci. se. fis., mat. e nat., voi. XVI, 1° sem., serie 5*, Roma, 1907. 

(4) Baldacci L. — Descrizione geologica dell'Isola di Sicilia, Roma, 1886, 



128 MARIANO GEMMELLARO 

«Le conclusioni che derivano da questo studio e la descrizione geolo- 
« gica della formazione saranno pubblicate per esteso in un prossimo scritto; 
« esse non possono separarsi da quelle relative ad altri gruppi di strati 
«triassici che sono in relazione con la Dolomia principale, in buona parte 
« ad essa sottostanti e già riferiti rispettivamente al Trias, al Lias inferiore 
« (Calcari con Rhynchonellina) , al Titonico e all' Eocene. Ognuno di questi 
« gruppi ha bisogno di illustrazioni che non possono essere tutte contenute 
«nella presente monografia*. 

L'Autore pertanto si limitò a dare un breve riassunto delle conclusioni 
stratigrafiche e paleontologiche alle quali fu condotto dall'esame delle dolo- 
mie più elevate dei dintorni di Palermo, Monreale, Parco, Montelepre, Tor- 
retta, Carini, Castellammare del Golfo e S. Vito Lo Capo. Egli riferì alla parte 
superiore della Dolomia principale (Norico nel senso di Bittner, Iuvavico in 
quello di Mojsisovics) la dolomia della parte N.-E. del gruppo dei monti di 
Castellammare del Golfo e di quelli di S. Vito, con Diploporidae , Worth. 
solitaria Ben. sp., Gerv. exilis Stopp. sp., Megalodonti ed abbondanti esem- 
plari del Dicerocardium Curionii Stopp. Riferì poi alla parte inferiore della 
Dolomia principale le dolomie più elevate con calcari dolomitici dei dintorni 
di Palermo (Sferracavallo, M. Monolfi, M. Cuccio, M. dell'Occhio, S. Martino, 
Monreale, Pioppo, Piana dei Greci, Parco, M. Grifone etc), le quali contengo- 
no : Worth. solitaria Ben. sp. , Gerv. exilis Stopp. sp. , Trigonodus rablensis 
Gredl. sp„ Halorella pedata Bronn. sp., Hai. ampliitoma Bronn. sp., etc. 

Dal 1912 in poi, il Maestro dedicò la parte migliore della sua attività 
scientifica alla continuazione dell'iniziato ciclo di studi ; ed io ebbi ventura 
di essere uno dei più assidui e devoti suoi compagni nelle escursioni geo- 
logiche e negli studi di laboratorio. Di parte della Fauna dei calcari, spesso 
marmorei, di Bellolampo (Billiemi), ritenuta una volta tiionica, riconosciuta 
doi triassica da G. G. Gemmellaro (1), egli avea fatto eseguire alcuue illu- 



(1) Gemmellaro G. G. — Studi pai. sulla Fauna del cale, a Ter. Ianitor d. N. Sicilia, 
Giorn. Se. Nat. ed Ec. di Palermo, 1S68-76. 

Gemmellaro G. G. — I cefalopodi del Trias superiore d. Regione occidentale di Sicilia, 
Giorn. Se. Nat. ed Ec. di Palermo, voi. XXIV, -Palermo, 1904. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 129 

strazioni mirabili ; molte fotografie e preparazioni di fossili avevo eseguito 
io stesso per lui. Alcuni risultati principali delle sue osservazioni , special- 
mente in rapporto col tentativo di applicazione della teoria elei carreggia- 
menti ai monti di Sicilia, fatto da Lugeon e Argand (1), erano state dal Di 
Stefano comunicati alla R. Accademia delle Scienze, Lettere e Belle Arti di 
Palermo (2) , quando , repentina , la morte lo incolse il mattino del 3 Gen- 
naio del 1918, troncando la sua vita che fu esempio di virtù, di sapienza e 
di rara modestia ! 

Commemorando il Defunto nella Seduta della Società di Scienze Natu- 
rali ed Economiche di Palermo del tre Febbraio 1918 (3) , a proposito dei 
suoi studi sul Trias siciliano, io dissi : 

« Di tale studio magistrale non rimangono che illustrazioni ed anche esse 
« non compiute. Sarà prova di devozione alla memoria dello Estinto tentare 
« di ripigliare l'importante argomento e compiere col tempo la grande opera 
« iniziata». 

Ed oggi io sciolgo il voto, seguendo nel mio lavoro le direttive indicate 
dal Maestro , a sua volta discepolo diletto di G. G. Gemmellaro , e facendo 
tesoro di quanto potei apprendere dalla sua viva voce, in dieci anni di la- 
voro comune e di affettuosa dimestichezza. 



* 
* * 



Questa mia prima Monografìa è destinata ad illustrare la Fauna trias- 
sica dei calcari delle cave di Bellolampo (Billiemi), presso Palermo. 



(t) LuGfiON M. et Argand E. — Sur de grands phénomènes de charriage en Sitile, Com- 
ptes rend. d. l'Ac. d. Se, t. CXXLII, 23 avril, 1906; Sur la grande nappe de recouvrement 
de la Sitile, Ibid., 30 avril, 1906; La ratine de la nappe sicilienne et l'are de charriage de 
la Calabrie, lbid., 14 mai, Paris, 1906. 

(2) Di -Stefano G. — Nuovi studi sul periodo Triassico della Sicilia occidentale in re- 
lazione alla teoria dei grandi carreggiamenti, Boll. R. Acc. di Se. Lett. e Belle Arti, fase. 
I, seduta del 28 Gennaio 1917, Palermo, 1917. 

(3) Gemmellaro M. -- Commemorazione di Giovanni Di- Stefano (3 Febbraio 1918), Gioro. 
Se. Nat. ed Ec. di Palermo, voi. XXXII, Palermo, 1918 - 1920. 

17 



130 MARIANO GEMMELLARO 

Dei Gefalopodi, già descritti da mio Padre (l), ho creduto utile di dare 
una revisione ; segue lo studio dei Gasteropodi , dei Lamellibranchi e dei 
Brachiopodi. Le considerazioni sulla precisa età della Fauna chiuderanno il 
lavoro. 

Una seconda Memoria servirà ad illustrare la Fauna del calcare dolo- 
mitico della Serra di Monte Cuccio (calcare con Rhynchonellina), ricchissimo 
di brachiopodi, nonché quelle degli altri sedimenti analoghi dei dintorni di 
Palermo (M. Gibilforni, Costa della Castellana, R. Borsellino, M. Pellegrino, 
etc.) ed a stabilire paleontologicamente la loro posizione cronologica. 

Una speciale Monografia geologica , prenderà infine in esame l' intera 
formazione triassica dei dintorni di Palermo e ne studierà i principali pro- 
blemi stratigrafici e tettonici. 

Io spero di portare così un buon contributo alla conoscenza del Trias 
della Sicilia occidentale, guidato dalle magistrali Opere di G. G. Gemmellaro 
e di G. Di-Stefano, nonché agevolato dalla abbondanza dei fossili ed ancor 
più dal fatto che nei Monti di Palermo, l'alta Serie triassica è rappresentata 
da gruppi di strati i quali si susseguono normalmente in una regione rela- 
tivamente ristretta , presentando così un quadro sintetico che può agevol- 
mente esser messo in confronto con i risultati stratigrafici stabiliti dai Geo- 
logi alpini. 



* 
* * 



Nell'attesa di assolvere intero l'arduo compito al quale mi sono accinto, 
credo utile di pubblicare in questo scritto un riassunto di parte delle prin- 
cipali conclusioni alle quali mi han condotto gli studi paleontologici e geo- 
logici fino ad oggi eseguiti : 

1. I calcari, spesso marmorei, delle cave di Bellolampo (Billiemi) sono 
triassici, come fu riconoscinto a suo tempo (1904) da G. G. Gemmellaro, il 



(1) Gemmellabo G. G. — I cefalopodi del Trias superiore etc. , Ibidem , pag. VI - VII . 
Palermo. 1904. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 131 

quale prima (1868-75) li aveva ritenuti titonici. La Fauna che essi conten- 
gono ha analogia con le Faune del Piano di Esino, nelle Prealpi Lombarde 
e della Marmolata, nelle Alpi Dolomitiche, presentando però rapporti note- 
volissimi con quelle di più giovani sedimenti triassici. 

2. I detti calcari marmorei delle cave di Bellolampo non si trovano in 
posizione anormale rispetto alle altre rocce triassiche della Serra di Monte 
Cuccio (calcari dolomitici con Rhynchonellina) ; del Piano della Montagna 
(scisti marnosi con arenarie) ; della vetta di Monte Cuccio (dolomie). Essi 
formano il nucleo di una grande cupola costituita dalla intera formazione 
triassica, qua e là ricoperta da lembi giurassici e cretacei. 

3. I calcari dolomitici con Rhynchonellina della Serra di Monte Cuccio 
e quelli analoghi di Monte Gibilforni , della Costa della Castellana e della 
R. Borsellino , riposano normalmente sui calcari marmorei di Bellolampo. 
Essi appartengono al Trias e non al Lias inferiore, (come si riteneva fino a 
pochi anni or sono); la loro età triassica, oltre che dalla posizione strati- 
grafica, risulta dai caratteri della Fauna che contengono (1). 

4. Gli scisti marnosi, nerastri, con arenarie, del Piano della Montagna 
(Monte Cuccio) appartengono al Trias e non all' Eocene. Essi scendono sul 
lato orientale del monte e raggiungono a Baida il Passo del Daino, mentre 
pel versante occidentale arrivano quasi all'abitato di Torretta; formano una 
striscia, più o meno potente, compresa tra i triassici calcari dolomitici con. 
Rhynchonellina della Serra di Monte Cuccio e la sovrastante dolomia della 
vetta (vedi tav. A). 

Negli scisti suddetti, nella località indicata, non ho potuto rinvenire 
fossili ; ma la loro posizione stratigrafica è così netta e la loro analogia li- 
tologica con gli altri scisti argillosi fossiliferi del Pioppo e del Giacalone nel 
Palermitano (ritenuti una volta eocenici , poi riconosciuti triassici da G. G. 



(1) Anche a Monte Pellegrino i Calcari con Rhynchonellina occupano una posizione stra- 
tigrafica identica a quella accertata a Monte Cuccio e nei Monti di Bellolampo , essendo 
nettamente sottostanti alla dolomia triassica, compresa tra le regioni Eremita e Pizzo Sella, 
messa in vista dai recenti lavori della rotabile al Monte. 



132 MARIANO GEMMELLARO 

Gemmellaro e da Giovanni Di-Stefano) è così perfetta , che non lasciano 
dubbi sulla loro età triassica (1). 

11 Flysch eocenico, tanto diffuso in Sicilia, con caratteri litologici simili 
a quelli degli scisti triassici in esame , esiste pure nella Conca di Palermo, 
ed è anche in qualche luogo fossilifero; ma la carta geologica attribuì ivi ad 
esso una troppo grande estensione. Questo avvenne perchè allora manca- 
vano gli elementi paleontologici che chiarissero l'età delle formazioni. Solo 
più tardi fu scoperta quella Fauna di Cefalopodi e di Brachiopodi per 
mezzo della quale G. G. Gemmellaro e G. Di-Stefano poterono riferire al 
Trias superiore l'insieme degli strati che si estende a Sud di Monte Meccina, 
per le Regioni Giacalone, Barone, Pezzenti, Fontana Fredda, Portella della 
Paglia, Strasatto, Costa di Carpeneto, etc. (2). 

La confusione tra Flysch eocenico e scisti triassici (difficile essendo la 
indagine stratigrafica nella maggior parte dei casi) accade facilmente in Si- 
cilia , quando mancano i fossili, data la identità litologica delle formazioni. 
Sedimenti triassici con caratteri litologici simili a quelli dell' Eocene , e già 
ad esso riferiti , si presentano , come è noto , oltre che nella Conca d' Oro, 
nel Gruppo del Monte ludica (Catania) (3), tra S. Stefano Quisquina e Cam- 
marata,, e nella regione Pirrello, alla base della Busambra (4), tra Corleone 
e il Bosco della Ficuzza. 

5. I fatti geologici come sopra accertati, oltre alla loro importanza 
stratigrafica , hanno un grande interesse dal punto di vista tettonico per 



(1) Come è noto, (v. Schopen L. in Gemmellaro G. G. — I cefalopodi del Trias supe- 
riore etc., pag. Vili, 1904) nel Vallone Deri (ex -feudo Votano, presso S. Stefano Quisqui- 
na) il torrente mette a nudo delle marne argillose, nerastre, di aspetto simile a quelle di 
Monte Cuccio, sulle quali si eleva la massa dei calcari triassici con noduli di selce. 

(2) Di -Stefano G. — I pretesi grandi fenomeni di carreggiamento in Sicilia, Ibidem , 
pag. 262, Roma, 1907. 

(3) Scalia S. — Il Gruppo del Monte ludica, Boll. Soc. Geol. It., voi, XXVIII, fase. II, 
Roma, 1909. 

(4) Gemmellaro M. — Contributo alla conoscenza del Titonico inf. di alcune località delle 
Provincie di Palermo e di Girgenti, Boll. Soc. Se. Nat. ed Ec. di Palermo, pag. 4, 20 giu- 
gno, 1920. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 133 

quanto riguarda le relazioni tra le masse mesozoiche della Sicilia e i sedi- 
menti eocenici, integrando, nei luoghi studiati, la dimostrazione già data da 
Giovanni Di-Stefano sulla inesistenza dei grandi fenomeni di carreggiamento 
nell'Isola. 

Col sicuro riferimento al Trias dei terreni fossiliferi scisto-argillosi che 
si estendono a S. di Monte Meccina, tra Pioppo e Parco (Gemmellaro G. G., 
Di-Stefano G.) , con le osservazioni esposte dal prof. Di-Stefano nella sua 
Nota sui carreggiamenti più volte citata , e con la odierna attribuzione al 
Trias degli scisti marnosi con arenarie del Piano della Montagna e del Passo 
del Daino (Monte Cuccio), viene definitivamente dimostrato che l'ipotesi dei 
grandi carreggiamenti la cui applicazione fu tentata dai sig. Lugeon e Ar- 
gand, non può in alcun modo ammettersi pei monti che circondano la 
Conca d'Oro. 



Istituto Geologico della R. Università di Palermo. 



M. Gemmellaro 






. 



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DESCRIZIONE DELLE SPECIE 



4 ì 



MOLLUSCA 



CEPHALOPODA 



TETRABRANCHIATA 



NAUTILOIDEA 



Orthoceratidae M. Coy. 



Orthoceras Breyn. 



Orthoceras Billiemense G. G. Gemm. 



1904. — Orthoceras Billiemense. G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., I Cefa- 
lopodi del Trias superiore della Regione oc- 
cidentale della Sicilia, pag. 2, tav. I, fig. 8-10. 

Nelle collezioni del Museo geologico della Università di Palermo esiste 
un solo esemplare, quello figurato da mio Padre, dei due della specie, che 
Egli scrisse di aver avuto in esame. 

Come è noto, YOrthoceras Billiemense è una piccola forma la quale sol- 
tanto per le modeste dimensioni è stata comparata con YOrthoceras Sandli- 
gense Mojs. e con 1' Orth. celticum Mojs. , poiché ne differisce molto per la 
differente ornamentazione e per la maggiore altezza delle camere. 

Esemplari : N. 1. 



136 MARIANO GBMMBLLABO 

Orthoceras cfr. politum Klipst. 

1843. — Orthoceras politum Klipst. — Klipstein A., Beitràge zur geol. Kenntniss. 

d. òstlichen Alpen, pag. 144, tav. IX, fig. 6. 
1882. — » » Klipst. — Mojsisovics E., Die Cephal. d. medit. 

Trias-Provinz , pag. 293, tav. XCII , fig. 13, 14, 

XCIII, fig. 7, 8 (cum syn.). 
1899. — Orthoceras politum Klipst. — Tommasi A., La fauna dei calcari del 

M. Clapsavon, pag. 16, tav, II, fig. 2, 2 a. 
1904.— » cfr. dubium G. G. Gemili, non v. Hauer {pars) — Gemmel- 

laro G. G., op. cit., pag. 4. 

Gli esemplari determinati da G. G. Gemmellaro come Orthoceras cfr. 
dubium v. Hauer , furono rinvenuti : alcuni nei calcari con noduli di selce 
della contrada Madonna del Balzo, nei dintorni di Bisacquino ; altri nei cal- 
cari marmorei di Billiemi (Cave di Bellolampo), presso Palermo. 

Riprendendo in esame il materiale studiato , ho potuto osservare che , 
mentre gli esemplari di Bisacquino corrispondono in certo modo alle carat- 
teristiche della specie di Hauer, quelli di Bellolampo ne differiscono invece 
per avere un minore angolo di divergenza e la distanza dei setti molto mag- 
giore ed ineguale. 

Questi caratteri piuttosto che allo Orth. dubium avvicinano gli esemplari 
di Billiemi allo Orth. politum Klipst. , col quale però non ho sicurezza di 
poterli unire, mancando nei miei fossili, i quali sono molto sciupati, la pos- 
sibilità di studiare i caratteri esterni. 

Esemplari: N. 1; parecchi frammenti. 

Orthoceras salinarium Hauer. 

1846. — Orthoceras salinarium Hauer — v. Hauer F. , Die Cephalopoden des 

SalzJcammergutes, pag. 42, tav. XI, fig. 6-8. 

1904. — » » Hauer — Gemmellaro G. G. , op. cit., pag. 5, 

tav. I, fig. 2-4 (cum syn.). 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 137 

Gli esemplari rinvenuti in Sicilia, nelle cave di Bellolampo, confrontano 
in tutti i loro caratteri essenziali con la specie eli Hauer. Mio Padre , illu- 
strandoli, ha mostrato la loro identità coi tipi di Hallstatt. 

Esemplari : N. 2. 

Orthoceras cfr. campanile Mojs. 

1882. — Orthoceras campanile Mojs. — Mojsisovics E., Die Cephalopoden der 

medit. Trias - Provine , pag. 291 , tav. XCIII , 
fig. 1-4, 11. 

1899. — » » Mojs. — Tommasi A., La fauna del calcare del 

M. Glapsavon, pag. 16, tav. fi, fig. 1-1 a (cum. syn.). 

G. G. Gemmellaro, in Nota, a pag. 6 della sua Monografia sui cefalopodi 
del Trias superiore della Regione occidentale della Sicilia , accennò a due 
forme di Orthoceras del calcare ceruleo di Billiemi (Bellolampo), che non de- 
terminò specificamente per il loro stato di cattiva conservazione. Ho rintrac- 
ciato nelle Collezioni del Museo di Palermo gli esemplari corrispondenti alle 
sommarie descrizioni di mio Padre, ed insieme ad essi ho trovato alcuni fram- 
menti che identificherei senz'altro con lo Orthoceras campanile Mojs., se avessi 
potuto disporre di materiale completo. 

Sono forme lisce, longicone, a sifone centrale, nelle quali la distanza dei 
setti è minore del diametro delle logge. Questo carattere è più evidente nei 
grossi esemplari. 

Esemplari : N. 2 ; parecchi frammenti. 

Nautilidae Owen. 

Paranautilus Mojs. 
Paranautilus siculus G. G. Gerani. 

1868-76. — Nautilus siculus G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi paleon- 
tologici sulla Fauna del calcare a Terebratula 
Ianitor del N. di Sicilia, p. I, pag. 23, tav. Ili, 

pag. 12-14. 

18 



138 
1904. 



Paranautilus » 



MARIANO GEMMELLARO 

G. G. Gemra. — Gemmellaro G. G., / Cefalopodi 
del Trias superiore etc, pag. 6. 



Questa specie distinta fu illustrata da G. G. Gemmellaro (1868-76) come 
appartenente al Titonico dei Monti di Billiemi, presso Palermo. 

In seguito, accertatosi il suo ritrovamento nelle cave di Bellolampo, si 
potè stabilire l'età triassica della forma, che venne compresa da mio Padre 
(1904) tra i cefalopodi descritti nella sua Monografia sul Trias, come sopra 
è indicato. 

Come già ebbe a notare G. G. Gemmellaro, il Nautilus siculus non ha 
relazione con alcuna delle forme neogiurassiche. La specie deve mettersi in 
rapporto col triassico Paranautilus Simonyi v. Hauer sp. (1) per la estrema 
ristrettezza dell'ombellico, per avere il contorno ventrale arrotondato e pei 
1' andamento dei setti. Però si distingue agevolmente da questa forma per 
essere molto più compressa sui fianchi , come si osserva in tutti gli esem- 
plari studiati. 

Esemplari : N. 6. 

Choristoceratidae Hvatt. 



Rhabdoeeras Hauer. 

Rhabdoeeras Suessi Hauer. 

1860. — Rhabdoeeras Suessi Hauer Fr., NacMrcige sur Kentniss der Cephalo- 

poden-Fauna der Hallstdtter Scliicliten. pag. 13. 
tav. Il, fig. 9-16. 

1893. — » » Hauer — Mojsisovics E., Das Gebirge um Halìstatt, 

II, pag. 571, tav. CXXXIII, fig. 10-17. 



(1) Hauer Fr. — New Cephalopoden v. Halìstatt u. Aussee , Haidingers Abhand. Ili, 
pag. 5, tav. I, fig. 12-14, 1849. 

Mojsisovics E. — Das Gebirge um Halìstatt, Supplement — Heft , pag. 207, tav. I. 
fig. 2-3, 1902. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 139 

1904. — Rhabdoceras Suessi Hauer — • Gemmellaro G. G., 1 Cefalopodi del Trias 

etc, pag. 76, tav. XVlfl, fig. 45, 46. 

Gli esemplari illustrati da G. G. Gemmellaro confrontano in tutto con 
i tipi figurati da Hauer e da Mojsisovics. 

Le forme di Bellolampo per le loro piccole dimensioni sono specialmente 
simili allo esemplare figurato da Mojsisovics a tav. CXXXITI , fig. 15 della 
sua Opera : Das Gebirge um Hallstatt. 

Esemplari : N. 2. 

Arcestidae Hyatt. 

Areestes Suess. 

Arcestes sieanus G-. G. Gemm. 

1904. — Arcestes sieanus G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., 1 Cefalopodi del 

Trias etc, pag. 255, tav. II, fig. 3-7. 

Questa bella specie , abbondante nei calcari di Bellolampo , appartiene 
evidentemente al gruppo degli Intuslabiati di Mojsisovics. 

G. G. Gemmellaro ha messo in rilievo i rapporti e le differenze tra la 
specie siciliana e lo Arcestes oligosarcus Mojs. (1). 

Stenareestes Mojs. 

Stenarcestes sp. aff. Sten, planus Mojs. 

1904. — Arcestes (Stenarcestes) f. ind. ex aff. Sten, plani Mojs. — Gemmellaro 

G. G. , I Cefalopodi del Trias etc. , pag. 263 , 
tav. Ili, fig. 11; 12. 



(1) Mojsisovics E. — Das Gebirge um Hallstatt, I, pag. 115, tav. XLIV, fig. 1-tì; tav. LUI, 
fig. 3, 1873. 



140 MARIANO GEMMELLARO 

Questa forma appartiene al gruppo dei Subumbilicati di Mojsisovics. L'il- 
lustre Autore, il quale ebbe in esame gli esemplari siciliani (v. G. G. Gem- 
mellaro , op. cit. , pag. 263), la giudicò molto vicina al suo Stenarcestes pla- 
nus (1). 

Esemplari : N. 1 ; alcuni frammenti. 



Cladiscitidae Mojs. 

Cladiscites Mojs. 
Cladiscites cfr. neortus Mojs (?) 

1873. — Arcestes neortus Mojs. — Mojsisovics E., Das Gebirge um Hallstatt, I, 

pag. 78, tav. XXX, fig. 2, tav. XXXII, fig. 7. 

1902. — Cladiscites » Mojs. — Mojsisovics E., op. cit., Supplement- Heft , 

pag. 281. 

1904. — » cfr. neortus Mojs. — Gemmellaro G. G., I Cefalopodi del Trias 

età, pag. 277, tav. Ili, fig. 15-18. 

G. G. Gemmellaro mise in confronto i fossili in esame con un esem- 
plare Cladiscites neortus Mojs., di Someraukogel, avuto in comunicazione, e 
ne rilevò le differenze. Non determinò specificatamente le forme siciliane . 
non essendo in esse ben visibile la linea lobale. 

Riprendendo in esame gli esemplari di Bellolampo, ho notato che essi, 
per la forma e per la ornamentazione, meglio che al Cladiscites neortus , si 
avvicinano al Procladiscites Griesbachi Mois. , quale è illustrato dal detto 
Autore a pag. 172, tav. XLVIII, fig. 3-4 della sua Monografia: Die Cephalo- 
poden der Mediterranen Trias-Provinz. Essendo però oscuri i caratteri della 
linea lobale , non credo prudente mutare la determinazione di mio Padre 
che, pertanto, noto con dubbio. 

Esemplari : N. 2 e alcuni frammenti. 



(1) Mojsisovics E. — Op. cit., I, pag. 146, tav. LXVIII, fig. 5-6, 1873. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 



141 



Pinacoeeratidae Mojs. 

Plaeites Mojs. 

Placites Baidaensis G. G. Geinm. 

1868-76. — Oppelia Baidaensis G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi pa- 
leontologici sulla Fauna del calcare a Terebra- 
tuia lanitor etc, p. I, pag. 36, tav. IX, fig. 3-4. 

1904. — Placites » G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G. , I Cefalo- 

podi del Trias superiore etc, pag. 281, tav. II, 

fig. 19-24; 

■Questa specie dei Monti di Billiemi (Bellolampo), fu fondata nel 1868-76 
da G. G. Gemmellaro, e ritenuta titonica. 

Ritrovata in seguito, ed abbondante, nelle cave del calcare triassico della 
stessa regione, fu compresa da mio Padre nella sua Monografìa : I Cefalo- 
podi del Trias superiore etc, e fu di nuovo e meglio figurata. 

Come è noto, la specie in esame è affine al Placites subsymetricus Mojs. (1) 
per la forma della sua sezione e per la configurazione generale della linea 
lobale , mentre richiama il Placites myophorus Mojs (2) , soltanto per la or- 
namentazione. 

Esemplari : N. 24. 



(1) Mojsisovics* E. — Gebirge um Halstatt, I, pag. 56, tav. XXII, fig. 3. 1873. 

(2) Mojsisovics E.- Op. cit., I, pag. 54, tav. XXIt, fig. 7-10, 1873. 






142 MARIANO GEHHBLLÀBO 

Megaphyllitidae Mojs. 

Megaphyllites Mojs. 

Megaphyllites insectus Mojs (?). 

1873. — Pinacoceras insedimi Mojs. — Mojsisovics £ . Das Gebirge uni Hall 

statt, I, pag. 44. tav. XX. fig. 1-7. 

1882. — Megaphyllites insectus Mojs. — Mojsisovics E., Die Cephalopoden der 

Mediterranen Trias-Provinz. pag. 191. 

1904. — » » Mojs. — Gemmellaro G. G. , I Cefalopodi del 

Trias etc, pag. ±9-2. tav. II, fig. 16-18 (cum syn.\. 

Gli esemplari riferiti a questa specie sono abbondanti nei calcari di Bel- 
lolampo. Mio Padre, incerto nella determinazione di essi, ne inviò alcuni al 
Mojsisovics, il quale li attribuì al suo Megaphyllites insectus. 

Un attento esame del copioso materiale oggi esistente nel Museo di Pa- 
lermo , in confronto con le figure e con le descrizioni date dal Mojsisovics 
per le sue specie : Megaphyllites insectus. Meg. humilis. Meg. sandalinus, Meg. 
obolus , e forme affini, mi ha convinto che è molto diffìcile distinguere tra 
di loro le specie istituite dall'Autore. 

Fra gli esemplari siciliani io ho trovato Megaphyllites cbe possono essere 
riferiti all'una o all'altra delle specie fondate dal Mojsisovics. 

Pertanto, pur mantenendo la determinazione fatta dall'autorevole paleon- 
tologo, la noto con dubbio. 

Esemplari : N. 20. 

Phylloceratidae Zitt. 

Rhaeophyllites Zitt. 

Rhacophyllites Billiemensis G. G. Gemui. 

1904. — Ehacophyllites Billiemensis G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., 1 Ce- 
falopodi del Trias etc, pag. 294. tav. IL 
fig. 13-15, tav. XI. fig. 16 e tav. XXIII . 
fig. 6. 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 



143 



Questa specie è abbondante nel calcare delle cave di Bellolampo. Essa 
fu diligentemente illustrata da G. G. Gemmellaro, il quale ne fece rilevare i 
rapporti e le differenze con le forme più vicine : Bhacophyllites debilis Hauer; 
Rhac. neojurensis Qjuenst. ; Rhac. Zitteli Mo.js. e Rhac. occultus Mojs (1). 

Esemplari: N. 12; alcuni frammenti. 

GASTROPODA 

PROSOBRANCHIA 

ASPIDOBRANCHINA 

Pleurotomariidae d'Orb. 

Worthenia Koninck (em. Kittl). 

Worthenia coronata Miinst. sp. 

(Tav. I, flg. 1) 

1841. — Pleuroto maria coronata Miinst. — Miinster G., Beitràge IV, pag. 109, 

tav. XI, fìg. 26. 
1868-76. — » papillosa G. G. Gemm. -- Gemmellaro G. G., Studi pai. 

sulla Fauna del calcare a T. lanitor del N. 

di Sicilia, p. II, pag. 75, tav. XIII, fìg. 16-18. 
1891. — Worthenia coronata Miinst. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der 

Schichten von St. Cassian, I, pag. 19, tav. II, 

fìg. 3-11 (cum syn.). 
1895. — » » Miinst. sp. — Bòhm I. , Die Gastropoden d. 

Marmolatakalke, pag. 215, tav. IX, fìg. 18. 



(1) Mojsisovics E.—Das Gebirge uni Halhtatt, Supplement-Heft, pag. 318-320, 1902. 



144 MARIANO GEMMELLARO 

1899. — Worthenia coronata Miinst. — sp. — KiUl E. . Die Gastropoden d. 

Esinokalke, pag. 10. 
1905. — » » Miinst. sp. — Blaschke F. , Die Gastropoden- 

fauna der Pachyca dientuffe dar Seiseralpe . 

pag. 179. 

Non ho dubbio nel riferire alla nota specie di Miinster , gli esemplari, 
creduti allora titonici, descritti da G. G. Gemmellaro sotto il nome di Pleu- 
r otomaria papillosa G. G. Gemili. 

I molti individui della specie , rinvenuti nelle cave di Bellolampo , mo- 
strano una spiccata variabilità di ornamentazione da conchiglia a conchiglia, 
come è dimostrato dalle figure pubblicate a suo tempo da mio Padre e da 
quella che io dò in questo scritto. 

Può dirsi che gli esemplari siciliani sono meno spiccatamente ornati delle 
forme alpine e che le loro dimensioni sono generalmente maggiori. Per que- 
st'ultimo carattere le Worthenia coronata di Bellolampo richiamano la Wor- 
thenia magna I. Bohm, della Marmolata (1). 

Data la variabilità della Worthenia coronata Miinst.. a me sembra, d'ac- 
cordo col Blaschke, che sia giusto astenersi dallo attribuire i vari esemplari 
a numerose varietà (come ha proposto Kittl nel suo studio sui gasteropodi 
di S. Gassiano), le quali non avrebbero valore zoologico. 

Esemplari: N. 6; molti frammenti. 

Gosseletina Bayle (em. Kittl). 

Gosseletina Zitteli G. G. Gerani, sp. 

1868 - 76. — Pleurotomaria Zitteli G. G. Gemrn. — Gemmellaro G. G. , Studi 

pai. sulla Fauna del calcare a T. lanitor 
del N. di Sicilia, p. II, pag. 75, tav. XIII. 
fig. 12 - 15. 



(1) Bòhji I. — Die Gastropoden des Marmolatalialkes. pag. 216, tav. IX, fig. 35, 1S95. 



IL « TRIAS » DEI DINTORFl DI PALERMO 



145 



Questa specie distinta, ritenuta allora titonica da G. G. Gemmellaro, fu 
dallo Autore egregiamente illustrata nella Monografìa sulla Fauna del cal- 
care a T. lanitor di Sicilia; non credo quindi che sia il caso di riprodurne 
la descrizione e le figure. 

Ritengo che la forma in esame, tra le Pleurotomariidae, debba riferirsi 
al genere Gosseletina , tanto per la forma della sua conchiglia, quanto per 
la posizione della fascetta del seno. 

Cerne è noto, i più recenti autori hanno riservato il nome di Gosseletina 
ai tipi di forma globulare, non ammettendo troppa importanza ai caratteri 
dell' ombellico messi in rilievo dal De Koninck , autore del genere Gossele- 
tia (1), mutato poi in Gosseletina dal Bayle (2), 

Esemplari : N. 1. 

Gosseletina cancellata G. G. Gemm. sp. 

1868-76. — Stomatia cancellata G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G. , Studi 

■ pai. sulla Fauna del calcare a T. lanitor 
etc, p. II, pag. 76, tav. XIII, fig. 19-20. 

Questa specie fu istituita da mio Padre, il quale la ritenne titonica. Più 
tardi , il rinvenimento di altri esemplari nelle cave di Bellolampo rese ma- 
nifesta la sua età triassica; la sua appartenenza alle Pleurotomariidae è pro- 
vata dalla presenza della fascia del seno, non visibile neh' unico esemplare 
illustrato da G. G. Gemmellaro. 

La specie in esame deve attribuirsi alle Gosseletina Bayle , per la sua 
forma, subsferica, per la sua spira bassa ed ottusa e per i suoi «giri convessi 
che avvolgono largamente i precedenti. 

L'apertura è rotonda, la columella è callosa, l'ombellico è chiuso; la fa- 
scia del seno occupa la regione apicale dei giri. 



(1) De Koninck L. — Cale. carb. de la Belgique, III, pag. 28, 1S83. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Schichten von St. Cassimi, I, pag. 205, 1891. 



lì> 



146 MARIANO GEMMELLARO 

Gli ornamenti consistono in leggiere costole spirali che vengono intersecate 
da strie flessuose che danno un aspetto irregolarmente cancellato alla su- 
perficie della conchiglia. 

Questa specie può mettersi in rapporto con la Gosseletina Fucilai Kittl, 
di San Gassiano (1) dalla quale però si distingue perla forma più depressa, 
per il maggior sviluppo dell'ultimo giro e per la ornamentazione cancellata. 

Esemplari : N. 3. 

Gosseletina minuta ri. sp. 

(Tav. I, fig. 2, 3). 

Conchiglia di piccole dimensioni, non ombellicata, subsferica, con spira 
bassa ed ottusa, composta quasi per intero dall'ultimo giro che avvolge lar- 
gamente gli anfratti precedenti. La sutura è netta e bene impressa. 

La fascetta del seno è stretta ed occupa la regione apicale dei giri. 

L'apertura è rotonda; il labbro esterno è spesso ed arrotondato, quello 
interno è calloso e si piega sulla regione columellare. 

La ornamentazione è data dalle evidenti strie di accrescimento , inter- 
rotte nel loro regolare andamento da un tratto concavo sulla fascetta del 
seno. 

Tra le Gosseletina , questa in esame ha rapporti con la Gosseletina Ca- 
lypso Laube sp. (2) dalla quale però si distingue per la mancanza dell' om- 
belico , e della striatura spirale ; inoltre la forma siciliana è più globosa e 
non conica, come la specie di S. Cassiano. 

Esemplari : N. 1. 



(1) Kittl E. — Op. eit., I, pag. 41, tav. I, fig. 22, 1894. 

(2) Laube G. — Fauna von St. Cassian, III, pag. 58, tav. XXVIII, fig. 2, 1868. 
Kittl E. — Op. cit.. 1, pag. 41, tav. I, fig. 18, 1894. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 147 

Trochidae Ad. (1) 

Ziziphinus Gray. 
Ziziphinus Cocchii G. G. Gemni. sp. 

(Tav. I, fig. 4) 

1868 - 76 — Irochus Cocchii G. G. Geram. — Geramellaro G. G., Studi pai. sulla 

Fauna del calcare a T. lanitor etc, p. II, pag. 82 
tav. XIV, fig. 16, 17. 

Questa specie, ritenuta titonica, fu ampiamente descritta e bene illustrata 
da G. G. Gemmellaro. Io qui figuro un bello esemplare rinvenuto nelle cave 
di calcare marmoreo di Bellolampo. 

È una conchiglia di medie dimensioni e, tra le specie triassiche conge- 
neri, può mettersi in relazione col Ziziphinus semipunctatus Miinst. sp. di 
San Cassiano (2) dal quale però si distingue , oltre che per le maggiori di- 
mensioni, per la diversa ornamentazione e per la minore angolosità dell'ul- 
timo giro. 

Esemplari : N. 2. 






(1) Oltre alla specie qui descritta, mio Padre, nella sua Opera sopracitata, illustrò co- 
me titoniche, provenienti dalla R.ue Billiemi (Bellolampo) tre nuove forme di Trochus (Tr. 
Beneckei; Tr. Massalongoi; Tr. Recuperoi). Esprimo il dubbio che anche queste specie, rin- 
venute a Billiemi (Bellolampo), possano essere triassiche. 

Lo stesso dubbio debbo manifestare per la bella conchiglia descritta da G. G. Gem- 
mellaro (op. cit., Il, pag. 78, tav. XIV, fig. 10-11) col nome di Turbo Lorioli, nonché pel 
Trochus billiemensis Distef., illustrato dall'Autore nella sua Nota dal titolo : Nuovi gaste- 
ropodi atonici (pag. 11, tav. Il, fig. 17) Nat. Sic. Palermo, 1882. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Schichten von St. Cassian etc. , 1 , pag. 251 , tav. 
VII, fig. 6-11, 1894. 



148 



MARIANO GEMMELLARO 



Neritopsidae Fischer 

Neritopsis Grat. 

Neritopsis compressa (Klipst.) Hornes. 

(Tav. I, fig. 5, G) 

1855. — Neritopsis compressa Klipst. — Hórnes M., Ueber die Gastropoden und 

Acephalen der Hallstcitter Scinditeli , pag. 41 . 

tav. II, fig. 9 a, b. 
1896. — » » Hornes non Klipstein — Koken E.. Die Gastro- 

poden der Trias uni Hallstatt , Iahrb. d. K. K. 

geol. R. A., pag. 103. 
1897. — » » Hornes non Klipstein — Koken E.. Die Gastro- 

poden der Trias um Hallstatt, Abhanrì. d. K. K. 

geol. R. A., pag. 7% tav. XII, 3 - 4. 

Kok. — Koken E. , Op. cit. , pag. 73 , tav. XII , 



1897. — » gibbosa 



fig. 2. 



L'esemplare siciliano corrisponde in tutto alle descrizioni ed alle figure 
di Hornes e di Koken. Quest'ultimo Autore ha g ustamente messo in rilievo 
sui fossili di Hallstatt, la variabilità di ornamentazione della specie, sepa- 
randone due varietà : (var. filigrana; var. transversa). In conseguenza della 
constatazione di tale variabilità, fatta dallo stesso Koken, io non credo che 
la Neritopsis gibbosa Koken , principalmente distinta per la ornamentazione 
a grosse costole trasversali, sia una buona specie. Essa può, a parer mio, 
considerarsi al massimo, come altra varietà della specie in esame. 

Neritopsis corrugosa G. G. Gemui. 



1868-76. — Neritopsis corrugosa G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G. , Studi 

pai. sulla Fauna del calcare a T. Ianitor 
etc, p. II, pag. 60, tav. XI, fig. 6, 7. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 149 

Questa specie, illustrata come titonica da G. G. Gemmellaro , fu rinve- 
nuta nelle cave di Billiemi r (Bellolampo). 

Essa ha rapporti con la coeva Neritopsis compressa Horn., ma non può 
confondersi con questa, avendo la spira molto meno ottusa, l'apice appun- 
tito e le suture meno impresse. Ha, inoltre, l'apertura relativamente più 
grande con margine columellare largo, calloso e concavo, molto più di quanto 
si osserva nella specie di Hòrnes. 

Non ho creduto necessario riprodurre le figure di G. G. Gemmellaro, 
le quali sono fedelmente eseguite; il semplice confronto tra di esse e quelle 
della Neritopsis compressa , che io dò in questo scritto , basta a far ricono- 
scere la spiccata differenza tra le due specie. 

Esemplari: N. 3. 

Natieella Mùnst. 

Naticella striato - costata Miinst. 

(Tav. I, fig. 7, 8:. 

1841. — Naticella striato - costata Mùnst. — Mùnster G., Beitràge, IV, pag. 101, 

tav. X, fig. 15. 

1849. — Turbo striato - costa tus d'Orb. — d'Orbigny A., Prodrome, I, pag. 191. 
1852. —Naticella striato - costata Mùnst. — Giebel C., Deutschl. Petref., pag. 549. 
1868. — Natica striato - costata Mùnst. — Laube G., Fauna von St. Cassian, 

III, pag. 14, tav. XXII, fig. 9. 
1868 - 76. — Neritopsis elegans G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G. , Studi 

. pai. sulla Fauna del cale, a T. lanitor d. N. 

di Sicilia, p. II, pag. 61, tav. X, fig. 17, 18. 
1892. — Naticella striato - costata Mùnst. — Kittl E., Die Gastropoden der Schich- 

ten von S. Cassian, II, pag. 133, tav. fig. 24, 

tav. IX, fig. 25-27. 
1895, — » » Mùnst. — Bòhm I., Die Gastropoden des Mar- 

molatakalkes, pag. 253, tav. X, fig. 9. 







150 MARIANO GEMMELLARO 

1899. — Naticella striato - costata Miinst. — Kittl E., Die Gastropoden der Esi- 

nokalke, pag. 83!. 

Conchiglia subglobosa, trasversalmente allungata, composta di giri con- 
vessi rapidamente crescenti, separati da impresse e distinte suture. 

L'ultimo giro, grandissimo, forma quasi la intera conchiglia. 

L'apertura ha forma subcircolare, leggermente angolosa indietro. Il lab- 
bro interno è un pò ispessito, quello esterno è sottile ; V ombellico è quasi 
completamente chiuso. 

La superficie è ornata da poche , ma forti e rilevate costole trasversali 
con sezione variabile e subangolosa, tra le quali si osservano delle strie fi- 
nissime. Sopra alcuna delle costole trasversali si vede , a volte , una legge- 
rissima striatura. 

Gli esemplari siciliani confrontano bene con la specie di Miinster; essi, 
come è noto , furono ritenuti titonici da G. G. Gemmellaro , il quale li de- 
scrisse sotto il nome di Neritopsis elegans. 

La Naticella striato - costata Miinst., come è stato rilevato dagli Autori, 
è una specie molto variabile, sia nella forma della conchiglia e delle costole 
sia nel numero di quest'ultime, sìa nella maggiore o minore apertura dello 
ombellico. 

Per queste ragioni a me sembra che la Naticella I. Bòhmi Hab. (1) debba 
rientrare nella specie in esame. 

La Naticella striato-costata Miinst. ha relazioni con la Naticetla Blaschkei 
Hab. (2), ma si allontana da questa distinta specie per la maggiore altezza 
dell'ultimo giro e per avere, tra le costole trasversali rilevate, soltanto deile 
strie, mentre nella specie di Haberle si osservano, ivi, delle vere costole se- 
condarie. 

Quest'ultimo carattere si rileva bene anche nella figura del Blaschke 



(1) Haberle D. - Op. cit., pag. 32S, tav. IL fig. -23 a, b M, 1908. 

(2) Haberle D. — Op. cit., pag. 472, tav. Il, fig. 25-27. 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 151 

I 

•della sua Naticella cfr. striato- costata Mtìnst. (3) che, come è noto, fu com- 
presa da Haberle nella sua nuova specie. 
Esemplari: N. 2 e alcuni frammenti". 



Naticella planicosta n, sp. 

(Tav. I, flg. 9, 10). 

Conchiglia subglobosa un pò più larga che alta. Spira cortissima, costi- 
tuita da tre giri rapidamente crescenti, di cui l'ultimo, grande, è ventricoso; 
la sutura è distinta, ma poco profonda. 

L'apertura è rotonda, leggermente ristretta indietro; il labbro esterno è 
arcuato e sottile, quello interno appare leggermente ispessito e arrotondato 
al margine. L'ombellico è chiuso. 

La superfìcie è ornata da cinque costole larghe e appiattite , le quali 
fanno rilievo soltanto sul lato anteriore, talcbè il giro appare formato da 
vari segmenti, l'uno sull'altro embricato. 

Inoltre, tanto sulle appiattite costole, quanto sulla restante superfìcie, si 
notano finissime strie, delle quali alcune si riuniscono a fascetti. 

La nuova specie, tra le triassiche congeneri, ha rapporti maggiori con 
la Naticella striato - costata Miinst. sp., dalla quale si distingue per la forma 
più globosa, per il minor numero delle costole e per la differenza spiccata 
nella forma di esse, che sono basse ed embricate e non rilevate, come si os- 
servano nella specie del Mùnster. 

Ha pure rapporti con la Naticella Blaschkei Hab., ma se ne allontana 
mancando delle costole secondarie trasversali, le quali, in questa specie, sono 
evidenti tra le costole principali. 

Esemplari: N. 1 e alcuni frammenti. 






(3) Blaschke F. — Die Gastropoclenfauna cler Pachycardientuffe , pag. 190, tav. XIX 
.fig. 26, 1905. 



152 MARIANO GEMMELLARO 

Naticopsidae Fischer. 

Naticopsis M. Coy. 

Naticopsis Moroi G. G. Geni in. sp. 

. (Tav. I, fig. 11). 

1868-76. — Natica Moroi G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi pai. sulla 

Fauna del cale: a T. lanitor etc. , p. II, pag. 51 , 
tav. IX, fig. 1, 2. 

Conchiglia grande , di forma trasversalmente ovale, composta da giri 
convessi, rapidamente crescenti. 

La spira è acuta e sporgente; la sutura è nettamente impressa; l'ultimo 
giro è grande e ventricoso. 

L'apertura ha forma ovale, arrotondata e mostra una stretta ed appiat- 
tita incrostazione callosa sul lato columellare. Questa callosità si allarga in- 
dietro, raggiungendo il margine posteriore del lahhro esterno , il quale ac- 
cenna ivi una leggiera doccia. 

La conchiglia è coperta da forti ed ineguali strie di accrescimento , le 
quali spesso, aggruppandosi in fasci, divengono pliciformi. 

Una bella ornamentazione spirale è poi data da leggiere ma regolari 
costole, che si estendono sopra la superficie. 

Ho figurato di nuovo la specie già illustrata da mio Padre, per mettere 
in evidenza la presenza delle costole spirali sulla superficie della sua con- 
chiglia. 

Questa ornamentazione vale a distinguere la forma studiata dalla vicina 
Naticopsis obvallata Koken, di Hallstatt (1) la quale mostra i suoi giri ornati 
soltanto da forti ed ineguali strie di accrescimento. 

Esemplari : N. 1 . 



(1) Koken E.— Op. cit., pag. 70, tav. XII, fig. 5-8, 1897. 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 



153 



Hologyridae Kittl. 



Come è noto , il Kittl (1) ha riunito nella Famiglia delle Hologyridae 
quelle tra le Naticopsis che non mostrano riassorbimento interno della con- 
chiglia o raramente manifestano una fossetta o solco di riassorbimento an- 
teriore, sotto il labbro interno; comprendendo nella detta Famiglia i seguenti 
Generi : Dicosmos, Fedaiella, Marmolatella, Planospirina ed Hologyra. 

Non tutti i più recenti Autori (2) hanno seguito la classificazione di cui 
sopra, tutti però sono concordi col Kittl nel ritenere che, in ogni caso, deve 
essere mantenuto il Genere Dicosmos, fondato dal Canavari nel 1890 (3), 
benché esso Genere sia caratterizzato in modo insufficiente, sopra caratteri 
comuni con altri Naticopsidi, oppure sopra caratteri caduchi. 

Conseguentemente a tal modo di vedere, il Kittl nel 1899 ha creduto di 
dover pubblicare una nuova diagnosi del Genere Dicosmos Can. , mettendo 
in evidenza come sue caratteristiche : l'ottusità della spira, la mancanza di 
riassorbimento interno della conchiglia (salvo talvolta la presenza di una 
fossetta anteriore di riassorbimento) la presenza eli uno strato subcorticale 
striato - anastomizzato e quella eventuale di un debole dente anteriore. 

Definito così il Genere Dicosmos Can., il Kittl (op. cit. , pag. 37, 1899) 
non ha mancato di esaminare i rapporti tra il detto Genere ed il Genere 
Fedaiella, fondato nel 1894 (4); ed ha riconosciuto che le differenze tra i due 
gruppi di forme sono trascurabili , tanto da non escludere che Dicosmos e 
Fedaiella possano riunirsi in unico Genere. 



(1) Kittl E. — Die Gastropoden cler Esinolcalke, pag. 34 e seg., 1899. 

(2) Blasghke F. — Die Gastropodenfauna cler Pacliycardientuffe etc, pag. 182 e seg. 1905. 

Habbrle D. — Paldontologische Untersuchung triadischer Gastropoden etc, pag. 326 
e seg., 1908. 

(3) Canavari M. — Note di malacologia fossile, 1890. 

(4) Kittl E. — Die triadischen Gastropoden dei- Marmolata, pag. 138, 1894. 

20 



154 



MARIANO GEMMELLARO 



In effetti, io non credo che vi siano fondate ragioni per tenere distinti 
i generi Dicosmos e Fedaiella; i seguenti caratteri fondamentali sono tra loro 
comuni : 

Conchiglia liscia, spessa; spira depressa con apice ottuso, labbro interno 
non sempre fornito di un debole dente anteriore ed a volte di uno poste- 
riore; strie di accrescimento rivolte indietro: mancanza di riassorbimento in- 
terno della conchiglia, o, raramente traccia di esso, fornita da una fossetta 
anteriore, sotto il labbro interno. 

Pertanto io credo che le forme comprese nei Generi Dicosmos e Fedaiella 
debbono tra di loro riunirsi, mantenendo per esse il nome di Dicosmos Can. 
1890, il quale, benché insufficientemente caratterizzato, è certamente più an- 
tico, ed ha quindi diritto di essere prescelto. 

Così pure ritengo che , essendo la Planospirina esinensis (Stopp. sp. 1) 
Kittl, specie tipo del Genere Planospirina Kittl, 1899 (op. cit., pag. 48, 1869), 
nei suoi caratteri sostanziali non dissimile da Fedaiella (come scrive lo stesso 
Kittl), anche tal Genere debba sopprimersi , passaudo in sinonimia nel Ge- 
nere Dicosmos. 

Venendo all'esame del Genere Marmolatella Kittl, fondato nel 1894. credo 
opportuno ricordare che l'Autore, posteriormente (op. cit., 1899, pag. 37). ha. 
scritto che questo Genere differisce da Fedaiella soltanto per la forma au- 
riculare della conchiglia e per la retroflessione delle strie di accrescimento. 

Quest'ultimo carattere però (come io stesso ho potuto constatare) si os- 
serva anche nel Genere Fedaiella che, come sopra ho scritto, è per me si- 
nonimo di Dicosmos. Resterebbe quindi soltanto la forma auricolare ó di- 
stinguere i due gruppi di. Kittl, il quale ha confessato che, se non avesse 
già creato i due nomi generici, non li avrebbe distinti, ed ha scritto che il 
Genere Marmolatella deve riguardarsi come un piccolo ramo di Fedaiella. 

Questo modo di vedere e di distinguere del paleontologo tedesco per 
me non è esatto. Mentre non esistono differenze generiche tra Dicosmos 
(= Fedaiella) e molte Marmolatella , esìstono spiccatissime tra Dicosmos ed 
alcune Marmolatella. 

La verità è che le specie raggruppate da Kittl sotto il nome di Mar- 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 155 

■molalella non costituiscono un gruppo omogeneo. Non possono tenersi unite 
nello stesso Genere forme del tipo della Marmolatella complanata Kittl, o 
della Marni, ingens. Kittl , con forme del tipo della Marmolatella stomatia 
Stopp. sp. , dalla quale, come si vedrà appresso, dipendono varie Marmo- 
latella siciliane. Non è giusto considerare come congeneri, delle forme con 
callosità columellare pochissimo estesa e delle forme con callosità columel- 
lare tanto estesa da diventare settiforme , fino ad occupare la metà dell' a- 
pertura (M. Stomatia Stopp. sp.; M. nebrodensis G. G. Gemm. sp.). 

Si potrà opporre che è questione di grado nella estensione del setto; ma, 
nel caso in esame , tanta variazione nella estensione del setto, nello stesso 
Genere, non mi pare ammissibile. Troppo estesa e troppo concava in rap- 
porto a quella delle altre specie è la callosità columellare settiforme nella 
Marni, stomatia e nelle specie siciliane che ne dipendono. Con un setto co- 
lumellare così approfondito ed esteso, certamente anche l'animale dovette 
avere differenze di forma. 

Conseguentemente, come ho sopra accennato , io considero come Dico- 
smos tutte le Marmolatella a callosità columellare ristretta e poco profonda 
illustrate dagli Autori , mentre lascio nel Genere Marmolatella soltanto la 
Marmolatella stomatia Stopp. sp. e le specie siciliane che descriverò appresso. 
Con le Marmolatella tipiche non può confondersi il Genere Platychilyna Ko- 
ken 1992 (1) il quale la rammenta per gli ornamenti e pel suo setto colu- 
mellare largo e tagliente, avendo quest'ultimo il riassorbimento interno della 
conchiglia e mancando la forma auriculata delle Marmolatella. 

Riassumendo : tra le Hologyridae io distinguo : 

Gen. Dicosmos Cam, 1890; comprendente Dicosmos, Fedaiella, Planospi- 
rina e Marmolatella, prò parte (forme a callosità ristretta). 

Gen. Marmolatella Kittl , 1894. em. ; comprendente soltanto Marni, sto- 
matia Stopp. sp., e le specie siciliane da essa dipendenti (forme a callosità 
estesissima, profonda e settiforme). 



(1) Koken E. et Wohrmann S. — Die Fauna der Raibler Sch. vom Schlernplateau, 
pag. 195, 1892. 



156 MARIANO G'EMMELLARO 

Mantengo poi, con la diagnosi data dal Kittl (op. cit., pag. 49), il Genere 
Hologyra Koken 1892, il quale risulta ben caratterizzato e distinto perchè, 
pur avendo una callosità columellare settiforme e larga rispetto alle sue di 
mensioni, ha forma non auriculata, ma conica, spesso sporgente e mai ap- 
piattita negli esemplari adulti. Presenta inoltre le strie di accrescimento quasi 
diritte e spesso mostra un funicolo ombellicale. 

Dicosmos Can. 
Dicosmos cfì-, pulcher Can. 

(Tav. I, fig. 13-19). 

1890. — Dicosmos pulcher Can. — Canavari M. , Note di Malacoìogia fossile, 

pag. 214, tav. V. 



Conchiglia ombellicata , composta di pochi giri , rapidamente crescenti: 
apice ottuso, guscio abbastanza spesso. 

Le suture sono nette, ma non profonde; l'ultimo giro, grandissimo, for- 
ma quasi tutta la conchiglia. 

L'apertura ha. forma quasi circolare, un pò allungata e ristretta indietro. 
Il labbro esterno è spesso ed a margine arrotondato; quello interno, subret- 
tilineo, presenta una ristretta ma spessa e convessa callosità, che si ripiega 
sul lato columellare, chiudendo l'ombeilico. 

La conchiglia, come appare dalle sezioni che riproduco (tav. I , fig. 15, 
16) non ha riassorbimento interno ; presenta un ombellico largo , ma poco 
profondo; non ha traccia di denti sul labbro interno. 

La superficie è coperta da strie di accrescimento finissime con anda- 
mento leggermente flessuoso , rivolte indietro. Con forte ingrandimento si 
scorgono anche delle tenuissime strie spirali. 

Lo strato subcorticale della conchiglia presenta una ornamentazione com- 
plicata ed elegantissima che riproduco in dettaglio a tav. I, con la figura 19. 
Questa ornamentazione , indipendente da quella della superficie . cousta di 



IL «TRIAS» DEI DINTORNI DI PALERMO 157 

strie trasversali le quali, partendo dalla regione interna dei giri, procedono 
per un certo tratto, rivolte in avanti, verso la regione esterna; poi tali strie 
si biforcano e si rivolgono indietro, piegandosi a ginocchio nel luogo della 
biforcazione. 

Nel successivo percorso verso l'esterno, le strie assumono un andamento 
ondulato ed alcune di esse si biforcano ancora, una od anche due volte. 

Oltre alle strie trasversali descritte , altre più fine si partono dalla re- 
gione interna dei giri , rivolte però marcatamente indietro. Tali strie si ar- 
restano però nella zona di prima biforcazione delle altre rivolte avanti; così 
avviene che la superficie subcorticale della regione interna, apicale, dei giri 
risulta ornata da minute losanghe. 

Una ornamentazione spirale, costituita da strie finissime, interseca poi, 
sopra tutta la superficie dei giri, l'ornamentazione sopra descritta. 

Quando furono rinvenuti nelle cave di Bellolampo i primi fossili rife- 
ribili alla specie in esame, il compianto prof. G. Di-Stefano, allora Direttore 
del Museo Geologico di Palermo, pregò il prof. M. Canavari, dell'Università 
di Pisa, di volergli comunicare per confronto gli originali esemplari del suo 
Dicosmos pulcher, di cui fece nuovamente figurare l'esemplare ombellicato, e 
la cui illustrazione io qui riproduco (tav. I, fìg. 12). 

Certo le forme siciliane sono assai vicine al Dicosmos pulcher Can. e, 
specialmente, quasi si identificano con l'esemplare perforato, qui riprodotto. 

Come è noto , gli esemplari studiati dal prof. Canavari sono due sol- 
tanto, e per dippiù incompleti, essendo spezzata obbliquamente la parte an- 
teriore dell'ultimo giro e mancando, quindi, i caratteri della apertura. Inoltre, 
non è osservabile la forma della callosità columellare, poiché questa manca 
in ambedue i fossili. 

Invero gli esemplari in discorso (e specialmente 1' esemplare perforato) 
rassomigliano molto al Dicosmos complanatus Stopp. sp. (1), ma non possono 
identificarsi a questa specie, poiché mancano in essi, come ho detto , i ca- 



(1) Stoppani A. — Les pétrifications d'Ésino. pag. 41, tav. X, fìg. 1, % 1858. 



158 MARIANO GEMMELLABO 

ratteri della callosità columellare che, come è noto, è molto appiattita nella 
specie di Stoppani. 

Per la stessa ragione rimango in dubbio circa i rapporti tra la specie 
del prof. Canavari e le forme siciliane; pertanto, sebbene io riconosca tra i 
due gruppi le grandissime affinità da cui sono legate , non mi sento facul- 
tato a riunirli. 

Il Dicosmos terzadicus Mojs. sp. in Tornquist (1) , cui tale Autore riu- 
nisce, come varietà pulchra, il. Dicosmos pulcher Gan. , a me sembra invece 
che sia da riferirsi al Dicosmos mammispira Kittl. D' altro canto credo che 
forse è da ascriversi a Dicosmos pulcher l'esemplare che ii Tornquist illustra 
come Dicosmos planoconvexus Kittl (= Dicosmos complanatus Stopp. sp.) (2), 
tanto più che, come sopra ho detto, il Dicosmos pulcher, nelle figure del 
prof. Canavari, sembra proprio il Dicosmos complanatus Stopp. sp. 

Esprimo il dubbio che il Dicosmos maculosus Klipst sp., in Blaschke (3) 
sia da identificare con la specie di Bellolampo e ritengo che il Dicosmos 
declivis Kittl sp. in Tom masi (4), appartenga alla specie in istudio. 

Probabilmente, parte del Dicosmos declivis Kittl appartiene alla forma in 
esame, tolta la var. cono idea , che deve considerarsi come specie distinta 
(Dicosmos conoideus, Kittl). 

La specie studiata ha rapporti con il Dicosmos lemniscata M. Hoern 
sp. (5), ma è più. appianata nella spira, ha la callosità columellare stretta e 
rigonfia e manca di depressione suturale. 



(1) Tornquist A. — Neue Beitrage sur Geologie itnd Pai. cler Umgebung von Eecoaro 
etc. pag. 358, tav. XX, fig. 2, pag. 359, tav. XX, fig. 3, 1899. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke etc, pag. 46. 

(3) Blaschke F. — Die Gastropoclen fauna der Pachycardientuffe etc, pag. 190. tav. XX. 
fig. 1 a, b, 1905. 

(4) Tommasi A. — I fossili della lumachella triasica di Ghegna etc. , pag. ^40, tav. IL 
fig. 17, 1913. 

(5) Hoernes M, — Ueber Gastropoden aus der Trias der Alpen. pag. -26, tav. Ili, fig. S 
(non fig. 7), 1856. 



IL «TRIAS» DEI DINTORNI 1)1 PALERMO 159 

Ha pure affinità eoa i Dicosmos complanatus Stopp. sp. ed applanatus 
Kittl, dai quali però agevolmente si distingue per la forma rigonfia della cal- 
losità columellare, che è invece appiattita in quelle specie alpine. 

Esemplari: N. 70 e vari frammenti. 

Dicosmos mammispira Kittl. 

(Tav. I, fig. 20). 

1894. — Naticopsis (Hologyra) terzadica Kittl (non Mojs.) — Kittl E., Die tria- 

dischen Gastropoden der Mar molata, 
pag. 141, tav. IV, fig. 18 (non fig. 17). 

1895. — Dicosmos? terzadicus Kittl sp. — Bonm I., Die Gastropoden des Mar- 

molatakalJces, pag. 258. 
1899. : — Dicosmos mammispira Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der Esino- 

kalke, pag. 36. 
1908. — » » Kittl -- Hàberle D., Gastropoden aus dem, Ge- 

biet von Predazzo , pag. 331, tav. Ili, 

fig. 6a, b (cum syn.). 



Conchiglia composta di pochi giri regolarmente accrescentisi e forte- 
mente involuti. Spira ottusa, poco elevata sopra il lato apicale , il quale è 
appiattito. 

Le suture sono distinte, ma poco profonde; esse sono accompagnate da 
una debole depressione subsuturale. L'ultimo giro, appiattito sopra, è, nel 
resto, rigonfio. 

L'apertura ha forma ovale allungata, ristretta indietro; il lato columel- 
lare è calloso. 

Non si osserva traccia di riassorbimento interno della conchiglia. 

Le strie di accrescimento sono numerose e finissime ; leggermente on- 
dulate, esse sono rivolte indietro. Solo in qualche esemplare ho potuto co- 
statare, nella depressione subsuturale, l'esistenza di finissime strie spirali. 



100 MARIANO GE.UMELLAKO 

Sulla superficie della conchiglia si notano delle macchie a fiamma di 
color grigio scuro, che spiccano sul fondo grigio chiaro del fossile. 

Ho potuto anche osservare sullo strato subcorticale della conchiglia, una 
ornamentazione indipendente da quella della superficie , costituita da strie 
trasversali piuttosto forti, intersecate da strie spirali finissime. 

Gli esemplari siciliani confrontano in tutto con le illustrazioni date da- 
gli Autori. Come è noto, la specie ha affinità col Dicosmos terzadicus Mojs. 
sp. (1) dal quale però si distingue per avere il lato apicale molto meno 
declive. 

Esemplari : N. 4. 

Dicosmos monstrum Stopp. sp. 

(Tav. I, fig. 21, M). 



1858. 
1899. 



1901. 
1908. 



Natica monstrum Stopp. — Stoppani A., Les pétrifications a" Ésino , 

pag. 40, tav. IX, fig. 1, 2. 
Fedaiella monstrum Stopp. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Esi- 
nokalke, pag. 39, tav. V, fig. 1, -2; tav. VI. fig. 1, 2 
(cum Sìjn.). 
» » Stopp. sp. — Mariani E.. Monte Salvatore, pag. 11. 

cfr. monstrum Stopp. sp. --Hàberle D., Gastropoden aus dem 
Gebiet von Eredazzo, pag. 475. tav. III. fig. 1. 



Forma globosa , più larga che alta. Spira corta, composta da tre giri: 
l'ultimo è grande, inviluppante, leggermente depresso sul lato apicale, fornito 
di una evidente depressione subsuturale. 

L'apertura è ovale, arrotondata avanti, ristretta ed angolosa indietro; il 
labbro esterno è arcuato, quello interno è meno arcuato ed è calloso. Esso 



(t) Mojsisovics E. — Ueber eiuige Verstainerungen der Siidalpen. pag. 434, tav. 13,. 
tìg. 5, 1873. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 161 

ricopre il lato columellare, facendo, avanti e dietro, un certo angolo, al con - 
giungimento col labbro esterno. 

La callosità è larga e depressa e copre per intero la regione ombellicale. 

La ornamentazione è costituita da strie di accrescimento ben visibili e 
regolari, le quali si incrociano con strie spirali finissime. 

Delle macchie irregolari , di color bruno , spiccano sul color grigio dei 
fossili. 

Tra le specie congeneri, quella che più si avvicina alla forma studiata 
ritengo che sia il Dicosmos retropunctatus Stopp. sp. (1) dal quale però si 
distingue per la presenza della depressione subsuturale e per la forma più- 
depressa e slargata in basso della callosità columellare. 

Esemplari : N. 2. 



Dicosmos lemniscata Hòrn. sp. 

(Tav. I, flg. 23, 24). 

1856. — Natica lemniscata Horn. — Hornes M. , Gastropoden aus des Trias 

der Alpen, pag. 26, tav. II, fig. 8 (non flg. 7). 

1868-76. — Natica hemisphaerica G. G. Gemmellaro {non Roem.) — Gem- 

mellaro G. G. , Studi pai. sulla Fauna del cal- 
care a T. Ianitor del A. di Sicilia, p. II, pag. 55, 
tav. X, fig. 1, 2. 

1873. — » pellagiaca Mojs. — Mojsisovics E., Verstein. a. Siidalpen y 

pag. 434. 

1895. — Marmolatella ingens Bòhm — Bohm I., Die Gastropoden des Marmo - 

latakalkes , pag. 256 , tav. XIII , fig. 6 , fig. nel 
testo 47. 

1859. — Fedaiella lemniscata Horn. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Esino- 

kalke, pag. 41, tav. Vili, fig. 1-6 (cum. syn). 



(1) Stoppani A. — Pétrif. d'Ésino, pag. 45, tav. X, fig. 9, 10, 1858-60. 



n 



162 MARIANO GEMMELLABO 

1908. — Fedaiella lemniscata Horn. sp. — Haberle D. , Gastropoden aus dem 

Gebiet von Predazzo, pag. 476, tav. Ili, fig. 2 a, b. 

1913.— » » Hòrn sp. (?) Tommasi A., Lumachella triassica 

di Ghegna, pag. 41. 

Alcuni degli esemplari che riferisco alla nota specie di Hornes , furono 
a suo tempo illustrati da G. G. Gemmellaro , come titonici , sotto il nome 
di Natica hemisphaerica G. G. Gemm. (non Hornes). 

Altri fossili , in condizioni di conservazione migliore , furono poi rinve- 
nuti nelle cave di Bellolampo ed il loro studio non mi lascia alcun dubbio 
circa la loro appartenenza a Dicosmos lemniscata Horn. sp. 

Le descrizioni e le figure dell'Autore (prò parte) , di Kittl e di Haberle 
confrontano in tutto con le caratteristiche degli esemplari siciliani. Il fossile 
che ho figurato mostra evidente la depressione subsuturale e la forma ap- 
pianata della callosità columellare. In nessuna conchiglia ho scorto traccia 
di ornamentazione spirale. 

Esprimo il dubbio che il Dicosmos {Fedaiella) Seisensis Blasch., illustrato 
da questo Autore (1), sia da avvicinarsi alla specie in istudio, piuttosto che 
al Dicosmos declivis Kittl sp., come opina il Baschke. 

Esemplari : N. 4. 

Dicosmos Meriani Horn. sp. 

1856. — Natica Meriani Horn. — Hornes M., Gastropoden aus der Trias der 

Alpen, pag. 26, tav. II, fìg. 6. 

1868 - 76. — Natica Arduini G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi pai sulla 

Fauna del calcare a T. lanitor del N. di Sicilia, 
p. II, pag. 56, tav. X, fìg. 3-5. 



(1) Blaschke F. — Die Gastropodenfauna der Pachycardientuffe. pag. 191 , tav. X 
fig. % 1905. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 163 

1899. _. Fedaiella Meriani Hornes sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Esi- 

nokalke, pag. 43, tav. IX, fig. 4-6. 

1913. — » » Hornes sp. (?) — Tornasi A., Lumachella triassica 

di Ghegna, pag. 41. 

Non ho dubbio nel riferire al Dicosmos Meriani, Hornes sp. le conchi- 
glie, ritenute titoniche, ascritte da mio Padre a. Natica Arduini G. G. Gemm. 

Gli esemplari di Bellolampo corrispondono in tutto alla descrizione ed 
alle illustrazioni di M. Hornes, nonché alle osservazioni ed alle figure della 
specie date dal Kittl nella sua Monografia sui Gastropodi di Esino. 

Mi è sembrato inutile illustrare di nuovo gli esemplari siciliani, che fu- 
rono egregiamente figurati da G. G. Gemmellaro. 

Esemplari : N. 3, 

Dicosmos Prevosti G. G. Gemm. sp. 

■ (Tav. I, fig. 25, 28). 



1868-76. — Nerita Prevosti G. G. Gemm.— Gemmellaro G. G., Studi pai. sulla 

Fauna del calcare a T. lanitor del N. di Si- 
cilia, p. II, pag. 66, tav. X, fig. 13-16. 

Questa bella e distinta specie fu descritta come titonica da G. G. Gem- 
mellaro, sotto il nome di Nerita Prevosti. 

Ulteriori ritrovamenti nelle cave di Bellolampo , oltre a provare la sua 
età triassica , ne hanno fatto una tra le più abbondanti specie siciliane del 
Genere Dicosmos. 

La conchiglia è liscia, spessa, di forma trasversalmente ovale ; la spira 
è discretamente appianata, composta da tre giri dei quali 1' ultimo , grande 
e avviluppante, mostra una leggiera depressione subsuturale. 

L'apertura è grande, arrotondata avanti, ristretta ed angolosa dietro. Il 
labbro esterno, piuttosto spesso, ha margine arrotondato; quello interno è 
calloso e si rovescia sul lato columellare, mascherando l'ombellico. 



164 MARIANO GEMMELLARO 

La callosità coluraellare è piuttosto convessa, discretamente estesa, slar- 
gata nel mezzo, ristretta avanti e dietro. 

La superficie è ornata da strie di accrescimento finissime e da strie 
spirali ancor più fine, visibili solo con la lente. Alcuni esemplari mostrano 
anche sulla superficie delle macchie irregolari, nerastre, tra le quali alcune 
hanno forma subrettangolare. 

Lo strato subcorticale delle conchiglie manifesta una fine ornamenta- 
zione dovuta allo intersecarsi di strie trasversali finissime con strie spirali 
ancor più. fine. 

Come appare dalle sezioni eseguite, di cui una riprodotta a tav. I, 
fig. 27, non si riscontra traccia di riassorbimento della conchiglia. 

Il Dicosmos Prevosti G. G. Gemm. sp. ha rapporti col Dicosmos pulcher 
Can. (1) , ma deve tenersi da questa specie distinto per la forma , che in 
tutti i numerosi esemplari studiati , è sempre globulare e mai compressa , 
come avviene nel Dicosmos pulcher, e per avere la spira più. sporgente, ma 
meno appuntita. Dippiù la forma della callosità columellare è differente, es- 
sendo nella specie in esame più estesa nel mezzo e relativamente meno con- 
vessa di quanto non sia negli esemplari che io ho riferito, sebbene con dub- 
bio, alla specie del Canavari. 

Certo , 1' affinità tra le due specie in istudio è rilevante , nonostante le 
differenze sopra notate; ma il confronto degli esemplari di Dicosmos Prevosti 
con gli originali del Dicosmos pulcher, comunicati a suo tempo dal prof. Ca- 
navari, non autorizza, a parer mio, la fusione di esse. 

Altre specie , vicine alla forma studiata , ma meno affini del Dicosmos 
pulcher Can. , sono il Dicosmos declivis Kittl sp. ed il Dicosmos Meriani , 
dianzi descritto. 

Esemplari: N. 29 e molti frammenti. 



(1) Canavari M. — Note di malacologia fossile, pag. 214, tar. V, 1890. 



IL « TRIAS > DEI DINTORNI DI PALERMO 



165 



Dicosmos complanatus Stopp. sp. 

(Tav. I, fig. 29, 30). 

1850. — Natica maculosa? Hauer — Hauer F., Venetian Foss, pag. 13, tav. IV, 

fig. 16. 
1858. — » complanata Stopp. — Stopparli A., Les pétrifications a" Ésino, 

pag. 41, tav. X, fig. 1, 2. 
1894. — Marmolatella planoconvexa Kittl — Kittl E., Die triadischen Gastro- 
poderi der Martnolata, pag. 144, tav. IV, fig. 1-4. 
1899. — » complanata Stopp. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der 

Esinokalke, pag. 46, tav. Vili, fig. 7, 8; tav. IX, 

fig. 7-10. 
1899. — Naticopsis (Marmolatella) planoconvexa Kittl. — Tornquist A., Der 

Spitz-Kalk, pag. 360, tav. XX, fig. 4. 
1901. — Marmolatella complanata Stopp. sp. — Mariani E., Monte Salvatore, 

pag. 11. 
1908. — Marmolatella cfr. complanata Stopp. sp. — Haberle D., Gastropoden 

aus dem Gebiet von Predazzo , pag. 537 
(cum. syn.) 



Gli esemplari studiati corrispondono in tutto alle descrizioni ed alle fi- 
gure della specie, date dagli Autori. È evidente, nelle conchiglie siciliane, 
la forma spiccatamente angolosa dell'ultimo giro il quale forma, come scrive 
Stoppani , un piano anteriore altrettanto largo che la conchiglia , provvisto 
presso la sutura di una depressione quasi canaliculata. 

Uno dei miei esemplari conserva la parte anteriore del lato columellare 
coperta dalla callosità stretta e concava , come quella degli esemplari figu- 
rati da Stoppani. 

La superficie è ornata da strie di accrescimento che a volte si adden- 
sano e a volte si diradano, incrociate da fini strie spirali. Dippiù, delle mac- 
chie brune di forma subtriangolare, disposte in serie spirali, spiccano sul 
color grigio dei fossili. 



166 MARIO GEMMELLARO 

Sul substrato conchigliare si vede il solito reticolato di strie trasversali 
e strie spirali, ben marcate. 

Come è noto, al Dlcosmos complanatus Stopp. sp. bisogna riunire il Di- 
cosmos planoconvexus di Kittl. 

La specie in esame ha rapporti col Dicosmos lemniscata Horn. sp. , e r 
data la variabilità di quest'ultima forma (Kittl, Esino, pag. 41), riesce a volte 
diffìcile il separare conchiglie appartenenti alle due specie. 

Esemplari : N. 2. 

Marmolatella Kittl (em. M. Gemm.) 

Marmolatella nebrodensis G. Or. Gemm. sp. 

(Tav. II, Fig. I, 2) 

1 868 - 76. — Nerita nebrodensis G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi pa- 
leontologici sulla Fauna del calcare a T. Ia- 
nitor del N. di Sicilia, p. Il, pag. 64, ta- 
vola XII, fig. 1, 2. 

Questa specie fu ritenuta titonica, e come tale illustrata da G. G. Gem- 
mellaro. In seguito, numerosi altri esemplari furono rinvenuti nel calcare 
triassico delle cave di Bellolampo. 

Le conchiglie sono grandi , di forma auriculata , obliquante depressa. 
L'ultimo giro, avviluppante, è depresso sul lato apicale; lateralmente è con- 
vesso. 

La sutura è distinta; la spira è poco proeminente. 

L'apertura è grandissima, in relazione alle grandi dimensioni dell'ultimo 
giro, ed ha forma trasversalmente ovale. Il labbro esterno è arcuato e pre- 
senta un margine sottile, tagliente allo esterno. 

La regione columellare è concava ed incrostata dalla estesa e spessa 
callosità del labaro interno, il quale si ripiega su di essa. 

Tale callosità si protende nel vano dell' apertura occupandone la metà 
interna e costituendo un setto con margine subrettilineo , arrotondato , di- 
retto da avanti in dietro. 



IL «TRIAS» DEI DINTORNI DI PALERMO 107 

Non vi è traccia di denti, né si osserva riassorbimento interno della 
conchiglia. 

La superficie è ornata da evidentissime strie di accrescimento , spesso 
pliciformi, le quali si retroflettono in modo accentuato. Presenta inoltre delle 
traccie di colorazione, consistenti in strie e macchie nerastre, irregolarmente 
disposte. Una zona nera, con lucentezza cornea, cinge il labbro ed il mar- 
gine esterno della grande callosità columellare. 

Questa specie , insieme con le altre che descriverò appresso , tutte di- 
pendenti dalla Marmolatella stomatia Stopp., costituisce con essa il Genere 
Mar mola Iella, così come io lo considero, e come ho scritto avanti. 

La Marmolatella nebrodensis G. G. Gemm. sp. ha stretti rapporti con 
la Marmolatella stomatia- Stopp. sp. Da essa però si distingue, oltre che per 
la forma meno auriculata , per il minore sviluppo dell' ultimo giro e per la 
diversa forma della callosità settiforme a margine subrettilineo e non con- 
cavo, come si osserva nella specie di Stoppani. 

Sono di accoido col Kittl nel ritenere che parte degli esemplari illustrati 
da I. Bòhm (Gastr. d. Marni. , pag. 955) come Marmolatella stomatia , gio- 
vani, debbono invece ascriversi al Dicosmos applanatas Kittl sp. 

Esemplari: N. 8 e numerosi frammenti. 

Marm. nebrodensis G. G. Gemm. sp., var. tuberculosa Distef. 

(Tav. II, fig. 3, 7). 

1882. — Neritina tuberculosa Distef. — Di-Stefano G., Nuovi gasteropodi tuo- 
nici, pag. 9, tav. II, fìg. 15 a, b. 



Questa distinta forma, vicina alla specie precedentemente descritta, fu 
illustrata dal prof. G. Di-Stefano (il quale la ritenne titonica) sotto il nome 
di Neritina tuberculosa, nella sua Nota: Nuovi gasteropodi titonici (Nat. Sic, 
I, n. 5 , Palermo , 1882). Riconosciuta oggi la sua età triassica e le molte 
analogie che la legano alla Marmolatella nebrodensis G. G. Gemm. , io la 
considero come varietà di questa specie. 



168 MARIO GEMM.ELLARO 

Le conchiglie hanno forma auriculare, come quelle della specie, e come 
quelle presentano la grande callosità columellare, settiforme. La varietà però 
differisce nettamente dalla specie , oltre che per le costanti minori dimen- 
sioni, per la sua ornamentazione, la quale è costituita da costole spirali ben 
rilevate, interrotte all'incrocio con le forti strie di accrescimento, spesso riu- 
nite a fasci. 

Le costole spirali non si estendono però sulla regione apicale delle con- 
chiglie, ove si nota soltanto qualche raro tubercolo e si vedono solo le e 
videnti strie di accrescimento, molto retroflesse. 

Delle macchie bianchicce (a forma di trattolini disposti in serie spirali) 
completano la ornamentazione di questa bella varietà. 

Come si vede dalla sezione (tav. II, fig. 6), nei fossili studiati, non si 
osserva riassorbimento della conchiglia. 

Esemplari: N. 12 e vari frammenti. 

Marmolatella Hoffmanni G-. G. Genun. sp. 

(Tav. II, fig. 8, 12). 

1868 - 76. — Nerita Hoffmanni G. G. Gerani. — ■ Gemmellaro G. G., Studi pai. 

sulla Fauna del cale, a T. lanitor del N. d. 
Sicilia, p. II, pag. 65, tav. XII, fig. 3 - 7. 

Questa specie fu illustrata da mio Padre tra le Nerite , credute allora 
titoniche, della Regione Billiemi. 

Nelle cave di Bellolampo se ne sono di recente trovati alcuni esemplari. 

Le conchiglie hanno medie dimensioni , sono di forma trasversalmente 
ovale. La spira è corta , composta di tre giri , rapidamente crescenti , dei 
quali l'ultimo, avviluppante, è depresso sul lato apicale. 

L' apertura è grande , subcircolare. Il labbro esterno è arrotondato con 
margine subtagliente ; quello interno, calloso , si ripiega sulla regione colu- 
mellare, incrostandola, e si protende, settiforme e incavato, nel vano dell'a- 
pertura. Il margine della callosità è arrotondato ed ha un profilo concavo. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 169 

Figuro (tav. II, fìg. 10, il) un individuo giovane della specie il quale 
mostra l'ultimo giro più angoloso e più appianato sul lato apicale di quanto 
non si osservi negli esemplari adulti , e riproduco una sezione (tav. II , fi- 
gura 12) la quale' dimostra che nella specie studiata non vi è riassorbimento 
interno della conchiglia. 

L' ornamentazione è data da strie di accrescimento ben pronunziate , 
spesso pliciformi con percorso retroflesso, ondulato. 

Si vede anche una colorazione, variabile secondo 1' età degli individui : 
le conchiglie giovani presentano delle macchie grigie irregolari , le adulte 
assumono un colore nerastro. In qualche grosso esemplare, sul lato esterno 
dell'ultimo giro, si osservano tre zone spirali, nere, distinte. 

Questa specie , per la forma della conchiglia , ha rapporti con il Dica^ 

' smos complanatus Stopp. sp. (1) e con il Dicosmos applanatus Kittl sp. (2), 

ma si distingue facilmente da ambedue, oltre che per la forma meno auri- 

culare, per avere l'apice più sporgente e meno appuntito e per la callosità 

columellare assai più estesa, settiforme e concava. 

Per questo ultimo carattere la Marmolatella Hoffmanni si avvicina alla 
Marmolatella nebrodeyisis G. G. Gemm., pur differendone per la forma meno 
auricolare , per avere la spira meno depressa , ma più sporgente , e per la 
minore estensione della callosità columellare, cbe è assai più concava e più 
approfondita neh' apertura. Inoltre , il margine della callosità settiforme ha 
profilo concavo anziché subrettilineo , come si osserva nella specie prece- 
dentemente descritta. 

Esemplari : N. 9. 

Marmolatella semisulcata G. G. Gemm. sp. 

(Tav. II, fig. 13-15). 

1868-76. — Nerita semisulcata G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi 

pai. sulla Fauna del cale, a T. lanitor 
d. N. di Sicilia, p. Il, p. 68, tav. XII, fìg. 12-14. 



(1) Stoppani A. — Op. cit., pag. 41, tav. X, fig. 1, % 1858-60. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke, pag. 47, tav. IX, fig. 11, 1899. 



22 



170 MARIANO GEMMELLARO 

G. G. Gemmellaro ebbe in esame un solo esemplare di questa bella spe- 
cie, della quale poi ho rinvenuto nelle cave di Bellolampo alcuni altri indi- 
vidui, in buono stato di conservazione. Sono quindi in grado di potere illu- 
strare la specie con maggiore dettaglio. 

Conchiglia trasversalmente ovale, depressa sul lato apicale. Spira non 
molto proeminente. Consta di tre giri dei quali l'ultimo, grande ed avvilup- 
pante, è nettamente carenato. 

L'apertura ha forma subquadrangoiare; il labbro esterno è arrotondato, 
quello interno, calloso, si rovescia sul lato columellare, ove si osserva una 
callosità larga e depressa che si protende, settiforme, nel vano dell'apertura. 
11 setto ha margine arrotondato e profilo falciforme, subangoioso. 

La carena dell'ultimo giro ne divide la superficie in due regioni delle 
quali la laterale è per intero ornata da solchi spirali, tra di loro piuttosto 
spaziati, mentre la apicale, liscia, mostra soltanto tre o quattro solchi su- 
perficiali molto avvicinati tra di loro, nei pressi della carena. 

Le strie di accrescimento forti e spesso pliciformi, rivolte indietro, incro- 
ciandosi con la ornamentazione spirale sopra descritta, tracciano sulla su- 
perfìcie delle eleganti losanghe. 

Alcune macchie e strie di color bruno completano la ornamentazione 
della specie. 

La Marmoìatella semisulcata G. G. sp., ha rapporti tanto con la Marmo- 
latella nebrodensis G. G. Gemm., quanto con la Marmoìatella Hoffmanni, pre- 
cedentemente descritte; ma si distingue da esse, oltre che per la forma an- 
golosa, carenata, dell'ultimo giro, per la tipica ornamentazione tanto diversa 
da quella delie due specie in confronto. 

Dippiù, la sua callosità settiforme è meno estesa di quella della Mar- 
moìatella nebrodensis ed il suo margine ha profilo subangoloso falciforme, piut- 
tosto che subrettilineo, mentre è molto meno approfondita nel vano dell"a- 
pertura di quanto non si osservi nella Marmoìatella Hoffmanni. 

Esemplari : N. 5 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 



171 



Hologyra Koken. 
Hologyra erycina G. G. Gemm. sp. 

(Tav. II, fig. 16-18). 



1868-76. — Natica erycina G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Studi pai. sulla 

Fauna del cale, a T. Ianitor del N. di Sicilia, 
p. II, p. 57, tav. X, fig. 7, 8. 

Riferisco al Genere Hologyra Koken, le conchiglie di Billiemi (Bellolampo) 
illustrate da G. G. Gemmellaro, come titoniche, sotto il nome di Natica ery- 
cina. Esse presentano spiccati i caratteri del Genere, come è reso manifesto 
dalla sezione e dal preparato che io qui illustro (tav. II, fig. 17, 18). 

È evidente infatti, negli esemplari studiati, la mancanza di riassorbimento 
interno della conchiglia e la presenza di un funicolo nella regione ombellicale. 

La Hologyra erycina G. G. Gemm. sp., è una specie di medie dimensioni, 
di forma ovato-conica. 

La sua spira è corta ed ottusa, formata da quattro giri convessi di cui 
l'ultimo è tanto grande da costituire quasi l'intera conchiglia. Esso si mo- 
stra appianato nella regione apicale. 

La sutura è lineare e ben marcata; nell'ultimo giro si nota una distinta 
depressione subsuturale. 

L'apertura è obliquamente ovale, un pò ristretta dietro; il labbro esterno, 
arcuato, ha margine tagliente; quello interno, calloso, ricopre la regione om- 
bellicale, la quale è fornita di funicolo. 

La superfìcie è ornata da strie di accrescimento quasi diritte, le quali si 
inflettono un poco sulla depressione subsulurale. 

In un esemplare, essendo in parte scoperto lo strato subcorticale della 
conchiglia, si vedono su di esso delle fini ma distinte strie spirali, le quali 
si incrociano con strie trasversali un pò più forti. 

La Hologyra erycina G. G. Gemm. sp., rammenta la Hologyra conomor- 






172 MARIANO GEMMELLARO 

pha Kittl (l) di Esilio e della Marmolata, ma è meno globuloso-conica ed ha 
conchiglia meno spessa e callosità columellare molto più stretta. 

E' anche affine alla Hologyra laevissima Kittl (2). ma ha l'apertura più 
allungata ed obliqua e la sua forma è meno gonfia e globulare. 

Manca inoltre nella specie in istudio, la forma molto ristretta e canali- 
culata indietro della apertura, carattere pel quale la Hologyra laevissima Kittl, 
rientrerebbe nel sottogenere Vernelia I. Bohm (3). 

Esemplari: N. 8 e vari frammenti. 

CTENOBRANCHINA 

Purpurinidae Zitt. 

Purpuroidea Lyc. 

Purpuroidea profundesulcata n. sp. 

(Tav. II, flg. 19). 

Conchiglia conica con spira regolarmente crescente, composta da 7-8 giri 
convessi, separati da suture distinte e bene impresse. L'ultimo giro è grande 
ed ottusamente angoloso. 

L'apertura ha forma ovale allungata, ristretta indietro, arrotondata avanti, 
Il labbro esterno è arcuato; quello interno è leggermente calloso. 

La ornamentazione della specie è data da grossi tubercoli arrotondati, 
i quali occupano la regione mediana dei giri. Inoltre una ornamentazione 
spirale è fornita da costole evidenti, le quali si estendono pure, attenuandosi 
alquanto, sui tubercoli sopra descritti. 

L'andamento delle strie di accrescimento non è visibile 

La specie più vicina a quella descritta è la Purpuroidea ceritliiformis 
Kittl (4), di S. Gassiano, dalla quale però si distingue per essere più netta - 



(1) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke, pag. 52, tav. IV, fig. 11-13, 1899. 

(2) Kittl E. - Op. cit., pag. 53, 1899. 

(3) Bohm I. — Die Gastropoden des Marmolatakalfces, pag. 250, 1894. 

(4) Kittl E. - Die Gastropoden der Schichten von St. Cassian, pag. 235, tav. X. 
fig. 32, 1894. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 173 

mente conica e per la forma e posizione dei grossi tubercoli, i quali nella 
specie in esame sono arrotondati ed occupano le regione mediana dei giri, 
mentre nella specie di Kittl hanno forma verticalmente allungata e si appros- 
simano al margine posteriore dei giri, i quali diventano così angolosi. Inoltre, 
la specie siciliana mostra ben marcati sulla base i solchi spirali, i quali sono 
debolissimi nella specie alpina. 
Esemplari: N. 3. 

Purpuroidea profundesulcata M. Gemili., var. gracìlis n. v. 

(Tav. II, fig. 20, 21). 

Istituisco questa varietà sopra alcune conchiglie della specie avanti stu- 
diata, le quali si allontanano principalmente dagli esemplari tipici per la forma 
più gracile e appuntita e per la maggiore altezza e minore angolosità dell'ul- 
timo giro. Inoltre, la base della varietà è meno appianata di quella della spe- 
cie, talché la forma dell'apertura risulta allungata e ristretta anche anterior- 
mente. 

L'ultimo giro, che nella Purpuroidea profundesulcata n. sp. forma meno 
della metà della altezza della conchiglia, nella varietà gracilis supera la metà 
di essa. 

Infine la sagoma della conchiglia, conica, a profilo leggermente convesso 
nella specie, mostra profilo leggermente concavo nella varietà. 

Esemplari : N. 2. 



Pyramidellidae Gray. 

Ptyehostoma Laube. 

Ptychostoma fasciatum Kittl. 

(Tav. II, fig. 22, 23). 

1894 — Plichostoma fasciatum Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der tìchichten 

von St. Cassian, II, p. 96, tav. Vili, fig. 30, 31. 

Conchiglia piriforme, composta di giri bassi, fortemente angolosi, care- 
nati, con superficie concava sul lato apicale, appianata, nel resto. 



174 MARIANO GEMMELLARO 

L'ultimo giro è grande e panciuto; esso mostra anteriormente, sopra la 
carena , cinque evidenti costole spirali , alle quali seguono altre meno rile- 
vate e più sottili, maggiormente avvicinate tra di loro. Sottilissime strie spi- 
rali si vedono pure sotto la carena, nella regione apicale dei giri. 

L'apertura è ovale, ristretta indietro ; il labbro esterno è sottile , la co- 
lumella è contorta, il labbro interno è incrassato e calloso. 

Le strie di accrescimento fine , spesso riunite a fascetti , hanno anda- 
mento spiccatamente sigmoidale ; esse si flettono a gomito sulla carena dei 
giri e divengono oblique, diritte e rivolte indietro sul lato apicale di essi. 

Gli esemplari siciliani , come appare dalla descrizione , confrontano , in 
tutto con quelli di S. Cassiano, illustrati dal Kittl. 

Esemplari: N. 2 e pochi frammenti. 

Loxonema Phill. 

Loxonema arctecostatum Munst. sp. 

(Tav. II, fig. 24, 25). 

1841. — Turritella arctecostata Munst — Miinster G. , Beitràge , IV, pag. 121 

tav. XIII, fig. 35. 
1884. — Cerithium Baidensis Dist. — Di-Stefano G., Sopra altri fossili del Tito- 

nico inf. di Sicilia, pag. 28, tav. II, fig. 9 a. b. 

1893, — Loxonema arctecostatum Munst sp. — Ogilvie-Gordon., On the Wengen 

and St. Cassian Strata, pag. 56. 

1894. — » arctecostata Munst. sp. — Kittl E., Gastropoden d. Schichten 

von St. Cassian, III, pag. 148, tav. IV. fig. 9-14 
(cum syn.). 

1894. — Loxonema arctecostata Munst. sp. — Kittl E., Gastropoden d. Marmo- 

lata, pag. 151, tav. V, fig. 5. 

1895. — » » Munst. sp. — Di-Stefano G., Lo schisto marnoso 

con Myophoria vestita, della Punta delle Pietre 
Nere, pag. 44, tav. li, fig. 8. 



IL « TRIAS » NEI DINTORNI DI PALERMO 175 

1895 — Loxonema ardecostatum Miinst. sp. — Bohm L, Die Gastropoden des 

Mar molata Jcalkes, pag. 263. 
1899. — » » Miinst. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Esi- 

nokalke, pag. 91. 

1907. — » » Miinst. sp. — Broili F., Pauna d. Pachycardien- 

tuffe d. Seiser Alp., pag. Ili, tav. X, fig. 23. 

1908. — » » Miinst. sp. — ftaberle D., Gastropoden aus d. Ge- 

biet von Predazzo, pag. 379. 
1912 — » (Zygopleura) cfr. arctecostata Miinst. sp. — Di-Stefano G., La 

dolomia principale dei dintorni di Palermo etc. 

pag. 101, tav. X, fig. 18. 
1913. — » ardecostatum Miinst sp. — Tommasi A., I fossili della luma- 

chella triasica di Ghegna, II, pag. 49, tav. Ili, 

fig. 31-33. 



Giovanni Di-Stefano descrisse come titonico, col nome di Cerithium Bai- 
densis, l'unico esemplare di questa specie, rinvenuto nelle cave di Bellolampo. 

La conchiglia è turriculata, appuntita, con spira crescente secondo un 
angolo regolare, formata da giri quasi piani, il cui margine posteriore sporge 
un poco sopra quello del giro precedente. 

L'ultimo giro è angoloso al limite con la base la quale è subconvessa e 
leggermente declive. 

L'apertura è spezzata; ma, da quel che rimane del margine columellare e 
del labbro esterno, si può ricostruire la sua forma snbquadrangolare. 

La superficie è ornata da sottilissime strie di accrescimento molto obli- 
que, e da sedici pieghe strette, rilevate, acute e piuttosto oblique, separate 
da spazi un pò più larghi del loro spessore. Tali pieghe hanno un anda- 
mento leggermente ondulato e si rigonfiano avanti, presso il margine ante- 
riore di ogni giro. 

La base è soltanto ornata dalle strie di accrescimento. 

L'esemplare siciliano ha dimensioni un pò maggiori di quelle degli altri 
esemplari descritti dagli Autori; inoltre i suoi giri sono relativamente un pò 



T 



176 MARIANO GBMMELLARO 

più alti, le costole un pò più numerose e più oblique rispetto all'asse della 
conchiglia. 

L'ultimo giro è poi maggiormente angoloso, talché l'apertura diviene di 
forma subquadrangolare, rammentando la forma di quella del Genere Pro- 
mathildia (1). 

Nonostante queste differenze, avendo in esame un solo esemplare incom- 
pleto, non ritengo prudente di separarlo dalla specie in istudio. 

Come è noto, il Loxonema arctecostatum Mùnst. sp., è affine al Loxonema 
rarocostatvm Bohm (2)' ma se ne distingue specialmente per avere i giri più 
alti e pel minor numero delle costole. 

Esemplari : N. 1. 

Omphaloptyeha Aminoli. 
Omphaloptycha Escheri Horn. sp. 

(Tav. II, Fig. 26, 27). 

1856.— Chemnitzia Escheri Eiòrn. — Hórnes M., Castropoden a. d. Trias d.Alpen, 

pag. 27, tav. II, fig. 2-4. 

1899. — Omphalopthycha Escheri Hórn. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Esi- 

nókalke, pag. 119, tav. XIII, fig. 8-20, fig. nel te- 
sto 49-53 (cuvi syn.). 

Kittl giustamente ha riunito con la Omphaloptycha Escheri Hòrn, sp., le 
varie forme affini, ritenute dallo Stoppani specificamente diverse. 

D'altro canto, lo stesso Autore ha riconosciuto la opportunità di tener 
distinte dalla specie tipo, come sue varietà, le forme note sotto i nomi di 
Omphaloptycha Maironi Stopp. sp. ed Omphal ungulata Stopp. sp. 

Così la Omphaloptycha Escheri, tipo di un gruppo di forme sufficiente- 



(1) Si vedano in Blaschke F. (Die Gastropoden der Pachycardientuffe etc.) la descri- 
zione e le figure di Promathildia cfr. colon Miinst. sp.; p. 212, tav. XX, fig. 33 a, b. 

(2) Bohm I. — Die Gastropoden des Marmolatakalkes, pag. 262, tav. XIV, fig. 12. 



IL «TRIAS» NEI DINTORNI DI PALERMO 177 

mente omogenee, ha riacquistato un significato ampio, corrispondente al con- 
cetto di Hornes, ed alla non esagerata valutazione di piccole differenze di forma. 

Io qui figuro i due soli esemplari della specie, conosciuti in Sicilia, i 
quali corrispondono in tutto con le forme figurate da Kittl della Omphalop- 
tycha Escher i, tipica. 

J miei fossili mostrano una evidente ornamentazione "spinile; non pos- 
sono quindi riferirsi alla var. Maironi Stopp. Per la forma poi, si distinguono 
bene dalla var. angulata Stopp. 

Esemplari : N. 2. 

Omphaloptycha subextcnsa Kittl. 

„(Tav. Ili; fig. 2, 3). 



1857. — Loxonema Hehli Stopp. (non d'Orb., nec Ziet.) — Stopparli A., Studi, 

pag. 276. 
1858-60. — Chemnitzia Hehli Stopp. — Stoppani A., Les pétrifications a" Ésino, 

pag. 19, tav. IV, fig. 4, 5. 
1894. — Coelostylina irritata, var. II, Kittl — Kittl E., Die triadischen Gastro- 

poden der Marmolata , pag. 159 , tav. V , fig. 18 

(non fig. 16, 17, 19). 
1895. — » » Kittl — Bohm I. (pars) Die Gastropoden des Mar- 

molatakalkes, pag. 278 fig. nel testo 64. 
1899. — Omphaloptycha subextensa Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der Esino- 

kalke, pag. 125, tav. XIV. fig. t e fig. nel testo 56 

Gli esemplari siciliani corrispondono in tutto alla descrizione della Om- 
phaloptycha subextensa, istituita da Kittl, nonché alle figure date dallo Au- 
tore, dallo Stoppani e dal Bòhm. 

Come è noto, il Kittl ha riunito in questa specie distinta gli. esemplari 
di Val dei Mulini riferiti dallo Stoppani a Chemnitzia Hehli Ziet., e parte de- 
gli esemplari della Marmolata ritenuti, da lui stesso prima e dal Bohm dopo, 
varietà della Coelostylina irritata Kittl (var. II). 

Esemplari: N. 2. 

23 



178 MARIANO GEMMELLARO 

Omphaloptycha Bacchus Kittl. 

(Tav. II, fig. 28, 29; Tav. Ili, fig. 1). 

1894. — Coelostylina Bacchus Kittl — Kittl E., Die triadischen Gastropoden der 

Marmolatà, pag. 160, fig. nel testo 5. 

1895. — Omphaloptycha Bacchus Krttl — Bòhm I., Die Gastropoden des Mar- 

niolatakalkes, pag. 279, fig. nel testo 68. 
? » — Coelostylina lineata Bòhm (pars) — Bòhm f., op. cit., pag. 283, fig. nel 

testo 74. 
» » densestriata Bohm — Bohm ì.,op.ciL, pag. 281, tav. XII. 

fig. 9. 
1899. — Omphaloptycha Bacchus Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der Esino- 

kalk, pag. 127, tav. XIV, fig. 7. 

Ho potuto studiar bene questa specie avendone avuti in esame parec- 
chi esemplari in ottimo stato di conservazione. 

Ritengo inutile ripetere la descrizione della specie data da Kittl, il quale 
ne ha già notato i rapporti eie differenze con la vicina Omphaloptycha pa- 
chygaster Kittl. 

La Omphaloptycha Bacchus ha pure rapporti con la Omphal. Escheri Horn., 
dalla quale però si distingue per avere un numero di giri minore. Dalla Om- 
phal extensa Kittl (1), nelle sue forme adulte, la specie in esame si allontana 
infine per la maggiore altezza dei primi giri. 

Sui rapporti della specie in istudio con le forme note sotto il nome di 
Omphaloptycha retracta Kittl, che io riunisco appresso con la Omphaloptycha 
billiemensis G. G. Gemm. sp., dirò nella discussione di quest' ultima specie. 

A. me sembra che alla forma in esame e non alla Omphaloptycha pachy- 
gaster Kittl (come ha ritenuto questo Autore; bisogna unire la Omphaloptycha 
densestriata I. Bohm. La Omphal, pachyyaster è più allungata, più conica e 



(1) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke, pag. 126, tav. XIV, fig. 2-4, 1899. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 179 

molto più intensamente striata a zig-zag. Inoltre mostra l'ultimo giro più 
corto, meno rapidamente crescente e più panciuto in modo da assumere una 
forma ben differente dalla Omphaloptycha densestriata I. Bohm = Omphal. 
Bacchus Kittl. 

Esemplari: N. 10 e molti frammenti. 

Omphaloptycha pachygaster Kittl. 

(Tav. Ili, fig. 4). 



1894. 

1895.- 

1899. — Omphaloptycha 



Coelostylina pachygaster Kittl — Kittl. E., Die triadischen Gastropoden 

der Marmolata, pag. 164, fig. nel testo 7, 8. 
» » Kittl — ■ Bohm I., Die Gastropoden des Marmola- 

takalkes. pag. 285, fig. nel testo 77, 78. 
Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der Esinokalke, 
pag. 127, tav. XIV, fig. 8, 9. 



Gli esemplari siciliani di questa specie della quale ho già notato i rap- 
porti e le differenze con la Omphaloptyca Bacchus Kittl, corrispondono in tutto 
alle descrizioni ed alle figure date dal Kittl e dal Bohm. Evidentissima in essi 
è la caratteristica intensa striatura spirale a zig-zag. 

Come ho già scritto, io credo che a questa specie non debbano unirsi 
(come ha ritennto il Kittl) gli esemplari noti col nome di Omphal, densestriata 
Bohm; essi entrano piuttosto a far parte della Omphal, Bacchus Kittl, per le 
ragioni che ho avanti esposte. 

Esemplari : N. 2. ed un frammento. 

Omphaloptyca Billiemensis G. G. Gerani, sp. 

(Tav. Ili, 5, 7). 



1868-76. — Pseudo Melania Billiemensis G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G. r 

Studi pai. sulla Fauna d. cale, a T. Ianitor d. N, 
di Sicilia, p. Il, pag. 8, tav. I, fig. 15, 16. 



180 MARIANO GEMMELLA.RO 

1894. — Coelostytina retrada Kittl — Kittl E., Die triadischen Gastropoden der 

Marmolala, pag. 161, tav. VI, fig. 8, fig. nel te- 
sto 6. 

1895. — Omphaloptycha » Kittl (pars) — Bob in 1., Die Gastropoden dea Mar- 

molatakalkes, pag. 277, tav. XIV, fig. 17 b, e. 
1899. — » » Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der Esinokalke 

pag. 127. tav. XIV, fig. 5, 6. 

Questa specie fu illustrata da G. G. Gemmellaro come proveniente dal 
Titpnico dei Monti di Billiemi (Bellolampo presso Palermo. In seguito altri 
esemplari sono stati rinvenuti nelle cave del calcare triassico della stessa 
regione. 

Io qui figuro non solo l'esemplare già illustrato da mio Padre ma an- 
ebe uno tra i migliori ritrovati in appresso. 

Dallo studio attento del materiale raccolto mi sono convinto che alla 
specie di G. G. Gemmellaro (cui spetta la precedenza) devono unirsi le forme 
di Esino e della Marmolata comprese dal Kittl nella sua Omplaloptycha re- 
trada. 

Infatti, la identica forma della concbiglia, la eguale altezza dell'ultimo 
giro in confronto di quella dei precedenti, il caratteristico profilo convesso dei 
giri, la forma della apertura e della callosità columellare, nonché il tipo di 
ornamentazione provano, a mio parere, la perfetta identità specifica tra le 
forme in istudio. 

Come è noto, il Kittl (1) ba messo in evidenza i rapporti e le differenze 
tra la Omphaloptycha retrada Kittl = Omphal. Billiemensis G. G. Gemm. sp. 
e la vicina ma distinta Omphaloptycha Bacchus Kittl. 

Esemplari: N. 8 e molti frammenti. 



(1) Kittl E. — Die triadischen Gastropoden der Marmolata. pag. 161, 1894. 



IL « TRIAS » DEI DINTORFI DI PALERMO 



181 



Omphaloptycha semicostata G. G. Gerani, sp. 

(Tav. Ili, fig. 8-13). 

1868-76. — lylostoma semicostatum G. G. Geram. — Gemmellaro G. G., Studi 

pai. sulla Fauna del cale, a 1. lanitor del Nord 
di Sicilia, p. II, pag. 4, tav. II, fìg. 1-5. 

G. G. Gemmellaro descrisse questa specie, ritenuta allora titonica, sotto 
il nome di lylostoma semicostatum, proveniente dai calcari di Billiemi. 

In seguito molti altri esemplari furono rinvenuti negli stessi calcari, ri- 
conosciuti triassici. 

La Omphaloptycha semicostata G. G. Gemm. sp., ha forma ovoide-conica, 
leggermente pupoide. 

La sua spira, crescente sotto un angolo convesso è formata da 6-7 giri 
alti e convessi, divisi da suture impresse e distinte. L'ultimo giro forma più 
della metà dell'intera conchiglia. 

L'apertura ha forma ellittica arrotondata avanti, ove presenta una doccia 
lievissima, ed acuminata indietro. 11 labbro è incrassato. 

La superfìcie esterna è ornata da strie di accrescimento di forma spic- 
catamente sigmoidale, le quali a volte si riuniscono a fascetti. Queste strie 
hanno andamento ed aspetto simile a quelle che si riscontrano nella Om- 
phal. Finii Stopp. sp. (1) e nella Omphal, contrada Koken (2). 

Sulla conchiglia si nota inoltre una evidente ornamentazione costituita 
da costicine irregolari spirali, tra di loro discretamente spaziate, le quali si 
accentrano specialmente sulla metà posteriore di ogni giro. Nell'ultimo an- 
fratto però le costicine appaiono pure spiccate nella parte anteriore presso 
il margine boccale. 

Una seconda ornamentazione spirale è infine a notare sopra tutta la su- 
perne delle conchiglie in forma di strie finissime ed ondulate. 



(1) Stoppani A. -- Les pétrifications d'Èsino, pag. 19, tav. IV, fig. 7. 

(2) Kokkn E. — Die Gastropoden des Trias um Hallstatt. pag. 90, tav. XVII, fig. 7, J897. 



182 MARIANO GEMMELLARO 

Le specie più vicine alla Omphaloptycha semicostala sono la Omphal. pa- 
chygaster Kittl e la forma tipica della Omphal. Escheri Hoern. sp. Però la 
specie siciliana si distingue da quest'ultima per la forma più accorciata e 
ventricosa, per le costole spirali, più evidenti, più abbondanti ed in posizione 
determinata sui giri, per le strie di accrescimento caratteristicamente sinuose, 
per la mancanza assoluta di qualunque faccetta suturale, perla doccia bre- 
vemente accennata e per i giri più convessi. 

Dalla Omphal. pachygaster si distingue poi perchè meno ventricosa nel- 
l'ultimo giro, per avere i giri più convessi, le costole spirali più forti e più 
irregolari e le strie di accrescimento più fortemente sigmoidali. Inoltre le strie 
leggerissime spirali che ornano la Omphal. semistriata sono ondulate e quindi 
diverse da quelle a zig-zig che presentano molti esemplari della Omphal. pa- 
chygaster. 

Esemplari: N. 30 e molti frammenti. 

Omphaloptycha pulchella G. G. Gemm. sp. 

(Tav. Ili, fig. 14: Tav. IV, fig. 1. 2 .. 

1868-76. — Tylostoma pulchellum G. G. Gerani. — Gemmellaro G. G., Studi pai. 

sulla Fauna del cale, a T. lanitor d. N. di Si- 
cilia, p. IL pag. 5, tav. Il, fig. 6, 7. 

Questa specie, ritenuta titonica da G. G. Gemmellaro, fu riferita al Ge- 
nere Tylostoma. Riconosciuta in seguii la sua età triassica, coi nuovi ritro- 
vamenti fatti nelle cave di Bellolampo, non è a dubitare che essa debba ascri- 
versi tra le Omphaloptycha. 

Può conservarsi il nome specifico dato da mio Padre, sebbene in pre- 
cedenza usato dallo Stoppani (1), poiché, come è noto la Omphaloptycha pul- 
chella Stopp. sp. deve identificarsi con la Omphal. Escheri Horn. sp. (2). 



(1) Stoppani A. — Les péirif. d' Ésino, pag. 31, tav. VII, fig. 17, 1858-60. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke. pag. 119. 









IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 183 

La conchiglia ha forma ovale, conica, sempre pupoide. La sua spira è 
formata da giri convessi, divisi da suture impresse e distinte. 

L'apertura è ovale, dilatata avanti e provvista di una leggiera doccia, 
acuminata indietro. 

Gli ornamenti della specie consistono in strie di accrescimento sigmoidali 
evidenti e spesso riunite a fascetti, ed in costicine spirali ohe si addensano 
sulla regione posteriore di ogni giro e, sull'ultimo, sono anche visibili ante- 
riormente presso il margine dell'apertura. 

Questa specie ha stretti rapporti con la Omphaloptycha semicoslata GG. 
Gemm. sp.; tanto da far dubitare che sia una varietà della stessa; ad ogni 
modo non ritengo di dover mutare il valore della determinazione fatta da mio 
Padre poiché effettivamente esistono differenze bene apprezzabili tra gli esem- 
plari di essa e quelli della Omphaloptycha semicostata. Le conchiglie della specie 
in esame sono sempre di forma più allungata e pupoide; i giri sono più con- 
vessi, l'ultimo giro è più alto e meno ventricoso ed infine la ornamentazione 
spirale è più irregolare nella sua localizzazione di quanto non si veda nella 
forma affine. 

Esemplari: N. 4 e vari frammenti. 

Omphaloptycha Aldrovandii Stopp. sp. 

(Tav. Ili, fig. 15). 

1858-60. — Chemnitsia Aldrovandi Stopp. — Stoppani A., Les pétrifications d"É- 

sino, pag.' 12, tav, I, fìg. 4, 5. 
1899. — Omphaloptycha Aldrovandii Stopp. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der 

Esinokalke, pag. 136, tav. XVI, fig. 1-4; tav. XVII, 

fig. 1-4; fig. nel testo 66-69 (cimi syn.). 
1913. — » » Stopp. sp. — Tom masi A., I fossili della luma- 

chella triasica di Ghegna, pag. 61. 

Di questa grande specie che, d'accordo colTommasi, intendo nel senso 
lato datole dal Kittl, io figuro il più completo e ben conservato esemplare 



184 MARIANO GEMMELLARO 

che posseggo, il quale confronta bene, specie per la ornamentazione, col fos- 
sile di Val dei Mulini illustrato da Kittl a tav. XVI, fig. 2 del suo studio. 
Una leggiera differenza si nota soltanto nella forma un pò meno allungata 
e nel fatto che l'ultimo giro non mostra anteriormente, sopra la distinta ca- 
rena longitudinale, la concavità marcata che si osserva nello esemplare di 
Esino. 

Un altro esemplare più grosso di quello figurato, è sciupato alla super- 
ficie; ma per la forma pupoide, e pel maggior sviluppo dell'ultimo giro in 
confronto ai precedenti, corrisponde in tutto all'altra forma di Esino, illu- 
strata dallo stesso Kittl a tav. XVII, fig. 1 della sua Monografia. 

Esemplari: N. 3 e alcuni frammenti. 

Omphaloptycha panormitana n. sp. 

(Tav. IV, fig. 3, 4). 

Conchiglia grande, di forma spiccatamente turriculata, costituita da 8-9 
giri regolarmente crescenti, leggermente convessi. Sutura impressa. 

L'apertura, è allungata, arrotondata avanti, ristretta indietro. Il labbro 
esterno è arcuato e sottile, quello interno, leggermente incrassato, lascia scor- 
gere, aperto, una larga fessura ombellicale. 

L'ultimo giro, convesso, ha uno sviluppo relativamente maggiore dei pre- 
cedenti. 

La ornamentazione risulta di strie di accrescimento leggiere e legger- 
mente sigmoidali, meglio visibili sull'ultimo giro. Inoltre nella parte poste- 
riore di ogni giro, e più sull'ultimo, si vede una ornamentazione spirale co- 
stituita da poche ma regolari costicine, separate da spazi piuttosto larghi. 

La specie in esame ha rapporti tanto con la Omphaloptycha Aldro can- 
dii Stopp. sp., quanto con le forme distinte da Stoppani col nome di Chem- 
nitzia Camalli, giustamente considerate dal Kittl come varietà della Ompha- 
loptycha turris Stopp. sp. 

Dalla Omphaloptycha Aldrovandii si distingue però agevolmente per la 
forma molto più allungata, per la maggiore convessità dei giri, per la man- 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 185 

canza della carena più o meno accentuata sull'ultimo giro, per la differente 
forma dell'apertura, nonché per l'evidenza della fessura ombellicale. Inoltre 
le strie di accrescimento della specie in istudio sono sigmoidali e non diritte 
come si osservano nella Omphal. Aldrovandii. 

Con la Omphaloptycha turris Stopp. sp., var. Camalli, varietà caratteriz- 
zata nella specie dalla maggiore ampiezza dell'ultimo gir.), sonj notevoli le 
affinità, ma notevoli pure appaiono le differenze tra le quali in primo luogo 
è a notare la mancanza della stretta faccetta suturale obliqua che si osserva 
nella specie di Stoppani. Differenti inoltre sono l'andamento e la forma delle 
strie di accrescimento e diversa è la localizzazione delle costelle spirali, si- 
tuate soltanto, nella specie siciliana, nella parte posteriore dei giri. 

Esemplari : N. 5. 

Omphaloptycha Gemmellaroi u. sp. 

(Tav. IV, fig. 5-7). 

1868-76. — Pseudomelania Columna G. G. Gemm., non d'Orb. — Gemmellaro 

G. G., Sludi pai. sulla Fauna del cale, a T. la- 
nitor d. N. di Sicilia, p. II, pag. 7, tav. I, fig. 13. 
» Cepha G. G. Gemm. non d'Orb. — Gemmellaro 

G. G., op. cit., p. II, pag. 7, tav. II, fig. 14. 



G. G. Gemmellaro, v ritenendo titoniebe le conchiglie in esame, le riferì in 
parte alla Chemnitzia Columna d'Orb., in parte alla Chemnitzia Cepha d'Orb. 

Più tardi egli stesso riconobbe la identità delle forme distinte e la loro 
età triassica, comprovata da nuovi ritrovamenti fatti nelle cave di Bellolampo 
(Billiemi). Per questo dedico a mio Padre la specie in istudio la quale deve 
attribuirsi al genere Omphaloptycha e non può considerarsi come una Undu- 
laria (loxoconcha),. perchè ha l'ultimo giro non angolato, i giri non soalinati 
e le strie di accrescimento non sinuose. 

La conchiglia è turriculata, acuta costituita forse da 10 giri di cui non 
ne rimangono visibili che 7 nell'esemplare meglio conservato. La superficie 



18fi MARIANO GEMMELLARO 

dei giri, i quali hanno un accrescimento piuttosto rapido è le^ertnente con- 
vessa e spesso quasi piana. Una distinta ma angusta faccetta suturale si mo- 
stra sui margini di ogni giro. Le suture sono bene incise e profonde. 

La superficie è coperta da evidenti strie di accrescimento con andamento 
quasi rettilineo le quali si riuniscono a gruppetti e divengono più marcate 
sullo spigolo delle faccette suturali. L'ultimo giro è regolarmente arrotondato. 

I caratteri dell'apertura mancano. In sezione essa appare di forma ovale 
allungata, ristretta avanti e dietro. 

II labbro interno è rovesciato sulTombellico che chiude quasi completa- 
mente, lasciando solo una stretta fessura ombellicale. 

Come appare dalla sezione, la cavità columellare è ampia. 

La specie descritta, si avvicina più che a ogni altra alla Omphaloijtycha- 
Scaliai Tomm. (I). Si distingue però dalla forma di Gkegna per avere i giri 
ancor meno convessi, per la presenza delle faccette suturali e per le forti 
strie di accrescimento il cui andamento non è sigmoidale come quello che 
si osserva nella specie del Tom masi. 

Ha pure rapporti con la Omphaloptycha aequalis Stopp. sp. (1), ma se ne 
allontana per la forma meno svelta e per avere un maggiore angolo spirale 
oltre che per la diversa natura della ornamentazione. 

Esemplari : N. 6. 

Omphaloptyeha Diblasii G. G. Gemm. sp. 

(Tav. IV, fig. 8.) 

1868-76. — Natica Diblasii G. G. Gemra. — Gemmellaro G. G.. Studi pai. sulla 

Fauna d. cale, a T. Ianitor d. X. di Sicilia, p. II, 
pag. 52, tav. IX. fig. 3, 4. 

Questa specie fu descritta da G. G. Gemmellaro come forma titonica, 
sotto il nome arenerico di Natica. 



(1) ToMiUsr A. — I fossili della lumacliellc triasica di Ghegna. pag. 57. tav. IV, 
fig. 4, 1913. 

(2) Stoppaxi A. — Op. cit., pag. 16. tav. II. fig. 8, 1858-60. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 187 

Essa proviene dalle cave del calcare triassico di Bellolampo e deve rife- 
rirsi al Genere Omphaloptycha, del quale evidentemente presenta i caratteri. 

La conchiglia ha forma ovato-conica, columella vuota e rima assai sottile. 

La sua spira è corta, composta di giri leggermente convessi divisi da 
nette suture. L'ultimo giro è grande, convesso e forma i due te. zi -della con- 
chiglia. 

L'apertura è ovale, ristretta indietro, arrotondata avanti ove presenta 
una discreta doccia. 

Il labbro, arrotondato al margine esterno, si appiattisce su quello interno. 

La superficie è ornata da strie di accrescimento sigmoidali. Una orna- 
mentazione spirale è data da costicine regolari (3-4) localizzate presso il mar- 
gine posteriore di ogni giro e, nell'ultimo, visibili anche avanti intorno al- 
l' apertura. 

La Omphaloptycha Diblasii , specialmente pei - la sua ornamentazione 
spirale è vicina alla Omphaloptycha semicostafa G. G. Gerani, sp. ; richiama 
altresì, per la forma, la Omphal. fedeiana Kittl sp. (1). Però non può asso- 
ciarsi ad alcuna delle due specie indicate perchè i caratteri della apertura, 
e specialmente quelli del labbro, differiscono evidentemente da quelli che 
presenta la Omphal. semicostata G. G. Gemili, sp.; mentre la forma della sua 
conchiglia è ancor più ventricosa di quella della Omphal. fedeiana, l'ultimo 
giro è più alto e più grande e la spira è più corta. 

Esemplari: N. 6. 

Omphaloptycha Tommasii n. sp. 

(Tav. IV, fig. 9-11). 

Conchiglia di piccole dimensioni, conica, leggermente pupoide, costituita 
da 6-7 giri convessi separati da suture nette ed incise. 



(1) Kittl E. —Die triadischen Gastropoden der Marmolata, pag. 163, tav. VI , Fig. 10 
a 12, 1894. 









188 MARIANO PBMMBLLABO 

L' ultimo giro, regolarmente arrotondato, costituisce quasi la metà del- 
l'intera conchiglia. 

La superficie è ornata da strie di accrescimento leggerissime, con adan- 
mento sigmoidale e da sottili costelle spirali più marcate presso il margine 
posteriore dei giri. 

L'apertura è ovale ristretta indietro ed appuntita, arrotondata avanti, ove 
mostra una leggiera doccia. 

11 labbro esterno è piuttosto spesso ed arrotondato, quello interno si ri- 
piega ed appiattisce sull'ombellico che chiude quasi completamente lasciando 
VisiljJhì solo una stretta fessura ombelicale. 

Tra le piccole forme triassiche alle quali la nuova specie può essere com- 
parata, la più vicina appare la Omphaloptycha Heeri Kittl sp. (1), dalla quale 
però si distingue per la forma meno pupoide, per non avere i giri angolosi nel 
mezzo, perii maggior numero di costelle longitudinali e perla differente for- 
ma dell'apertura cbe nella specie siciliana è arrotondata avanti e fornita di 
doccia, mentre in quella della Marmolata si mostra ristretta e appuntita. 

Esemplari : N. 11. 

Omphaloptycha ooniopsis n. sp. 

(Tav. JV, fig. 1-2. 13). 

Conchiglia di forma nettamente ovoide costituita da cinque giri dei quali 
i primi quattro sono stretti e poco convessi mentre l'ultimo occupa più di 
tre quarti della intera altezza del fossile e si mostra regolarmente convesso. 
Le suture sono nette, distinte, ma poco profonde. 

L'apertura ha forma ovale allungata, ristretta avanti, acuta indietro, ar- 
rotondata sul lato esterno. 

Il labbro esterno manca negli esemplati studiati : quello interno, quasi 
rettilineo, è rovesciato ed appiattito sull'ombellico che chiude quasi comple- 
tamente. 



(1) Kittl E. — Die triadischen Gastropoden der Marmolata. pag. 162, tav. VI. fig. 16 
e 17, 1894. 






IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 189 

La ornamentazione è costituita da strie di accrescimento ondulate più o 
meno marcate e riunite a fascetti, da leggiere costicine spirali accentuate nella 
regione anteriore dell'ultimo giro e da sottilissime strie spirali a zig-zag si- 
mili a quelle che si notano nella Omphaloptycha pachygaster Kittl. 

Questa specie, rara nelle cave di Bellolampo non ha rapporti con alcuna 
delle Omphaloptycha conosciute. Si riconosce a prima vista per la sua forma 
ovoide e pel grandissimo sviluppo dell'ultimo giro col quale, assume l'aspetto 
di una Oonia. 

Esemplari : N. 2. 

Omphaloptycha (Coelostylina) conica Mùnst. sp. 

(Tav. Ili, flg. 16). 

1841. — Melania conica Miinst. — Miinster G., Beitràge, IV, pag. 94, tav. IX, 

fig. 81. 
1868-76. — Phasianella Buvignieri G. G. Gemm. non d'Orb. — Gemmellaro G. 

G., Studi pai. sulla Fauna del cale, a T. lanitor 

del N. di Sicilia, p. II, pag. 77, tav. XIII, fig. 23-25. 
1894. — Coelostylina conica Miinst. sp. — Kittl E., Die Gastropoden der Schi- 

chten von St. Cassian, p. Ili, pag. 181, tav. V, fig. 1-7. 

1907. — » » Miinst. sp. — Broili F., Die Fauna der Pachycar- 

dientuffe der Seiser Alp., pag. 120, tav. XI fig. 7-12. 

1908. — Omphaloptycha {Coelostylina) conica Miinst. sp. — Haberle D., Gastro- 

poden aus d. Geo. v. Predaszo, pag. 411, tav. VI, 
tìg. 7 (cum syn.). 
1913 — » (Coelostylina) conica Miinst. sp. — Tommasi A., I 

fossili della lumachella triasica di Ghegna, p. II, 
pag. 57, tav. IV, fig. 5, 6. 



I due piccoli esemplari della specie, fino ad oggi rinvenuti, ritenuti tito- 
nici da G. G. Gemmellaro e come tali riferiti alla Phasianella Buvignieri d'Orb., 
appartengono invece ai calcari triassici delle cave di Bellolampo e devono 
certamente ascriversi alla Omphaloptycha conica Miinst. sp. 



■n 



190 MARIANO GEMM£LLARO 

Essi confrontano in tutto con le figure date da IT Autore e da^li scrittori 
che in seguito illustrarono la ben nota specie. 

La conchiglia è conica, fusiforme costituita da 7-8 giri a superficie con- 
vessa, separati da suture impresse e distinte. 

Le strie di accrescimento, sottilissime, si vedono solo nell'ultimo giro ove. 
-con forte ingrandimento, appare anche una ornamentazione spirale costituita 
da linee finissime. 

L'apertura è ovale ristretta indietro, il labbro non è visibile in nessuno 
degli esemplari studiati. 

La callosità columellare ricopre la strettissima fessura ombellicale. 

Come è noto, questa specie è stata citata in Sicilia dallo Scalia (1) tra 
i fossili del gruppo di Monte ludica. 

Esemplari : X. 2. 

Omphaloptycha (Coelostylina) Distefanoi n. sp. 

(Tav. IV. fig. 14) 

Conchiglia di grandi dimensioni, conica, ventruta. costituita da 7-8 giri 
convessi, i quali si accrescono rapidamente. 

L'ultimo giro forma i due terzi dell'intera conchiglia; le suture sono nette, 
lineari e profonde. 

L'apertura è ovale, ristretta indietro, dilatata avanti, la columella è molto 
curva. Sull'ultimo giro si osservano chiaramente delle forti depressioni peri- 
stomali corrispondenti allo incrassamento del margine del labbro esterno. Il 
labbro interno si rovescia sulla columella e vi si appiattisce leggermente cal- 
loso, coprendo la fessura ombellicale. 

La superfìcie è ornata di strie di accrescimento flessuose con andamento 
sigmoidale. Una tenue ornamentazione spirale si scorge presso l'apertura. 
sulla regione anteriore dell'ultimo giro, ove è costituita da poche ma nette 
costicine. 



(1) Scalia S. — Il Gruppo del Monte ludica. Boll. Soe. Geol. It.. voi. XXVI1L 
pag. 315, 1909. 



IL « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 191 

La conchiglia in esame ha rapporti con la Omphaloptycha Olivi Stopp. 
sp. (1). Questa specie è quella tra le congeneri che più le si accosta, per lo 
aspetto massiccio e per la convessità dei giri, specialmente nella figura data 
dal Kittl (2). Poiché, le figure di Stoppani mostrano una spira più allungata, 
un maggior numero di giri ed un aspetto meno massiccio, allontanandosi 
quindi dippiù dalla forma siciliana. Ad ogni modo anche dal tipo figurato 
da Kittl è agevole distinguere gli esemplari in esame per avere un maggiore 
larghezza in rapporto all'altezza, per la forma dell'apertura molto meno ri- 
stretta e per la maggiore curvatura della columella. 

Esemplari: N. 2 e vari frammenti. 

Omphaloptycha ? Mercati G. G. Geuim. sp. 

(Tav. IV, fig. 15) 

* 

1868-76. — Natica Mercati G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., Stud. pai. sulla 

Fauna del cale, a I. lanitor d. N. di Sicilia, p. 
II, pag. 53, tav. IX, fig. 8-11. 
» » Collegni G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G., op. cit., p. II, 

pag. 58, tav. X, fig. 9-11. 

Un esame accurato dei fossili determinati da G. G. Gemmellaro come 
Natica Mercati e Nat. Collegni, nonché di altri esemplari rinvenuti nelle cave 
del calcare triassico di Bellolampo, mi ha convinto della assoluta identità 
delle due specie istituite da mio Padre e ritenute titoniche. Conservo il no- 
me specifico della prima forma descritta. 

Sono conchiglie di medie dimensioni, di forma ovato-conica, strettamente 
ombellicate, con spira formata da 5-6 giri convessi. L'ultimo giro è molto 
sviluppato e quasi ventricoso. 

L'apertura è grande ed ovale, prolungata avanti in una doccia leggiera, 
ristretta indietro. 



(1) Stoppani A. - Pétrif. d'Ésino, pag. 61, tav. XTII, fig. 11-1-2, 1858-60. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoden der Esinokalke. pag. 147, fig. nel testo 77, 1899. 



192 MARIANO GEMMELLARO 

Il labbro esterno è piuttosto spesso, arcuato ed a margine arrotondato; 
quello interno incrassato e calloso si rovescia sul lato columellare coprendo 
in tutto o in parte la cavità ombelicale. 

La superficie è provvista di strie di accrescimento evidenti, con anda- 
mento sigmoidale, qua e là riunite a fascetti. Tali strie vengono regolarmente 
intersecate da linee spirali finissime, punteggiate. Si notano inoltre irrego- 
larmente disposte e con forma irregolare, numerose macchie di color grigio 
giallastro. Tali macchie si vedono in tntti gli individui, in ogni stadio di svi- 
luppo. 

Rimango in forse sulla determinazione generica della specie studiata che 
riferisco con dubbio al Gen. Omphaloptycha. 

A prima vista le conchiglie in esame possono sembrare delle Amauropsls, 
ma tale riferimento credo che debba escludersi per la presenza della orna- 
mentazione «pirale a linee punteggiate che non si riscontra in questo Genere. 

D'altro canto, mentre è certo che alcuni caratteri (presenza della doccia, 
rapporti con Omphal. fedeiana Kittl e con Omphal. striato-punclata Stopp. 
sp.) (1) avvicinano la specie siciliana al Genere Omphaloptycha, non può esclu- 
dersi che essa sia da ascrivere al Genere Telleria (2). Il largo ombellico di 
quest'ultimo genere sarebbe chiuso negli esemplari adulti. Nei piccoli esem- 
plari della specie siciliana è infatti visibile la cavità ombellicale, che, al con- 
trario, nei grossi individui è chiusa perchè ricoperta dalla callosità del labbro 
interno. 

Esemplari: N. 18 e vari frammenti. 

Omphaloptycha? Mercati G. G. Gerani, sp., var. elongata n. v. 

(Tav. TV, fig. 16, 17) 

Alcuni degli esemplari della specie ante studiata, sia di grandi quanto di 
piccole dimensioni, si distinguono dagli altri per una forma più svelta per 

(1) Stoppani A. - Op. cit., pag. 61, tav. XIII, fig. 13, 14, 1858-60. 

(2) Kittl E. — Die Gastropoclen der Schichten voti St. Cassian, III, pag. '201, 1894. 



]L « TRIAS » DEI DINTORNI DI PALERMO 193 

un minore angolo spirale e per le maggiori proporzioni dell'ultimo giro in 
rapporto ai precedenti. 

Ritengo che queste forme costituiscano una distinta varietà che per la 
sua caratteristica gracilità propongo sia detta : Omphaloptycha ? Mercati G. 
G, Gemm., var. elongata n. v. 

Esemplari : N. 8 e vari frammenti. 

Undularia Koken. 

Undularia (Toxoconcha) uniformis Stopp. sp. 

(Tav. IV, tìg. 18, 19) 

1858'60. — Ghemnitzia uniformis Stopp. — Stoppani A., Les pétrifications d'É- 

sino, pag. 32, tav. VII, fig. 23: 
1899. — Undularia (Toxoconcha) uniformis Stopp. sp. — Kittl E., Die Gastro- 

poden der Esinokalke, pag. 168, tav. Xll, fig. 28, fig. 

nel testo 99. 
1913 — - » » uniformis Stopp. sp. — Tommasi A., 1 fossili della 

lumachella triasica di Ghegna, p. II, pag. 59, tav. 

IV, tìg. 12. 

Conchiglia conica, svelta, della quale sono visibili sei giri. Questi sono 
quasi piani o leggermente convessi, limitati da strette ma distinte faccette 
suturali inclinate. Le suture sono nette. 

L'nltimo giro è angoloso, la base è conica. 

La superficie è ornata da strie di accrescimento tenui, a volte plicifor- 
mi con andamento leggermente ondulato, e da rade strie spirali sottilissime, 
irregolarmente spaziate, 

Sulla base le strie di accrescimento divengono più evidenti e più fles- 
suose e vengono incrociate da una ornamentazione spirale costituita da nette 
costicine. 

Mancano i caratteri dell'apertura che, in sezione appare di forma subrom- 
bica. La columella, vuota, si strozza all'apertura (tav. IV", fig. 19). 

Come appare dalla superiore discussione, gli esemplari siciliani di que- 

25 



194 MARIANO GEMMELLARO 

sta specie, mentre corrispondono bene alle figure date dal Kittl sulla forma 
che egli considera come tipo della specie, si allontanano da quella illustrata 
dal Tommasi, specialmente per la presenza della ornamentazione spirale e 
delle faccette suturali. 

Però, d'accordo col Kittl, comprendendo la specie di Stoppani in senso 
lato, io ritengo giustificato includere in essa le forme lisce e mancanti di fac- 
cette suturali come quelle di Ghegna, illustrate dal Tommasi. 

La Undularia {Toxoconcha) uniformis Stopp. sp. ha rapporti con la Und. 
Brocchii Stopp. sp. var. brevis Kittl (1), e con la Und. transitoria Kittl (2). 

Si distingue però agevolmente dalle due specie per la maggiore acutezza 
dello spigolo che limita la base e per la forma più nettamente conica sia 
della spira che della base. Inoltre la spira nella Und. uniformis non è gra- 
dinata come nella Und. Brocchii e le suture non sono così profonde come 
si vedono nella Und. transitoria. 

Esemplari: N. 2 e alcuni frammenti. 

Macroehilina Bayle 

Macrochilina (Rama) ptychitica Kittl 

(Tav. Ili, fig. 17-19) 

1894. — Macrochilina ptychitica Kittl — Kittl — E., Die triadischen Gastropoden 

der Marmolata, pag. 173, tav, VI, fig. 29. non 30. 

1895. — Rama » Kittl sp. — Bóhm I., Die Gastropoden des Marmola- 

takalkes. pag. 295, tav. XVI, fig. 3, fig. nel testo 
88, non 89. 
1899. — Macrochilina (Rama) ptychitica Kittl — Kittl E., Die Gastropoden der 

Esinokalke, pag. 184. 

Non ho dubbio nel riferire gli esemplari siciliani alla nota specie del 
Kittl di Esino e della Marmolata. 

Le conchiglie sono piccole di forma conico-allungata a volte leggermente 



(1) Kittl E.. — Die Gastropoden der Esinokalke. pag. 167, tav. XII, fig. 15, 16. 1899. 

(2) Kittl E. — Die triadischen Gastropoden der Marmolata. pag. 155, tav. V, fig. 11, 1849. 



IL «TRIAS» DEI DINTORNI DI PALERMO 195 

piriformi. I giri sono generalmente convessi; ma in alcuni individui si mo- 
strano leggermente appianati nel mezzo. 

La sutura è netta e molto profonda; essa è piuttosto obliqua rispetto al- 
l'asse della conchiglia. 

L'ultimo giro è grande, convesso ed occupa quasi i due terzi dell'altezza. 

L'apertura è ovale, leggermente ristretta indietro; il labbro è sottile con 
margine arrotondato; non si osserva ombellico. 

, La superficie è ornata da strie di accrescimento finissime ma distinte con 
andamento largamente sigmoidale. 

La Macrochilina (Rama) ptychitica Kittl, ha rapporti con la Macr, (Rama) 
Vaceki Koken, di Hallstatt (1) differendone però per la forma più. acutamente 
conica, pel maggior sviluppo dell'ultimo giro e per la mancanza delle strie 
spirali che si notano sulla base della specie alpina, 

Esemplari: N. 4. 

Cerithiidae Menke 



Protorcula Kittl 

Protorcula subpunctata Miinst. sp, 

(Tav. IV, fig. 21, 22) 

1841 — Turritella subpunctata Miinst. — Milnster G., Eeitràge IV, pag. 118, 

tav. XIII, fig. 10. 
1894. — Undularia (Protorcuta) subpunctata Miinst. sp, — Kittl E., Die Gastro- 

poden der Schichten von &t. Cassian, III, pag. 188, 

tav. VII, fig. 50-54, 56 (cum syn.). 
1900. — Protorcula subpunctata Miinst. sp. — Kittl E., Trias Gastropoden des 

Bdkonyer Waldes, pag. 40, tav. III. fig, 1, 2. 
1905. — » » Miinst. sp. — Blaschke F. Die Gastropodenfauna 

der Pachycardientuffe der Seiseralpe, pag. 210, tav. 

XX, fig. 30. 



(1) Koken E. — Die Gastropoden der Trias um Hallstatt, pag. 92, tav. XVI, fig. 4; 
tav. XVII, fig. 8, 1897. 



196 MARIANO GEMMELLARO 

Conchiglia turriculata, leggermente conica, non ombellicata. composta da 
giri piani o leggermente concavi, fortemente carenati ai margini. Le carene 
dei giri si uniscono alle suture che sono ben distinte, ma non molto prò 
fonde. 

L'ultimo giro è carenato; la base èconica, a superficie leggermente concava. 

L'apertura ha forma subromboidale e mostra il labbro esterno forte- 
mente inflesso verso la parte interna. 

Le strie di accrescimento si prolungano da sutura a sutura con andamento 
molto obliquo rispetto all'asse della conchiglia; il raggrupparsi di esse a piccoli 
fascetti rende leggermente nodulose le carene dei giri. Sulla base, le strie di 
accrescimento hanno un andamento leggermente sigmoidale. 

Una finissima striatura spirale copre tutta la superficie della conchiglia 
ad eccezione della base. 

La Protorcula subpunctata, Mùnst. sp. ha affinità con le Protorcula uni- 
carinata e Prot. lavica Kittl di Esino, dalle quali però si distingue per la pre- 
senza delle fini e numerose strie spirali. 

Dalla Protorcula larica poi si distingue anche per la sua forma molto 
meno conica. 

Esemplari : N. 2 e qualche frammento. 

Protorcula Puritanorum G. G- Gemm. sp. 

iTav. IV, fig. 22) 

1876. — Cerithium Puritanorum G. G. Gemm. — Gemmellaro G. G.. Prima ap- 
pendice agli Studi pai. sulla Fauna del cale, a 
T. Ianitor d. N. di Sicilia, pag. 4. tav. A. fig. 2. o. 

Questa bellissima specie, ritenuta allora titonica da G. G. Gemmellaro. 
è abbondante nelle cave del calcare triassico di Bellolampo. 

La conchiglia ha generalmente grandi dimensioni, è regolarmente conica 
ed allungata. 

La spira risulta di 11-12 giri quasi piani o leggermente concavi, i quali 
presentano avanti, lungo la sutura, un cingolo sporgente, moniliforme, il quale 
dà alla conchiglia una forma gradinata. 

L'ultimo giro è carenato. In alcuni esemplari (nei più completi) si vede 



J 



IL TRIAS DEI DINTORNI DI PALERMO 



197 



-che tale carena si biforca presso l'apertura dando luogo a due serie di tu- 
bercoli divise da un solco longitudinale. 

La base è declive e leggermente convessa. 

L'apertura è subromboidale e si prolunga avanti in un principio di canale. 

Il labbro esterno è arrotondato; il lato columellare è escavato e legger- 
mente calloso. 

La superficie della conchiglia, tranne che sulla base, la quale è liscia, è 
ornata da fini e regolari strie spirali piuttosto spaziate tra di loro. 

Le strie di accrescimento, con andamento piuttosto rettilineo, sono molto 
inclinate rispetto all'asse della conchiglia e si riuniscono spesso a fascetti, 
mettendo capo ai tubercoli del cingolo moniliforme anteriore dei giri. 

Il riferimento della forma in istudio al Genere Protorcula Kittl non mi 
pare dubbio; ed allo stesso Genere ritengo che debba ascriversi la Ompha- 
loptycha Donùzettii Tomm. (1) che è quella tra le specie triassiche che ha 
rapporti maggiori con questa in esame. La forma siciliana si distingue da 
quella del Monte Ezendola per la maggiore conicità della conchiglia ed an- 
golosità dell'ultimo giro, oltre che per la presenza della distìnta ornamenta- 
zione data dalle strie spirali. 

Esemplari: N. 4 e parecchi frammenti. 



Protorcula Schopeni n. sp. 

(Tav. IV, fig. 23) 

Istituisco questa nuova specie sopra un esemplare, disgraziatamente in- 
completo, il quale per la sua forma non ha affinità con alcuna delle specie 
note congeneri. 

La conchiglia è conica, non ombellicata, composta da giri convessi, piut- 
tosto alti, fortemente carenati al margine anteriore, leggermente a quello po- 



ti) ToMMAsr A. — Contr. alla Paleontologia della Valle del Bezzo, pag. (53, tav. II. 
iig. 6 e 7, 1901. 



198 MARIANO GEMMELLAKO 

steriore. Le suture, nette ma poco impresse, si scorgono sotto il margine an- 
teriore di ogni giro. 

La base è conica, a superficie leggermente concava: i caratteri dell'aper- 
tura mancano, ma, in sezione, la bocca appare di forma subromboidale. 

La base è liscia; sui giri invece, oltre alle nettissime strie di accresci- 
mento, quasi rettilinee e molto inclinate rispetto all'asse della conchiglia, s» 
nota una finissima ornamentazione costituita da strie spirali. 

Ho già detto che la nuova specie per la sua forma e specialmente per 
la convessità dei giri non ha relazione con alcuna delle coeve forme conge- 
neri; per l'ornamentazione spirale sui giri, la specie che più le si avvicina 
è la Protorcula subpundata Miinst. sp., precedentemente descritta. 

Esemplari : N. 1. 



Tavola A 






Tav. A 







6l^£Bow«ffi ( no 




aie 



ia {zj/ydeuo. Axi (jjxxàau>) 




yùsti marnosi sette la detono 



3l,-:Hfuf<evt'a 



GemmellaboM. -Il Trias dei dintorni di Palermo. - I. La Fauna diBellolampo. 

V ciuciamo, dei. Jl boti/ti di JO&uouimJbo- 



Jay. A. 



9fUu« ga^it, 



*V'tlsJLC $£0.l< 




lS»t<X i«fto. ;Sult£(U. 







^kfj'J" 1 / "vS^ia 



Jlfccate Cuccio (Viano delia Jllontacma) 



llr onte Cacao (titano della S/TUtvtaof 



®>aìAa fàntiSa ad lOauio 






deisti fncL/Yiasi ed aiaiarte sette fa ct&Co-niict 



zh-isti marnosi ed a,ze/ian<z sette fa dolomia - 



cKi-sti taatnosi set fa fa <tc fonila. 



\ : \vì;x & 




Tavola I, 






202 



MARIANO GÉMMELLARO 



Spiegazione della Tavola I. 



Fig. 1. — Worthenia coronata Miinst. 

» 2, 3. — Gosseletina minuta n. sp. 

» 4. — Zizìphinus Cocchii G. G. Gemm. sp. 

» 5, 6. — Neritopsis compressa (Klipst.) Horn. 

» 7, 8. — Naticella striato-costata Miinst. 

» 9, 10. — » planicosta n. sp. 

» 11. — Naticopsis Moroi G. G. Gemm. sp. 

» 12. — Dicosmos pulcher Gan. (Originale del Museo di Pisa). 

» 13-19. — » cfr. pulcher Gan. 

» 20. — » mammispira Kittl. 

» 21, 22. — » monstrum Stopp. sp. 

» 23, 24. — » lemniscata Horn. sp. 

» 25 28. — » Prevosti G. G. Gomm. sp. 

» 29, 30. — » complanatus Stop. sp. 



Gli esemplari sono figurati a grandezza naturale. Essi appartengono alle 
Collezioni del Museo Geologico della R. Università di Palermo 






GEMMELLARO M. - Il Trias dei dintorni di Palermo. - I. La Fauna di Bellolampo. 



Tav. I. 







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\ -\ 







13 




10 







Danesi - Roma 



llnl'oi del. 






Tavola II. 









■J 



204 



MARIANO GEMMELLARO 



Spiegazione della Tavola II. 



Fig. 1, 2. 
» 3-7. 
» 8-12. 
» 13-15. 
» 16-18. 
» 19. 
» 20, 21, 
» 22, 23, 
» 24, 25. 
» 26, 27. 
» 28, 29. 



— Marmolatella nebrodensis G. G. Gemm. sp. 

— » » G. G. Gemm. sp., var tubercolosa Dist. 

— » Hoffmanni G. G. Gemm. sp. 

— » semisulcata G. G. Gemm. sp. 

— hologyra erycina G. G. Gemm. sp. 

— Purpuroidea profundesulcata n. sp. 

— » » M. Gemm. var gradite n. v. 

— Ptychostoma fasciatimi Kittl. 

— Loxonema arctecostatum Munsi, sp. 

— Omphaloptycya Esclieri Hòrn. sp. 

— » Bacchus Kittl. 



Gli esemplari sono figurati a grandezza naturale. Essi apportengono alle 
Collezioni del Museo Geologico della R. Università di Palermo 



GEMMELLARO M. - II Trias dei dintorni di Palermo. - !. La Fauna di Beiiolampo. 



Tav. II. 




Danesi- Noma 



llul'cr ilei. 






Tavola III. 



Wl 



206 



MARIANO OEMMELLARO 



Spiegazione della Tavola III. 



Fig 


. 1. 


» 


% 3 


» 


4. 


» 


5-7 


» 


8-13 


» 


14. 


» 


15. 


» 


16. 


» 


17-19 



- Omphaloptycha Baccus Kittl. 

— » subextensa Kittl 

» pachygaster Kittl. 

— » Billiemensis G. G. Gemm. 

— » semicostata G. G. Gemm. sp. (fig. 12, sezione al- 

l'apice). 

— » pulchella G. G. Gemm. sp. 

— » Aldrovandl Stopp. sp. 

— Omphaloptycha (Goelostylina) conica Mtinst. sp. (ingr. al doppio) 

— Macrochilina {Rama) ptychitica Kittl. 



Gli esemplari sono figurati a grandezza naturale. Essi appartengono alle 
Collezioni del Museo Geologico della R. Università di Palermo. 



GEMMELLARO M. - Il Trias dei dintorni di Palermo. - I. La Fauna di Beliolampo. 



Tav. III. 




Danesi- Roma 



ll.il'i r ilei. 



Tavola IV. 



L 



^m 



208 



MARIANO GEMMEELARO 



Spiegazione della Tavola IV. 



Fig. 1, 8. 



» 


3, 4. 


» 


5-7. 


» 


8. 


» 


9-11. 


» 


12. 13. 


> 


14. 


» 


15. , 


» 


16, 17. 


» 


18, 19. 


» 


20, 21. 


» 


22. 


» 


23. 



— Omphaloptycha pulchella G. G. Gemm. 

— - » panormitana n. sp. 

— » Gemmellaroi n. sp. 

— » Diblasii G. G. Gemm. sp. 

— » Tommasii a. sp. 

— » coniopsis n. sp. 

— Omphaloptycha (Coelostylina) Distefanoi n. sp. 

— Omphaloptycha? Mercati G. G. Gemm. sp. 

— » » G. G. Gemm. sp. var. elongata n. v 

— Undularia {Toxoconcha uniformis Stopp. sp. 

— Prolorcula subpunctata JVlunst. sp. 

— » Puritanorum G. G. Gemm. sp. 

— » Schopeni n. sp. 









Gli esemplari sono figurati a grandezza naturale. Essi appartengono alle 
Collezioni del Museo Geologico della R. Università di Palermo. 






GEMMELLARO M. - Il Trias dei dintorni di Palermo. - I. La Fauna di Beliolampo. 



Tav. IV. 




Danesi - Roma 



HiiK-t del. 



rn'llllniilninii. «.■■l'ill»llnimi»llllllHHl'll»IHi|llll»lll.li. , l«ll.|i-:i'ilHi;: l::ilin », In.lirl ul'i. i ■i|',"-»;ti-; ■■ ,i|., » ■:■! »■:: ■ t , |- « i ■ -, ^|: n u.|i ■■! ;ni ■« iiii. n ini i mi, ^ ■mu,:i,i;i:i, », :;|m'«ii i >: : |-i 



PIETRO mEREDOFÌ 



Le Società Cooperative di produzione 



§ 1. — Il Ministro Labriola profetizza che l'avvenire ci darà 
le « Cooperative socialiste di produzione». 

Mentre ancora le fabbriche di metalli erano occupate dagli operai (1), il 
Ministro Labriola, nell'intervista accordata al corrispondente del Matin, pro- 
fetizzò che indubbiamente l'avvenire ci permetterà un nuovo stato di cose, 
nel senso delle Cooperative socialiste di produzione; ma soggiunse che, prima 
di arrivare a tale perfezione, bisogna educare le masse (2). 

Da un socialista colto , dalla ribellione alieno , non e' era d 'attendersi 
espressione d'opinioni d'altro genere. Queste opinioni racchiudono la verità? 
Se sì, meritano di venir secondate; se no, dobbiamo combatterle, tanto più 
che sono state manifestate da un Ministro del Eegno d'Italia, cioè da un 
personaggio rivestito di grande autorità di diritto, sicché le sue parole pos- 
sono far presa sugl'ignari, e accrescere negli operai quel senso vago d'aspi- 



(1) L'occupazione ebbe principio il 30 agosto 1920, giorno della serrata delle officine Ro- 
meo, di Milano. 

(2) L'On. Arturo Labriola fece parte del Ministero Giolitti, dal 15 giugno 1920 al 5 lu- 
glio 1921 , come Ministro del Lavoro e previdenza sociale. Le dichiarazioni da lui fatte nel- 
l'intervista si possono leggere nel Giornale di Sicilia, N. 208, 9-10 settembre 1920. 

27 



210 PIETRO MERENDA 

razione a cose nuove, che distoglie dal lavoro, e, nell'attesa che spunti il 
Sol dell'avvenire, illuminante il nuovo Paradiso Terrestre , affligge tutti col 
disordine, la scarsa produzione ed il rincaro. 

§ 2. — Come il Labriola confonda due categorie diverse ed opposte d'istituti. 
Le Società produttive socialiste di Ferdinando Lassalle. 



Anzitutto l'Ou. Labriola confonde due categorie diverse ed opposte di 
istituti : le Società cooperative di produzione e le Associazioni socialistiche di 
produzione. Le prime spontanee e legittime; le seconde, artificiali e contrarie 
a) diritto. 

Le Associazioni socialistiche di produzione non sono cosa nuova. 

Esse furono propugnate in Germania da Ferdinando Lassalle (1). Il So- 
cialismo di costui ci si presenta con fattezze ingannatrici, le quali, a prima 
giunta, ce lo fan parere meno ripugnante d'altri disegni d'organizzazione 
arbitraria della società umana. Non si tratta, a ino' d'esempio, del Comuni- 
smo teocratico di Saint Simon, uè del Falanstero di Carlo Fourier; non si 
tratta nemmeno di quei delirii da manicomio, pei quali proprietà, eredità, 
capitale, famiglia, religione, Stato , sono infamie, che s'han da distruggere, 
ed il cui nome uopo è che persino sia cancellato dal dizionario, sostituen- 
dovi la comunione dei beni, la promiscuità dei sessi (che cou frase elegante 
chiamano libero amore) l'ateismo, l'anarchia: il Socialismo di Lassalle non 
implica né la guerra civile, né il petrolio , uè la dinamite , adoperati come 
mezzo a livellare la condizione ecouomica degli uomini , riuscendo al con- 
trario, caso mai , soltanto a confondere tutti in uno stato comune di mise- 
ria e di abbassamento morale. 

Lassalle non vuole d' un colpo rifare a nuovo la società umana , ma 
vnol trasformarla, in meglio a creder suo, e per la via legale; tuttavia il 
suo sistema di trasformazione per opera dello Stato, non solo contiene gra- 
vissimi errori d'ordine teoretico, e che qui non è il luogo d'esaminare, ma 






(1) Nacque a Breslavia 1' 11 aprile 1825; ferito in duello, morì a Ginevra il 31 agosto 1864. 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 211 

dal lato pratico non è contrario meno degli altri sistemi socialistici all' li- 
tuana natura, né riuscirebbe perciò, qualora si attuasse, meno fatale di quel 
che sarebbero gli altri sistemi al civile consorzio, e in ultima aualisi si ri- 
solve nel Comunismo; laonde si può affermare che, se sistema e mezzi dif- 
feriscono, punto d'arrivo e conseguenze sono i medesimi. 

Il sistema di Lassalle, praticamente considerato, ha due lati formanti 
unità : uuo politico, l'altro economico. Consiste nell'impadronirsi dello Stato, 
mercè il suffragio universale (1), a conseguire il quale egli, occorrendo, non 
esitava davanti la necessità d'una rivoluzione : così i non abbienti, che sono 
i più, raggiungerebbero il potere, e detterebbero legge, attuando il Sociali- 
smo. Politicamente le concezioni di Lassalle significano : tirannia della mag- 
gioranza, brutalità del numero , sostituzione della prepotenza popolare alla 
prepotenza della monarchia, dei baroni e del clero d'altri tempi. Giunti al 
potere che cosa si deve fare? Ecco: 1° abolizione di tutte le imposte, tranne 
di quelle che gravauo sul reddito dei capitali ; 2° riforma di queste, intesa 
a colpire il reddito con un'aliquota crescente coni' esso (imposta progressiva) 
e a farne servire i prodotti a favore dei servizi pubblici e di quanti da un 
lavoro materiale ricavano la sussistenza loro. Gli operai sarebbero organiz- 
zati in Società produttive, alimentate dall'erario, le quali, a mano a mano, 
assorbirebbero tutto : industria, agricoltura e commercio, senza scosse, anzi 
dolcemente. 

É ovvio dedurne che quando l'imposta progressiva avrà ingoiato, con alte 
aliquote, tutto il reddito, dovrà procedere al graduale assorbimento di ogni 
capitale esistente, in modo da trasferirlo allo Stato. Questa conseguenza è ine- 
vitabile nel sistema di Lassalle; sé no, attuarlo è impossibile, perchè il solo 
reddito non sarebbe sufficiente a provvedere ai servizi pubblici, alla trasfor- 
mazione economica creata dalla fantasia di lui , e a lasciare ai proprietari 
qualche cosa di più che non sia il vano nome di esser tali. Fornire di ca- 
pitale i non abbienti tutti mediante il solo reddito industriale , agrario , 
commerciale, sarebbe una impossibilità aritmetica, sicché, ostinaudovisi, e vo- 



ti) Gaetano Mosca, alla Camera, discutendosi il disegno di legge Giolitti sul suffragio 
universale, ebbe a dirlo Un salto al buio. Come definirebbe egli adesso il suffragio femminile ì 



212 PIETRO MERENDA 

lendo contentare i clamori della moltitudine, la quale non tollererebbe pri- 
vilegi , si correrebbe difilato alla bancarotta pubblica. 






§ 3. — Critica del sistema di Lassalle. 

Si osservò a Lassalle che, se quella chimera sua divenisse realtà, a- 
yremmo : 

1°) che lo Stato, fornendo i capitali, avrebbe diritto e dovere di sin- 
dacare le Associazioni produttive, e regolarne il lavoro, sicché la libertà che 
queste avrebbero secondo fantasticava il riformatore, svanirebbe del tutto, 
e con essa, tanto quel possente stimolo alla produzione, che è la responsa- 
bilità delle azioni proprie, quanto la concorrenza, cioè il buon mercato e la 
Tbuona qualità dei prodotti; 

2°) che , dovendo lo Stato mantenere necessariamente un esercito di 
impiegati, ognora intesi a sindacare e regolare la produzione, ossia ad es- 
serne i parassiti , dal sistema verrebbe un immenso ed inutile consumo di 
forze economiche; 

3° che, improvvisando le Associazioni produttive, queste sarebbero as- 
solutamente iucapaci ad attendere al difficilissimo compito , poiché soltanto 
Minerva uscì grande e tutta armata dal capo di Giove; uè col tempo la massa 
avrebbe acquistato le qualità direttive, né gl'impiegati dello Stato avrebbero 
avuto e voluto avere cotesto qualità: onde, di fronte alla concorrenza delle 
pur speguentisi industrie libere, per quanto destinate a sparire, e dell'estero, e 
di quella reciproca, gli errori sarebbero senza numero; la trascuranza, man- 
cando la responsabilità, ascenderebbe all'estremo limite; i fallimenti sareb- 
bero generali. Lo Stato, dovendo naturalmente apprestare nuovi capitali in 
sostituzione degli sciupati, fluirebbe col fare bancarotta anch' esso , mentre 
la pubblica economia andrebbe in mina. 

Lassalle aveva preveduto quest'ultima obbiezione, e affermato che il fal- 
limento dello Stato poteva evitarsi costituendo in una grande Società di mu- 
tua assicurazione tutte le Associazioni appartenenti alla medesima industria. 
Ma gli si rispose vittoriosamente che una crisi (e fra le tante bastava a 
provarlo quella avvenuta nei cotoni iu quegli ultimi anni) che una crisi 
può colpire ad un tempo tutte le industrie similari , ed infliggere loro le 






J 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PTODUZIONE 213 

perdite medesime, sicché le Associazioni non sarebbero state in tal caso più 
in grado d'aiutarsi reciprocamente; e poi egli non rifletteva che, s' è possi- 
bile assicurarsi contro certi avvenimenti sinistri , i quali dai nostri errori 
nou dipendono, come la caduta della grandine e l'incendio, non s'arriverà 
giammai ad assicurarsi, in modo generale ed assoluto, contro tutte le con- 
seguenze dei cattivi successi che, nel corso ordinario della vita, possono a- 
versi negli attari industriali e commerciali. Come mai egli non s'era accorto 
eh' estendere P assicurazione alle perdite causate dall' inettitudine, dall' ine- 
sperienza, dalla cattiva amministrazione, dall' impotenza a soddisfare gl'im- 
pegni coutratti , significa attentare alla responsabilità etica ed economica , 
creare un ordinamento moralmente biasimevole ed economicamente impra- 
ticabile ? Posto tutto questo , non era né errore né menzogna dire che le 
Società vagheggiate da Lassalle , miseramente rovinando, avrebbero trasci- 
nato lo Stato nell'abisso, e insieme con esso la società civile, della quale 
fanno parte auch'essi i viventi di lavoro manuale (1). 



(1) Dopo la lettura di questa memoria , avemmo cognizione del Gildismo , tendenza che 
ne pare giovevole fare conoscere, con le parole stesse dello scrittore dal quale ricavammo 
siffatta novità. 

« Si è appunto, scrive il Carano~ì)onvito, per queste condizioni del socialismo e del sin- 
dacalismo, che il movimento operaio inglese si è orientato verso un nuovo metodo : « il gil- 
dismo», che, partendo sempre dalle aspirazioni profonde della coscienza operaia, rispetto 
all'attuale sistema capitalistico, si presenta come integrazione del socialismo, in quanto con- 
ferisce al sentimento che lo determina un contenuto economico e realistico, e si presenta al- 
tresì come un superamento del sindacalismo, mercè la estensione della pratica sindacale, 
dalle singole industrie locali, ad una intiera gestione industriale entro l'ambito della Nazione. 
Per cui l'attuale «gildismo» inglese, a base distrettuale e regionale, si trasforma in gildismo 
nazionale, che conseguirebbe la sua massima espressione e perfezione nel Congresso, in cui le 
diverse Gilde effettuerebbero la loro reciproca coordinazione. 

« Un'altra differenza notevole fra il Gildismo e il Sindacalismo risulta dal fatto, assai rile- 
vante, che mentre i sindacati non hanno il possesso dell'industria da cui derivano, il Gildi- 
smo si concreta invece nel fatto che l'unione corporativa operaia dalla fase della resistenza 
entrerebbe nel periodo culminante della produzione, mercè la cooperazione, con cui, sojìpresso 






214 



PIETRO MERENDA 



§ 4. — Confronto del sistema di Lassalle con quello di Louis Blanc. 

L'ordinamento artificiale proposto da Lassalle risente dalla concezione 
di Bodbertus , altro tedesco , ed ha moltissima analogia con quello esposto 
dal francese Louis Blanc sin dal 1841. Questa seconda affermazione risulta 
evidente a chi si fa a confrontare i punti principali dei due sistemi. Ecco 
un quadro comparativo che può giovare a quei che non avessero tempo di 
fare da se questi paragoni : 



Sistema di Louis Blanc 



Sistema di Lassalle 



1° Agli Opifìci Nazionali il capitale 1° Alle Società produttive il capitale 
è fornito dallo Stato. è fornito dallo Stato. 



V imprenditore e il profitto, il capitale rimane subordinato al lavoro . in uà organismo eco- 
nomico, la Gilda, il quale risulta dall'associazione di tutti i fattori della produzione : lavoro 
materiale, lavoro intellettuale, direttivo, e capitale. 

«Secondo il Penty — il fondatore di questo socialismo delle Gilde— \e Gilde nazionali, co- 
me le Corporazioni Mediovali, di cui noi abbiamo già scritto a lungo, dovrebbero diventare 
arbitre della produzione. Il Gildismo non aspira ad impadronirsi dello Stato , come il socia- 
lismo, ma solo a })orsi a disposizione dello Stato per provvedere alla soddisfazione dei bisogni 
della collettività. Lo Stato conserverebbe sempre la sovranità giuridica ed economica, confe- 
rendone però in fatto Vesercizio alle Gilde produttrici. 

« È superfluo sia di estendersi di più nella esposizione, sia di scendere alla critica di que- 
st'altro sistema, il quale, in conclusione, è un misto di cooperativismo e di sindacalismo, ri- 
saliente da un lato al vecchio e tanto sorpassato corporativismo mediovaie, e dall'altro creante, 
al solito , lo Stato padrone assoluto di ogni bene ed arbitro di tutto. Di vero , perciò , e di 
rilevante questo Gildismo non ci dà che la sua critica dell'attuale socialismo e sindacalismo, 
accentratori il primo, demolitore il secondo, dell'autorità dello Stato. 

Giovanni Carano-Donvito, Il movimento sindacale {Giornale degli Economisti, maggio 1922, 
p. 244). 

Ciò che si è detto nel testo sin qui, e che si dirà in appresso, ci dispensa da un esame 
critico, facile d'altronde. 

In questa nota si è sottolineato quanto pareva opportuno richiamasse l'attenzione del 
lettore. 






LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 215 

2° Gli Opifici Nazionali sono asso- 2° Tutte le Associazioni produttive 
ciati tra loro, in guisa che i guadagni appartenenti ad una medesima indu- 
degli uni servano, se occorre, a ripa- stria costituiscono una grande società 
rare le perdite degli altri. di mutua assicurazione, ripartono le 

perdite, le compensano, le rendono mi- 
nime. 

3° Gli Opifici Nazionali son retti dal 3° Le Società produttive sono libere; 
governo, il quale sarebbe considerato lo Stato deve limitarsi ad approvare, 
come il sovrano regolatore della prò- dietro esame, gli statuti, e ad eserci- 
duzione, e, per poter compiere il suo tare un sindacato bastevole per la 
mandato, sarebbe rivestito d'una gran- sicurezza delle somme prestate, 
de forza. 



4° Gli Opifici Nazionali debbono col 
tempo assorbire tutta l'industria. 



4° Le Società produttive a poco a 

poco abbracceranno tutta la classe o- 

peraia, e riuniranno nelle loro mani 

tutta la produzione. 

Aggiungiamo un' altra analogia : Lassalle vuole il suffragio universale, 

come mezzo alla riforma sociale; per la stessa ragione lo vuole pure Blanc. 



5. — Gli Jftatiers rjatfonaux del 1848. 



Il giudizio dato sulle Società produttive, e quindi sugli Opifici nazionali, 
è luminosamente confermato da un esperimento fatto in Francia. Colà l'As- 
semblea costituente, ai 4 di giugno 1848, votava una legge che stanziava 3 
milioni di franchi come incoraggiamento alle Società produttive. Anche A- 
dolfo Thiers approvò la legge, ed ei uè diceva il perchè al relatore con que- 
ste parole: « Nou ci dovevate domandare 3 milioni; ce ne dovevate chiedere 
20, e ve li avremmo concessi. Sì, 20 milioni non sono troppi per fare un'espe- 
rienza clamorosa, che vi guarisca tutti da una grande follia». Ben G00 do- 
mande vennero presentate al Consiglio d'incoraggiamento, delle quali 300 si 
riferivano a Società di Parigi; ma il Consiglio ne accolse sole 56. A Parigi 
38 Associazioni ricevettero 890.500 franchi. Nei primi sei mesi tre delle So- 



216 PIETRO MERENDA 

cietà parigine dichiararouo fallimento; e sopra 434 soci vi furono 74 dimis- 
sioni, 15 esclusioni, Il mutamenti di gerenti. In luglio 1851, altre 18 Asso- 
ciazioni avevano cessato di esistere, e a poco a poco avvenne lo stesso per 
quasi tutte le altre, tanto che nel 1865 ne esistevano appena 4, ed una sola 
sopravviveva nel 1875. 

Certamente non poche Società libere , sorte a Parigi sotto la seconda 
Eepubblica, soccombettero anch' esse; ma le cause di distruzione operarono 
con intensità assai maggiore nelle Società sovvenzionate, e furono invinci- 
bili (1). 

Dopo questo rapido esame, si può ammettere che le Società cooperative 
socialiste di produzione rappresentino, come pensa l'Ou. Labriola, uno stato di 
perfezione, e che questo stato ci sarà indubbiamente largito dall'avvenire ? 

§ 6. — Come l'Italia s'avvii per la falsa strada di fornire il capitale 
alle Società produttive socialiste 

Intanto pare che s'avvii l'Italia per questa falsa strada, di tornire a So- 
cietà produttive, il capitale che non hanno. Per tenere la discussione in un 
piano elevato, non esamineremo se tutte siau veramente produttive, e ci li- 
mitiamo ad esprimere il dubbio che non si tratti di vere e proprie Società 
Cooperative, delle quali i Socialisti non si sono occupate mai, onde ci hanno 
lasciati soli nell'azione. Tediamo se sia vero che ci s'avvia verso il falso in- 
dirizzo di sopra accennato. La Camera dei Deputati, nella seduta del 4 ago- 



(1) « La storia ci mostra che sinora le società cooperative, il cui capitale Don fa ottenuto 
per vie commerciali, siano sempre finite col fallire». Davide F. Schloss, Metodi di rimune- 
rasione industriale, p. 186 del voi. V della IV serie della Biblioteca dell'Economista. 

« Come le Nazioni serbano meglio la libertà che conquistarono coi loro sangue, le vostre 
associazioni troveranno migliore e più prudente profitto dal capitale raccolto nella veglia e 
nell' economia che non da quello largito d' altra sorgente. É legge di cose. Le associazioni 
operaie che, in Parigi, nel 1848, ebbero, al loro fondarsi, sovvenzioni governative . prospe- 
rarono assai meno di quelle che formarono il capitale primitivo col sagrificio ». Mazzini, I>o~ 
veri dell'uomo, pag. 88. 






LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 217 

sto 1920, approvò alla chetichella uu disegno di legge , col quale si conce- 
devano 100 milioni per soccorrere di credito le Cooperative dì lavoro. Nessuno 
osservò che le Cooperative non socialiste debbono dai propri soci ricavare 
il capitale necessario all'impresa; che il credito viene da sé quando l'istituto 
è solido; che, con una deficienza di 20 miliardi nell'esercizio 1919-20, e men- 
tre tanti provvedimeuti giusti e necessari non si prendono (come, per esem- 
pio, quelli intesi a sollevar dalla miseria i poveri vecchi pensionarii ed i 
venerandi Garibaldini), non era il caso di aggiungere alle altre questa pro- 
digalità (1); che le imposte servono per provvedere ai bisogni pubblici, non 
ai bisogni di una classe speciale, nel qual caso si fa del Socialismo, togliendo 
agli uni per dare agli altri. La paura delle invettive dei Socialisti e dell'es- 
sere segnati a dito come nemici della cosidetta giustizia sociale , paralizzò 
la maggioranza. Vale intanto la pena di rilevare alcune delle cose che fu- 
ron dette dagli oratori in quella seduta. Il democratico On. Sighieri trovò 
insufficiente la somma proposta, dato lo sviluppo che van prendendo in Italia 
le Cooperative, alle quali trova opportuno di fornire le somme necessarie, non 
solo per il pagamento della mano d'opera, ma per lo acquisto degli strumenti 
di produzione e delle materie prime. Il socialista Merloni trovò la somma ap- 
pena sufficiente per portare qualche aiuto sensibile alle Cooperative di lavoro, men- 
tre attendono incoraggiamento ed appoggio anche le Cooperative di produzione. 
Il socialista Baldini, relatore , fé' notare eh' egli nella sua relazione aveva 
indicato il fabbisogno di un miliardo e 250 milioni ; confidò che la Camera 
volesse approvare il disegno di legge, dando così dimostrazione tangibile della 
simpatia che sempre ha espresso per la Cooperazione. E il governo ? Sola- 
mente inteso a placare, per oggi, i furori della iena socialista minacciante^ 
disse, per organo del Sottosegretario del Tesoro, ou. Agnelli: compiacersi 



(1) Siffatta, larghezza fa il paio con un' altra. La Camera approvò un disegno di legge, 
dietro mozione firmata rapidamente da ben 240 onorevoli , a favore dei ricevitori postali e 
telegrafici e dei supplenti loro , elargendo 40 milioni in prò d' assuntori di pubblici servigi 
pagati ad aggio, e dei dipendenti da questi assuntori, che non hanno avuto mai con lo Stato 
nessun vincolo né giuridico né di qualsiasi specie. 

28 



218 PIETRO MERENDA 

del consenso che aveva raccolto la proposta, la quale attestava, non solo la 
fiducia che lo Stato ha nel movimento cooperativo, ma la sua disposizione ad 
incoraggiarlo , con mezzi abbastanza importanti ; ricordare che il movimento 
cooperativo è stato sempre considerato come una delle forme, più elevate di 
ima graduale trasformazione sociale tendente ad eliminare il contrasto tra 
capitale e lavoro, i quali dalle Cooperative di produzione e lavoro sou riuniti 
nelle stesse mani; affermare che la Camera, approvando, avrebbe perfezionato 
questo strumento, destinato ad elevare il senso della responsabilità individuale 
e collettiva, e a promuovere una maggiore prosperità economica. Anche il Se- 
nato approvò, e il disegno divenne la legge 26 settembre 1920, X. 149Ó. 

I rappresentanti dell' Unione Italiana del lavoro e del Sindacato Na- 
zionale delle Cooperative, Dell'interesse dei propri aderenti operai metallur- 
gici , durante 1' occupazione delle fabbriche metallurgiche , addì 1° settem- 
bre 1920, proposero al Ministro del lavoro On. Labriola: 1° che le mae- 
stranze, com'erano pronte a fare, assumessero la gestione diretta delle fabbriche, 
costituendosi in Società , consorzii e cooperative ; 2° che esse corrispondes- 
sero un canone di affitto, da stabilirsi in coutradittorio delle parti o per mezzo 
d'arbitrato, sulla base del costo degli impianti, quale risultava dai bilauci 
o da altri elementi sussidiarli ; 3° che gii Enti cooperativi interessati ed il 
Sindacato nazionale con essi, versassero un deposito cauzionale, a guarentigia. 
L'On. Labriola dichiarò che la proposta rispondeva alle sue direttive, e l'a- 
vrebbe esaminata cou la più viva simpatia. E pare che egli non l'avrebbe 
lasciata cadere; se non che, richiedendosi l'aiuto dello Stato perchè liberasse 
gii operai dalle strette in cui trovavansi pel mancato pagamento dell'ultima 
settimana di salarii , il Ministro del Tesoro On. Meda rifiutò d'apprestare 
qualsiasi concorso. 

I punti interrogativi s'affacciano alla mente numerosi. Certo una com- 
binazione di questo genere è ammissibile; però se liberamente couvenuta 
fra le parti. Come mai potè rispondere alle direttive dell'On. Labriola nel 
momento in cui, contro ogni diritto, gii operai s' impadronivano delle fab- 
briche ? Ah ! esistono dunque Cooperative metallurgiche ! E perchè , fino ad 
ora, non hanno dato segno di vita ? E che pensare di Cooperative, composte 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 219 

di soci che hau goduto di alti salarii durante la guerra, e che sono così ric- 
che, d'aver bisogno dello Stato per approntare agli operai i salarii d'una 
settimana? Deposito cauzionale! Ma con quali denari? Con quelli dei con- 
tribuenti ? Che c'entra lo Stato con una combinazione del genere di quella 
proposta, e corrispondente alle direttive dell'On. Labriola, liberamente accolta 
dalle parti f Oh , che ignorava il socialista Ministro del Lavoro che essere 
inviolabile la proprietà significa che lo Stato non ne può usare né disporre ? 

Gravi apprensioni sorgono intanto sopra ciò che si prepara nelle alte 
sfere all'industria delle miniere, stando ad un ordine del giorno che fu delibe- 
rato il 29 ottobre 1920 dal Congresso della Federazione mineraria italiana; e 
cioè : doversi tener presente che, se Vesercizio cooperativo delle miniere dovesse 
avere per base il trattamento preferenziale che gravasse, direttamente o in- 
direttamente, suW erario dello Stato, esso costituirebbe un grave pericolo per 
l'ulteriore sviluppo dell'industria mineraria, perchè, mentre soffocherebbe la 
iniziativa privata delle Società cooperative, permetterebbe a queste ultime 
di affermarsi anche senza una salda ed adeguata organizzazione tecnica ed e- 
conomica , rendendo parassitaria dello Stato un'industria cbe deve invece 
vivere di rigogliosa vita propria, affìn di largamente concorrere alla neces- 
saria ricostituzione dell'economia naziouale. 

Che si vogliano , per coazione dello Stato, fare esercitare le miniere da 
Società produttive alla Lassalle ? È un pericolo non meno grave dell'altro che 
è insito nell' intenzione dell'On. Giolitti di far dichiarare tutto il sottosuolo 
proprietà dello Stato (1). 



(1) Quando leggemmo la presente memoria alla Società di scienze naturali ed economiche 
di Palermo , sconoscevamo 1' esistenza d' un libro , che poi ci fu additato e ci procurammo. 
Esso ha per titolo Cooperativismo rosso piovra dello Stato (Bari, Laterza, 1922), pubblicato 
da Giovanni Preziosi, con introduzione di Maffeo Pantaleoni. 

Siamo lieti di averlo ignorato mentre scrivevamo , perchè, se lo avessimo letto , ci sa- 
rebbe stato impossibile di contenere la trattazione nel paro campo dottrinale, ch'è da noi pre- 
ferito, tanta, percorrendo quelle pagine, è stata 1' indignazione provata da noi contro le 
pretese Società cooperative e le Istituzioni create per sorreggerle , e contro quei governanti 
e quei grossi papaveri della burocrazia, che (certo per debolezza o per errore dell'intelletto) 



220 PIETRO MERENDA 

E l'indirizzo socialistico spicca di più se si tieu conto della legge 24 
settembre 1920, N\ 1300, relativa alle tasse sulle donazioni e sulle succes- 
sioni. La progressione è divisa in 14 classi, la più elevata delle quali, secondo 
il grado di parentela, comincia dal 27 e va al 75 per 100. È una confìsca 
graduale dei patrimonii ! 

D' altro canto vediamo noi agitar fra le masse la bandiera rossa , pro- 
mettendo loro la felicità di cui gode la Russia comunista. 

E chiaro: se gl'Italiani continuano a lasciar fare, sono aperte soltanto 
due vie, che entrambe conducono all'abisso : Socialismo di Stato o dittatura 
proletaria. 

§ 7. — Le vere e proprie Società cooperative. 

E adesso cerchiamo rifugio in più spirabil aere, direbbe il Manzoni, 
cioè nelle vere e proprie Società cooperative , intorno alle quali si sono rac- 
colti, e per le quali han faticato uon pochi filantropi illuminati, che, desiosi 
di procacciare sorti migliori ai lavoratori del braccio, pensano doversi pren- 
dere le leggi economiche per guida, ed impiegare a profitto di quelli la potenza 
di esse, rendendoli con la educazione, atti ad aiutarsi da se. 



han tenuto il sacco dove hanno attinto a larga mano i Giano bifronte , che con nna faccia 
si sono rivolti al Sole dell 1 avvenire , coll'altra direttamente o indirettamente hanno dato la 
scalata alla pubblica finanza. Lontani dai centri dove l'infezione ammorbava, presentimmo, 
intuimmo un falso indirizzo da parte dello Stato; ma più come inizio e possibilità di tristo 
svolgimento , anziché come realtà. Questa ha superato presentimento ed intuito ! 

Si è detto che il libro è un romanzo. Oh fosse tale ! 

Gli scandalosi incredibili fatti denunziati sono tali e tanti , e così precisi , con nomi . 
date , riproduzione di documenti , che non si ha più 1' impressione d'esser di fronte ad un 
parto di fantasia, ma s'è convinti di legger quasi un regolare processo. Xè valgono le dene- 
gazioni, gl'insulti, il gratuito affermare : i colpiti, e son molti, avrebbero dovuto querelarsi 
davanti il magistrato. 

Meglio le Società produttive di Lassalle, dove si va alla rovina in modo chiaro ed aper- 
to, e in questo senso onesto ! 









LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 221 

È noto che queste Società possono svolgersi secondo tre forme princi- 
pali : 

1° Cooperative di eredito , le quali mirano ai seguenti scopi : sottrarre 
l'operaio dalle strette dell'usura, costituirgli un capitale, aiutarlo negli sforzi 
che fa per diventare piccolo produttore, sorreggere la piccola industria e le 
altre forme di cooperazione; 

2° Cooperative di consumo, che tendono a comprare di prima mano, e 
quindi all'ingrosso e a buon mercato, per lo più derrate alimentari, frequen- 
temente però anche mercanzie buone a farne vestiti ; e rivenderle ai socii 
secondo il prezzo corrente, salvo a dividere tra quelli i guadagni del seme- 
stre o dell'anno: così gli associati si alimentano di cibi di buona qualità, 
o eziandio si vestono di panni durevoli, e hanno modo di formarsi un capi- 
tale (1). 

3° Cooperative di produzione, delle quali parte han per oggetto la com- 
pra in comune e l'uso individuale delle materie prime o degli strumenti di 
lavoro, ma il maggior numero è costituito con lo scopo di produrre in co- 
mune; e poiché in quest'ultimo caso il rischio è corso da soci soli, tra loro 
vanno divisi tutti i lucri provenienti dall'esercizio collettivo dell'industria (2). 

Esse hanno tutte per motto : Aiuta tu te stesso. 



(1) Le difficoltà cui vanno incontro le Società cooperative di credito non sono lievi: ri- 
chiedono conoscenze tecniche negli amministratori e moralità ai soci ; e queste sono condi- 
zioni non frequenti. Più gravi forse sono le difficoltà cui sono soggette quelle eli consu- 
mo : acquistare all'ingrosso merci e saperle conservare, non è facile a gente inesperta, che 
vuole rendersi da sé il servigio che ci rendono grossisti e rivenditori al minuto; e poi gii 
amministratori han da essere dei filantropi, e ciò non è comune. 

(2) Ugo Rabbeno, a p. 5 de La cooperazione in Italia: saggio di sociologia economica 
(Milano, Dumolard, 1886) definiva le cooperative di produzione : « Unioni di operai della stessa 
arte o industria, che hanno per loro scopo principale di lavorare per proprio conto , elimi- 
nando 1' imprenditore come intermediario tra capitale e lavoro, e facendo proprio il suo pro- 
fitto ». E il capitale? Era meglio comprenderlo nella definizione. 



222 



PIETRO MERENDA 



§ 8. — Delle vere Società cooperative di produzione. — Obbiezioni. 

Noi qui dobbiamo intrattenerci di quest'ultima forma, ch'è la più ardua 
di tutte; il che faremo, ripetendo, quando già scrivemmo in un altro lavoro,. 
Vita e apostolato di Sghulze-Delitzsch (1); perocché gli anni trascorsi, dalla 
pubblicazione di quel libro ad oggi, e quindi la maggiore maturità di studi 
e la più larga esperienza, ci han confermati nelle riflessioni fatte allora. 

Per chi noi sapesse, il tedesco Ermanno .Schulze-Delitzsch fu il più ga- 
gliardo oppositore di Ferdinando Lassalle. Egli è il fondatore delle Unioni 
di credito, dappoi introdotte in Italia da Luigi Luzzatti, col nome di Ban- 
che popolari. Fu apostolo delle tre forme cooperative, e con l'opera indefessa 
prestata, e col consiglio sapiente largito in libri preziosi. 

Ecco ciò che sopra gl'insegnamenti ch'egli diede intorno la cooperazione 
produttiva scrivemmo nel 1887 : 

« Nelle cooperative di produzione si comprendono in primo luogo Società^ 
scopo collettivo delle quali è di procurare agli associati facilitazioni nello 
esercizio e nell'estensione della loro industria particolare, di modo che essi, 
uniti per un fine speciale, poi son liberi nel resto. Tali sono le Associazioni 
per lo acquisto delle materie prime , che agevolano la compra a buon patto 
di ciò che l'industria poi trasforma ; quelle di magazzinaggio (2) , aventi a 
scopo la vendita dei prodotti dei singoli associati in un magazzino comune, 
e per conto personale di ciascuno ; e le altre per la compra di strumenti e 
di macchine, intese a favorire i produttori coll'nso comune di siffatti potenti 
ausilii, lo acquisto dei quali troppo costerebbe ad un solo, senza poi ch'egli 
abbia bisogno di usarne in permanenza. 



(1) Palermo, Luigi Pedone Lauriel editore, 1888. 

(2) Questa parola nel linguaggio comune significa l'uso del magazzino, o ciò che si paga 
per avere Vuso del magazzino; pertanto il senso in cui qui s'adopera è uuoto. Ma il tedesco 
magazinvereine (letteralmente unioni di magazzino) si può recare in italiano altrimenti che 
dicendo Società di magazzinaggio ? In Francia chiamano queste Associazioni Sociétés de ma- 
gasinage en commuti. 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 

« Vengono poi le Società cooperative di produzione propriamente dette, e 
-che mirano all'esercizio d'una determinata industria, per conto e rischio de- 
gli associati. 

«Parecchi economisti avevano esternato dei dubbi sulla possibilità che 
simili Associazioni a lungo durassero e di buoni frutti nel tempo di vita loro 
riuscissero feconde. Iniziare, essi dicevano, una Società di questo genere 
con capitale insufficiente, e tutto o quasi tutto sperando dal credito, signi- 
fica rovina certa appena un perturbamento economico si affacci nell'orizzon- 
te; e questa rovina non si limiterà all'Associazione, masi estenderà ai socii. 
Ohe se il capitale non manca, mancherà la disciplina; tutti vorranno coman- 
dare — e ne hanno diritto — nessuno ubbidire; mancherà la stabilità nella 
direzione e la sua competenza. 

« Obbiezioni gravi assai, e sulle quali gli operai dovrebbero meditare a 
lungo prima d' imbarcarsi su fragile uave per varcare questo mare difficile 
ehe è la produzione. I fatti han confermato dappertutto queste obbiezioni. 

« ISToi a Palermo, per esempio, abbiamo avuto, dal 18(50 a questa parte, 
non poche Società, che, se vogliamo per un momento guardare , anziché ai 
nomi, alla essenza delle cose, giudicheremo come cooperative di produzio- 
ne ; ebbene non è una sopravissuta. E come avrebbe potuto essere altri- 
menti, se non solo , più o meno , è mancato loro capitale sufficiente , ha 
fatto difetto la disciplina, non c'è stata direzione stabile e competente, ma 
persino è talora mancato uno statuto qualsiasi, un libro di conti pur che 
sia? Fatti simili sono avvenuti altrove (1). Vediamo ciò che un maestro della 
cooperazione, lo Schulze-Delitzsch, fondatore delle Banche popolari della Ger- 
mania, insegna intorno a questa sorta di Associazioni; forse così si eviterà, 
qualche volta almeno, che nell'avvenire si ricaschi uei medesimi errori. 



(]) Fra gli esempi che si potrebbero addurre , ricordiamo quello della Cooperativo fra i 
macellai di Parigi. Essa andò in malora, non ostante che fosse stata iniziata e diretta da un 
economista, Eurico Cernuschi, ch'era anche un uomo d'affari, come suol dirsi. Egli, desolato 
del cattivo successo, scrisse, nel 1866, un libro che intitolò: DeVillusion des sociétés cooperatives . 



2^4 



PIETRO MERENDA 



§ 9. — Condizioni di buon successo. 

« La prima cosa, ch'egli dice agli operai, è che giammai si formerà una 
collezione d'individui idonea a fare checchessia , riunendo un numero più 
o meno grande di persone incapaci : l'unione procura gli elementi esteriori 
del buon successo, ma è vana seuza le qualità interiori, che sono personali, 
Lavoro, attività, perseveranza, coraggio, abnegazione (1), previdenza, subor- 
dinazione, abilità tecnica e commerciale, soggiunge poi, devon essere doti co- 
muni dei soci, se vuoisi che intraprese siffatte giungano a buon porto; dis- 
simulare tutto ciò parlando agii operai, sarebbe incorrere nella più grave 
responsabilità. 

« I soci, difatti, debbono essere galantuomini in tutto il senso della pa- 
rola, e d'animo fortemente temprato; ma ciò non basta: supponete ch'essi 
mauchino delle necessarie cognizioni preparatorie, donde e da chi verrebbe 
infusa in loro l'abilità necessaria a metter su grandi officine, e come potreb- 
bero condurle , se nelle sfere più umili (intendi le Società Cooperative di 
credito e di consumo) non si fossero prima formati , e non si fossero , per 
mezzo di costante pratica, messi a conoscenza degli affari industriali e com- 
merciali ì (2) 



(1) Anche questa virtù è necessaria. In un' impresa comune , chi più fa per 1" azienda 
è difficile che ricavi un compenso adeguato agli sforzi suoi ; sarebbe quindi deficiente l' in- 
teresse personale. Ciò s'è osservato specialmente per le Cooperative agrarie. 

(2) « Seulement dans revolution sociale la nature ne se passe pas de notre concours. et 
il faut 1' aider si nous voulons qu' elle nous aide. On peut donc bien penser que ce n' est 
pas en restanfc isolées, incohérentes, et interieurement en état anarchique , que nos petites 
associations coopératives pourront suffire à ce grand oeuvre de défanse sociale et lutter ef- 
ficacement contre les grandes associations capitalistes. Il faut taire un pian de campagne : 
ou plutot il n'y a pas à le faire, il est tout indiqué. 

« Se réunir entr'elles, faire masse, prélever sur leur bénéfices le plus possible pour fon- 
der de grandes magasins de gros et operer les achats sur grande échelle — voilà la premiere 
étape ; 









LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 225 

« E non basta tuttavia : occorre che gli associati dimentichino ordinaria- 
mente di essere i padroni dell' impresa, e ubbidiscano a chi li dirige come 
se fosse un padrone, e più ancora; occorre che scelgano a direttore, non già 
chi parla meglio, ma chi è più onesto degli altri e sa dirigere una fabbrica 
ordinaria. Scelto questo capo, bisogna lasciarlo fare sinché fa bene, e tenere 
a segno gli ambiziosi, gl'irrequieti ed i malcontenti pei 1 sistema, razze pe- 
ricolose, che pur troppo abbondano in ogni consorzio d'uomini. Le quali 
cose cbiaramente si riferiscono tanto all'ordine dell'officina quanto alla unità 
ed alla permanenza dell'indirizzo, condizioni indispensabili di buona riuscita. 
Ed in quanto alla permanenza, ci piace ricordare che Giuseppe Mazzini, il 
quale amò tanto le Società cooperative di produzione, arrivò a preferire che 



« Continuer à constituer, par des prélévements sur les bénéfices, des capitaux considé- 
rables et avec ces capitaux se mettre à 1' oeuvre pour produire directement et pour leur 
propre coinpte tout ce qu'est nécessaire a leurs besoins, eri ereant boulangeries, meuneries, 
manufactures de draps et de vetements confectionnés, fabriques de chassures, de chapeaux, 
de savon, de biscuits, de papier — voilà la seconda étape; 

« Enfin , dans un avenir phis ou rnoins éloigné , acquérir des domaines et des fermes 
et produire directement sur leur terres le blè, le vin, l'huile, la viamde, le lait, le beurre, 
les volailles, les oeufs, les légumes , les fruite , les fleurs , qui constituent la base de tonte 
consoni mation, — voilà la dernière étape. 

«Ou, pour tout résumer en trois mots, dans une première étape victorieuse faire la con- 
quéte de l'industrie commerciale, dans une seconde, celle de l'industrie naanufacturiére, dans 
une troisième enfin, celle de l'industrie agricole — tei doit ètre le programme de la coopéra- 
tion par tout pays. Il est d'une simplicité héroi'que et j'ai la conviction q'un jour ou l'autre, 
en dépit rnéme de nos faiblesses et de nos doutes, il finirà par se réaliser». 

La coopéra tion : conférences de propagande par Charles Gide, troisième édition. Paris, 
Recueil Sirey, 1910, pag. 133. 

Gide è un poeta della Cooperazione : essa a suo credere finirà con l'abolire il profitto, 
cioè Vin traprenditore. 

Qui é riprodotto quello ch'egli, sotto la rubrica Le programme Coopemtiste, chiama nel 
testo piano di campagna , volendo noi , far notare a chi legge come pur lui additi che si 
debba cominciare dell'industria commerciale. 

29 



226 PIETRO MERENDA 

•gli amministratori di esse, atizicbè eletti a tempo, fossero soggetti a revoca (1), 
persuaso com'era che la elezione periodica può agevolmente far trionfare 
gente nulla, e portarla su, mentre la revoca non può, o almeno non dovrebbe, 
venir decisa senza motivi ragionevoli, un esame diligente delle accuse, for- 
me che diano guarentigia di giusta sentenza. 

« Ma tutte queste condizioni di buon successo, seguita Schulze, non sono 
le sole che occorrono : ve n'ha una d'importanza suprema, ed è il capitale. 
Esso deve staile in rapporto con la estensione dell'impresa; né è da confidare 
nell'aiuto del credito prima d'aver saputo creare un istituto dotato di so- 
lidità, imperciocché il disinganno non tarderebbe altrimenti a venire, insie- 
me alle dure lezioni dell'esperienza : ed invero la responsabilità solidale, (2) 
che fa miracoli nelle altre forme cooperative, qui, senza un sufficiente ca- 
pitale proprio , che mostri trattarsi di cosa seria , non sarebbe efficace. In 
quelle i soci si trovano già in certe condizioni che assicurano loro il gua- 
dagno necessario alla esistenza materiale: esercitano un mestiere, hanno 
una bottega, o lavorano, come salariati , in fabbriche o botteghe per conto 
altrui, ed in ciò trovasi realmente la guarentigia della solidarietà . ch'essi 
offrono pel caso in cui l'Associazione fallisca ai suoi impegni, perciocché il 
ramo dell'industria loro non verrebbe a soffrirne per contraccolpo, ed anzi, 
mercè il lavoro, ad essi fornirebbe eziandio le entrate esigibili che occor- 
rono pel rimborso dei debiti della Società cooperativa. Ma qui è ben altri- 



(1) Mazzini, pur non avendo simpatia per gli economisti, assai spesso vide giusto in fatto 
di sociali discipline, e se non tutte le idee economiche di quel grande vengono dagl* inten- 
denti reputate oro di coppella, egli ha nondimeno il merito innegabile di essere stato avver- 
sario costante del Socialismo, cosa che più d'uno, che pur si vanta suo discepolo, non sa o 
ha dimenticato. 

(2) In Germania, specialmente nelle Unioni di credito, prevale la responsabità solidale. 
in virtù della quale, di fronte ai terzi, risponde, non solo il capitale sociale, ma anche cia- 
scun socio, con tutti gli averi suoi. In Italia è invece gradita la responsabilità limitata : cia- 
scun socio risponde fino al valore della sua azione, e nulla più: si maneggia quindi una 
forma giuridica d'efficacia minore. 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 227 

nienti: i sòci, piccoli produttori od operai salariati, riii anziano a ciò che 
prima lor forniva una sorgente di reddito , e sperano cavarne una diversa 
dall' esercizio collettivo del nuovo opificio : 1' impotenza a pagare , e come 
suol dirsi l' insolvibilità dell' Associazioue cooperativa, è pertanto in questo 
c:iso, per regola generale, la impotenza a pagare dei soci medesimi. La So- 
cietà deve quindi dimostrare, preventivamente e con piena evidenza, d'es- 
sere dotata di vitalità robusta, se vuole ricorrere al credito con la speranza 
d'ottenerlo; deve cioè avere un capitale proveniente dal risparmio, e che 
non sia impari all'intrapresa, essendo questo capitale, non solo guarentigia 
materiale, ma eziandio morale, perchè dimostra che gli associati non man- 
cano delle qualità che assicurano la buona riuscita. Il credito nasce dalla 
fiducia, e, se il credito non si merita, non si posseggono le condizioni necessa- 
rie per ottenerlo. 

« Dato poi che uu istituto, che non nacque vitale, che è anemico, sic- 
come dicono i medici dell'uomo il quale non ha buon sangue, voglia ritem- 
prarsi mercè la trasfusione sanguigna , cioè con l' infondere nelle proprie 
vene capitali altrui , e che questo scopo consegua con 1' ottenere credito^ 
Istituto siffatto godrà di floridezza apparente, perchè, in un momento di crisi 
ecouomica, si vedrà assalito dai creditori, dovrà restituire subito il capitale^ 
e, così svenato, inesorabilmente dovrà soccombere. 

« Per tutte queste ragioni è indispensabile che coloro i quali vogliono 
costituire il gruppo cooperativo valutino esattamente il capitale fisso e cir- 
colante che loro occorre per l'industria che vogliono esercitare, e sappiano 
accumumularlo, costituendosi sulle prime, anziché in Società di cooperazione, 
in Società di risparmio, la quale non faccia altro se non raccogliere le eco- 
nomie dei soci, e depositarle a frutto presso un Istituto di credito , fino a 
che il capitale prestabilito si sia raggranellato : (1) allora, ma allora soltanto, 



(1) S'intende che ciò, al più, si riferisce alle industrie di media dimensione. Qualora si 
tratta di grande industria , sarebbe da visionarii credere che. il capitale si possa mettere 
insieme coi risparmii accumulati dagli operai : mancando chi possegga una ricchezza suffi- 
ciente all'impresa, o voglia tutta esporla ai rischi che vi sono connessi , è necessario rivol- 



228 PIETRO MERENDA 

si può costituire la Società Cooperativa per la produzione in comune. Questo 
metodo poi ha il vantaggio che i soci si abituano alle operazioni collettive, 
ed imparano a conoscersi meglio; e che gl'impazienti ed i farabutti, i quali 
per solito soffrono male gl'indugi, perchè non corrispondono ai bollenti spi- 
riti onde souo animati, vanno a portare altrove l'attività morbosa e l'in- 
fida eloquenza loro. La Società di risparmio è quindi anche un crogiuolo 
dove l'oro si purifica dai metalli impuri che con lui stanno. 

« Quegli operai che non hanno il grado di previdenza che loro occorre, 
uè la forza morale per sottomettersi alla disciplina indispensabile, alle con- 
dizioni necessarie di abnegazione e di sacrifici materiali, che sono, a dir così, 
la semenza della prossima messe; che difettano dell'idoneità bisognevole; 
non posseggono lo strumento che occorre per 1' attuazione di un'opera, la 
quale richiede tanta virtù, ed è meglio che stiano a casa propria. 

« Laonde fu d'uopo guardarsi, avverte Schulze, dall' invitare queste o 
quelle persone o categorie di persone a fondare Associazioni di tal fatta. 
Se gli operai non vi si sentono trascinati dalla necessità e dalle proprie a- 
spirazioni, sicché l'inizio non vien fuori dal loro seno medesimo, ciò vuol 
dire che non sono atti ancora a farlo. Xon è pertanto dovere il chiamare 
a vita, in quest'ordine di cose, intraprese che non siano ancora arrivate al 
grado voluto di maturità, e che siano inoltre sprovviste di qualsiasi solida 
base; occorre invece, con un insegnamento dato a proposito, e per mezzo 
di nozioni preparatorie, opporvisi e ricondurre gl'interessati sulla via retta, 
se non si vuole assistere alle più disastrose conseguenze : dacché, iuducendo 
un certo numero di persone a rinunziare alla coudizione sociale che avanti 
s'aveauo, e a legar i loro mezzi di esistenza ad un'intrapresa di questo ge- 
nere, si getteranno, s'essa cade, com'è più che probabile, in una situazione 



gersi al risparmio nazionale, e costituire una grande società anonima. C'è chi grida avverso 
questa specie di società : è lo stesso che prendersela contro l'industria in grande, senza della 
quale l'umanità non avrebbe raggiunto il grado di prosperità economica cui è pervenuta. 






LE SOCIETÀ COOPERATIVE DI PRODUZIONE 2 U 29 

penosissima; e poi il chiasso che farà una simile catastrofe, basterà pur troppo 
a discreditare siffatte combinazioni agli occhi della pubblica opinione (1). 

§ 10.— La cooperazione produttiva sarà ella forma predominante 
dell' industria avvenire ? 

« Dopo queste sapienti considerazioni, le quali, mentre confermano l'e- 
sistenza della difficoltà che parecchi economisti avevano fatto notare, inse- 
gnano pure come si deve fare per vincerle, Schulze si domanda: La coope- 
razione produttiva sarà ella forma predominante dell'industria avvenire ? No, 
risponde, imperocché in ogni tempo l'intraprenditore, dotato d'intelligenza, 
e che è in possesso di sufficiente capitale, pel solo fatto della costante unità 
di direzione , conserverà vantaggio prevalente di fronte alle combinazioni 
collettive. Ma, quantunque le Società cooperative di produzione saranno sem- 



(1) « La cooperazione di produzione implica la soppressione del lavoro salariato, il che 
incontra grossi ostacoli. Essa suppone ancora clie gli operai siano ad un livello morale ed 
intellettuale più alto di quello a cui sono ora giunti , poiché essa richiede grande abnega- 
zione, un forte spirito di associazione e di fratellanza , mutua fedeltà , onestà ed abilità di 
lavoro ». Pag. 395 del voi. V della IV serie della Biblioteca dell' Economista, G. Drage, La 
questione operaia in Italia. 

« Quelles sont donc ces conditions du succés qui lui feraint défaut ? J'eii vois deux es- 
sentielles : d'une part , le manque d' hommes en état de diriger des entreprises et plus en- 
core le manque de bonne volonté chez les autres à se laisser diriger par les primiere; d'autre 
part, le manque de capitaux et surtout de la manière de s'en servir. 

« Or la pratique de la coopération doit leurs donnei' tout cela. 

« Elle doit d'abord , eu leur procurant des capitaux, leur enseigner ce que c'est que le 
capital, pourquoi il est impossible de è'en passer et impossible anssi de se le procurer gratis. 
Elle leur apprendrà à l'aimer, en leur le révélant tei qii'il doit étre : un instrument au ser- 
vice de travail (sic.)... La coopération apprendrà surtout aux ouvriers l'importauce du tra- 
vail de direction et de vente... L'art de rógler la production sur les besoin, l'art de l'échan- 
ge et du commerce, voilà ce qui importe plus tnème que le capital». Gide, luogo citato, 
pag. 77 e 78. 



230 PIETRO MERENDA 

pre di numero relativamente ristretto, eserciteranno tuttavia influenza bene- 
fica sulla condizione della classe operaia. Ed invero questa nuova forma, 
con la quale l'industria si può esercitare, supplirà, in certa misura, alla uti- 
lità, che presentavano le maestranze, e che offre la piccola industria agli o- 
perai, voglio dire .là speranza di diventare, presto o tardi, padroni alla volta 
loro (1); e condurrà gli operai , che aspirano all' indipendenza industriale, a 
considerare seriamente il compito d'intraprenditore, e la uatura dei rapporti 
che ne derivano , sicché ne verrà, tra capitale e lavoro, un apprezzamento 
più giusto dei mutui servizi ed una moderazione più graude nelle recipro- 
che pretensioni (2). 



(1) Questa utilità nelle maestranze c'era, ma limitatamente. A mettere su una bottega 
per conto proprio, occorreva un capitale, e questo dall' operaio non si poteva raggranellare 
facilmente. Occorreva altresì che V apprendista, passato compagno, fosse approvato come mae- 
stro, dietro la presentazione d' un capo d'opera : la qual cosa non era agevole nemmeno, giu- 
dice del merito del saggio prodotto essendo i maestri delle Corporazioni , interessati a non 
avere un concorrente di più. 

(2) È utile riprodurre ciò che conclude Ugo Rabbeno , in un libro che ci pare merite- 
vole di maggior diffusione : 

« Le società di produzione sono in massima possibili e vantaggiose : non incontrano al- 
cuna obbiezione assoluta, non presentano alcun difetto tale da indurre a combatterle, e di- 
sinteressarsene, ad avere in esse completa sfiducia. Esse offrono dei vantaggi certi, sicuri , 
incontrastabili : la loro diffusione, se può e deve necessariamente variare secondo i paesi e 
le loro condizioni, in genere è, non solo possibile, ma certa, ed è destinata ad estendersi ; 
poiché il progresso morale, intellettuale, economico che esse richiedono è sicuro , né 1' evo- 
luzione industriale presenta caratteri tali da ostacolare seriamente la diffusione di questi 
istituti, da non lasciar loro un campo abbastanza vasto di espansione. 

« Le società di produzione trovano adunque giustamente posto , e posto onorevole , fra 
i rimedii coi quali si tende a risolvere la questione operaia che tanto ci preoccupa ed urge, 
od almeno ad attenuarne la gravità. 

« Ma non bisogna farsi delle illusioni, sempre pericolose e talora anche fatali. L : attua- 
zione delle società di produzione non è facile : 1' esercizio dell' impresa per parte di operai 
presenta delle gravi difficoltà, incontra dei «limiti di applicabilità», che variano secondo le 
condizioni , secondo i paesi , secondo le industrie , che possono essere allontanati , e cui il 
progresso generale tende appunto ad allontanare , ma che pure ci sono , e che d' un tratto- 



LE SOCIETÀ COOPERATIVE 1)1 PRODUZIONE 231 

« Produrrà altresì effetti benefici dar punto di vista materiale del sala- 
rio e delle condizioni dell'offerta e della domanda, anche siigli operai che 
rimangono fuori del movimento cooperativo, poiché , atfìn di ritenere nelle 
fabbriche loro i lavoranti migliori (che sono per l'appunto quelli che pos- 
seggono di più le qualità necessarie a sostituire Società Cooperative, e che 
vi tendono maggiormente) gl'in traprenditori saranno sempre più disposti a 
fare eque concessioni agli operai » (ì). 



non si pouno certamente eliminare, uè forse del tutto si potranno eliminare giammai. L'im- 
presa esercitata da operai nella forma cooperativa, od in forma che si avvicini al tipo coo- 
perativo, condizione essenziale per l'ottenimento di tutti quei vantaggi di ordine generale , 
morale e sociale, che dalla società di produzione si ripromettono, presenta difficoltà anche 
più gravi , malagevoli ad eliminarsi anche solo in parte e temporaneamente , e più ancora 
ad eliminarsi del tutto e definitivamente. Anche qui il progresso , il miglioramento delle 
condizioni intellettuali e morali degli operai possono esercitare una benefica influenza , ma 
molto meno intensa e decisiva: poiché è naturalmente instabile la base di equilibrio su cui 
la impresa cooperativa di produzione si fonda , uè si può rinvenire un mezzo efficace per 
assicurarne la stabilità. 

«Ai <' limiti generali di applicabilità* dell'impresa degli operai nella produzione indu- 
striale, bisogna aggiungere i «limiti» più ristretti «di applicabilità della forma coopera- 
tiva» di tale impresa; da cui si deduce necessariamente la «limitazione della efficacia so- 
ciale e morale» della società di produzione; la quale, così come si è manifestata nel fatto, 
e come, dall'indirizzo che ha assunto, pare tenda anche ad esplicarsi per l'avvenire, si 
presenta più tosto e più facilmente come valido mezzo di migliorarne nto economico e di 
emancipazione di gruppi limitati di lavoratori , che non della intera classe degli operai delle 
industrie » . 

Le società cooperative di produzione : contributo allo studio della quistione operaia , 
pag. 523. Milano, Dumalard, 1889. 

(1) Come dicemmo, Schulze-Deutzsch non solo promosse e diresse con grande intelli- 
genza il movimento cooperativo in Germania , ma con libri di grande importanza aiutò 
quei che a quel movimento volevano concorrere con l' opera loro. Questi libri facil- 
mente trovabili, sono: 1. Delle unioni di credito ossia delle Banche Popolari, tradotto 
per cura dei dottori Pascolato e Manzato, con introduzione di Luigi Luzzatti. Venezia, 
Visentini , 1871 ; 2. Manuel pratique pour T organisation et le fonctionnement des Sociétés 
(Joopératives de Productìons , dans leurs diverses formes. Avec la collaboratiou da D. r F. 
Schneider. Traduit par E. Simonis , l er parti e , Industrie, précédée d'une lettre aux 



232 



PIETRO MEHEXDA 

11. — Conclusione. 



Sanno tutte queste cose gli organizzatori ? Se sì, perchè non le propa- 
gano e non le mettono in atto, ed invece deviano operai e contadini dal 
retto sentiero, peggiorano le condizioni economiche del paese, e spingono 
tutti alla rovina? E se no, perchè vogliono fare da guida alle masse, invece 
di studiare? Ma taluui potrebbero salire alto se dicessero agli operai la ve- 
rità, dalla quale si deduce che le cose attuali hanno nelle leggi naturali la 
profonda ragion d'essere, che il toccarvi è pericoloso, e che miglioramenti 
son possibili limitatamente ed a scadenza lunga f ed alcuni organizzatori 
come farebbero a vivere in altra guisa ì 

I governanti poi che, coscienti o non coscienti, avviano la Xazioue al 
disastro del Socialismo di Stato, meritano il più severo biasimo. 

Comprendano intanto gii operai che nou è lecito insidiare gli organismi 
industriali esistenti, od usar loro violenza: Libertà per tutti! Libera concor- 
renza dovunque! A quei lavoratori del braccio cui non talenta di conti- 



ouvriers et aux artisans frangala par Benjamin Rampal. Paris, Guillaume, 1876; 2 me partie, 
Agricolture , précedée d' une lettre aux agriculteurs francais par Benjamin .Rampal. Paris , 
Guillautnin 1878. 

Schdlze Delitzsch pubblicò eziandio (uel 1863) un' operetta intesa ad illuminare le 
menti degli operai sui problemi economici, ed a combattere Lassalle. Vedi Cours d'Economie 
Politique a V usage des ouvriers et des artisans, traduit et préceérìé d'une esquisse biogra- 
fique et d'un apercu sur les uouvelles doctrines economiques et leur applications par Benja- 
min Rampai,. Paris. Guillaumin, 1874. Lassalle rispose col libro : Il sig. Bastiat-Schuhe di 
Delitssch (Giuliano economico), ossia capitale e lavoro, cbe si trova tradotto nella Biblioteca 
dell' Economista, 3 a serie, volume IX, parte prima. 

Egli, per quanto avesse errato in materia economica, e, dicono i più, fosse spinto dal- 
l'ambizione a farsi agitatore di plebi , non era un ignorante : tutt' altro ! Per debito d' im- 
parzialità , citiamo i titoli d' altri scritti di lui. Crediamo di darli in italiano : La filosofia 
d' Eraclito V Oscuro ; Franz di Sickingen, tragedia ; La Guerra d? Italia e la missione della 
Prussia (1859) ; Sistema dei diritti acquisiti ; Programma degli operai ; La Scienza e gli ope- 
rai ; Processo criminale di Lassalle; L'imposta indiretta e la posizione delle classi lavoratrkir 
lettera aperta al comitato centrale , incaricato d'organizzare a Lipsia un congresso generale 
degli operai tedeschi ; Agli operai di Berlino. 



LE SOCIETÀ. COOPERATIVE DI PRODUZIONE 233 

nuare il lavoro nei rapporti attuali con gl'intraprenditori, nessuno impedi- 
sce di costituire quante Società cooperative di produzione vere e proprie lor 
piaccia, se n'hanno talento, virtù, mezzi. Essi, correndo da soli i rischi, po- 
tranno sostituirsi agl'in traprenditori, facendosi scudo della libertà e corazza 
della legge, ed essere nello stesso tempo operai, capitalisti, intra/prenditori, 
e godere del salario, dell'interesse e del profitto, secondo giustizia. Ben vero 
gl'intraprenditori, se trovano chi voglia lavorare stando ai rapporti che of- 
fre 1' organismo della produzione non cooperativa , non debbono lottare né 
con prepotenze della piazza, né con ostacoli legali. 

Pur troppo la parte più eletta della Nazione, vuoi per ignoranza, vuoi 
per inerzia, vuoi per mancanza di coraggio civile, abbandona operai e con- 
tadini a se stessi, facendoli vittima predestinata dei Socialisti, dacché il solo 
buon senso non è barriera sufficiente contro le seduzioni dell'utopia. D'altro 
canto la nostra Società dì scienze naturali ed economiche non ha mezzi diretti 
di penetrazione nell'anima degli operai; né questo è il compito nostro. Pur- 
nondimeno è scritto sulla nostra bandiera che dobbiamo intendere all'incre- 
mento ed alla diffusione anche delle scienze economiche e delle applicazioni 
loro : il che significa essere dover nostro illuminare la mente delle persone 
intelligenti che, distratte dalle loro occupazioni diuturne , non possono per 
atto proprio approfondire taluni problemi della vita economica. Poiché in 
esse si forma la pubblica opinione, la luce che si diffonde nella coscienza loro, 
penetra negl'infimi strati delle popolazioni, e ne aiuta il buon senso; abbia- 
mo quindi un fecondo e vasto campo di lavoro. 

I nostri tempi siamo noi ; non già noi individui , ma noi collettività. 
É però anche vero che sopra le moltitudini è grande 1' efficacia educatrice 
della parola di chi sa , può e vuole. Adoperiamoci affinchè la Nazione non 
si smarrisca dietro vane parvenze di beni insussistenti, e perciò non conse- 
guibili; e torni tutta alla realtà; e torni tutta all'assiduo lavoro , alla mode- 
razione dei desiderii , al rispetto del diritto, al culto del dovere. La Patria 
bella che ci è più cara della vita, e per la quale centinaia di migliaia d'Ita- 
liani hanno sparso il sangue loro sui patiboli, sulle barricate, nei campi di 
battaglia, non deve perire uè decadere : deve vivere e prosperare ! 

3 marzo 1922. 30 



INPICE 



§ 


1. 


§ 


2. 


§ 


3. 


§ 


4. 


§ 


5. 


$ 


6. 



§ 7.- 

$ 8.- 
§ 9 - 
§ 10.- 

■$ 11.- 



— Il Ministro Labriola profetizza che l'avvenire ci darà le Società coope- 
rative socialiste di produzione 

— Come il Labriola confonda due categorie diverse ed opposte d' istituti. 
Le Società produttive socialiste di Ferdinando Lassalle .... 

— Critica del sistema di Lassalle 

— Confronto del sistema di Lassalle con quello di Louis Blanc . 

— Gli Atelier s nationaux del 1848 , 

— Come l'Italia s'avvii per la falsa strada di fornire il capitale alle Società 

produttive socialiste . 

Le vere e proprie Società cooperative . . . . 

Delle vere Società cooperative di produzione. — Obbiezioni. 

Condizioni di buon successo 

La cooperazione produttiva sarà ella forma predominante dell' industria 

avvenire? 

Conclusione 



Pag. 


209 


» 


210 


» 


212 


» 


214 


» 


215 


» 


216 


» 


220 


» 


222 


» 


224 


» 


229 


» 


232 



^ >gs>< ^- 



CORRADINO MINEO 



Nuovi studi sulla rifrazione atmosferica in Sicilia 



OTROD UZ10NE 

1. Nella livellazione geometrica, eseguita uel 1897 dall'Istituto Geogra- 
fico militare in Sicilia, furon compresi, per desiderio del compianto Prof. 
Venturi, la specola geodetica della Martoraua e due segnali trigonometrici 
su Valguarnera e Monte Ciancardo, situati nelle vicinanze di Palermo. 

Su questi due segnali i professori Venturi e Soler istituirono una se- 
rie di osservazioni zenitali, dalla- specola della Martoraua, allo scopo di por- 
tare altri contributi, dopo i primi del 1891 (1), intorno alla rifrazione geodetica 
in Sicilia. E negli anni 1897-98-99, furon misurate 779 distanze zenitali, a 
prescindere da quelle mari uè già pubblicate dal Soler (2). 

Le misure terrestri venivan fatte soltanto verso mezzogiorno e verso le 
ore sedici : le prime dal Soler, le seconde dal Venturi. 



(1) Venturi e Soler , Prime ricerche sul coefficiente di rifrazione in Sicilia (Atti della 
lì. Accademia di Palermo, anno 1893). 

Venturi e Loperfido , Sul coefficiente di rifrazione in Sicilia {Secondo contributo) , Ri- 
vista di Topografia e Catasto, 1897-98, Torino. 

(2) Soler , Nuova determinazione del coefficiente di rifrazione marina in Sicilia (questo 
Giornale, voi. XXIII, *1901, Palermo). 

* 



238 CORRADINO MINEO 

Eran queste le ore di migliore visibilità dei due segnali; ina conveniva» 
naturalmente, tentar di estendere le osservazioni ad altre ore, per vedere di 
studiare l'andamento diurno del fenomeno. E infatti , essendo stato incari- 
cato dal Prof. Venturi, d'accordo col Soler, di raccogliere e calcolare le 
osservazioni in discorso, pensai di istituirne anzitutto di altre, in varie ore 
del giorno, secoudo era possibile: il che feci durante tutto l'anno 1908, ese- 
guendo ancora 492 misure zenitali dalla specola della Martorana. 

Due fatti misero in evidenza, tutte le osservazioni: ima grande varia- 
bilità della rifrazione diurna lungo le due traiettorie; un valore del coeffi- 
ciente medio di rifrazione molto più alto di quello trovato nelle prime ri- 
cerche citate (circa O10). 

Le due traiettorie non son certo in condizioni eccellenti , perchè 
attraversano la città, corrono in parte sul mare e si mantengono piuttosto 
vicine alla superfìcie terrestre, segnatamente la Martorana- Valguarnera. Que- 
sta , infatti, è compresa tra due punti distanti circa 14 chilometri con un 
dislivello di appena 100 metri : corre, per un primo tratto di circa 2 chilo- 
metri, sulla città; poi sul mare, per circa 6 chilometri, e di nuovo sulla su- 
perficie terrestre, per il rimanente tratto. 

In migliori condizioni è la traiettoria Martoraua-Ciancardo, soprattutto 
per il maggior dislivello tra i due punti, che è di circa 156 metri. Inoltre è 
meno lunga (circa 12 km.) e il tratto corrente sul mare è più breve (4 km. 
circa). 

Bisognò rassegnarsi a questi due punti , non essendone visibili altri li- 
vellagli dalla città, per una dozziua di chilometri, se non in quella di- 
rezione. 

I due segnali sono, però, visibili anche dall'Osservatorio astronomico e 
dall'Osservatorio meteorologico di Valverde. Decisi di stazionare in quest'ul- 
timo punto , giacché le due traiettorie Valverde- Valguarnera e Valverde- 
Oiancardo presentano qualche vantaggio sulle prime : non attraversano il 
centro dell'abitato e non corrono per alcun tratto sul mare. 

Per varie circostanze le osservazioni non poterono aver luogo se non 
dall'agosto al dicembre del 1914, nel qua! periodo raccolsi 240 misure zeui- 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 239 

tali sui due punti. Si ebbero i soliti valori alti del coefficiente di ritrazione, 
dalla traiettoria Valverde-Ciancardo; ma l'altra traiettoria presentò un fatto 
nuovo : il coefficiente nelle ore più calde della giornata scese al di sotto dei 
valori minimi trovati nel 1891. 

Questo risultato mi determinò nell'idea di proseguire nelle ricerche , e 
precisamente di istituire osservazioni reciproche e contemporanee; non solo 
perchè queste permettono uno studio più completo del fenomeno, ma anche 
per potermi servire di segnali brillanti. In verità le puntate sui due segnali 
trigonometrici di Valguarnera e Oiancardo sono spesso assai difficili , tro- 
vandosi i due punti nel primo quadrante, che è a Palermo il più caligino- 
so, per via del mare. 

Ma scoppiata la guerra europea, fui, il 10 maggio 1915, chiamato sotto 
le armi, e, sebbene destinato a Palermo, non potei, dal 1915 al 1918, occu- 
parmi di alcuna ricerca ; che appena mi fu consentito di svolgere i corsi 
universitari dei quali ero incaricato. 

Solo nel luglio 1918, per un congedo avuto nel periodo delle lezioni u- 
niversitarie, potei riprendere la ricerca. 

Non fu possibile stazionare sul Monte Oiancardo e non poche difficoltà 
bisognò superare per stazionare in Valguarnera, nonostante la gentile ospi- 
talità del principe Alliata, proprietario del palazzo sul cui belvedere si 
trova il segnale. 

Le osservazioni reciproche e contemporanee abbero luogo tra l'Osserva- 
torio astronomico di Palermo e Valguarnera : io stazionavo all'Osservatorio 
e a Valguarnera stazionava il mio allievo dott. Cappadona. Questa traiet- 
toria è compresa tra due punti distanti quasi 15 chilometri, con un dislivello 
di appena 58 metri. È press'a poco nelle condizioni della traiettoria Valver- 
de- Valguarnera, salvo che un breve tratto (di circa un chilometro) corre sul 
mare. Nelle poche osservazioni che si poteron compiere (19 e 23 luglio), si 
ebbe il fatto singolare di rifrazioni negative all'Osservatorio, nelle ore più 
calde del giorno, e di rifrazioni piccole, ma positive, a Valguarnera; quindi 
coefficienti piccolissimi, nelle ore più calde, e qualche volta negativi. 

Le osservazioni furono interrotte a cagione del mio richiamo sotto le 



240 CORRADJ.VO MIXEO 

arali, il T agosto 1918. Purtroppo, avvenuto il mio congedo nel gennaio 
1919, varie ragioni, tra le quali non ultime le cure didattiche addirittura ad- 
sorbenti del dopo guerra, non ini hanno più permesso di riprendere e arric- 
chire le osservazioni. 

Chiudo questi cenni col rivolgere un vivo ringraziamento al Direttore 
dell'Osservatorio astronomico Prof. Axgelitti, all'astronomo Prof. De Lisa 
e al principe Alliata di Yalguarxera, per l'ospitalità da ciascuno gentil- 
mente concessami; e ringrazio ancora il Dott. Cappadoxa, per la collabora- 
zione prestatami. 

Valore del materiale d'osservazione e ragione del lavoro. 



2. A prima vista, data l'irregolarità presentata dal fenomeno nelle osser- 
vazioni compiute, potrebbe sembrare che il materiale raccolto abbia scarso 
valore. Ma , a pensarci meglio, lo studio della rifrazione lungo traiettorie, 
per così dire anomale, ha un alto interesse. In generale, conviene, in 
queste ricerche, mettersi da un punto di vista più ampio, per l'importanza 
che esse hanno non solo in Geodesia ma anche in altri campi. Limitarsi, in- 
somma, a traiettorie dove si possa presumere l'avverarsi del caso regolare, 
cioè il verificarsi della così detta legge del Bayer, implica una restrizione 
arbitraria del campo della ricerca e una rinunzia a conoscere pienamente il 
fenomeno della rifrazione atmosferica, con danno degli stessi problemi che 
strettamente riguardano la pratica geodetica. 

Sarebbe p. es. di grande interesse lo studio di traiettorie comprese tra 
punti nei quali si verifichi il fenomeno dell' inversione della temperatura 
(lungo le quali si dovrebbero, presumibilmente, riscontrare valori relativa- 
mente più alti del coefficiente di rifrazione). Xè minore importanza hanno 
le traiettorie correnti, in parte o in tutto, sul mare. È noto, infatti, che da 
molte traiettorie marine sono risultati valori relativamente più alti del coef- 
ficiente di rifrazione (Hartl) : cosa, peraltro, conforme alle previsioni teo- 
riche. Vi sono, è vero, tattiche sembrano contradittori; mail materiale d'os- 
servazione va arricchito e quello esistente meglio discusso. Xon basta, in- 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 241 

fatti, il paragone sic et simpliciter di una traiettoria marina con una terre- 
stre; giacché p. es., sul fenomeno dell'insolazione, che ha la massima impor- 
tanza nella rifrazione atmosferica, influisce non poco, caeteris paribus, il ri- 
lievo (1). 

Accrescere siffatte osservazioni appare quindi necessario. Meglio sarebbe 
tentare di ricondurre la ricerca nel campo sperimentale, imitando i fenomeni 
con opportuni modelli, come già si è fatto, in questioni simili, da Wolla- 
ston, Wood, Terquem..., e, più recentemente, dal Garbasso nella sua clas- 
sica Memoria sul miraggio (2). 

In queste considerazioni mi sembra che il presente lavoro trovi la sua 
ragion d' essere. 

In esso, per riunire tutto quanto sull'argomento è stato fatto da questo 
Istituto geodetico, sono comprese poche osservazioni reciproche e contempo- 
ranee tra l'Osservatorio di Catania e quello dell'Etna (agosto 1897) e una 
serie di 54 osservazioni tra Martorana e Pellegrino (dicembre 1897). 

Forinole adoperate per il calcolo delle osservazioni. 



3. Durante le determinazioni zenitali, si osservavano i dati meteorici di 
temperatura, pressione e umidità relativa. Ma non ho creduto, almeno per 
ora, di sfruttare questi dati. E vero che i principii della Termodinamica per- 
mettono ormai un'analisi matematica rigorosa dei fenomeni atmosferici; ma 
le conclusioni di quest'aualisi valgono, com'è noto, in condizioni limiti dalle 
quali spesso si allontanano molto le condizioni reali. 

Le forinole posson servire alla deduzione di coefficienti medi di rifra- 
zione e non già a rispecchiare la variabilità del fenomeno e le sue oscilla- 
zioni diurne. 



(1) Per l'importante questione qui accennata, vedi Soler, Ricerche su talune teorie di ri- 
frazione geodetica, Memorie della Società italiana delle Scienze (detta dei XL). Serie III. To- 
mo XVI. 1910. 

(2) Garbasso, Il miraggio. Memorie della li. Accademia delle Scieuze di Torino, Tomo 

LVIII, 1906-1907. 

31 



242 C0RRADIN0 M1NEO 

Il risultato, infatti, di qualche calcolo d'assaggio da me fatto (con le for- 
inole di Helmert, semplificate e rese così comode dal Reina) (1) è di asse- 
gnare al feuomeno una regolarità diurna, che esso è ben lontano dall'avere. 

Mi son quindi attenuto alle forinole classiche di Bouguer, che, com' è 
risaputo, si fondano sull'ipotesi d'una legge semplicissima di decrescenza della 
densità atmosferica (quindi dell'indice di rifrazione) con l'altezza (o, per meglio 
dire, col raggio vettore geocentrico). 

Queste forinole p. es. non cadono in difetto (come quelle fondate sul gra- 
diente aerotermico) nei casi d'inversione della temperatura: soltanto non souo 
applicabili nei casi di miraggio, dove peraltro l'anomalia si limita a certi 
strati atmosferici (inferiori o superiori) (2). 

Nel presente lavoro non pubblico, quindi, i dati meteorici. 

4. Nel caso di osservazioni reciproche e contemporanee, il coefficiente n 
di Bouguer è dato dalla nota formola 



(1) 



5 t +0 2 — 180° 
1— n=— — — ' 



dove e i e z 2 sono le zenitali apparenti (ridotte all'Ellissoide) dei due estre- 
mi della traiettoria luminosa e y è il così detto angolo geocentrico, dato dalla 
formola 



(2) 



Y= — X radiante, 



dove s è la distanza geodetica delle due stazioni, misurata sull'Ellissoide, e 
per p si può prendere senz'altro (trattandosi di distanze non superiori ai 16 
chilometri) il raggio di curvatura di essa geodetica in un suo estremo. Que- 
st'ultimo raggio si calcola subito dalla forinola di Eulero 



(3) 



1 cos 2 a , sen 2 a 



E 



N 



(1) Reina, Sulla determinazione del coefficiente di rifrazione terrestre in base ad elementi' 
meteorologici (Memorie della R. Ac. dei Lincei, Anno 1916, Sevie Quinta, Voi. XII, Fase. II). 

(2) Per un confronto sperimentale della teoria di Bouguek con le altre, vedi la Memo- 
ria precedentemente citata del Soler. 






. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 243 

in funzione dell'azimut ellissoidico a in un estremo di s, del raggio di cur- 
vatura R del meridiano e della gran normale N nello stesso estremo 

Nel caso di osservazioni zenitali fatte da una sola stazione su punti li- 
vellati, chiamiamo H l l'altitudine del centro di stazione, H 2 quella del puuto 
mirato, £ la vera zenitale ellissoidica della retta congiungente i due punti e 
z la zenitale osservata ridotta all'Ellissoide. Allora il coefficiente di rifrazio- 
ne è dato dalla forinola 

2(C-«). 



(4) 



n— 



dove C si calcola per mezzo di quest'altra 



f4)=- 



tang :— 4-1 



H 2 — Hi 



Elementi per il calcolo delle osservazioni. 



5. Traiettoria Martorana-Pellegrino. — Il lato Martorana-Pellegrino fa parte 
della rete di prim'ordine, che trae la sua origine astronomica da Castania; e 
•da un nostro calcolo di compensazione (1), abbiamo 

Log s = 3-7596624, 
a = 351°54'21 "3, 

essendo a l'azimut ellissoidico di questo lato nell' estremo della Martorana. 
Per il raggio di curvatura p« dello stesso lato, nel suo estremo in Martoraua, 
abbiamo quindi 

Log p« = 6-8034315; 

sicché si deduce per 1' angolo geocentrico y il valore 

Y = 186"5. 



(1) Mineo, Calcolo delle posizioni geodetiche dei due nuovi segnali di Ciancardo e Valguar- 
nera nelle vicinanze di Palermo (Giornale di Scienze naturali ed economiche di Palermo, voi. 
XXVI, 1908). 



244 C0RRAD1N0 illXEO 

Xou conoscendosi le deviazioni locali per Pellegrino, ci serviamo delle 
zenitali geoidiche, invece delle ellissoidiche, nella forinola (1). 

6. Traiettoria Osservatorio di Catania (asse cupola)— Osservatorio etneo (asse 
cupola). — Per il lato geodetico che congiunge i due punti, si ha 

Log s = 4-4320827; 

ma, date le posizioni dei due teodoliti, che erano ex-centro, il logaritmo della 
distauza geodetica, relativa alla traiettoria luminosa, fatte le necessarie ridu- 
zioni, ci risultò eguale a 4-4317770; e per 7 si trovò 

Y = 876"-5. 

Anche in questo caso si adoperano le zeuitali osservate, senza riduzione 
all' Ellissoide, nella forinola (1). 

7. Traiettoria Martorana-Valguarnera. — L'altitudine R^ del centro di sta- 
zione si ottiene sommaudo alla quota della sommità del pilastrino della Mar- 
torana, che è di m 36-368, come risulta dalla livellazioue geometrica (1), l'al- 
tezza del centro dello Starke (X. 339) , che era di m 031. Sicché abbiamo 

H t = m 3G-678. 

Dalla stessa livellazione risulta che l'altitudine del punto mirato su Val- 
guarnera (spigolo superiore d' una torretta) è 

E 2 = m 138-220. 

Per il lato Martorana-Valguarnera, abbiamo inoltre, dal lavoro già citato:: 

Log s = 4-1442361 , a = 108°19'7 -0; 



e quindi 



Log p« = 6-8050197 , ^ = 450 '4. 



(1) Questa livellazione fn eseguita, il 1897, dal topografo Valle deiristituto geografico 



militare. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 245 

Segue dalla (5) : 

C = 89°38'43"-l. 

Qui siamo in grado di ridurre all'Ellissoide le zenitali osservate, cono- 
scendosi le deviazioni iu latitudine e in azimut per la Martorana. La latitu- 
dine astronomica dalla Martorana è (1) 

Z = 38°6'55"281; 

mentre per quella ellissoidica, proveniente da Castania, si ha (2) 

<p = 38°6'47"413. 

Il prof. Venturi determinò inoltre l'azimut astronomico di Monte Al- 
fano sull'orizzonte della Martorana, che è (3) 

A = 93°425l '-24. 

e calcolò pure, dello stesso punto, l'azimut ellissoidico (sempre dalla prove- 
nienza di Castania), trovando 

a = 93°42'51 '96. 

Abbiamo perciò 

A<p = Z — <p = 7"87 , Aa = A — a — — 0"'72; 

sicché, chiamando i la deviazione totale in Maitoraua, cioè 1' angolo delle 
due uormali geoidica e ellissoidica^ (3 1' azimut (contato al solito modo) del 



(1) A. Venturi, Sulla latitudine della specola geodetica della Martorana in Palermo (Rend. 
Ac. Lincei, 1897). 

(2) A. Venturi, Nuova determinazione della deviazione locale in latitudine e in longitudine 
delV Osservatorio di Palermo (Giorn. di Se. nat. ed economiche, voi. XX, 1890), p. 58. 

(3) A. Venturi, Azimut di M. Alfano sull'orizzonte della specola geodetica della Marto- 
rana in Palermo (Pubblicazioni della r. Commissione geodetica italiana. 1892). 



mm 



C0RRA0IN0 M1XE0 

piano di deviazione rispetto al meridiano astronomico di Martorana, ricaviamo 
da note formole: 

i = 7 92 , p = 173°20 '55 01. 

Se z è la zenitale osservata di un punto, z* la zenitale ellissoidica, la 
differenza è allora data dalla forinola 



hz = z — z* = icos(,3 — a), 

dove a rappresenta qui 1' azimut del punto osservato. 
Applicandola al caso nostro, troviamo 

A* = 3 '34. 

Dunque, per ridurre all'Ellissoide le zenitali geoidiche di Valguarnera, 
bisogna diminuirle di 3"34. 

8. Traiettoria Martorana-Ciancardo. — Dal nostro lavoro citato, abbiamo 



Segue 



Log * = 4-0809053 , a=lIl°7'57"-6. 



Log p a = 6-8049642 , ? = 389-4. 



L'altitudine del punto mirato su Ciancardo (spigolo superiore d' un pic- 
colo muro costruito sopra un casotto) è 



Ne consegue 
Inoltre 



E 2 = m 292-405. 



C = 38°50'17 -2. 
Az = 3 -69. 



Bisogna, dunque, diminuire di 3"69 le zenitali osservate di Ciancardo 
per ridurle all' Ellissoide. 



NUOVX STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFEHCA IN SICILIA 



247 



9. Traiettoria Valverde-Valguarnera. — Nella terrazza dell'Osservatorio me- 
teorologico di Valverde (già appartenente alla Società di Acclimazioue) esi- 
ste un pilastrino al cui centro sono riferite le misure azimutali del Venturi 
(Nuova determinazione della deviazione locale...) ; ma io non vi potei stazio- 
nare, perchè da esso, per nuovi ediflzi sorti, non sono più visibili i due se- 
gnali di Oiancardo e Valguarnera. Si dovette quindi far costruire un altro 
pilastrino sulla stessa terrazza. Chiamando V ± e V 2 i centri del primo e del 
secondo pilastrino, risultò da misure indirette (non essendo neppur visibili 
i due pilastrini, l'uno dall'altro): 

r = m 21-42 , = 227°36'; 

dove r è la distanza Y^V^ e @ l'azimut (ameno di 1') della direzione V L V 2 . 
Il punto mirato su Valguarnera nou fa parte della rete determinata dal 
Venturi, ma è invece compreso nella rete da me calcolata (Calcolo delle po- 
sizioni geodetiche..,), che si appoggia agli stessi punti di prim'ordine della pri- 
ma: resta dunque determinata la posizione di Valguarnera rispetto al punto 
y t (dal triangolo i cui vertici sono V it Martorana e Valguarnera), e, con suf- 
ficiente esattezza, anche rispetto al punto V 2 , mediante gli elementi di ridu- 
zione. Si trova per il lato s, congiungente V 2 con Valguarnera e per il suo 
azimut approssimato a in V 2 : 

Log * = 4-2010659, 

a = 99°58'. 

Quindi, essendo di 38°6' 16' 8 la latitudine ellissoidica di Valverde, segue : 



e poi 



Log p, = 6-8051395, 
T = 513"3. 



L'altitudine della sommità del primo pilastrino su Valverde (punto trigo- 
nometrico) è nota dalla menzionata livellazione geometrica, eseguita dal 
Valle: essa è di m 71*63. Fu quindi facile determinare l'altitudine della som- 






248 CORRADINO MINEO 

mità del nuovo pilastrino, che risultò di ni 71*61; e poiché l'altezza del centro 
dello Starke (N. 409) era di m 032, ne consegue per l'altitudine del centro 
di stazione 

fi, = m 71 -93. 

Infine, per la zenitale vera della retta congiungente il centro di stazione 
col punto collimato sn Valguarnera, si trova 

C=89 49'56"'0. 

Si adoperano le zenitali osservate, per il calcolo di n dalla (4), nou co- 
noscendosi le deviazioni locali nei due punti. 

IO. Traiettoria Valverde-Ciancardo. — La posizione di Ciaucardo è anch'essa 
pienamente determinata rispetto al punto V ± (dal triangolo che ha i vertici 
in V ± , Martorana e Ciancardo) e quindi rispetto a F 8 , per mezzo degli ele- 
menti di riduzione. Detta s la lunghezza del lato ellissoidico cougiungente 
f 2 con Oiancardo e a il suo azimut in 7 2 , si trova 

Log s = 4-1442722, 
a = 101°39'. 



Quindi 



"NT 



JNe segue 



log p a = 6-8051198, 
Y = 450" # 4. 

C = 89°9'23"-4. 



Si adoperano, nella (4), le zenitali osservate. 

11. Traiettoria Osservatorio-Valguarnera. — Dai lavori più volte citati si de- 
duce, per il lato ellissoidico congiungente l'Osservatorio astronomico di Pa- 
lermo (asse della graude cupola) con Valguarnera : 

Log s = 4-1663016; 



e per l'azimut a di questo lato, nel primo estremo 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 



249 



a = 105°57'29"4. 

Né, per lo scopo, occorrono riduzioni ; perchè, all' Osservatorio, lo stru- 
mento fu collocato sopra un pilastrino vicinissimo alla grande cupola, e a 
Valguarnera sopra un altro che teci costruire sul belvedere del palazzo del 
principe Alliata, vicinissimo al seguale trigonometrico. 

Essendo la latitudine ellissoidica dell'Osservatorio di 38 636"], si trova 



e quindi 



Log p a = 6-8050598, 



T =473 9. 



L'altitudine della sommità del pilastrino anzidetto dell'Osservatorio astro- 
mico, è di m. 78*47: aggiungendovi l'altezza (m. 0*31) dello Starke (N. 339j, 
si ha 1' altitudine 

H i = m. 78-78 

del centro di stazione all' Osservatorio. 

L'altitudine della sommità del pilastrino costruito su Valguarnera si de- 
terminò partendo da quella del caposaldo orizzontale (m. 135*57023), posto su 
di una pietra della piccola gradinata presso la casetta in cima al belvedere, 
e risultò di m. 136*83; e poiché 1' altezza del centro dello Starke (N. 409) era 
di m. 0*32, segue per l'altitudine del centro di stazione a Valguarnera : 

H 2 = m 137-15. 

Per le due zenitali vere, dall' Osservatorio e da Valguarnera, seguono 
rispettivamente i valori 

C, = 89oO'16"0 , C, = 9017'37"9. 



I due elioscopi venivan collocati in prossimità dei punti di stazione e 
si avevano gli elementi per ridurre le zenitali osservate ai centri dei rispet- 
tivi teodoliti. 32 



250 



CORRAD1XO MINEO 



Le osservazioni. 



12. Gli strumenti adoperati furori sempre due universali Starke gemelli 
dei quali si può trovare ogni particolare nelle Memorie citate. Xaturalmente 
si riesaminarono, ogni volta, le livelle zenitali, ritrovando press' a poco gli 
stessi valori delle parti. 

Nel quadro seguente son riportate le osservazioni reciproche e contem- 
poranee tra l'Osservatorio di Catania e quello dell'Etna. In queste osserva- 
zioni il Prof. Venturi stazionava a Catania, mentre sull'Etna stazionava il 
topografo Gixevri; il quale, trovandosi là a operare per conto dell' Istituto 
geografico, si prestò gentilmente a eseguire quelle altre misure per lo studio 
del coefficiente di rifrazione. I punti mirati erano due elioscopi posti vicini 
agli strumenti. Le osservazioni furon pochissime, perchè l'Etna restava co- 
stantemente coperta giorno e notte, e si scopriva, per qualche ora soltanto, 
il mattino. Esse, del resto, furon dovute abbandonare, non appena il Gixe- 
vri ebbe terminato il suo lavoro. 

In questo quadro, come in tutti gli altri, il coefficiente di Bouguer è 
espresso in millesimi. 









Ora 



h m 

6-40 
6-50 
7-00 



6-50 
7-00 
7-10 
7-20 
7-30 



8-00 
8-10 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 251 

Traiettoria Osservatorio di Catania - Osservatorio etneo. 

(Osservatori : Venturi e Ginevri) 



Osservatorio 
di Catania 



Osservatorio 
dell'Etna 



Ora 



Osservatorio 
di Catania 



Osservatorio 
dell'Etna 



84T41 "-9 
41*3 

44-1 



42-3 
44-8 
48'0 
46-9 
45-1 





5 agosto 1897 






h m 


96°10'48"-6 
52 5 
?6-3 


144 
140 
132 


7-10 
7-30 



84T39-9 
43-6 



9610'52"-7 
56-1 



141 
133 



6 agosto 1897 



47.6 
51-3 
49-7 
51-1 

48-2 



144 


7-40 


137 


7-50 


136 


800 


135 


8-10 


141 


8-30 



51-1 
52.3 





7 agosto 1897 


51-7 


130 


8-20 


52-7 


117 


8-30 



47-7 
47-0 
439 
46-6 

44-8 



50-3 
53-6 



51-2 


134 


55-2 


130 


55-9 


133 


50-2 


137 


52-0 


137 



59-2 
538 



122 

124 



Si vede quanto regolare sia il fenomeno lungo questa traiettoria (lun- 
ghézza : km. 27 ; dislivello tra gli estremi: 2870 m. circa). 

Dalle osservazioni si deduce un valor medio del coefficiente 

n= 0-135 (peso 19), 

ed è singolare la coincidenza di esso col valore che si deduce dalle osserva- 
zioni fatte, nell'agosto 1895, tra la Martorana e M. Pellegrino (1). 

13. Nel quadro seguente si riportano le osservazioni reciproche e con 
temporanee tra Martorana e Pellegrino. 11 prof. Venturi osservava dalla spe- 
cola della Martorana; il prof. Soler, dal semaforo di Pellegrino. 



(1) Cfr. Venturi e Lopkkfido, lavoro citato. 



252 



CORPADINO MINEO 



Traiettoria Martorana=Pellegrino. 

(Osservatori : Venturi e Soler) 



Ora 



Martorana 



Pellegrino 



Ora 



Martorana Pellegrino 



14 dicembre 1897 



h m 


20-30 


40 


50 


21-00 



84°14'47"2 
44-9 
44-7 
46-0 







h m 


95°38' 5"7 


073 


21-10 


38-59-4 


119 


20 


38- 5-6 


087 


30 


37-56-4 


129 





84 2448"7 
41-6 
38-0 



95 38'0"-« 
5 -2 
1 -3 



092 
100 
130 



15 dicembre 1897 



950 

1010 

10 

20 

30 

40 

50 

11-00 

10 

20 

30 

40 

50 

12-00 



34-2 
35.5 
37-1 
36-4 
39-6 
39-0 
34-9 
37-4 
37-1 
38-7 
37-4 
371 
37-5 
38-2 



38 -0 9 


168 


14-10 


37-56-6 


181 


50 


48-9 


217 


15-00 


49-2 


219 


10 


50-1 


197 


50 


491 


206 


2000 


46-4 


242 


10 


51-7 


200 


20 


53-9 


190 


30 


52-3 


190 


40 


50-2 


208 


50 


53* 5 


192 


21-00 


55-0 


182 


10 


58-5 


KiO 


20 
30 



37-7 
38-3 
404 
39-0 
40-2 
36-9 
37-8 
32-7 
369 
349 
36-5 
33-8 
35-6 
34-2 
34-6 



•55 - 4 

50-4 

526 

57-0 

536 

0-8 

•58-0 

3-2 

0-6 

37-58-4 

57-2 

57-0 

57-1 

58-9 

38- 1-2 



38- 
3? 
38- 



179 
203 
179 
163 
175 
154 
165 
164 
155 
178 
176 
190 
181 
179 
165 



16 dicembre 1897 



9-00 
10 
20 
30 
40 
50 
1000 
1210 
20 



39-4 
35-9 
34-9 
36-1 
36-4 
32-9 
36-5 
36-9 
37-5 



51-0 
54 - 7 
53-5 
50-8 
51-7 
55-2 
52-7 
58-4 
59-0 



193 


12-30 


192 


30 


204 


50 


212 


1300 


206 


10 


206 


20 


200 


30 


167 


40 


161 


50 



36-5 
38-9 
391 
39-0 
39-6 
41-7 
37-4 
38-4 
403 



52-7 


200 


52-9 


186 


46- L 


221 


55"1 


174 


58-3 


153 


54-6 


162 


53-6 


190 


58-4 


159 


56-1 


162 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 253 

Il fenomeno è qui molto irregolare, nonostante che la traiettoria sia breve 
(circa 6 km.) e con forte dislivello tra i suoi estremi (circa 600 in.). Dalle 
sservazioni diurne si trae il valor medio 

n = 0-189 (peso 37), 

molto più alto di quello riscontrato, per la stessa traiettoria, nel 1895 (u. 12). 
Ma le osservazioni del 1895 ebbero luogo nell'agosto mentre queste, del 1897, 
urono eseguite nel dicembre; ed è conforme alle previsioni teoricbe che il 
coefflcieute di rifrazione sia più alto in dicembre che in agosto. 
Dalle osservazioni notturne (20* — 21* ) si ricava 

n = 0*144 (peso 17). 



14. IS"on riporto tutte le osservazioni compiute, dal Venturi e dal So- 
ler, su Valguarnera e Oiancardo. Mi limito a una serie di misure eseguite 
durante tutto l'anno 1898; che negli altri anni la rifrazione lungo queste 
traiettorie presenta suppergiù le stesse vicende. 



254 



COH RADINO Ml.VEO 



11 



Traiettorie Martorana=VaIguarnera e Martorana=Ciancardo 

(Osservatori: Vestiri e .Soler.) 



o 
a 

e 


Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


e 


Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


e 


z 


n 


z 


l 
n \ 


z 


il 


^ /< 





h m 


3 


11.30 


» 


16-00 


10 


11-30 


11 


15-30 


13 


11-30 


» 


15-30 



11-30 
1600 



38-10-71 

o.-s 



158 
194 



Gennaio 1898 



89'38' 4".: 


186 


37-58 -5 


213 


38- 3-4 


191 


37-46 -2 


267 


38- 8-3 


169 


37-52 -7 


240 









h ni 


88'49'45"7 


181 17 


11-30 


43-0 


195 19 


16-00 


41-2 


204 23 


11-30 


38-6 


217 24 


1600 


48-0 


169 31 


11-30 


41-0 


205 


» 


15-30 



Febbraio 1898 



49-6 
51-0 



161 
153 



18 



11-30 
16-30 



89 38 10 6 


159 


37-59 -6 


208 


38- 6-3 


178 


1-7 


198 


15-1 


139 


3-9 


189 



11-8 
2-91 



15o 

193 



88 49 49 


1 


163 


40 


•2 


178 


54 


"5 


136 


46 


•0 


170 


53 


•4 


141 


47 


•3 


172 



49-3 162 
47-5 171 



Marzo 1898 



1 


11-30 


16-4 


133 


54-1 


138 


11 


11-30 


12-3 


151 


45-9 180 


» 


15-30 


6-3 


178 


51-1 


153 


12 


16-30 


3-9 


189 


51-1 153 


4 


11-30 


15-2 


133 


49-4 


102 


22 


11-00 


8-2 


169 


45-3 183 


» 


16-30 


50 


183 


492 


163 


» 


1700 


37-58-5 


212 


46-1 179 


8 


11-30 


6-4 


178 


• 48-8 


165 


25 


11-00 


38- 9-7 


163 


49-5 161 


» 


16-30 


3-2 


192 


49-0 


164 


»» 


16-30 


3-9 


189 


50-2 158 






Aprile 1898 






5 


11-30 


9-3 


169 


52-6 


145! 


15 


11-30 


13-6J 145 


49-9' 159 


» 


16-15 


6-0 


174 


49-2 


162 


» 


16-30 


37-59-3 209 


48-0 169 


12 


. 11-30 


0-5 


207 


51-2 


152 


25 


11-30 


38- 6-2 178 


42-0 200 


» 


16-00 


37-48-3 


259 


37-6 


222| 


» 


16-30 


37-51-2] 245 


42-3 198 






Maggio 1898 


• 




3 


11-30 


59-5 


208 


401 


209 


21 


11-00 


57-3 


218 


43-0 194 


» 


16-30 


450 


273 


37-3 


224| 


» 


1700 


56-3 


222 


44-7 186 


13 


11-30 


51-4 


264 


• 31-5 


254 


31 


11-30 


18-18-6 


123 


54-2 137 


» 


16-30 


38- 9-1 


146 


51-3 


152; 


» 


17-00 


8-1 


170 


53- s 139 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 



255 



o 
a 

U 

o 


Qra 


Val guar nera 


Cianca rdo 


o 

e 

o 

s 


Ora 


Valgnavnera 


Ciancardo 


e 


Z 


n 


Z 


n 


Z 


n 


z 


n 



Giugno 1898 





h m 


2 


11-00 


» 


16-30 


4 


11-00 


» 


15-00 



89°38' 2"4 


195 


37-53 -4 


235 


46-9 


2G4 


35-3 


316 



88°49'43"7 


191 


20 


10-00 


40-9 


205 


» 


16-30 


41 -7 


201 


20 


11-30 


36-1 


230 


» 


10-30 



89"38'23"5 


102 


6-1 


179 


10-8 


158 


5-9 


180 



88'49'50"2 
50-9 
46-9 
49-9 



156 
159 
175 
159 



Luglio 1898 



2 


1000 


» 


16-30 


11 


10-00 


» 


16-30 


18 


11-30 


» 


16-30 



38-14-0 


144 


5-2 


183 


37-58-8 


211 


38- 4-3 


187 


17-4 


123 


3-9 


189 



52-4 
49-5 
42-2 
49-8 
45-9 
52-9 



146 
161 
199 
160 
180 
144 



11-00 


37-58-3 


213 


43-2 


193 


16-30 


58-6 


212 


43-6 


192 


11-00 


38- 4-4 


186 


32-9 


247 


16-30 


7-3 


174 


38-2 


219 


12-00 


14-8 


143 


49-7 


169 


17-00 


1-8 


198 


46-7 


176 



Agosto 1898 



11 
13 
16 



11- 
16-30 
11-00 
16-00 



17-3 


129 


3-8 


189 


11-8 


153 


6-7 


176 



50-1 


158 


18 


11-00 


48-5 


166 


20 


16-00 


51-2 


152 


23 


11-00 


42-4 


198 


26 


17-00 



13-2 

4-8 

14-8 

0-7 



147 
184 
143 
203 



60-8 
55-3 
42-9 
43-0 



103 
131 
195 
195 



Settembre 1898 



5 


11-30 


12-8 


149 


47-5 


1711115 


11-00 


9-0 


166 


47-6 


171 


7 


16 30 


3-4 


191 


50-0 


15917 


16-00 


5-5 


181 


50-7 


155 





11-00 


11-9 


153 


47-8 


170 24 


1000 


8-9 


167 


49-0 


164 


3 


16-30 


0-4 


208 


43-7 


191 


27 


16-30 


5-7 


181 


43-5 


192 






Ottobre 1898 






4 


1100 


1 0-2 


210 


44-7 


1861 


18 


11-30 1 


12-5 


1501 


470 


174 


(i 


16-30 


1 10-5 


159 


50-5 


1561 


20 


15-00 


3-9 


189| 


46-8 


175 



Novembre 1898 



11-30 1 
15-30 l 



2-5 
2-5 



1951 
190| 



43-2 
42-5 



194 
197 



11-30 I 
1530 l 



6-7 
6-6 



1761 
177 



48-5 

52-7 



166 
145 



256 



CORRADINO M1NEO 



Uà questo quadro si vede quanto siano alti i valori di ». Inoltre i va- 
lori medi dedotti dalla traiettoria Martorana-Valguarnera sono costantemente 
più alti di quelli dedotti dalla Martorana-Cian cardo (per l'anno 1898 come 
per gli altri anni). Fin da ora possiamo dire, salvo a tornare sull'argomento 
(u. 20), che la differenza non si può ascrivere che alla diversa altitudine dei 
punti mirati; giacché le due traiettorie, quanto al resto, sono press'a poco 
nelle stesse condizioni (un. 7 e 8). 

Nel seguente quadro do i valori medi dei coefficienti di rifrazione, de- 
dotti dal complesso di tutte le osservazioni (Venturi-Soler). 

Quadro riassuntivo delle osservazioni da Martorana 
su Valguarnera e Ciancardo. 

(Osservatori : Venturi e Soler.) 



STAGIONE 


COEFFICIENTE n 


MEDIO DI RIFRAZIONE 




= ~ te 

a 


"E «1 


ed 


Traiettoria 

Martorana-Valg'uarnera 




Traiettoria 
Martora na-Ciaiicardo 




;= ~ ~ 


ANNO 


ll h -12 h 


s 
■r. 

a. 


15 h -17 h 


e 

« 

<u 

a 


i Il h -J2 h 


o 

OQ 

a. 


15M7 h 


e 

W 

a. 


C " t£ 


55 

r-i 


Està. . . . 
Autunno . 


151 
160 

161 
182 
169 
169 

156 
147 


19 

25 

18 
27 
26 
15 

37 
11 


203 
210 

197 
209 
191 
193 

185 
186 

208 
196 
168 


43 
26 

21 
32 
24 

8 

27 
20 

2 

5 
o 


174 
166 

162 

179 

173 

( 164 

159 
139 


16 
25 

18 
27 
26 
15 

37 
14 


181 

182 

170 
175 
168 
176 

159 

167 

183 

178 
152 


43 
26 

21 

32 
24 

8 

27 
20 

o 

5 

2 


181 

180 

179 
187 
175 
172 

164 
164 


180 


36 
i— i 


Inverno. . 
Primavera 
Està. . . . 
Autunno . 


178 


OS 

35 
i— i 


Primavera 
Està 


164 


5 


Està 




© 


Primavera 




23 

i— i 


Primavera 





Queste medie, come si vede, oscillano intorno a valori sempre alti di n. 

15. Nel quadro seguente, riporto alcune delle serie di misure compiute 
da me, dalla Martorana, su Valguarnera e Ciancavdo, allo scopo di studiare 
1' andamento diurno del fenomeno. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 257 

Traiettorie Martorana=Valguarnera e Martorana=Ciancardo. 

(Osservatore : Mi^EO.) 



Ora 



Valgnarnera 



Ciancardo 



Ora 



Valeuarnera 



Ciancardo 



27 gemiaio 1908 



h m 

8-30 

9-30 

10-30 

11-30 

12-30 



900 
1000 
11-00 
12-00 
13-00 



8-30 

9-30 

11-30 

12-30 



10-30 
11-30 
12-30 



8-30 
10-00 
12-00 



10 00 
11-00 
12-00 
13-00 



37'49"5 


252 


53-3 


235 


38- 3-8 


189 


3-7 


190 


9-7 


163 



1-0 


206 


11-3 


156 


161 


135 


20-8 


113 


8-4 


169 



4-9 


184 


4-7 


185 


4-9 


184 


21-3 


111 







li m 


88°49'45"0 


184 


13-30 


invisibile 


— 


14-30 


51-6 


145 


15-30 


55-0 


133 


16-30 


invisibile 


— 





89'38'10"2 

15-3 

12-6 

7-5 



6-0 


179 


13-7 


145 


11-3 


156 


16-2 


130 



24 febbraio 1908 



40-9 


205 


14-00 


53-3 


142 


15-00 


52-7 


145 


16-00 


55-3 


131 


17-00 


56-7 


124 





30 marzo 1908 



45-2 


199 


13-30 


53-8 


139 


14-30 


51-4 


151 


16-30 


61-8 


096 





6-9 
5-5 

7-9 



19 aprile 1908 



161 
138 
150 
173 



12-0 


153 


11-7 


154 


37-39-1 


299 


38- 2-6 


194 



176 
181 
171 



88'49'52"8 
invisibile 

58-0 
49-4 



50-0 
56-9 
196 
43-6 



30 giugno 1908 



46-2 


178 


14-00 


52-5 


146 


1500 


53-4 


141 


16-00 


43-8 


191 


17-00 



10-6 
17-6 
17-6 
11-9 



160 
128 
128 
153 



45-4 
49-7 

45-8 



54-4 
53-7 
55-0 

51-8 



144 

128 
162 



159 
123 
314 
162 



182 
169 
180 



37-53-8 

38-13-6 

14-4 


234 
145 
142 


44-8 
60-2 
46-2 


185 
106 
178 


13-30 
14-30 


9-2 
37-57-3 


165 
218 


56-4 
50-5 


126 
156 




13 maggio 190 


3 




37-58-2 

58-2 

38-13-4 


214 
214 
138 


46-8 
49-9 
52-8 


175 
159 
144 


14-00 
16-00 


38-3-3 
6-5 


191 
177 


50-2 
50-5 


158 
156 



136 
139 
133 
140 



33 



258 



C0RRAD1X0 MINEO 



Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


z n 


z 


n 


z n 


Z il 



h m 


8-00 


1000 


15-00 



900 
10-00 
11-00 



8-00 
1030 
12-00 
1300 



10-00 
11-00 
13-00 



9-30 
12-00 
13-00 



8-30 
9-12 



89 38' 0"1 
9-0 
9-6 



caliginosa 
37-53-4 
56-9 



38- 6-0 
pioggia 



308 
106 
163 



37-50-8 


246 


38- 7-7 


171 


7-1 


175 



6-6 


176 


11-5 


155 


24-1 


099 


17-7 


127 



11-3 


156 


37-56-6 


221 


38- 4-3 


187 



235 
220 



179 



27 luglio 1908 







h ni 


49 47' 6 


171 


1700 


55-1 


133 


18-00 


52-7 


145 





12 agosto 1908 

41*91 200 12-00 
40-3 208, 14-00 
51-0 153 15-00 



89 38 14' 4 
10 



10-9 
10-7 

12-0 



28 settembre 1908 

50-8 1 155 15-00 
54-7 j 135 16-00 
58-0 I 118 17-00 
invisibile — I 

30 ottobre 1908 



54-5 
42-6 
61-1 



136 15-00 
197 17-00 
102 i 



6-4 

2-8 
caliginosa 



40 

3758-2 



30 novembre 1908 



31-4 


254 


\ 15-00 


42-8 


196 


1 16-00 


39-3 


214 


1 



7 dicembre 1908 



57-8 



123 



12-00 
15-00 



55-2 
53 # 7 



or* 
56-9 



142 
161 



158 
159 
153 



178 
194 



I 188 l 
214 



2271 
234 



88*4953 7 

51 *5 



139 
146 



51-2 


153 


50-4 


157 


54-3 


137 


50-9 


154 


48-7 


167 


32-7 


248 



58-6 

49-8 



33-7 

41-8 



3S-7 
43-3 



115 
160 



242 
201 



217 
193 



Alcune di queste serie (febbraio , marzo , maggio , settembre) seguono 
abbastanza bene la legge empirica del Bayer : altre sono assai meno rego. 
lari. Si conferma, però, il valore alto del coefficiente di rifrazione (più alto 
per la Martorana - Valguarnera). 

16. ideile misure seguenti, i due soliti segnali sono osservati da Talverde. 
Mentre, alla Martorana, le osservazioni si facevano dalla torretta, perfetta- 
mente isolata e coperta, a Valverde era costretto a osservare dalla terrazza 
dell'Osservatorio meteorologico, mettendo lo strumento al riparo d'un grande 
ombrellone geodetico. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 



259 



Traiettorie Valverde=Valguarnera e Valverde=Ciancardo. 

(Osservatore : Mineo.) 



Ora 



Valguarnera 



Ciancardo 



Ora 



Valguarnera 



Ciancardo 



7-00 

7-30 

8-00 

8-30 

9-00 

9-30 

10-00 

10-30 

11-00 



7-00 
7-30 
8-00 
8-30 
9-00 
9-30 
10-00 
10-30 



10-30 
11-00 
11-30 
12-00 



7-00 
7-30 
8-00 
8-30 



8-30 

9-00 

9-30 

10-00 



89°48'41"4 


291 


43-7 


282 


. 49- 1 -7 


211 


•17-0 


152 


17-9 


152 


27-0 


113 


26 


117 


32-4 


090 


35-8 


079 



11-6 


173 


0-4 


217 


20-6 


138 


39-6 


064 


36-2 


077 


32-6 


091 


26-4 


115 


32-9 


090 



30-7 


099 


31-7 


095 


38-5 


068 


35-6 


079 



48-48-6 


263 


54-7 


239 


59-6 


220 


49-38-1 


070 



4843-1 


284 


59-7 


219 


49- 9-9 


180 


10-8 


176 



26 agosto 1914 



89" 8'22"9 
22-4 
36-4 
36-0 
42-6 
51-4 
46 
54-2 
49-2 





h ni 


367 


11-30 


270 


12-00 


209 


12-30 


210 


13-00 


181 


1600 


142 


16-30 


166 


17-00 


130 


17-30 


152 


18-00 



89°49'30"3 


062 


40-1 


062 


24-8 


122 


32-0 


094 


32-9 


090 


19-2 


105 


20-4 


139 


15-6 


159 


5-3 


198 



23 settembre 1914 



44-0 


173 


14-30 


32-2 


227 


1500 


38-6 


199 


15-30 


53-6 


132 


1600 


62-1 


094 


16-30 


51-4 


142 


17-00 


42-4 


182 


17-30 


48-8 


154 





2 ottobre 1914 



50-2 


147 


12-30 


41-8 


185 


13-00 


46-3 


165 


•13-30 


33-7 


221 


14-00 



3 ottobre 1914 



19-2 


285 


900 


35-4 


213 


9-30 


27-5 


248 


10-00 


49-7 


150 


10-30 



6 novembre 1914 



7-2 


339 


1030 


24-6 


261 


11-00 


35-6 


212 


11-30 


259 


285 


12-00 



23-2 
26-4 
17-9 
23-5 
22-9 
18-6 
11-1 



36-3 
39-9 
24-5 
31-2 



128 
115 
152 
127 
129 
146 
175 



077 
063 
123 
097 



29-1 


140 


34-6 


083 


19-5 


142 


21-7 


133 



24-6 


123 


37-5 


072 


21-2 


136 


14-9 


160 



89' 8'35"7 



56 
46 
42 
55 
45 
38 
35 
28 



38-9 
46-5 
36-6 
47-6 
42-5 
41-8 
34-7 



39-9 
41-2 
45-7 
50-2 



42-7 

40-1 
34-3 
349 



42-0 
43-4 
400 
40-8 



167 
120 
165 
181 
123 
167 
207 
214 
245 



198 
164 
208 
159 
182 
185 
216 



193 
187- 
167 
142 



181 
192 
218 
215 



184 
178 
192 
189 



260 



CORPAD1NO MINEO 



Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


Ora 


Valguarnera 


Ciancardo 


Z 11 


Z 


n 


z n 


Z II 



2 dicembre 1914 



14-30 
15-00 



49'25"9 
20-2 



118 
140 



89° 8'43"9 
- 46-6 



173 
164 



15-30 
16-00 



89 49' 8 "5 
9-2 



186 

182 



89 831 3 242 
29-8 240 



Qui il feuoineuo è più irregolare , specialmente nella traiettoria Val- 
verde - Valguarnera, dove si presentano valori molto grandi del coefficiente 
nelle ore del mattino e valori piccoli (non mai avuti nella traiettoria Mar- 
torana- Valguarnera) nelle ore calde della giornata. Osserviamo per ora che 
la traiettoria Val verde - Valguarnera è meno inclinata della Martorana- Val- 
guarnera, giacché Valverde è più alto della Martorana (n. 9). 

17. Nel quadro seguente, infine, riporto le osservazioni reciproche e 
contemporanee tra l'Osservatorio astronomico di Palermo e Valguarnera. 
Nelle due stazioni, le operazioni avevano luogo,- necessariamente, all'aperto 
e gii strumenti erano al riparo di grandi ombrelloni geodetici. 

Si osservò dal 17 al 23 luglio ; ma , per le necessarie prove e per le 
solite ragioni di poca visibilità dei segnali, le osservazioni bene riuscite sou 
quelle del 19 e 23 luglio. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 201 

Traiettoria Osservatorio astronomico = Valguarnera. 

(Osservatori : Mineo e Capp adona)- 





Osservatorio astronomico 










Ora 




Valguarnera 


n, 


n 2 


n 




di Palermo 




2 








19 


luglio 1918 






h ni 


. 










930 


89°49'11"3 


901713' 3 


273 


104 


188 


1000 


6-3 


13-0 


298 


102 


200 


1030 


52-1 


13-7 


101 


101 


101 


11-00 


45-1 


23-7 


130 


060 


095 


12-30 


49-1 


23-6 


113 


061 


087 


1300 


50-18-0 


239 


-008 


059 


025 


13-30 


32-0 


25-8 


-067 


051 


-008 


14-00 


22'8 


21-1 


-029 


071 


021 


14.30 


49-43-1 


9-2 


139 


121 


130 




23 


luglio 1918 






8-30 


31-4 


12-8 


188 


106 


147 


9-00 


29-8 


11-3 


191 


117 


154 


9-30 


50-5-8 


17-6 


046 


082 


064 


1000 


50 


18-9 


050 


076 


063 


10-30 


• o-o 


15-1 


071 


093 


082 


11-00 


3 2-8 


20-8 


013 


073 


043 


12-00 


22-3 


32-1 


-026 


026 


000 


12.30 


160 


250 


-002 


054 


026 


13-00 


16-8 


14-2 


-003 


099 


048 


13-45 


21-6 


21-3 


-024 


070 


023 


14-30 


18-8 


17-1 


-008 


084 


038 


15-00 


14-4 


22-0 


007 


067 


037 



L'Osservatorio astronomico è aucora più alto dell'Osservatorio meteoro- 
logico, sicché questa traiettoria è la meuo inclinata all' orizzonte. 

Come si vede, le osservazioni presentano il fenomeno interessante di ri- 
frazioni negative nella stazione più bassa. In modo assai più spiccato que- 
sto fenomeno si è presentato al Prof. Barbieri nelle sue interessanti osser- 
vazioni estive nella pianura leccese (1). 



(1) Barbieri, Ricerche svila rifrazione terrestre eseguite a Lecce nel 19l'2 (Memorie della 
Società delle Scienze, 1904). 



CORRADINO MINEO 

ÌNel quadro precedente, n i e n t sono i coefficienti locali, all'Osservatorio 
e a Valguarnera, mentre n è, al solito, il coefficiente medio della traiettoria. 

18. Coefficiente meridiano di ritrazione. Ho creduto opportuno di calcolare 
le medie, distribuite per mese e per anno, del coefficiente nelle ore più 
,calde (dalle 11 alle 13) , non solo perchè in quelle ore la rifrazione è più 
regolare, ma perchè così i dati sodo più comparabili. 

Ho considerato a parte le due traiettorie Val verde- Valguarnera e Osser- 
vatorio- Valguarnera , che presentano le anomalie già segnalate; mentre ho 
associato le altre, dove la rifrazione ha presentato suppergiù le stesse vi- 
cende e gli stessi valori. 



Coefficiente meridiano di rifrazione. 





TRAIETTORIE 


TRAIETTORIE 




Martorana= Valguarnera, Mar torà na = Ciancardo 


Valverde-Valguarnera 


Mesi 


Martorana-Pellegrino e Valverde=Ciancardo 


e Osservatorio=Val camera 




1897 


e 


1898 


© 


1899 


a 


1908 


o 
te 


1914 


m 


1914 1 § 


1918 


x 






cu 




Cu 




Oi 




— 




— 


e 




— 


Gennaio. . . . 






170 


16 






165 


16 














Febbraio 












161 


8 






141 


22 














Marzo . 












154 


18 


136 


16 


145 


20 














Aprile . 












165 


14 


171 


20 


163 


14 














Maggio . 












176 


18 


151 


26 


169 


i 














Giugno . 












214 


22 


157 


11 


172 12 














Luglio . 








135 


5 


168 


16 


133 


18 


161 


6 










046 


i 


Agosto . 








154 


18 


155 


12 






158 


8 


160 


6 


090 


6 






Settembre 








172 


12 


160 


8 






122 


6 


154 


1 


090 






Ottobre . 








159 


18 


161 


22 






174 


12 


187 


6 


080 


6 






Novembre 








168 


L6 


185 


3 






204 


6 


189 


3 


123 


3 






Dicembre . 








172 


29 










216 


o 















Non si scorge alcuna legge di variazione del coefficiente meridiano du- 
rante 1' anno : solo si nota che sono abbastanza concordanti le medie men- 
sili degli anni 1898 e 1908 , eccezion fatta per i mesi di giugno e di set- 
tembre, nei quali si hanuo le massime discordanze; ma nel settembre le 
osservazioni son poche, e nel giugno 1908 in minor numero di quelle del 
giugno 1898. 



NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA IN SICILIA 263 

19. Errori temibili nei dislivelli. — Per vedere quali errori ne possano 
conseguire per i dislivelli nel caso che questi si volessero calcolare per 
mezzo delle zenitali osservate nei vari anni , consideriamo p. es. le due 
traiettorie Martorana - Oiancardo e Martorana - Valguarnera e assumiamo 
come valor medio del coefficiente : 

« = 0-17. 

Ponendo H z — H i =h , dalla (5) del n. 4 abbiamo con sufficiente appros- 
simazione 

h = S —' 



tang(c-|) 



dove C è il valore che compete a ciascuna traiettoria. Il valore h* del di- 
slivello che si deduce in funzione della zenitale osservata s , è dato invece 
dalla forinola 

h*= ' 



tang 



M) 



essendo 



5V-I+* 



Segue, dalla formola di Lagrangia : 



Mi=h—h*-. 



radiauteXsen 



Ir** 1_\ 



dove C** è un valore interno all'intervallo (C, C*). 

Nel caso di Ciancardo , tenendo presenti i valori estremi avuti per z 
nelle osservazioni dei vari anni, si trova, per n = 017: 



ìi'l 



+z-Z 



e quindi, per l'errore A/j, uel dislivello 



<10", 



|A7».|<wO-58. 



504 



C0RRAIMX0 MINEO 



Nel caso della traiettoria Martorana-Valguarnera , dove il fenomeno è 
più variabile, abbiamo, sempre per n — G'17 : 



ni 

5+»-d<i6" l 



|Afe|<ml-03. 



Interpretazione dei risultati delle osservazioni. 

20. I fatti più importanti dei quali bisogna cercare di darsi la spiega- 
zione , sono : 1° il valore costantemente alto del coefficiente di rifrazione 
nelle traiettorie Martorana-Ciancardo , Martorana-Valguarnera e Valverde- 
Ciancardo ; 2° il diverso comportamento delle due traiettorie Valverde-Yal- 
guarnera e Osservatorio- Valguarnera/ rispetto alla traiettoria Martoraua- 
Valguanera. 

Le traiettorie, come abbiam detto, presentano questi caratteri: sono 
piuttosto lunghe e hanno un piccolo dislivello tra gli estremi; le puntate sui 
segnali, spesso difficili, risentono certamente delle variazioni di fase del se- 
gnali stessi (variazioni che meriterebbero forse un particolare studio nel fe- 
nomeno della rifrazione). Ma queste circostanze nou sono sufficienti, io credo, 
a spiegare il primo fatto ; la ragione del quale mi pare debba risiedere (salvo 
sempre nuovi studi, in simile materia!) nell'azione del mare. Per le traiet- 
torie, cbe si spiccano dalla Marfcorana , bisogna notare che, per essere la 
specola chiusa e isolata, non è sentitala radiazione del suolo negli strati 
atmosferici immediati, all'osservatore; d'altra parte gli strati atmosfe- 
rici più bassi, per via del mare , sono, a temperatura più bassa di quel che 
sarebbero se non ci fosse il mare ; il che spiega la maggiore altezza del 
coefficiente di rifrazione. (La cosa si spiegherebbe ancora con una costante 
inversione di temperatura tra i due estremi della traiettoria: il che, però, 
è pochissimo probabile). 

Per la traiettoria Martorana-Ciancardo , che sta tutta al disopra della 
Martorana-Valguarnera (essendo Ciancardo circa 150 metri più alto di Val- 
guarnera), gli strati atmosferici superiori attraversati sono più freddi dei cor- 









NUOVI STUDI SULLA RIFRAZIONE 'ATMOSFERICA IN SICILIA 2(55 

rispondenti attraversati dalla seconda traiettoria: interviene quindi un mag- 
gior compenso di densità, die spiega il minor valore del coefficiente lungo 
la prima traiettoria. 

Naturalmente, si spiega ancora perchè la legge empìrica del Bayer non 
sia bene verificata. 

Jl mare, infine, agisce in senso contrario nella stagione fredda che non 
nella calda: di qui la tendenza a livellare i valori dei coefficienti durante 
1' anno. 

Nò si obbietti il piccolo valore del coefficiente inarino, dedotto dalle 
osservazioni del 1891 e del 1901, trattandosi in quelle osservazioni di traiet- 
torie più che radenti ! 

Resta a spiegare il secondo fatto, che ormai sembrerebbe contradditorio. 
Come va che nelle traiettorie Val verde-Valguarnera e Osservatorio- Valguar- 
nera si riscontrino rifrazioni piccole e anche negative, circostanza che non 
si verifica mai nella traiettoria Martoraua-Valguarnera ? 

A Val verde, come ho detto, si osservava dalla terrazza, riparandosi per 
mezzo d'un ombrellone; ma questo, se protegge lo strumento, non evita 
l'effetto della radiazione del pavimento della terrazza, che è addirittura 
enorme nelle ore più calde e nella stagione in cui si riscontrò il fenomeno 
(està-autunno). Il primo tratto della traiettoria (per circa G metri) è radente 
al suolo, e il valore piccolo della rifrazione è dovuto massimamente alla 
presenza di questo strato d'aria molto calda nelle immediate vicinanze del- 
l'osservatore, oltre che al piccolo dislivello dei due estremi della traiettoria 
luminosa (circa GG m.). 

La traiettoria Valverde-Oiaucardo , oltre che è più breve il tratto cor- 
rente sulla terrazza, è più elevata sulla prima (il dislivello tra gli estremi 
è di circa 21G m.) ; e queste circostanze possono spiegare il suo diverso 
comportamento. 

S' intende come gli effetti siano stati più cospicui nella traiettoria Os- 

servatorio-Valguarnera, dove si sono avute rifrazioni negative nella stazione 

più bassa. Qui le osservazioni ebbero luogo in luglio : all' Osservatorio si 

verificava l'enorme radiazione del piccolo [pitto della terrazza e più ancora 

* 3i 



206 COHKADINO MINKO 

dei tetti vicini ; il dislivello tra gli estremi «lolla traiettoria era di appena 
59 metri. 

Del rimanente, per questa traiettoria , dove si hanno osservazioni reci- 
proche e contemporanee, il fenomeno si disegna nettissimo. La traiettoria 
luminosa, nelle ore più calde, presenta al suo inizio (all'Osservatorio) un 
arco di piccolissima lunghezza, che ha la concavita rivolta in alto; dove 
quest'arco termina, la curva ha un punto saliente, dal quale parte un se- 
condo arco la cui concavità è rivolta in basso; finalmente, nell'estremo del 
secondo arco, la curva ha un altro punto saliente, dal quale parte un ul- 
timo arco di breve lunghezza, che continua, però, a rivolgere la sua con- 
cavità verso il basso. Per spiegare interamente il fenomeno, basta supporre 
che il primo arco corrisponda a una distanza ellisoidica di circa G metri ; 
l'ultimo, a una distanza ellisoidica di circa 300 metri (appunto perchè, in 
corrispondenza, la traiettoria luminosa, da Valguarnera, corre piuttosto vi- 
cina al terreno, il quale poi degrada più rapidamente). 

Lungo 1' arco centrale si può ritenere che la rifrazione sia regolare e 
che il coefficiente abbia il valore normale (di circa - 10). 

Certo, nuove osservazioni o esperimenti si rendono necessari, per una 
più compiuta conoscenza della rifrazione in Sicilia, e a ciò, per quanto gli 
scarsissimi mezzi lo permettano, non mancheremo di adoperarci. 



D.ssa MARIA CONCETTA LA ROSA 



iiiinie li temperatura nell'etti li torsione 

Determinazione lì alta prensione latta sopra on tuo di lutei <" 



Nel corso di alcune ricerche sperimentali di alta precisione eseguite in 
questo. Istituto Fisico, sulle oscillazioni di un sistema elastico di torsione, e 
nelle quali fui chiamata a prestare la mia collaborazione, fu affidato a me 
l'incarico di determinare il coefficiente di temperatura del modulo di torsione 
del filo impiegato, con la stessa precisione raggiunta in dette ricerche, ben 
più grande di quella che è stata raggiunta nelle misure del genere sinora 
fatte (2). 

Le difficoltà che si debbono superare in questo genere di determinazioni, 
se sono troppo ovvie a pensare, sono difficili a superare, specialmente quan- 
do le esigenze della precisione siano così grandi come quelle che mi erano 
state imposte; sicché credo di fare cosa utile nel dare un breve riassunto del 
mio lavoro. 

La temperatura influisce per varie vie sul periodo delle oscillazioni: 

a) Altera le dimensioni del corpo sospeso al filo, e quindi il momento 
d'inerzia. 

b) Altera le dimensioni del filo, e quitidi il valore «del momento di 
torsione unitario ». 



(1) Memoria presentata dal socio Prof. Corradino Miueo , nella tornata del 1° maggio 
1923. Deliberata la stampa il 23 dello stesso mese ed anno, dietro approvazione d'una com- 
missione, composta dei soci : Angelitti Filippo, La Rosa Michele e Mineo Corradino. 

(2) Coulomb, Werheim, Kupfer, Cantoue, ecc. 



268 MARIA C0XCETTA LA ROSA 

c) Altera il modulo di «rigidità» del corpo, o la costante di torsione, 
e perciò influisce di nuovo sul momento di torsione unitario. 

Le due ultime variazioni sogliono venire considerate in blocco, e si suole 
perciò parlare di un cambiamento del modulo di torsione del fito dato, e non 
del materiale di cui esso è fatto. 

Per maggior chiarezza ricorderemo che il periodo di oscillazione di un 
sistema come questo considerato viene espresso dalla formola 



= Mi 



essendo \i il momento d'inerzia del corpo sospeso al filo, rispetto all'asse di 
questo e k il « momento di torsione unitario », e ricorderemo che k va rica- 
vato dalla formola : 

2 v, M L 
iù — ~ — X 



n r 



tenendo presente che 



. M _ TU 



(o 2 L L 

essendo L ed r le dimensioni del filo, M il momento della coppia di torsione 
che vi è applicata, w l'angolo di torsione ed n il modulo di rigidità del ma- 
teriale di cui il filo è costituito. 

Dell'influenza della temperatura su \l riesce facile tener conto, se il corpo 
sospeso al filo ha forma geometrica molto semplice e regolare, come sempre 
si suol fare, per es. : cilindro, parallelepipedo, sfera etc, o se esso è costituito 
di parti di queste forme, perchè si conoscono con sufficiente esattezza i coef- 
ficienti di dilatazione dei materiali più comunemente impiegati. 

Meno facile riuscirebbe il calcolo della correzione dipendente dai muta- 
menti delle dimensioni del filo, o più precisamente del raggio, malgrado la 
conoscenza del coefficiente di dilatazione, a causa della piccolezza di questo, 
e quindi della debole precisione che si può raggiungere nella sua misura, e 
della grande influenza che avrebbe sul risultato un piccolo errore commesso 
su r a motivo dello esponente con cui esso entra nella nostra relazione. 



IL COEFFICIENTE DI TEMPERATURA NELL'ELASTICITÀ DI TORSIONE £69 

Per questo motivo si ritiene spesso preferibile di conglobare i mutamenti 
delle dimensioni con quelli del modulo di rigidità, per foggiarsi un solo coef- 

n r ' 



ficiente di variabilità della quantità 



o meglio dello stesso k, e viene 



designato col nome di modulo di torsione del filo dato. 



Disposizione sperimentale. 



L'apparecchio destinato ad oscillare era costituito da un cilindro circo- 
lare di ottone, cavo e riempito con piombo, il tutto molto ben tornito, così 
da riuscire perfettamente simmetrico rispetto all'asse geometrico, cbe serviva 
di asse di oscillazione. 

Era portato da un filo di nickel molto regolare, di mm. 0,65 di diametro, 
lungo 75 cm. Il giunto era costituito da un lungo (22 cm.) gambo cilindrico 
di ottone, a cui era saldato e stretto a vite il filo di sospensione. 

L'estremo superiore del filo era saldato ad un altro cilindretto di ottone 
che, con l'intermediario di un apposito pezzo, veniva fortemente assicurato 
ad una mensola molto robusta, solidamente incastrata in un grosso muro 
interno di questo Istituto. Questo, per la sua costruzione e ubicazione, dava 
piena garenzia di stabilità sotto il doppio punto di vista meccanico e termico 

Il cilindro oscillante veniva a trovarsi sospeso a 30 cm. di altezza da una 
larga mensola di marmo, sulla quale coassialmente corrispondente con esso 
era stato disposto uno speciale sostegno, che serviva a farlo ruotare di un 
angolo determinato, senza imprimergli movimenti laterali; cioè a dare al si- 
stema sospeso una determinata torsione iniziale a, senza scosse o sposta- 
menti nocivi. 

Questo sostegno era composto di un treppiedi di ottone a viti calanti 
occorrenti per la livellazione, di una colonna cilindrica di altezza variabile 
mediante cremagliera, di una piccola piattaforma circolare girevole rispetto 
alla colonna, in grazia della solita montatura tronco - conica. 

Questa piccola piattaforma portava tre dentini disposti secondo i vertici 
di un triangolo equilatero, con centro sull'asse di rotazione, destinati a sol- 
levare il pendolo di torsione. Questo sostegno era disposto in modo che 



270 MARIA CONCETTA LA ROSA 

l'asse della colonna si trovava sul prolungamento del filo di sospensione, co- 
sicché, manovrando la cremagliera, era possibile sostenere leggermente il pen- 
dolo, e quindi dargli quella torsione iniziale che ci piaceva, senza andare in- 
contro ad apprezzabili perturbazioni. 

Due arresti, opportunamente disposti al disotto della piccola piattaforma 
di sostegno, servivano a mantenere costante l'angolo scelto. 

11 gambo del pendolo portava attaccato uno specchietto, sul quale veniva 
a riflettersi un fascio di luce uscente da una fenditura sottile fortemente illu- 
illuminata; fascio che penetrava iti un cannocchiale allorché lo specchio pas- 
sava per la posizione di riposo del pendolo, formando una sottile immagine 
sullo incrocio dei fili del reticolo. 

La misura del periodo di oscillazione fu fatta con un pendolo regolatore, 
ed un ottimo cronografo a punte di Mioni (1). 

Il funzionamento di questo insieme era eccellente. 



Oggetto di molte scrupolose cure fu il dispositivo destinato a creare at- 
torno al filo di sospensione quella temperatura costante che si desiderava, ed 
a farne la misura; e ciò perchè esso^doveva rispondere alla doppia condi- 
zione di dare una temperatura costante per tutto il tempo, abbastanza lungo, 
una mezz'ora almeno, occorrente per la determinazione esatta del periodo, 
e di dare una temperatura uniforme lungo il filo, o meglio in tutto 1" am- 
biente in cui esso si trovava insieme allo apparecchio destinato alla misura 
della temperatura stessa. 

Infatti, solo a patto che questa condizione di cose fosse stata ben realiz- 
zata, misure di questo genere potevano avere valore. 

Fu preparata, perciò, una stufa elettrica, costituita da un tubo di ottone 
lungo cm. 88,5, il cui diametro era di mm. 23; questo tubo venne ricoperto 
allo esterno di un leggero strato di cartone di amianto, sul quale vennero 
posti due avvolgimenti di filo di argentana, tali che ogni spira di uno ve- 



li II tutto prestato con gentile solidarietà, a questo Istituto Fisico, dal Prof. C. Mineo 
direttore del Gabinetto di Geodesia di questa R. Università, al quale porgo qui, per la parte 
che mi riguarda, i migliori ringraziamenti. 



IL COEFFICIENTE DI TEMPERATURA NELL'ELASTICITÀ DI TORSIONE 271 

niva a trovarsi fra due spire consecutive dell'altro, a distanza di poclii de- 
cimi di millimetro ; cosicché, facendo passare la corrente nei due avvolgi- 
menti in senso inverso , risultava nullo il campo magnetico all' interno del 
tubo. Ciò per evitare la nota influenza sul coefficiente di torsione. 

Questi avvolgimenti furono ricoperti da uno spesso strato di cartone di 
amianto. 

11 tubo di ottone portava, in corrispondenza alle basi, due dischi spessi 
di fibra , ai quali furono adattati dei tappi di ebanite, la questi etano pra- 
ticati un foro coassiale al tubo , per lasciar passare il filo da studiare , ed 
altri fori (due nel tappo inferiore e uno nel superiore) destinati al seguente 
fine. Quelli a coppia servivano a fare passare, nella camera cilindrica, un filo 
fatto in parte di ferro e in parte di platino, disposto parallelemente ed a breve 
distanza del filo di sospensione dei pendolo, ed in modo che la saldatura ve- 
niva a trovarsi a un terzo della lunghezza di questo; ed un altro filo di ferro 
che veniva pure a saldarsi al platino in corrispondenza dell'altro terzo del 
filo di sospensione. 

È superfluo dire che furono prese opportune cautele, per impedire che 
i fili di ferro venissero a toccare le pareti del tubo ed il filo di sospensione, 
oppure si toccassero fra loro. 

I due fili di ferro e quello di platino, saldati insieme, costituivano evi- 
dentemente il sistema termo-elettrico destinato alla misura della temperatura 
della camera interna del rocchetto, per mezzo di due contatti termo-elettrici 
distinti, situati all'incirca a livello dei punti che dividevano il filo di sospen- 
sione dello apparato oscillante in tre parti uguali. 

E superfluo avvertire che i capi di questi fili, che uscivano all'esterno, 
erano saldati ai fili di rame necessari per le congiunzioni a distanze suffi- 
cientemente grandi dalla stufa, e che le saldature, tenute molto vicine, erano 
ben protette da ogni influenza termica accidentale, in modo da essere sicuri 
che la loro temperatura si manteneva rigorosamente costante. 

Un semplice gioco di commutatore permetteva di inserire nel circuito 
del galvanometro l'una o l'altra delle due coppie termo-elettriche. Così che 
si poteva misurare, con un piccolissimo intervallo di tempo, la temperatura 



272 MARIA CONCETTA LA ROSA 

dominante nella camera , in corrispondenza del terzo inferiore e del terzo 
superiore. 

È superfluo dire che furono chiusi accuratamente con cotone di amianto 
e bambagia i fori superiori della stufa, per evitare il formarsi di correnti 
convettive; ma è bene dire che il filo da studiare fu preso appositamente 
più corto della camera cilindrica, e che perciò dentro di questa penetravano 
per parecchi centimetri il cilindretto di ottone della sospensione ed il gambo 
del cilindro oscillante, in modo che nessuna parte del filo veniva a trovarsi 
in prossimità delle testate del rocchetto-stufa, dove poteva cominciare a ma- 
nifestarsi una incompleta uniformità delle condizioni termiche. 

Parecchi schermi di cartone di amianto furono disposti lungo quella por- 
zione del gambo del cilindro oscillante che emergeva dalla stufa , a fine di 
proteggerlo della irradiazione di questo; fine che fu assai bene raggiunto. 

Naturalmente le due coppie Fé - Pt, prima della loro sistemazione nella 
camera di riscaldamento, furono tarate, insieme con lo stesso galv T anometro 
Hartmann e Braun, con le dovute cure, per mezzo di bagni ad olio e di un 
buon termometro al 0°,1; nell'intervallo °20° - 270°. 

metodo ài misura. 



Un punto importante, nella pratica esecuzione delle misure, riguarda il 
modo di realizzare la costanza della temperatura nella stufa. 

Questa era in circuito con una batteria di accumulatori, un reostato a 
lampade in derivazione, un reostato a corsoio, ed un buon amperometro 
Siemens. 

Il potenziale della batteria era almeno doppio di quello occorrente per 
mantenere nella stufa la corrente di riscaldamento desiderata; questa veniva 
perciò attenuata per mezzo del reostato. 

Per fare una serie di osservazioni ad una data temperatura, si comin- 
ciava a riscaldare ad una temperatura un po' più elevata di quella deside- 
rata, e si faceva allora diminuire la corrente di riscaldamento, cercando da 
allora in poi di mantenerla ad un valore praticamente costante : ciò che si 






LE COEFFICIENZE DI TEMPERATURA NELL'ELASTICITÀ DI TORSIONE 273 

otteneva con la continua sorveglianza della indicazione dell' amperemetro e 
con la manovra del reostato. 

Si seguiva allora per un certo tempo la indicazione data dal galvano- 
metro inserito nel circuito delle coppie termo -elettriche, aspettando die an- 
che questa apparisse sufficientemente costante. 

Allorché questa sufficiente stabilità termica era raggiunta, si constatò 
sempre che le deviazioni date al galvanometro dalla coppia termo-elettrica 
superiore, erano identiche a quelle della inferiore; fatto che dimostrava che 
allo interno della stufa si avevano condizioni di uniformità termica più che 
soddisfacenti. 

Nella maggior parte delle misure fatte si poterono, con queste cure e 
con la continua sorveglianza, ottenere condizioni meravigliose di costanza 
che danno le migliori garenzie per la esattezza dei risultati. 

Raggiunta 1' uniformità e la costanza della tempsratura, si metteva la 
massa sospesa in oscillazione per mezzo dell'apparecchio avanti descritto, il 
quale permetteva di dare sempre la medesima torsione iniziale senza altre 
perturbazioni apprezzabili. Si lasciavano trascorrere, dallo istante in cui il si- 
stema veniva lasciato libero di oscillare, dieci minuti esattamente per assi- 
curare al filo sempre lo stesso stato elastico iniziale, e si cominciava quindi 
ad osservare e registrare gli istanti di passaggio del pendolo per la posizione 
di riposo. 

Si registravano ogni volla 36 passaggi consecutivi, e si sospendeva la 
registrazione, per ricominciarla dal 100 mo al 136 mo passaggio. 

Lo scopo di questo modo di procedere è evidente. L' errore commesso 
nello apprezzamonto cronografìco di ciascun passaggio, dopo un po' di pra- 
tica acquistata, risultava certamente minore di 7, di secondo, sicché l'errore 
da temere nella misura della durata di una oscillazione semplice risultava 
compreso fra l / ì0 e 2 /io di secondo, se si calcolava questa durata facendo la 
differenza dei tempi di due passaggi consecutivi. 

Scegliendo invece l' istante del 100° passaggio e quello iniziale (zero) il 
medesimo errore veniva a cadere sopra una durata cento volte maggiore, in 
modo che l'errore sul valore della durata di un' oscillazione diveniva cento 
volte più piccolo. 35 






274 MARIA CONCETTA LA ROSA 

Siccome poi questa stessa durata di cento oscillazioni si poteva dedurre 
con 36 coppie di passaggi consecutivi (avendone osservato 36 all'inizio e 36 
a partire dal 100°) facendo la media di tutti i valori così trovati , si veniva 
a commettere nella determinazione della durata di un'oscillazione un errore 



medio di 



. „ » v ^ „ volte più piccolo di quello che avrebbe dato la deter- 
100 X 6 

minazione fatta in base a due passaggi consecutivi. 

Immediatamente prima , ed immediatamente dopo la registrazione di 
ciascun gruppo di passaggi, si leggeva la deviazione data al galvanometro 
da ciascuna delle due coppie termo-elettriche, e la temperatura data dal ter- 
mometro posto in conlatto con le saldature fredde. 

La precisione così ottenuta nella determinazione del periodo è di molto 
più grande di quella finora raggiunta nelle misure di questo genere, e riuscì 
adeguata alle esigenze delle ricerche, a cui fu accennato in principio di que- 
sto lavoro, e per le quali queste nostre determinazioni furono intraprese. 

RISULTATI 

Gli specchietti qui trascritti contengono i risultati delle misure. Nella 
prima colonna è segnata la temperatura data dal termometro a contatto con 
le saldature fredde; nella seconda la temperatura interna della stufa, data 
dalla coppia termo-elettrica; nella terza i valori del periodo. 



SERIE ASCENDENTE 

t. a. t. s. T. 



SERIE DISCENDENTE 

t. a. t. s. T. 



17.92 


17.92 


3.9485 


18.03 


32.06 


3.9553 


17.96 


52.21 


3.9648 


17.95 


69.10 


3.9774 


17.85 


86.40 


3.9879 


18.37 


114.57 


4.0021 


18.41 


140.56 


4.0170 


18.64 


160.70 


4.0292 


19.8 


197.85 


4.0652 


19.65 


212.55 


4.0757 



19.65 


212.55 


4.0757 


19.98 


168.48 


4.0518 


20.04 


142.34 


4.0129 


19.77 


118.72 


4.9934 


19.70 


96.15 


3.9818 


19.58 


73.68 


3.9699 


19.34 


49.99 


3.9592 


19.58 


35.48 


3.9523 


19.30 


27.90 


3.9478 



LE COEFFICIENZE DI TEMPERATURA NELL'ELASTICITÀ DI TORSIONE 275 

In modo più evidente i medesimi risultati sono raccolti nel diagramma 
qui unito, nel quale il primo ramo è il luogo dei punti della serie ascen- 
dente; il secondo ramo quello dei punti della serie discendente. 
«p Siccome queste due linee presentano un andamento parabolico, (ossia 
l'andamento stesso che ci presentano molti fattori fisici dipendenti da influenze 
termiche, come il coefficiente di dilatazione, il calore specifico, il coefficiente 
termico della resistenza eie.) la legge di dipendenza del modulo di torsione 
del nostro filo elastico t della temperatura sarà esprimibile per mezzo di 
una forinola del tipo : 

t = t (1 + at + bt 2 ) 2 

cioè da una formo! a parabolica almeno del terzo grado. 

L'influenza di t su t è tuW altro che lieve : essa risulta di un ordine di 
grandezza almeno 10 volte più grande di quella che potrebbero far preve- 
dere i semplici cambiamenti di dimensioni, ciò che ci dice che le modifica- 
zioni subite dalle costanti elastiche del corpo (più precisamente dal modulo 
di rigidità) sono più notevoli di quelle subite dalle dimensioni del corpo. 

Questa influenza deve essere tenuta ben presente in tutte le misure di 
piccole forze, per mezzo delle bilancie di torsione, tutte le volte che si vo- 
glia raggiungere una precisione superiore a un millesimo; nei quali casi oc- 
correrà sempre uno studio preliminare del filo e la determinazione della tem- 
peratura dell'ambiente, con quella precisione che sarà imposta dal limite di 
esattezza desiderato. 

Un altro fatto notevole che ci si presenta è la mancanza di coincidenza 
fra il diagramma ascendente ed il discendente; fatto che ci richiama subito 
il comportamento tipico dei corpi elastici rispetto ai cambiamenti meccanici, 
mostrandoci che anche rispetto ai mutamenti termici il corpo elastico presenta 
fatti d'isteresi. 

Il fattore in causa, nella presente ricerca, segue dunque, si può conclu- 
dere, le leggi caratteristiche essenziali di questo genere di fenomeni. 



^^=r 




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A. SELLERJO 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 



a) 



1. — Il fenomeno del quale ci occuperemo fu constatato in modo netto 
nella recente guerra e consiste in questo : quando avviene una forte esplo- 
sione essa si avverte nella zona contigua fino a un certo raggio , p. es. 50 
Km., segue poi tutto intorno una zona di silenzio che si estende fino a 180 
Km., e infine più loutano ancora si trova tutt'all'ingiro un'altra zona in cui 
il rumore si è udito fino a 600 Km. o più. 

Una distanza così grande fa certo impressione, ma non è una novità: 
la terrìbile eruzione del Krakatoa, vulcano posto in una isoletta tra Sumatra 
e Giava , avvenuta nel 1883 fu avvertita fino a tremila Km. e anche più. 
Quindi non i 600 Km., ma la zona di silenzio ci sorprendono. Invero in altre 
occasioni si erano già presentate delle zone di silenzio, ma esse erano rivolte 
verso una direzione favorita, in modo che si potevano attribuire ai venti i 
quali trasportano le onde. Qui reca sorpresa sia la grandiosità della zona di 
silenzio, che è ben delimitata, sia specialmente il fatto che tanto essa quanto 
la successiva zona di udibilità si estendono tutto all' intorno della sorgente 
sonora. Fin da principio si cercò di spiegare questo fenomeno curioso me- 
diante una riflessione che le onde subirebbero negli altissimi strati dell'at- 
mosfera. Noi ci fermeremo su questa spiegazione proposta da Van der Borne 



(1) Memoria presentata dal socio Prof. Corradino Mineo nella tornata del 1. maggio 1923. 
Deliberata la stampa il 23 dello stesso mese ed anno, dietro approvazione d'una Commissione 
composta dai soci : Gebbia Michele, La Rosa Michele e Mineo Corradino. 



978 A. S ELLER IO 

cercando di dare le linee generali del fenomeno, il quale non solo stimola 
la nostra curiosità, ma promette di rischiarare le nostre conoscenze riguar- 
danti le altissime regioni dell'atmosfera : regioni dove non vi è speranza che 
possano penetrare mai né l'uomo ne i suoi strumenti. 

2. — Per maggiore chiarezza, mi permetto di richiamare le leggi fonda- 
mentali della propagazione del suono nei gas. 

a) Se la sorgente si può considerare come simmetrica, il suono si pro- 
paga per onde sferiche, quindi la sua intensità è unicamente funzione della 
distanza x, cioè varia in ragion inversa di x 2 , e non dipende dalla direzione. 

b) La velocità di propagazione in un gas perfetto aveute la densità ò 
«otto la pressione H, è data dalla legge di Newton modificata da Laplace. 



V = 



K_ 
8 



7 



(1) 



In essa, 7 è il rapporto fra il calore specifico del gas a pressione costante 
e quello a volume costante, il prodotto H? è il modulo adiabatico di com- 
primibilità, quale si ricava appunto dalle leggi dei gas perfetti. Tali possono 
essere considerati entro larghi limiti tutti i gas e in particolare l'atmosfera. 
e) Un raggio sonoro nel passare da uno strato dove la velocità è V 
a,d un altro dove la velocità è V subisce al pari di un raggio di luce una 
rifrazione regolata dalla legge 

sen i V 

"ienT ~ V' ' 



(-2) 



dove i, i' rappreseutano gli angoli che i raggi formano con la normale alla 
superfìcie di separazione ; quindi nel mezzo dove la velocità è maggiore il 
raggio si allontana di più dalla normale. 

La (2) si mette sotto la forma consueta data da Des Cartes se si consi- 
dera un mezzo di riferimento in cui la velocità del suono sia e, e se si chia- 
ma indice di rifrazione il quoziente 



con che si ha 



n = 


e 


V 


sen i 


n' 


sen i' 


n 



(3) 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILERZIO 279 

In particolare, l'indice di rifrazione dell'aria al livello del mare e in con- 
dizioni normali è 

e 



V n 



dove V = 331 m/sec 



Se come mezzo di riferimento prendiamo l'aria stessa in queste condi- 




ci leu 2.io 



2 zor^au so n oy 



H>X 



11 suono, se da A procede orizzontalmente, si affievolisce e si arresta in 
B per es. a 50 Km.; quindi dovendo arrivare in L per es. a 300 Km. deve 
procedere per altra via. O è sotterranea, o è aerea. La prima ipotesi è dif- 
ficilmente accettabile per le seguenti ragioni. Ammesso che da A ima buona 
parte della energia acustica si trasmetta all' interno della terra, essa si di- 
sperderebbe un po' da per tutto nel suolo; non si vede come possa mancare 
nel tratto B 0, mentre si ritrova in D. In secondo luogo, quelli che hanno 
constatato il fenomeno nella 2 a zona sì sarebbero accorti che il romore pro- 
veniva dall'interno della terra. In terzo luogo, il calcolo mostra (1) che se 
nell'interno di un mezzo come l'acqua si ha una sorgente sonora, solo una 
piccolissima quantità dell' energia acustica penetra nel? aria, dove appunto 
noi la percepiamo. Tanto più sfavorevoli sono le condizioni per onde sonore 
che devono partire da A, traversare un buon tratto di terra e risorgere nel- 
l'aria in D. 



(1) Arrhenius, Lehrbuch der Kosmischen Phyaik, 1903, p. 813. 






280 a. SELLERIO 

Esclusa nella 2 a zona la propagazione per via interna alla erosta terre- 
stre, non resta ebe la propagazione atmosferica per via curvilinea. Come nel 
miraggio ottico, il raggio sonoro parte da A, si innalza, descrive una curva 
più o meno complicata, si riflette totalmente in S e ridiscende simmetrica- 
mente. Se nelV atmosfera non vi sono discontinuità, cioè differenze fluite tra 
gli indici di rifrazione di due strati contigui, la riflessione avverrà sotto an- 
golo di iucideuza nullo. Ossia la curva non presenta discontinuità e nelle 
sue parti ceutrali nel suo complesso è convessa verso l'alto. 

3. — Ora dobbiamo rispondere a due domaude. La prima è : In quali con- 
dizioni fisicbe è possibile nell'atmosfera una traiettoria acustica (curvilinea) 
cbe parta dal suolo e vi ritorui, come la AA' SL ? 

Riprendiamo la (1). La densità dei gas perfetti è proporzionale diretta- 
mente alla pressione, e al peso molecolare M, inversamente alla temperatura 
assoluta T. 

Tenendo conto di ciò, la velocità (1) del suono risulta proporzionale a 



|/" 



M 



In quanto al rapporto y fra i calori specifici, esso varia poco, anzi se- 
condo la teoria dovrebbe esser costante per i gas biatomici. Perciò, indicando 
con K uua costante, possiamo scrivere 



da cui 



n : n, 



K 



V : V = 



M 



M, 



M 



(4) 



(5) 



Se si tratta non di uu composto, ma di un miscuglio, bisognerà pren- 
dere per il peso molecolare un valore intermedio corrispondente alla densità 
del miscuglio. Per l'aria, arrotondando in 28 e 32 i pesi molecolari dell'azoto 
e dell'ossigeno, M si aggira intorno a 30. 

Ora se partiamo dal suolo e ci eleviamo, siccome l'atmosfera nella parte 
accessibile ba sensibilmente la stessa composizione chimica, M resta inalte- 
rato, mentre T decresce, perciò secoudo la (5), decresce la velocità e cresce 
l'indice di rifrazione. 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 281 

I raggi nel salire si accosteranno alla verticale e la curva nel suo primo 
tratto sarà concava verso l'alto. Bil è questo un fenomeno ben noto e cal- 
colabile. Ma le onde sonore devono poi rallentare la loro salita e prepararsi 
dolcemente per il ritorno. Quindi a un certo punto, indicato con A', la con- 
cavità deve cambiare di senso, e la curva deve avere un flesso. 

La teoria dei raggi curvilinei, fondata sulla legge elementare della rifra- 
zione su ricordata porta all'equazione 



1 . di off n 

— = sen 1. =-= — 

p dz 



(6) 



dove p è il raggio di curvatura della traiettoria, z la direzione della massima 
variazione di indice, cioè qui la verticale. Nel punto A' di flesso (p = o°) la 
derivata logaritmica di n si annulla, cioè n passa per un massimo o minimo. 

Vicissitudini inverse subirà la velocità; siccome salendo fino al punto 
A' essa diminuiva, concludiamo che passa per un minimo e torna poi a cre- 
scere. Dobbiamo pertanto affermare secondo la (5) : 

1° Per un tratto di parecchi Km. il rapporto fra la temperatura asso- 
luta dell'atmosfera e il peso molecolare medio diminuisce. 

Ciò è dovuto ali?, diminuzione di temperatura con l'altezza. 

T 

2° C'è uno strato dell'atmosfera nel quale il rapporto ^assume un 

valore minimo. 

3° Al di sopra di questo strato, c'è una vasta zona nella quale il detto 
rapporto cresce. 

La curva assume così il profilo di una campana, come nella fig. 1, 
4. — Se cerchiamo di localizzare la sona dei flessi, osserviamo che sopra 
10 Km. la temperatura per un pezzo rimane costante; più su ancora, la tem- 
peratura torna a variare per gradi insensibili. Da 10 Km. in su, si ha dun- 
que una larga sona isoterma. La costanza della temperatura porta seco per 
la (4), la costanza della velocità del suono e dell'indice di rifrazione, il quale 
passa per un massimo. In altre parole, la zona in cui i raggi hanno uu flesso 
(propagazione rettilinea) coincide con la zona isoterma. 

La temperatura dal suolo a 10 Km. decresce all'incirca di 55 gradi. La 

36 



282 A. SELLERIO 

(5), fattovi T =273+20, T t =273+20-55, u = 1, M=M , dà 



"'ff 



= 1,11 



(7) 



T 



Vediamo ora come possa crescere il rapporto ^ quando si oltrepassano 

i 10 Km. che costituiscono la troposfera. 

Si ammette generalmente che nelle regioni superiori, cioè nella strato- 
sfera essendo nullo o piccolissimo il gradiente termico, cessi l'azione agita- 
trice dei venti e quindi i diversi componenti dell'aria si separino per diffu- 
sione senza disturbarsi reciprocamente — come appunto vuole la legge di 
Dalton. Allora la composizione percentuale dell' atmosfera va variando da 
strato a strato; i primi sono relativamente più ricchi di gas più pesanti co- 
me azoto e ossigeno , giacché il loro addensamento verso il basso avviene 
con legge più rapida che per i gas leggieri. L'idrogeno, e secondo altri l'e- 
lio (1) crescono in percentuale man mano che si va su, e finiscono con l'oc- 
cupare da soli le regioni più alte — da 100 Km. in poi, secoudo i calcoli. 

Per conseguenza, a partire da 10 Km. il peso molecolare medio M che 
compare nella formola della velocità subisce forti diminuzioni e cioè dal va- 
lore 30 che ha in basso passa al valore 2 se si tratta di idrogeno, o 4 se si 
tratta di elio. E allora anche se la temperatura scende nn poco, il rapporto 
T 



M 



e con esso la velocità del suono crescono molto. 



5. — La seconda domanda alla quale dobbiamo rispondere è una que- 
stione di intensità : 

Come mai il suono, che poco più in là di B cioè di 50 Km. è già tanto 
affievolito da non udirsi più , seguendo cammini molto più lunghi , come 
ASL riesce ben percepibile ! 

Anche di questo fatto possiamo dare ragione. 

In primo luogo, abbiamo considerato la terra come piana. Ora a distanza 
di 50 Km. la curvatura si fa già sentire. Se la terra non presenta scabrosità 






(1) S. Chapman ed E. A. Milne, Nature, luglio 1920, p. 570. 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 2S3 

e ci allontaniamo da A di 5 Km. ci portiamo già a 2 m. sotto il piano tan- 
gente in A, quindi non vedremmo un lume collocato sul suolo. Dovrebbe 
avvenire lo stesso per il suono, ma siccome esso presenta in modo di gran 
lunga più spiccato i fenomeni di diffrazione per i quali le onde ruotano in- 
torno agli ostacoli, possiamo sentire dei rumori a distanza molto più grande, 
quando cioè siamo già sotto il piano tangente in A alla terra, ossia nell'om- 
bra geometrica. Però i suoni vanno sempre più affievolendosi perchè devia- 
mo sempre più dalla direzione della propagazione rettilinea : a 50 Km. do- 
vremmo salire su un colle di 200. m. per uscire dall'ombra. 

In secondo luogo abbiamo visto che i raggi nell'atmosfera a noi acces- 
sibile si incurvano verso l'alto, quindi il suono si rinforza verso 1' alto — fe- 
nomeno familiare anche a quelli che frequentano i monti — e s' indebolisce 
nel piano. 

Osserviamo poi che le esplosioni avvengono a terra, quindi le onde sono 
riflesse dal suolo (in parte vengono assorbite). E in questa riflessione , che 
potrebbe anche essere una diffusione, guadagnano principalmente le dire- 
zioni vicine alla verticale, cosicché la sorgente sonora non si può più con- 
siderare come simmetrica, e 1' intensità viene anche a dipendere dalla dire- 
zione (1). 

Per tutte questi ragioni, non è meraviglia se il suono si spenga molto 
presto nella direzione A B radente il suolo , e verso 1' alto abbia invece 
tale forza da vincere lunghi tragitti come A S L. Né si dimentichi che, in 
condizioni favorevoli di rifrazione, può anche darsi che in un punto L venga 
a passare non una traiettoria AA'SL; ma tutto un fascio. In questo caso, 
L viene a raccogliere l'energia emessa dalla sorgente eutro tutto un cono. 

6. -- Questo per la parte qualitativa. L'impostazione matematica del pro- 
blema secondo le idee svolte, non presenta notevoli difficoltà. Essa oltre che 
dagli studi generali sulla propagazione curvilinea del suono (2), ha da trarre 
anche giovamento dal parallelo col miraggio ottico, fenomeno che da 
Monge in poi è stato molto più studiato sia teoricamente che sperimental- 



1) Si potrebbero istituire in proposito esperienze di laboratorio. 
(2) Vedasi p. es. il trattato di Rayleigh sul suono 






284 A. SELLERIO 

mente. Mi limito a citare fra i lavori meno recenti quello di Macé da Le- 
pinay e Perrot (1) e fra i nuovi quelli del prof. Garbasse (2). Per esempio 
in coordinate cartesiane ortogonali, della legge (3) della rifrazione, osser- 
vando che 

dx dx 

sen ì = — ; — = . =■ 

ds Vdx 2 -f dz 2 

si ha in ottica e in acustica la notissima equazione 

dz 

x = n t sen i 4 / = (8) 

vii' — n^sen^ 

Ma per andare avanti bisogna specificare n in funzione di e.- 

Qui comincia veramenti il problema. Ci troviamo in grande svantaggio 
rispetto al miraggio ottico , giacché la riflessione del suono avviene nelle 
altissime regioni, sulle quali di preciso non sappiamo ancora nulla. 

E qui, nell'ignoranza in cui siamo, soccorre sempre un poco la fantasia. 

Koi , volendo fare uno scandaglio grossolano per avere un semplice 
orientamento , osserviamo che l' indice di rifrazione varia in modo assai 
lento con l'altezza, quindi dentro certi limiti può esser lecito supporre che 
tanto esso quanto il suo quadrato variino linearmente, il che equivale a 
sviluppare in serie n 2 ed arrestarsi alla prima potenza. Supposto duuque 
che al disopra della zona isoterma contando z da 10 Km. in su si abbia 

n 2 = n £ 2 — 2g'z (9) 

dove g' è una costaute incognita, n : = 1, 11, possiamo eseguire l'integra- 
zione della (8). Ma alcune eleganti considerazioni fatte recentemente dal 
Prof. Levi Civita (3) ce ne dispensano. Egli metteudo a confronto 1' equa- 
zione variazionale 

§ f nds = o 
in cui si traduce il principio di Fermat sul cosidetto minimo cammino della 



(1) Macé de Lépinay et A. Perrot, Ann. de Chein et de Phys. 27, p. 94, 1892. 

(2) A. Garbasse Ann. der Phys. 39 p. 1073, 1912. 

(3) T. Levi Civita, Rivista d'ottica e meccanica di precisione, luglio - dicembre 1920. 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 285 

luce , con 1' equazione variazionale 

§ / vds = o 
in cui si traduce in meccanica il principio di Hamilton sulla minima azione, 
mostra che il raggio luminoso si può far coincidere con la traiettoria dina- 
mica di un punto materiale che si muova sotto un certo potenziale. 

7. — In particolare quando il quadrato dell'indice di rifrazione varia linear- 
mente con l'altezza, come in (9), il raggio luminoso coincide con la parabola 
descritta da un proiettile ideale, se al posto della velocità si mette l'indice 
di rifrazione. Prenderemo dunque senz' altro le formole classiche del moto 
dei proiettili e sostituiremo 

Y i velocità iniziale con n i = 1, 11 

v » » con n 

g » » con g' 

Così la gittata l e le coordinate x s , z s dal punto di Mouge che è il vertice 
della parabola, ci vengono date da : 



l — 2x s = ~Ar sen 2L 
g' 

n i 2 2' l 4. • 



(10) 



La massima gittata A' L' si ottiene per i 1 = 45°. 

Ora i tratti A A" L"L corrispondenti al percorso nella troposfera sono 
relativamente brevi (1). Quindi il massimo di A' L' si troverà sensibilmente 
in corrispondenza alla massima distanza A D a cui giunge il suono, distanza 
che abbiamo assunto eguale a 600 Km. 

Da questi dati noi ricaveremo: la velocità del suono al punto di Monge, 
la quota, il valore di g'. Quanto alla prima, sappiamo dal moto dei proietti che 

V s = v, sen i. 



(1) Calcolando AA', L'L come archi di parabola che vanno da n ' 2 = 1 ad n t 2 = 1,22 si 
trova che anche se i raggi sonori partissero radendo il suolo (e sono raggi deboli che non 
vanno nemmeno considerati), la distanza AA" non supererebbe 43 Km. Per traiettoria a 45°, 
A A" verrebbe eguale in cifra tonda a 10 Km., data la debole curvatura dei raggi. 



286 A. SELLER10 

quindi nella parabola sonora a 45° 



D e 



V 2 



come si può dedurre anche dalla legge dei seui (3), osservando die alla base 
della parabola \ L = 45°, e al vertice i s = 90°. La velocità al suono secondo 
(5), (7) risulta 

V» -- V V% = — -ì V*>~ 
v. — v,. v- v- , 



ossia 



(LI) 



V s = Vi. 64 ■ T J 

©.-*..©. ! 

Questo significa appunto che si ha nella stratosfera una prevalenza di 
gas leggieri. 

La quota corrispondente si ottiene da (10). Detratti da AL 20 Km. circa, 
si ha A' L' = 580 Km. L'altezza della parabola sulla base è 



Z s = 



580 



cot 45°= 145 Km. . 
4 



a cui vanno aggiunti i 10 Km. di troposfera e si ha così una quota di 155 Km. 

Se poi la legge di variazione dell' indice di rifrazione fosse più rapida 
di quella supposta, il punto di Monge si abbasserebbe. 

Finalmente dalla (l a ) delle (10) si trae 

g' = 2,1 10 (Km')- 
8. — Se ora noi vogliamo fare arrivare il suono per via curvilinea non in 
L ma in un punto più vicino alla sorgente sonora A, dobbiamo considerare 
un raggio souoro che parta con un angolo di incidenza più piccolo i' < i 



/ N 






\c 


^^^^? 


A 


ISO Km. 


6 OO Ktn. 






IL PROBLEMA DELL ZONE DI SILENZIO 287 

cioè un raggio più vicino alla verticale. Intanto dalla legge dei seni 

n seni = n sen i 
siccome i al punto di Monge è sensibilmente retto, come abbiamo ricordato, 
qualunque sia la forma della curva si ha : 

n s 



V s = 



seni, 



Analogamente 



V. 



v„ 



(12) 



Quindi se i' < i , si avrà 

V' s > V s , • 
cioè il raggio considerato per potersi riflettere e descrivere il ramo discen- 
dente della traiettoria deve salire di più finché trova condizioni atmosferi- 
che tali che la velocità di propagazione sia convenientemente aumentata. 

Sopra 45° avviene così quel che avviene coi proiettili i quali cadono 
tanto più vicino quanto più alta è la traiettoria. Se non che, il proiettile 
ricade sempre, il suono no; cioè continuando a salire può darsi che venga 
in massima parte disperso nella stratosfera. La riflessione totale esige che 
la velocità del suono 

y = k i/2L 

vada crescendo con l'altezza. Ora se è vero — come si ritiene — che a 100 Km. 
sia tutto idrogeno , oltrepassando questa quota , M rimarrà costante e la 
velocità del suono non potrà più crescere. La riflessione totale sarà impos- 
sibile. In altri termini , il punto di Monge non può superare la quota 100 
Km., e da qui si vede che la legge di variazione da noi supposta ed e- 
spressa da 

g' = 2,1 . 10 Km 
deve essere in realta molto più rapida. 

La più alta traiettoria, cioè quella che rasenta l'ultimo strato dove an- 
cora l'idrogeno si trova frammisto ad altri gas più pesanti, ricade al suolo 
al limitare della zona di silenzio, la quale è così ben definita. 



A. SELLERIO 

9. — A titolo di informazione aggiungerò che il prof. Van Everdingen 
direttore del servizio aerologico olandese ha eseguito i calcoli basandosi 
sopra ipotesi ritenute vicine al caso concreto, e partendo dalla nota propor- 
zione in citi si trova l'idrogeno nell' aria presso il snolo. Si è trovato prima 
come raggio massimo della zona di silenzio 130 Km., inferiore ai 170 o 
180 Km. osservati. Correggendo poi la percentuale di partenza dell'idrogeno 
mediante i risultati di nuove analisi quantitative, sembra che si sia raggiunto 
il valore osservato (1). Ma la questione è lontana dal l'esser chiosa. 

Anzitutto notiamo ohe l'ipotesi dell'idrogeno o elio padroni assoluti 

dell'atmosfera a 100- 120 Km. non è suffragata da prove sicure e sembra in 

disaccordo con certe osservazioni spettroscopiche sull' aurora boreale fatte 

da L. Vegard. Egli pensa invece che nelle alte regioni ionizzate, gli ioni 

materiali positivi vengano spinti verso l'alto, in modo che la distribuzione 

delle pressioni p secondo l'altezza z, obbedirebbe non alla solita legge 

dp = - g. o. dz , 
ma a 

dp = — (g. 8 - o. F) dz . 

dove o, F sono la densità e la forza elettrica (2). Questo, ai fini della propa- 
gazione sonora , non modificherebbe le considerazioni fatte, perchè il gas si 
comporterebbe come se il peso molecolare medio diminuisse con l'altitudine (3). 
In secondo luogo, è stato detto che a quote così elevate data l'alta 
rarefazione (pressione inferiore a 1 decimo di mm. di mercurio) sembra poco 
probabile che l'atmosfera sia ancora capace di trasmettere suoni con inten- 
sità sufficiente. Qui però soltando il calcolo può dare una risposta , perchè 



(1) L. Boutillon Radiocoinnnications voi. II p. 292, 1921. 

(2) L. Vegard C. R. 176 p. 917, 1923 

(3) Non posso qui tacere che secondo una recentissima teoria (Lindemann e Debson) 
della cui bontà potranno giudicare solo i competenti in aerologia, la temperatura nelle altis- 
sime regioni tornerebbe a crescere riprendendo verso gli 80 Km. il valore che ha al suolo. È 
stato osservato da F. Whipple (Nature 11, p. 187, 1923), che ciò produrrebbe l'incurvamento 
dei raggi sonori e spiegherebbe la zona di silenzio. Il che è evidente, giacché la velocità 

/ rri 

V = k|/__ crescerebbe, anche supponendo M = cost., cioè escludendo la prevalenza di elio, 
o idrogeno, 















IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 289 

è vero cbe si tratta di densità piccole, ma sono in gioco volumi enormi di 
aria, e bisogna inoltre fare intervenire tutto il fascio di traiettorie, con la 
sua caustica. 

In terzo luogo notiamo che per la (4) la velocita del suono è indipen- 
dente dalla pressione , ma questo risultato può valere solo fino a un certo 
limite, giacché diversamente condurrebbe all'assurdo di uno spazio vuoto 
di materia (pressione = 0), e pur capace di trasmettere suoni con velocità 
finita. I presupposti che conducono alla (4) sono le continuità della materia, 
la mancanza di viscosità del gas, l'ipotesi che esso sia perfetto rispecchiata 
nelle leggi di Boyle per le isotermiche e di Laplace (o di Poisson) per le 
adiabatiche. Tutti questi presupposti valgono , purché però la rarefazione 
non sia molto grande. 

La teoria che nelle grandi linee appare molto seducente, avrà probabil- 
mente bisogno di qualche modificazione. 

È stato proposto di ricorrere ai fenomeni di diffrazione (1), i quali come 
è noto spandono la luce e più. ancora il suono un po' da per tutto, secondo 
leggi diverse da quelle della propagazione geometrica. Da questo disperdi- 
mento verrebbe la zona di silenzio. Dove invece per circostanze favorevoli 
gli effetti delle onde si sommano, si ha un rinforzo : così verrebbe spiegata 
la seconda zona sonora. 

Questo cenno di spiegazione, che d'altronde complicherebbe molto tutta 
la questione, persuade poco. 

Osserveremo ancora che l' impostazione matematica del problema subi- 
rebbe qualche alterazione, e forse qualche difficoltà sparirebbe, se si suppo- 
nesse che a certe quote più o meno elevate si trovino delle superficie di 
discontinuità. 

~Nè ciò è del tutto improbabile. Anzi sembra che vi siano altri fenomeni 
i quali non si possono spiegare diversamente. 

Così risulta da alcune osservazioni radiotelegrafiche che una stazione 
E. T. in condizioni favorevoli può essere udita a 3000 km. e a 6000 Km., 



(2) Liversidge, Nature, marzo 1921 p. 44. 



37 



290 A. SELLERIO 

mentre nelle posizioni intermedie nou si ha ricezione. Avverrebbero rifles- 
sioni delle onde elettromagnetiche ripetute al suolo e a 180 Km. di altezza 
dove viene localizzato lo strato di Heaviside ionizzato fortemente (1). 

In questi imbarazzi della teoria, la parte principale dello studio è ri-er- 
bata alle esperienze, le quali devono dare esse dei solidi punti di appoggio 
alla elaborazione di tavolino. 

Il compito però non è facile, perchè le esperienze sono già uscite dalla 
fase iniziale : uon basta constatare fino ^a qual punto giunge il suono, cioè 
l'estensione della zona di silenzio e la sua esatta delimitazione nei diversi 
azimut, ma bisogna fornire insieme con le informazioni meteorologiche simul- 
tanee, il maggior numero di dati servendosi di ricevitori acustici . cosicché 
si possa conoscere l' intensità e l' inclinazione del raggio sonoro all' arrivo 
sul suolo ecc. 

10. — Anche il tempo che impiega il suono a giungere dalla sorgente 
al posto di ascoltazione bisogna prendere in considerazione. Dalle equazioni 

v = HiZ. , dt = ds 



V 



si ha 



n 2 dz 
VJ=^, < 13 > 

o 

Nel caso in cui n 2 sia funzione lineare dell' altitudine , si trova come 

tempo totale eseguendo l'integrazione, 

l 1 + 2 sen 2 i 

T = -t^ — f = — - , (14) 

V 3 seui 

dove evidentemente — indica il tempo che impiegherebbe il suono per 
percorrere la corda dell'arco con velocità v . Per esempio perii grande arco 



(1) Da una conferenza di Eskine Murray tenuta alla Wireless Society di Londra. Sunto 
ne L'elettrotecnica 1920 p. 600. 

Anche le misure d'intensità laminosa del sole al tramonto presentano tre discontinuità 
e cioè quando i raggi sono tangenti agli strati di 11 Km., 75 Km., 220 Km. 



IL PROBLEMA DELLE ZONE DI SILENZIO 291 

].)arabolico a 45° impostato nella stratosfera verrebbero 1780 secondi cioè 
mezz'ora all' incirca, meutre la propagaziane diretta da A' ad L' distante 
580 Km. importerebbe un buon centinaio di secoudi in più. 

Qui ci troviamo in vantaggio rispetto all' ottica, giacché si tratta di 
tempi grandi, facilmente misurabili. Così confrontando le misure di tempo 
col risultato che dà la (13) per una data ipotesi che si fa sopra la funzione 

n = n (z), 
si ha un prezioso controllo per giudicare della bontà dell'ipotesi stessa. 

Tutto cpiesto non può essere opera di un solo: occorre il concorde vo- 
lere di molti. 

Nel settembre dell'anno scorso, dovendosi distruggere in Olanda a 01- 
debroek (1) dieci tonnellate di perclorato di ammonio fu dato l'annunzio 
dell'istante dell'esplosione, in tempo utile perchè gli osservatori dei paesi 
lontani potessero trovarsi in ascoltazione. 

Occasioni simili potranno ripresentarsi anche da noi , specialmeute in 
periodi di esercitazioni militari per terra o per mare, o per aria. 

Vogliamo augurarci che anche in Italia si sapranno organizzare e coor- 
dinare questi studi, destinati al maggior incremento della scienza, e non 
privi di interesse per le applicazioni. 



(1) Nature 23 sett. 1922. 









GIORNALE 



DI 




NATURALI 




PUBBLICATO 



PER CORA DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



DI 



PALERMO 



(Voi. XXXIV, anni 1924-1925-1926) 




PALEEMO 

3CUOLA TIP. « BOCCONE DEL POVERO » 
1927 






- 1 









GIORNALE 



DI 



SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



y 



GIORNALE 



DI 




1 





r 



PUBBLICATO 



PER CURA DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



DI 



PALERMO 



(Voi. XXXIV, anni 1924-1925-1926) 




701 8fi 

PALERMO 

SCUOLA TIP. « BOCCONE DEL POVERO » 

1 926 



*|F 






INDICE GENERALE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME XXXIV 

Anni 1924-1925-1926 



Regolamento della Società 

Norme per la stampa di memorie ed articoli nel Giornale della Società . 
Elenco dei soci a 1" gennaio 1927 , 

PARTE I. 

Commemorazioni 



Pag. v 

» XI 

» XIII 



-P. Merenda — Filippo Caliri 
E. Lazzaro — Andrea Pifrini 



Pag. t 
» 3 



PARTE II. 
Memorie scientifiche 

P. Merenda — Centenario della nascita di Simone Corleo : La tìlosofia dell' i- 
dentità e la scienza 

V. Strazzeri — Determinazione della latitudine dell'Osservatorio Astronomico 
di Palermo, fatta col metodo Horrebow - Talcott 

F. Cipolla — Il Monte Gallo a N. 0. di Palermo nel Quaternario inferiore. 

E. Luna — Centenario della nascita di Simone Corleo: La natura della inner- 
vazione secondo S. Corleo 

L. Buscalioni e G. Catalano — ■ 11 legno crittogamico e la costituzione arcaica 
dei fillomi delle Acacie fillodiniche e fìllodopodiche. .... 

G. De Francisco Gerbino — Centenario della nascita di Simone Corleo : I con 
cetti del Filosofo di Salemi in materia di tributi 

F. Cipolla — Il Pliocene di Laseari : studi stratigrafici sul Pliocene inferiore d 
Sicilia 

S. Comes — Germogliamento endocarpio sperimentale in Solannm lycopersi 

cum Mill 

P. Merenda — Incidenza del deprezzamento e rivalutazione della lira-carta 



» 5 

17 
» 53 

» 81 

» 105 

112 

» 125 

» 149 
163 



<UiJM»inj»niJTjiiMilJrMliiiTiii«JimiiiLBii:.BM]|»iii ■ii:j':iij;iiBi!iM;,ii»;:i.B':::»iiifiiMTiii»jjii«iisf>uj«nirMiLii»;iiiMiiiiMii M»tMi»iii:Birn«nii«lili«niiMi]il«lMlBHil»jlMTHl»illl»illi»illiaiJmili]»muilLJ»nilMillctilJ»]jjlMil>i»MliajiitMiijjai;m.ii.Bii!ab' 



REGOLAMENTO 



DELLA 



SOCIETÀ' DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

DI PALERMO 

(approvato nella seduta DEGLI 8 OTTOBRE 1883) 



Art. 1. — Il Consiglio di Perfezionamento, creato con R. Decreto del 2 nov. 
1864, in luogo e vece del R. Istituto d'Incoraggiamento per la Sicilia, assume 
da ora avanti il nome di Società di Scienze Naturali ed Economiche. 

La Società intenderà all'incremento ed alla diffusione delle Scienze ma- 
tematiche, naturali ed economiche, e delle loro applicazioni all' agricoltura 
ed alle arti. 

Art. 2. —A tale fine nelle sue adunanze si farà lettura e discussione 
delle memorie che saranno presentate. 

Art. 3. — Farà, per mezzo dei suoi soci, conferenze e letture pubbliche 
sopra argomenti delle scienze e delle applicazioni cui essa intende. 

Art. 4. — Pubblicherà per le stampe i suoi proprii lavori, con un perio- 
dico di cui stabilirà il programma particolare. 

Art. 5. — Sulla richiesta delle autorità governative, provinciali e comu- 
nali, dietro deliberazione affermativa della Società, potrà incaricarsi : 

a) di fornire alle cennate autorità le informazioni ed i pareri che le 
saranno richiesti; 

6) di bandire concorsi a premi d'incoraggiamento, e distribuire i premi 
che saranno promessi per le materie di cui si occupa la Società. 

Art. 6. —Potrà incaricarsi altresì di concorsi stabiliti da privati, purché 
i premi siano consegnati prima della pubblicazione del concorso. 



Vi 



REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 






Parte organica della Società 

Art. 7. — La Società avrà tre ordini di soci : ordinaria corrispondenti ed 
emeriti. 

Art. 8. — I soci ordinari dovranno risiedere in Palermo, ed il loro numero 
è fissato a 21; dei corrispondenti, i residenti non potranno superare il nu- 
mero di 25; il numero di quelli non residenti è illimitato. 

Il numero di soci emeriti è anch'esso illimitato. 

Art. 9. — La Società avrà un Presidente, un Vice-Presidente, un Segre- 
tario, un Vice-Segretario ed un Tesoriere, che saranno nominati tra i socii 
ordinarti ed emeriti residenti, per un biennio, e potranno essere rieletti. 



Riunioni 



Art. 10. — La Società terrà sedute generali, pubbliche e straordinarie. 

La seduta generale avrà luogo nel mese di dicembre : in essa si renderà 
conto di quanto fu fatto nell'annata precedente, e si discuterà il piano ge- 
nerale dei nuovi lavori e studi da trattarsi. 

Dal dicembre a tutto giugno, la Società terrà una seduta pubblica ad 
ogni seconda domenica del mese, ove verranno lette le memorie presentate 
dai socii ed altre comunicazioni scientifiche importanti, e ne sarà pubblicato 
un resoconto, in forma di Bollettino della Società. 

Le sedute ordinarie e straordinarie private saranno fissate dal Presi- 
dente, a norma del bisogno. 

Art. 11. — Perchè una riunione sia legale, in prima convocazione è ne- 
cessario che sia presente la maggioranza dei 21 socii ordinarii presenti in 
Palermo; in seconda convocazione le deliberazioni saranno valide qualunque 
sia il numero dei soci presenti. 

Art. 12. — I soci corrispondenti non avranno voto quando si tratti del- 
l'elezione di socii di qualunque ordine, e della elezione dei funzionario 

I socii emeriti avranno voto come i socii ordinari, tranne che nella scelta 
dei socii, a qalunque classe essi appartengono. 



REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE VII 

Art. 13 — Le votazioni si faranno per alzata e seduta, meno quando si 
tratti di questione personale, nel qual caso si faranno a voti segreti. 

Art. 14. — Ogni socio, per pubblicare lavori nel Giornale, dovrà prima 
presentarli alla Società, la quale ne approverà subito la stampa, ovvero potrà 
affidare lo esame ad una apposita Commissione, per riferirne in altra seduta. 

Art. 15. — Nel Giornale della Società possono pure pubblicarsi degli ar- 
ticoli di non soci, purché siano presentati da un socio ordinario, ed appro- 
vati da una apposita Commissione. 



Funzioni delle cariche 

Art. 16. — Il Presidente veglia all'esecuzione del regolamento, sottoscrive 
gli atti accademici, la corrispondenza colle autorità costituite ed i privati, 
ed i mandati di pagamento. 

Art. 17. — Il Vice-Presidente sostituisce il Presidente ogni qualvolta 
questo è assente o impedito; in mancanza anche del Vice-Presidente, fun- 
zionerà il più anziano dei soci. 

Art. 18. — Il Segretario compilerà i verbali, la corrispondenza; contras- 
segnerà le relazioni e tutti gli atti accademici; sopraintenderà alla pubbli- 
cazione del Giornale e del Bollettino; terrà in consegna archivio e biblioteca, e, 
nella prima tornata di ogni anno, leggerà un rapporto col quale darà conto di 
tutti i lavori accademici dell'anno precedente, e questa lettura sarà pubblicata. 

Art. 19. — Il Vice-Segretario farà le veci del Segretario in caso della 
sua assenza : mancando anche il Vice-Segretario, funzionerà il socio più gio- 
vane dei presenti. 

Elezioni 



Art. 20. — I soci ordinari saranno scelti tra i corrispondenti residenti. 

La elezione dei soci ordinari e corrispondeuti sarà preceduta da invito 
speciale del Presidente a tutti i soci ordinari, e sarà fatta in due tornate. 

Nella prima tornata si comporrà per ciascun posto vacante una lista di 
candidati, nella quale saranno compresi i nomi di quelle persone che nella 
votazione hanno riportato tre voti almeno. 



Vili REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



Questa votazione sarà fatta a schede segrete. Nella tornata successiva 
tutti i nomi della lista dei candidati saranno sottoposti alla votazione segreta, 
un dopo l'altro, nell'ordine dei numeri ottenuti nella prima votazione, e, nel 
caso di parità di voti, la sorte deciderà sull'ordine da adottarsi. 

Perchè un candidato possa venir eletto al posto vacante, dovrà ottenere 
la maggioranza assoluta, che non sia minore di otto voti; e, tra coloro che 
l'avranno ottenuta, s'intenderà eletto colui, che avrà riunito il maggior nu- 
mero di voti, 

La parità sarà risoluta con una seconda votazione, e, nel caso che la 
parità si ripetesse, resterà eletto l'anziano di nomina, e in pari data di no- 
mina l'anziano di età. 

Non conseguendosi da alcun candidato il numero dei voti necessario, si 
procederà ad una nuova nomina, con le formalità dianzi accennate, dopo tra- 
scorso il termine di tre mesi dal giorno della seconda votazione. 

Art. 21. — La elezione dei soci corrispondenti non residenti sarà fatta 
nel seguente modo : 

In una tornata ne sarà fatta la proposta almeno da tre soci, accompa- 
gnata da un rapporto sopra i titoli del candidato, il quale rapporto sarà 
consegnato al Presidente; 

In un'altra tornata il nome del candidato sarà sottomesso alla votazione. 

Art. 22. — Potranno essere dichiarati soci emeriti i soci ordinari, che, per 
età o salute, per occupazioni estranee, o per altri motivi non potessero 
adempire agli obblighi loro imposti. 

Art. 23. — La elezione del Presidente si farà per mezzo di schede segrete 
ciascuna contenente un solo nome. 

S'intenderà eletto colui che avrà riportato la maggioranza assoluta. 

Nel caso che nessuno abbia raggiunto la maggioranza, avrà luogo un 
secondo squittino, nel quale si voterà sui soli due nomi, che hanno riunito 
il maggior numero dei suffraggi. 

Colle stesse norme sarà fatta la elezione del Vice-Presidente, del Segre - 
tario, del Vice Segretario, e del Tesoriere. 

Tali elezioni saranno fatte di regola nel mese di dicembre. Se, per ri- 



REGOLAMENTO DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 



IX 



nunzia, o per altra causa, si procederà ad altre elezioni nel corso del bien- 
nio, gli eletti dovranno durare in Ufficio pel tempo stesso, che rimaneva ai 
funzionari cui vengono sostituiti. 

Obblighi dei Soci 

Art. 24. — Sarà preciso obbligo di ogni socio ordinario d'intervenire nelle 
tornate periodiche della Società. 

I soci ordinari, che per un intero anno non sono intervenuti alle riunioni 
senza aver notificato l'assenza alla Società, saranno, sopra proposta del Pre- 
sidente, passati a soci emeriti, se la loro nomina a soci ordinari data da più 
di 10 anni; in caso diverso l'assenza prolungata sarà considerata come ri- 
nunzia al posto accademico. 

Fondi ed amministrazioni 

Art. 25. — Le spese occorrenti saranno fatte sui fondi assegnati dallo 
Stato, Provincia e Comune, e dai privati. 

Art. 26. — La Società voterà annualmente il proprio bilancio. 

Art. 27. — L'esercizio finanziario di ciascun anno si protrae per la liqui- 
dazione sino a tutto febbraio dell'anno susseguente, nel qual mese il Pre- 
sidente presenterà il conto morale dell'esercizio precedente, accompagnato 
dal conto finanziario del Tesoriere. 

La Società, dopo l'esame di una Commissione, discuterà ed approvverà 
il conto. 

Art. 28. —Il Tesoriere incasserà i fondi assegnati al mantenimento della 
Società, e li verserà in una madre-fede apposita, o li terrà a conto corrente 
presso la Cassa di risparmio. Pagherà i mandati a firma del Presidente. 

Giornale 

Art. 29. — Il Giornale della Società sarà diviso in volumi, e formerà la 
continuazione di quello del Consiglio di perfezionamento. 

Le memorie dovranno essere tutte originali, e regolate per la spesa delle 
tavole conforme a quanto prescriverà la Società in base ai fondi disponibili. 



NORME 
PER LA STAMPA DI MEMORIE ED ARTICOLI 

NEL GIORNALE DELLA SOCIETÀ' 

(Approvate nella seduta del 28 febbraio 1917; emendate il 3 aprile 1923) 



Art. 1. — Ogni socio che voglia pubblicare memorie scientifiche ne. 
Giornale della Società, deve darne avviso preventivo al Presidente. 

Art. 2. — Dopo di questo avviso, la memoria sarà presentata e letta in 
Società (art. 2, IO e 14 deJ Regolamento). 

Art. 3. — Compiuta la lettura, il Presidente chiederà alla Società se ap- 
prova che subito si proceda alla stampa della memoria (art. 4 e 14, l a parte). 
Alla votazione possono partecipare i soli soci ordinari presenti. Essa sarà 
segreta, e ciascuno voterà pel si o pel no. 

Art. 4. — Se la maggioranza è per il si, il Presidente scriverà immedia- 
tamente sul manoscritto l'ordine della stampa, e la memoria verrà passata 
al tipografo (art. 14, l a parte); salvo il caso che gli stanziamenti del bilancio, 
tenuto conto anche dei diritti alla stampa degli altri autori, non permettano 
l'inserzione per intero nel volume dell'anno. Ciò essendo, la memoria verrà 
continuata nel successivo volume o nei successivi. 

Art. 5. — Se la maggioranza è per il no, il Presidente, seduta stante, 
invita la Società ad eleggere un'apposita Commissione che riferisca in altra 
tornata (art. 14, 2 a parte). 

Art. 6. — Nel Giornale della Società possono pure pubblicarsi articoli 
non di soci, purché siano presentati da un socio ordinario (art. 15). 

Art. 7. — Il socio presentatore darà preventivo avviso della presenta- 
zione al Presidente. 



XII 



NORME PEE LA STAMPA ECC. 



Art. 8. L'articolo sarà letto nella seduta a ciò destiuata. Dopo la let- 
tura, si procederà come all'art. 5. 

Art. 9. — Quando i lavori presentati a norma degli art. 14, 2 a parte e 
15 del Regolamento, superino le 20 pagine, la Commissione tecnica dovrà 
sentire il parere del Tesoriere, ed esaminerà se detti lavori possano essere 
pubblicati per intiero o convenientemente ridotti dallo stesso autore. Riferirà in 
ogni caso all'Assemblea nella successiva seduta. (Deliberazioue 30 giugno 1913i. 

Art. 10. — Le deliberazioni della Società, riguardanti le inserzioni di me- 
morie nel volume della Società, devono essere, in ogni caso, approvate dalla 
maggioranza assoluta dei presenti. (Deliberazione 4 luglio 1913). 

Art. 11. — Nella prima pagina di ogni lavoro pubblicato saranno me-; 
in nota i nomi dei commissari che hanno riferito per la parte scientifica. 
secondo 1' art. 14. 2 a parte, o il nome del socio ordinario presentatore e dei 
commissari dei quali è cenno all'art. 15 Reg. (Deliberazione 4 luglio 1913). 



Il T ice Presidente 

P. Merenda. 



Il Segretario 

0. Lazzaro 



ELENCO DEI SOCI DELLA SOCIETÀ DI SCIENZE NATURALI ED ECONOMICHE 

DI PALERMO 






Sede della Società : Istituto di Geologia — E. Università 



UFFICIO DI PRESIDENZA 

(1925-1926) 

Presidente — Merenda Prof. Pietro 
Vice- Presidente — Giardina Prof. Andrea 
Tesoriere — La Rosa Prof. Michele 
Segretario — Lazzaro Prof. Carmelo 
Vice-Segreta rio — Cipolla Prof. Francesco 
Bibliotecario — Giardina Prof. Andrea 



Soci Ordinari a 1° gennaio 1927 



e 

a 




Data di nomina 


Data di nomina 




f-4 

o 


COGNOME E NOME 


a 


ad 


ABITAZIONE 


ìzj 




Corrispondente 


Ordinario 




1 


Angelitti Prof. Filippo 


anteriore al 1892 


8 maggio 1899 


Osserv. Astronomico 
a Palazzo Reale. 


2 


Cipolla Prof. Francesco 


9 giugno 1919 


26 maggio 1924 


Via Falde 24 


3 


De Franchis Prof. Michele 


i » 


13 giugno 1925 


Via S. Martino 81 


4 


De Francisci Prof. Giovanni 


» » 


» » 


Via Fel. Cavallotti 15 


5 


De Stefani Prof. Teodosio 


anteriore al 1892 


3 febbraio 1910 


Via Alloro 49 


6 


Folco Prof. Carlo 


3 febbraio 1910 


13 giugno 1925 


P.za Gen. Cascino 20 


7 


Gebbia Prof. Michele 


9 giugno 1919 


» » 


Piazza Bologni 24 


8 


Giardina Prof. Andrea 


22 dicembre 1904 


21 marzo 1917 


Piazzetta Bertolani 9 


9 


Lanza Prof. Domenico 


» » 


» » 


Via Butera 31 



XTV 



ELENCO DEI SOCI 






a 




Data di nomina 


Data di nomina 




o 


COGNOME E NOME 


a 


ad 


ABITAZIONE 






Corrispondente 


Ordinario 




10 


La Rosa Prof. Michele 


6 febbraio 1911 


4 marzo 1913 


Via Cavour 81 


11 


Lazzaro Prof. Carmelo 


13 febbraio 1892 


3 febbraio 19l0 


Via F. Crispi 41 


12 


Luna Prof. Emetico 


9 giugno 1919 


26 maggie 1924 


Via Ben.Civilletti 14 


13 


Macai uso Prof. Damiano 


anteriore al 1892 


anteriore al 1892 


Via Rosolino Pilo 63 


14 


Manfredi Prof. Luigi 


1° maggio 1894 


20 giugno Ì907 


Via Divisi 109 


lo 


Merenda Prof. Pietro 


24 maggio 1894 


22 dicembre 1904 


Corso Pisani 50 


16 


Mineo Prof. Corradino 


20 luglio 1912 


9 giugno 1919 


Via Cuba 46 


17 


Oddo Prof. Giuseppe 


9 giugno 1919 


26 maggio 1924 


P.za Guarnasehelli 5 


J8 


Pagano Prof. Giuseppe 


8 maggio 1899 


3 febbraio 1910 


Via P. Paternostro 1 


19 


Salemi Pace Prof.Giov. Battista 


anteriore al 1892 


13 giugno 1925 


Via Lincoln 90 


20 








. 


21 











I soci ordinari dovranno risiedere in Palermo, e il loro numero è fissato in 21 (art. * 
del Regolamento). 



Soci Corrispondenti residenti a 1° gennaio 1927 



a 
o 

55 


COGNOME E NOME 


Data di nomina 


ABITAZIONE 


1 


Abbadessa Prof. Salvatore 


13 giugno 1925 


Via Saverio Cavallaro 2 


2 


Albeggiani Prof. Michele 


anteriore al 1892 


Salita Banditore 4 


3 


Basile Prof. Ernesto 


» » 


Via Siracusa - Villino Basile 


4 


Buscalioni Prof. Luigi 


26 maggio 1924 


R. Orto Botanico 


5 


Catalano Prof. Giuseppe 


9 giugno 1919 


Corso Calatafimi 467 


6 


Cipolla Prof. Michele 


13 giugno 1925 


Piazza XIII Vittime 3 


7 


Dina Prof. Alberto 


Il gennaio 1913 


Via Cuba 20 


8 


Fabiani Prof. Ramiro 


13 giugno 1925 


Via G. Patini 46 


9 


Lombroso Prof. Ugo 


26 maggio 1924 


Ist. di Fisiologia. Porta S. Agata 




ELENCO DEI SOCI 



XV 



a 
ti 


COGNOME E NOME 


Data di nomina 


ABITAZIONI 


& 








10 


Manzella Prof. Eugenio 


13 giugno 1925 


R. Scuola d'Ingegneria 


11 


Masci Prof. Guglielmo 


» » 


R. Università 


12 


Mattei Prof. Giovanni Ettore 


3 febbraio 1910 


R. Orto Botanico 


18 


Quercigh Prof. Emanuele 


26 maggio 1924 


R. Univers., Ist. di Mineralogia 


14 


Saftiotti Prof. Umberto 


» » 


Via Enrico Albanese 13 


15 


Santangelo Ing. Giov. Battista 


9 giugno 1919 


Via Mazzini 12 


16 


Scliopen Sig. Luigi 


anteriore al 1892 


Piazza Castelnuovo 15 


17 


Sellerio Prof. Antonio 


26 maggio 1924 


R. Scuola d'Ingegneria 


18 


Somma Prof. Francesco 


13 giugno 1925 


Via Cavour 64 


19 








20 








21 








22 






i 


23 








24 








25 









I soci corrispondenti residenti non potranno superare il numero di 25 (art. 8 del Regoli 



Soci Corrispondenti non residenti a 1° gennaio 1(27 



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COGNOME E NOME 


RESIDENZA E DOMICILIO 


1 


Albertoni Prof. Pietro 


Bologna- Via Libertà 5 


2 


Angelico Prof. Francesco 


Messina-R. Università 


3 


Arata Prof. P. N. 


Buenos Ayres 


4 


Bianchi Prof. Leonardo 


Napoli-Via Museo 73 


5 


Checchia - Rispoli Prof. Giuseppe 


Roma-Via Pianellari 16 


6 


Ceradini Prof. Cesare 


Roma-R. Scuola d'Ingegneria 









XVI 



ELENCO DEI SOCI 



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COGNOME E NOME 


RESIDENZA E DOMICILIO 


7 


Corbino Prof. Orso Mario 


Roma- Via Panisperna 88 b. 


8 


De Mattei Prof. Eugenio 


Catania-Via Fragalà 7 


9 


Ercolini Prof Guido 


Mantova-R. Istituto Tecnico 


10 


Fodera Prof. Filippo 


Catania-R. Università 


11 


Galati Prof. Rosario 


Treviso-R. Liceo 


12 


Gerbaldi Prof. Francesco 


Pavia-Piazza del Carmire 2 


1 3 


Koerncr Prof. Guglielmo 


Milauo-R. Istituto Lombardo di Scienze 
e lettere 


14 


Levi Prof. Giuseppe 


Torino-R. Università-Facoltà di Medicina 


15 


Levi Prof. Mario Giacomo 


Bologna-R. Scuola Super, di Chini. Industr. 


Iti 


Minunni Prof. Gaetano 


Catania-R. Università 


17 


Mondino Prof. Casimiro 


Pavia-R. Università 


18 


Mosca Prof. Gaetano 


Torino-Corso Umberto 45 


19 


Naccari Prof. Andrea 


Torino-R. Università 


20 


Oliveri Prof. Emanuele 


Siena-R. Università 


21 


Orlando Prof. Vittorio Emanuele 


Roma 


22 


Palazzo Prof. Francesco 


Firenze-R. Istituto Forestale 


23 


Battone Prof. Giorgio 


Parma-R. Università-Istituto di Patol. Gen. 


24 


Ross Prof. Ermanno 


Monaco (Baviera Nymphenburg 


25 


Salvioli Prof. Giuseppe 


Napoli -R. Università 


2 ti 


Scacchi Prof. Eugenio 


Napoli-R. Università 


27 


Scaffìdi Prof. Vittorio 


Napoli-R. Università 


2S 


Sanso Prof. Luigi 


Messina-Istituto di Biologia marina. 


29 


Soler Prof. Emanuele 


Padova-R. Università 


30 


Spica-Marcataio Prof. Pietro 


Padova- Via Ospedale Civile 49 


31 


Tanzi Prof. Eugenio 


Firenze- Via Bernardo Segni 


32 


Torelli Prof. Gabriele 


Napoli-R. Università 


33 


Trambusti Prof. Arnaldo 


Genova-Via Cesare Gabella 


34 


Zambonini Prof. Ferruccio 


Napoli-R. Università 



Il numero dei soci corrispondenti non residenti è illimitato (art. 8 del Regolamento). 



ELENCO DEI SOCI 



XVII 



Soci Emeriti a 1 gennaio 1927 





COGNOME E NOME 


RESIDENZA E DOMICILIO 


1 


Allery Di Maria Tommaso 
Marchese di Monterosato 


Palermo, Via Gregorio Ugdulena 2 


2 


Bagnerà Prof. Giuseppe 


Roma, R. Università 


3 


Bresciani Prof. Costantino 


Bologna, R. Università 


4 


Dionisi Prof. Antonio 


Roma, R. Università 


5 


Errerà Prof. Giorgio 


Pavia, R. Università 


6 


Pagliani Prof. Stefano 


Genova, Via Francesco Sivori 3 


7 


Paterno Prof. Emanuele 


Roma, R. Università 


8 


Raffaele Prof. Federico 


Roma, R. Università 


9 


Withaker Comm. Giuseppe 


Palermo, Via Dante, Villa Malfidano 



Soci defunti nel triennio 1924-1926 

Ordinari: Natoli Prof. Fabrizio, Pitini Prof. Andrea, Spallitta Prof. Francesco. 
Corrispondenti residenti : Pellini Prof. Giovanni. 

Corrisponpenti non residenti : Ampola Prof. Gaspare, Ciofalo Prof. Saverio, Emery Prof. 
•Carlo, Grassi Prof. Giovanni Battista, Oglialoro Prof. Agostino, Tonelli Prof. Alberto. 
Soci Emeriti : Peratoner Prof. Alberto, Ruggeri Avv. Leonardo. 



PARTE I. 



COMMEMORAZIONI 












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FILIPPO CAURI 



A' 25 ottobre dell'anno passato moriva, nella tarda età di 85 anni (1), il 
nostro socio corrispondente Filippo Caliri. 

Egli merita che di lui si serbi memoria. 

Laureatosi in medicina nel 1859, quando Giuseppe Garibaldi, nell'anno 
1860, dopo l'entrata a Palermo, creò l'esercito di volontari con il quale, vin- 
cendo a Milazzo, a Reggio , al Volturno , assicurò il trionfo di quella rivo- 
zione gloriosa della Sicilia, senza la quale l'Unità d'Italia sarebbe stata, chi 
sa per quanto tempo ? nient' altro che un'aspirazione; Filippo Caliri indossò 
la camicia rossa, e, da chirurgo militare di battaglione, prese parte alla cam- 
pagna memoranda. 

Posate le armi, prepose all'esercizio della professione gli studi di Fisica 
e di Meccanica. Così lo vediamo : dimostratore alla cattedra di Fisica nel 1861, 
assistente nel 1864, macchinista nel 1868, e, tenuto in pregio dall'illustre Pietro 
Blaserna, supplirlo più volte nell'insegnamento universitario; e nel 1867 di- 
venire insegnante nell'Istituto Tecnico. Più tardi anch'io insegnai in quella 
scuola, sicché nostra consuetudine diventò amicizia. E che bei tempi eran 
quelli ! Professori come Caliri, Antonio De Marchi, Salvatore Malato-Todaro, 



(1) Era nato in Floridia, provincia di Siracusa, il 31 luglio 1837. 



2 COMMEMORAZIONE DEL PROF. FILIPPO CAL1KI 

facevano corona a Preside d'un valore eccezionale, Giovanni Guidotti, oggi 
ahimè, dimenticato ! Ed il nostro socio v'educò la gioventù ai fisici teoremi 
per ben 47 anni. D'aspetto bonario e sorridente, conoscitore profondo della 
materia, chiaro nell'esporla, preciso sull'adempimento del dovere , era dagli 
studenti venerato ed amato ; i colleghi, quand'Egli chiese il riposo , vollero 
l'immagine di Lui nel gabinetto di Fisica, a perenne ricordo. 

Nella scienza non lasciò di sé durevole monumento, perchè alle ricerche 
dottrinali preferiva le applicazioni. Epperò, fin dal 1861 , diede alla luce la 
proposta d'un Nuovo telegrafo elettrico stampante, in sostituzione di quello 
Morse a linee e punti : si doveva comporre d' un apparecchio trasmettitore 
ed inversore, trasmettente i segnali ed invertente la corrente elettrica quando 
si volesse, e d'un apparecchio ricevitore, destinato a stampare sulla carta i 
dispacci trasmessi. Però quest'invenzione non è nota, mentre quella dell'Hu- 
ghes fu adottata. Né saprei dire perchè fortuna non arrise al nostro con- 
cittadino. 

Ma la sua passione per le applicazioni dalla delusione non fu soffocata, 
ed ebbe pieno sfogo nel 1870, allorché fondò l'Officina tecnica Piazzi, dove, 
per anni 22 (1), trasfuse tutta l'anima sua di scienziato e di meccanico, oc- 
cupandosi esclusivamente di meccanica di precisione, svoJgentesi in appa- 
recchi di Fisica per i gabinetti delle scuole medie e delie Università, or imi- 
tando , ora novità ideando , ora modificando ; sicché in diverse Esposizioni 
fu premiato, ed acquistò bella fama. 

Tale fu Filippo Calìri. 

Poteva salire più in alto ; ma gliel'avranno impedito mitezza del carat- 
tere e modestia, forse eccessiva. 

Egli, compianto da quanti lo conobbero, passò serenamente alla vita che 
non avrà fine. 

P maggio 1923. 

Pietro Merenda 

(1) Nel 1882, forse stanco dell'eccessivo lavoro, cedette l'officina al figlio, Prof. Fedele, 
che la direge tuttavia. 



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ANDREA PITINI 



Ancora studente, si dedicò a ricerche di Farmacologia; fu nominato as- 
sistente alla cattedra nel 1904, libero docente nel 1905, aiuto, su parere una- 
nime della Scuola di Farmacia dell'Università di Palermo, nel 1909. 

Dopo essere stato compreso fra i vincitori del concorso alla cattedra di 
Farmacologia della R. Università di Cagliari, venne nominato incaricato alla 
cattedra di Farmacognosia nella nostra Università. Riuscì vittoriso e primo 
nel concorso per medico ispettore nell'ufficio d'Igiene della città, e tenne il 
posto di direttore del laboratorio chimico clinico dell'ospedale civico di Pa- 
lermo, per la laurea che egli aveva in Chimica e Farmacia e per i suoi lavori 
in Chimica bromatologica e Chimica clinica. Lascia una serie di pubblica- 
zioni d'indole sperimentale, di cui talune d'importanza, e fra queste notevole 
quella sull'aspirina. 

Galantuomo in tutto il senso della parola , e perciò stimato , servendo 
da medico la Patria durante la guerra, nel giudicare degl'idonei alla milizia, 
congiunse la rettitudine alla fortezza. 

Nei propositi costante , dedicò tutta la sua attività alla scienza, e non 
curò la pratica professionale, che, per le Sue doti e per la vasta Sua cultura 
specialmente nel campo della terapia, avrebbe potuto per lui essere larga fonte 
di guadagno. — Ebbe non pochi ostacoli nella carriera scientifica, ma seppe 
superarli; e quando, può dirsi, egli ave^a quasi raggiunto il suo ideale, mori, 
appena cinquantenne, il 18 dicembre 1923. 



4 COMMEMORAZIONE DEL PROF. ANDREA PITINI 

La nostra Società lo aveva eletto socio corrispondente residente il 2 di- 
cembre 1911, ordinario ai 9 giugno del 1919; e con rammarico l'ha perduto. 

Lascia un cordoglio fraterno a chi seppe conoscerlo e valutarlo sin dai 
banchi della scuola. 

7 marzo 1924. 

Carmelo Lazzaro 






PARTE IL 



MEMORIE SCIENTIFICHE 






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CENTENARIO DELLA NASCITA DI SIMONE CORLEO 



La filosofia dell'identità e la scienza 

Simone Gorleo aprì gli occhi alla luce in Salemi il 2 settembre 1823, 
Egli, con la sua grande mente, onorò la Sicilia e l'Italia; onde, sul cadere 
dell'anno passato ed in questo corrente anno, s'è celebrato e si va celebrando 
il centenario della nascita di Lui. 

Nella Biblioteca filosofica di Palermo, focolare d'alta cultura tenuto ac- 
ceso da Giuseppe Amato, e dal quale s'irradia tanta luce, è stata esposta in 
sintesi tutta 1' opera intellettuale del Grande Salernitano; vennero illustrate 
le idee d'identità e di sostanza da Lui poste a terreno e fondamento del si- 
stema filosofico suo, e messe in relazione con la sintesi critica ch'Egli fa dei 
sistemi filosofici; furono anche presentate le idee di Lui sulla riforma degli 
studi. Fecero eco Marsala e Salemi, due città dove amici, ammiratori , sco- 
lari, concittadini, evocarono la figura e le dottrine generatrici e feconde del 
trapassato immortale. 

Perchè mai anche la Società di scienze naturali ed economiche s'associa 
a quest'omaggio, e festeggia anch'essa il centenario d'un filosofo? Permet- 
tete ch'io mi giustifichi, poiché io principalmente debbo rispondere di que- 
sto fatto, che può parere lontano dagl'intenti della nostra istituzione e dalle 
consuetudini nostre. 






PIETRO MERENDA 






Due sono le ragioni per le quali ci associamo alla celebrazione di que- 
sto centenario : la prima è che Simone Gorleo ci appartiene intimamente; la 
seconda che 1' opera scientifica di Simone Corleo è, a dir così, inviscerata 
negl'intenti della nostra Società. 

Questo corpo morale scientifico che ci raccoglie non è nato ieri , come 
a molti può sembrare; ma, attraverso svariate vicende, conta ben 93 anni 
di vita. 

Per Regio Decreto del 9 novembre 1831 (i Decreti Regi allora erano le 
leggi dello Stato) venivano stabiliti : un Istituto d'incoraggiamento di agricol- 
tura, arti e manifatture in Palermo; una Società economica in ogni capo di 
Provincia; una Commissione economica in ciascun Comune di Sicilia: Società 
e Commissioni coordinate con V Istituto. 

Alle spese di questo concorrevano: lo Stato, le Provincie, il Comune 
della Capitale; ed esso, formato d' uomini notevoli per dottrina e per espe- 
rienza, adempì, per 33 anni , alla sua missione , con gli studi, con una ri- 
vista , coi concorsi a premi per monografie sopra argomenti determinati di 
pubblica utilità, con le Esposizioni. 

Se non che (e per noi vecchi liberali è doloroso ricordarlo) dopo la no- 
stra gloriosa rivoluzione fummo, ahimè ! spogliati del beneficio largitoci nel 
1831 , perocché un Regio Decreto del 2 novembre 1864 disse : « In luogo e 
vece del Regio Istituto d' Incoraggiamento , che è disciolto , è istituito un 
Corpo accademico , il quale , sotto la denominazione di Consiglio di perfe- 
zionamento, intenda alla diffusione e al progresso delle scienze che s'inse- 
gnano nell'Istituto Tecnico e delle loro applicazioni, ed eserciti ad un tempo 
la direzione e la vigilanza dell'Istituto medesimo ». 

I Decreti nel Regno d'Italia non hanno vigor di legge ; tuttavia la tra- 
sformazione ebbe effetto. L'Accademia, sotto la forma novella, dal lato scien- 
tifico divenne più teorica che pratica, né più concorse allo svolgimento eco- . 
nomico ed alla prosperità dell'Isola; segnalossi per la diffusione della cultura, 
ed i più anziani fra noi rammentano le magnifiche conferenze pubbliche onde 
risuonava 1' Aula Magna della R. Università, dove i Blaserna, i Tacchini, i 
Corleo, i Cannizzaro, i Gemmellaro spargevano a piene mani i più preziosi 






LA FILOSOFIA DELL'IDENTITÀ E LA SCIENZA 7 

portati della scienza, e su quistioni di grande momento, nazionali o locali, 
formavano, a dir così, le correnti dell'opinione pubblica illuminata. 

Anche questa nuova forma accademica non piacque più : un R. Decreto 
del 31 maggio 1876, n. 3134, costituiva presso l'Istituto Tecnico una Giunta 
di Vigilanza, abolendo implicitamente il Consiglio di perfezionamento. 

I soci del Consiglio non si persero d'animo a tale nuova iattura, e co- 
stituirono l'attuale Società di scienze naturali ed economiche, lo statuto della 
quale, sotto il nome di Regolamento, fu approvato l'8 ottobre 1883. 

Or nel secondo periodo della vita del nostro corpo accademico, quello 
del Consiglio di perfezionamento, Simone Oorleo fu Presidente di esso per 
anni non pochi, e in gran parte si deve a Lui la fama che l'Istituzione ac- 
quistò in tutto il mondo civile. Noi, che ereditammo la ricca, per quanto 
fra tante vicende, poco ordinata biblioteca, i cui tesori, se rimontano al 1831, 
divennero cospicui dopo il 1864; noi che ereditammo l'alte tradizioni scien- 
tifiche della penultima forma, potremmo, rispettando la coerenza, e mostran- 
doci grati, astenerci dal celebrare il centenario di Simope Gorleo ? 

Come mai, venendo all'altro motivo della celebrazione, come mai l'opera 
scientifica di Simone Gorleo si può dire inviscerata negl'intenti del nostro 
Sodalizio ? 

Ecco. Gorleo fu enciclopedico : filosofo, è creatore d'un sistema, che pare 
a me la vera Filosofia scientifica, così lontana dal gretto Positivismo, (1) 
come dallo sterile Idealismo assoluto; naturalista, in Fisica prodigò sua sa- 
pienza nel volume sui creduti fluidi imponderabili, e nel libro sopra l'inner- 
vazione ; ed in quanto alle economiche discipline, non solo manifestò con- 
cetti importantissimi sull'ordinamento italiano delle imposte, ma si deve a 
Lui la legge sull'enfiteusi dei beni ecclesiastici in Sicilia, della quale, da 
soprintendente generale, curò gratuitamente 1' attuazione , scrivendo poi la 



(1) Ho presente un lavoro di Gorleo, Le differenze tra la Filosofia della Identità & 
l'odierno Positivismo, estratto dalla Rivista di Filosafia scientifica, diretta da Enrico Mor- 
selli, serie 2 a , anno V, voi. V, febbraio 1887. . 



8 



PIETRO MERENDA 



istoria dell'opera compiuta, e di questa additando i benefici venuti alla agri- 
coltura siciliana. 

Oggi, iniziando la celebrazione, spero di dimostrarvi che il sistema di 
Lui debba considetarsi come la vera Filosofìa scientifica: per gli altri rami 
del sapere, nei quali Egli impresse orma profonda del suo genio, e che 
entrano direttamente negl'intenti dei nostro Sodalizio, spero che i colleghi 
competenti, ai quali mi sono rivolto, vorrano fare uno studio simile al mio. 
e presentarvelo. 

Corleo abbraccia la Filosofia universalmente, cioè come la scienza del- 
l'umano sapere. 

Perchè la Filosofia possa bastare ad un compito così grandioso, Egli ha 
creato un sistema. Direte che i sistemi filosofici ce n'è a centinaia. Vi prego 
di non giudicare affrettatamente, e d'esaminar meco sopra quale terreno Egli 
ha. posto il fondamento del superbo edificio, ed in clie consiste questo fon- 
damento. 

Comincia osservando il pensiero come si presenta, e raccogliendo ciò che 
in esso si presenta, senza nulla presupporre. Trova che v'hanno parvenze 
le quali, senza che noi vi riflettiamo, e senza il concorso della volontà no- 
stra, identicamente si presentano. Così è di tutte le percezioni sensitive 
esterne, e di tutte quelle che riferiamo all'interno del corpo nostro. Questa 
parvenza, che s' identifica con la precedente , chiama pure percezione com- 
plessiva ed irriflessa. . 

Or, date due parvenze, non saremmo in grado di distinguerle se esse 
fossero talmente identiche fra loro da non recare, elemento veruno non iden- 
tico, mercè del quale sceverar si potesse questa istessa dualità loro, per lo 
meno in ragione di successione di tempo; ed il fatto primitivo del pensiero 
si presenta come un fenomeno in parte identico ed in parte non ideutico : 
così siamo in grado di riconoscere tanto l'identico quanto il diverso. 

Oltre a questa prima legge d'identità, che consiste nel presentarsi iden- 
ticamente tutto ciò che identicamente si presenta, e diversamente tutto ciò che 
diversamente si presenta, v'ha una seconda legge, la quale risulta dallo stesso 
identico e dallo stesso diverso, che, a mano a mano, per le nuove parvenze. 



LA FILOSOFA DELL'IDENTITÀ E LA SCIENZA 



9 



•diventano più distinti, sicché appaiono, in un secondo momento, come com- 
plessi formati di parti che prima pur erano , ma non apparivano ; e questa 
seconda specie è V identità del tutto con le parti che lo costituiscono. 

Non pare anche a voi die identità e diversità siano in natura/e che le 
due leggi di Corteo si trovino negli oggetti esterni a noi e nel corpo nostro, 
ed, in virtù della nostra organizzazione medesima, tali e quali si rappresen- 
tino nel pensiero ? 

Le medesime leggi d'identità fan riprodurre le nostre percezioni e qual- 
siasi pensiero nostro : la parte richiama le altre rappresentazioni parziali, 
benché diverse, che compongono l'identico totale precedente. 

Questa legge d'associazione impera tanto nello stato spontaneo quanto 
nello stato riflesso, ossia del ripiegamento dell' intelletto sopra le percezioni 
spontanee, il quale, illuminato dall'attenzione, può avvenire così accidental- 
mente come per opera volontaria. Così, lavorando sopra lo stato spontaneo, 
ha effetto la sintesi e l'analisi riflessa delle percezioni. 

Sopra la stessa legge d'identità è fondata l'astrazione, che, insieme alla 
libertà morale, distingue radicalmente 1' uomo dai bruti. L' identico, rappre- 
sentandosi in gruppi diversi , diviene punto tipico di rappresentazione per 
tutto ciò che lo somiglia, e punto differenziale per tutto ciò che noi somi- 
glia. Dalle frequenti ripetizioni del punto identico in mezzo a gruppi diversi, 
sorge l' isolamento, l' astrazione dell' identico da tutti gli altri elementi coi 
quali si trova unito , e che non lo somigliano. Così ci rappresentiamo , per 
esempio , i colori diversi , indipendentemente dagli oggetti colorati ; così ci 
rappresentiamo il colore senza più riferirci né al bianco né al rosso ; e, pro- 
cedendo per astrazione del punto comune fra astrazioni simili, andiamo sa- 
lendo verso astrazioni sempre più elevate : qualità, sostanza, essere. 

Ci possiamo rappresentare gli oggetti intieri, ci possiamo rappresentare 
le astrazioni isolate, ci possiamo rappresentare complessi astratti da gruppi 
diversi e di percezioni o di astrazioni. Tali concepimenti riflessi sono ap- 
punto le idee. 

Queste si posssono anche ricevere bell'e fatte dalla società domestica e 
dalla civile. Tutte possono anche essere erronee. E siffatta possibilità può 

2 






10 



PIETRO MERENDA 



essere remota, cioè derivante dallo stato spontaneo : si potè la parzialmente 
somigliante parvenza prendere per somiglianza totale, e così apprezzarla nello 
stato riflesso. Può essere prossima, nel ritenere ciò che parzialmente è iden- 
tico come identico totale. 

Il giudizio è fondato sulla legge medesima della identità totale ed ele- 
mentare. Il predicato è una parte del soggetto, se il giudizio è affermativo, 
o non è parte di esso qualora negativo il giudizio sia. 

Per poter dire che l' elemento sia o non sia nel tutto suo , è l' identità 
che deve rivelarlo. Se ne fa parte , il predicato gli è identico parzialmente 
con la stessa necessità, universalità , assolutezza ed evidenza onde il tutto, 
che abbia questi caratteri, riluce. 

Finalmente complesso di giudizi è il raziocinio, che serve a scoprire in- 
cognite verità per mezzo di verità note, giovandosi della immaginazione come 
guida, e della identità come sindacato, nel passare dall'ipotesi (primo mo- 
mento dal raziocinio inventivo in cui s'ha la somiglianza , e si sospetta V i- 
dentità) alla tèsi (secondo momento in cui si è in possesso della identità 
totale); ovvero serve a dimostrare il nesso ignoto tra verità conosciute (ra- 
ziocinio dimostrativo). Ma il passaggio da un giudizio ad un altro è giusti- 
ficato dalla connessione che deve esistere tra loro . la quale è effetto della 
identità totale o parziale che essi hanno con un giudizio di maggiore esten- 
sione, che tutti li abbraccia, ed è identico con essi come il tutto è identico 
con la somma delle parti. 

Pur troppo l'errore si può insinuare anche nei giudizi e nei ragionamenti : 
basta prendere l'identico parziale come identico totale. 

Nella Filosofìa e nelle altre scienze evita lo errore il metodo, cioè quella 
disposizione che si dà al complesso dei giudizi ed ai ragionamenti, sia per 
esporre sia per dimostrare, sia per avviare alla ricerca o del fatto ignoto o 
della legge che governa il fenomeno; e non può avere altro scopo che non 
sia quello di condurre all' identico totale per mezzo di tutti i parziali suoi. 
od ai parziali mediante la decomposizione del totale loro. Così la legge della 
identità diventa una regola. 

Sul terreno dell'identità Corleo fonda il suo edificio filosofico. Non pare 



LA FILOSOFIA DELL'IDENTITÀ E LA SCIENZA 



11 



anche a voi che questo suolo sia così compatto da potervisi fabbricare su 
qualunque mole, e che questa sarà certamente solida , e potrà sfidare i se- 
coli, se le fondazioni soprastanti som buone, e la fabbrica ubbidisce ai pre- 
cetti della statica ? 

E passo innanzi. Jl Filosofo di Salemi applica alle idee metafisiche la 
regola della identità. Senza di esse , noi ci ridurremmo a conoscere unica- 
mente le sensibili cose. Tutti facciamo uso continuo delle idee metafìsiche : 
sostanza, causa, essere, tempo, atomo, forza, e via discorrendo. 

Le idee metafisiche son composte di elementi presi dagli oggetti osser- 
vabili , interiori od esterni, mediante l'astrazione e la sintesi degli astratti; 
però 1' unione di tali elementi in un sol tutto, non solo non è mostrata di- 
rettamente dall'osservazione , ma non potrà esserlo giammai. Tali oggetti e 
relazioni si legano strettissimamente cogli esseri e con lo stato degli esseri 
che osserviamo; ma noi li argomentiamo dalle cose e dai fenomeni mondiali, 
con i quali sono connessi; onde coteste idee riescono positivo-negative : po- 
sitive, per. la parte che assicura l'esistenza reale di quegli esseri e di quelle 
relazioni; negative, per la parte che negar deve la rassomiglianza loro con 
gli altri esseri e con le altre relazioni sensibili, mediante gli elementi dei quali 
siam costretti a formarcele, e con il linguaggio onde dobbiamo esprimerle. 

Per giustificarle, il nostro Filosofo reputa necessario esaminare se siano 
esatte le idee madri di sostanza, fenomeno, potenza, atto, causa ed effetto, idee 
madri dalle quali dipende che abbiamo delle idee metafisiche. 

Or v'ha una idea prima, dalla quale nascono, per necessaria filiazione, 
tutte l'altre : quest'idea è quella di sostanza, la più feconda di conseguenza 
in Filosofìa, e, per influsso suo continuo, in tutte le scienze. 

La sostanza, secondo il comune modo in cui va intesa , è ciò che sus- 
siste per sé, e serve di soggetto d'inerenza agli accidenti. Consta di tre ele- 
menti : il noumeno, che non comparisce, e che sta sotto di lei; il fenomeno, 
(l'accidente) che comparisce; la potenza, della quale il noumeno è dotato per 
effettuare il fenomeno: sicché il noumeno produce il fenomeno, ed, attuan- 
dosi, lo sostiene. 

E esatta questa idea? Per essa l'uno, mentre è una unità non plurale 






12 



PIETHO MERENDA 






nel tempo istesso contiene in se il plurale, perchè ha il potere d'emetter 
fuori il plurale, che prima non era, e di sostenerlo su di sé. Così l'identico 
è nel tempo stesso non identico, e può da sé farsi diverso, emettendo la 
diversità dal seno suo. Poiché questi elementi dell'idea sono contraddittori, 
essa non può esser vera. 

La sostanza non può contenere né sviluppare potenza veruna per pro- 
durre o sostenere qualche cosa diversa da sé: essa non può essere che atto, 
quello che è, sempre atto identico ed invariabile, il fenomeno pertanto è 
atto anch'esso, e non può essere potenza, né sviluppato ento di potenza. Co- 
me il più non è la estrinsecazione o la produzione deWuno, ma è una som- 
ma di unità congiunte insieme, così il fenomeno è l'insieme delle sostanze, 
ed è esattamente identico con esso. 

Conseguenza prima di questo teorema: la sostanza, ossia V atto sostan- 
ziale, dev'essere intransitiva, essendo un atto sempre identico che né passa 
né muta : ciò che muta e passa, cioè il fenomeno, è la forma della pluralità 
e la composizione sua. 

Conseguenza seconda : la potenza non può essere il germe d'atti diversi 
esistente nell'unità, o nella sostanza. Essa è per essenza composta e plurale, 
significando la possibilità degli atti sostantivi a disporsi in gruppi e modi 
diversi, ed a formare diversi risulta menti. 

Conseguenza terza : Yazione vuol essere considerata sotto due differeuti 
aspetti: 1° come semplice, sostanziale, immutabile ed intransitiva, la stessa 
sostanza-atto; 2° come complessiva e fenomenica, risultante dalle azioni sem- 
plici sostantive od elementari; quella appunto che cangia e si commuta in 
ragione delle variazioni che il composto subisce, sia nel numero, sia nella 
rispettiva posizione degli elementi : mentre ciascuna sostanza è impenetra- 
bile e non s'effonde al di fuori, l'insieme degli elementi è identico alla somma 
degli stessi, e perciò l'azione complessiva muta, com' essi mutano nei rap- 
porti loro. 

Applicando la regola dell'identità, e la rettificata idea di sostanza, e 
quelle ad essa correlative di fenomeno , potenza ed azione, Corleo passa a 
correggere le idee di causa ed effetto, di spazio e di tempo, d'ente reale e 



LA FILOSOFIA DELL IDENTITÀ E LA SCIENZA 



13 



possibile, d'essenza, di necessità ontologica, di contingenza, d'assoluto logico e 
d'assoluto ontologico, tutte più o meno inesatte per influsso della sostanza 
potenziale; e seguita compiendo lo studio del pensiero e delle leggi che lo 
governano, delle idee, degli esseri in generale. Di qui, deducendo, e corro- 
borato dagli studi vasti suoi in Fisica, Fisiologia, Teologia e Morale, e sem- 
pre valendosi della rigorosa regola dell'identità, costruisce il resto del siste- 
ma, nella Cosmologia, nella Teologia, nell'Antropologia, nella Sociologia. 
Risultamenti sono : 

1) la reale esistenza del fuor di me , e quindi il parallelismo tra il 
mondo esterno e l'interno; 

2) la determinazione delle leggi che governano la materia, così inor- 
ganica come organica; 

3) la necessità che il molteplice si connetta con VUno eterno, non po- 
tendo il mondo essere senza principio; 

4) l'esistenza nell'uomo d' una sostanza collaborante con gli elementi 
materiali, sostanza di natura diversa da questi (lo spirito); 

5) il dovere, come azione a fare in conformità all'umana natura, presa 
questa nel senso di ciò che è identico alla conservazione ed al perfeziona- 
mento dell'individuo e della specie; 

6) la società domestica, civile, politica, necessarie all'esistenza ed allo 
sviluppo della persona umana. 

Da ultimo, nella Sofologia , è studiata la connessione, nella Filosofìa,, 
di tutte le scienze fisiche, metafìsiche e morali, e s'addita il metodo generale 
che può aiutarle alla ricerca del vero ed al conseguimento della certezza, e 
com'esso debba variamente atteggiarsi secondo i diversi rami dello scibile. 

È eccessivo affermare che questo sistema filosofico sia da considerarsi 
come la vera Filosofia scientifica, e quindi non disdicevole a naturalisti? 

Il sistema è fondato sul terreno dell'identità, e la regola dell'identità ne 
governa tutto lo sviluppo; onde i ragionamenti del Filosofo di Salerai sono 
d'un, rigore che soltanto la Matematica, che vi è tanto cara, può emulare. 

Passiamo più specificatamente alle fondazioni che basano sopra questo 
terreno. 









14 



PIETRO MERENDA 



• L'idea di sostanza com'è stata corretta da Corteo, è appieno conforme 
ai risultamenti delle scienze fisiche. Non bisogna dimenticare che general- 
mente gli antichi credevano, in base ad un'osservazione imperfetta, che 
quattro elementi o corpi semplici componessero la materia: aria, terra, acqua 
e fuoco ; or siccome ognuno di cotesti elementi appariva produttore di fe- 
nomeni diversi, era quindi una sostanza, soggetto d'inerenza, potenza feconda 
di più accidenti. Logico, naturale che nella mente dei filosofi nascesse ana- 
loga idea metafisica, né più. né meno concordante con le dottrine della scienza 
bambina d'allora. Né si dica che fuori della Terra l'osservazione grossolana 
dei fenomeni naturali volgesse ad idee diverse da questa le menti assetate 
di sapienza. 11 Sole, sino a Galileo, fu creduto immagine incontaminata di 
purezza, e considerato come incorruttibile: tipo di sostanza, di cui il moto 
attorno alla Terra ed i fenomeni della luce e del calore erano gli accidenti. 
Ciò che fu creduto del Sole fu pur creduto delle Stelle. 

Quell'idea di sostanza adesso non si regge più di fronte alla scienza at- 
tuale. 

Ciò che prima pareva semplice, s'è trovato composto. Ogni elemento ha 
una propria natura immutabile, ed un'azione propria: è quello che è: non 
isviluppa potenze, non dà luogo a fenomeni diversi: la composizione degli 
elementi ha potenza di produrre i corpi, vari, non soio in ragione dei com- 
ponenti, ma anche della posizione loro. Onde le sostanze componenti sono 
azioni, ed azioni le composte. Degli atomi s'è potuto determinare il peso, e 
la graduale modificazione delle proprietà fisiche e chimiche col variare del 
peso. N'è venuta la disposizione degli elementi in ordine crescente di peso 
atomico, e la collocazione ad intervalli determinati di elementi analoghi per 
le proprietà loro; n'è seguita la meravigliosa compilazione d'un quadro, nel 
quale si vede che il complesso delle proprietà di ciascun elemento è in re- 
lazione col posto eh' esso occupa nel sistema periodico. Da ciò il miracolo 
d'osservare dei posti ancora non occupati, e di divinare l'esistenza d'elementi 
ignoti tuttavia, i quali furono di fatto scoperti dappoi. 

Tutte queste risultanze scientifiche relegano fuori uso la vecchia idea 
metafisica della sostanza potenziale. Guai se i chimici si valessero di lei ! 



LA FILOSOFIA DELL'IDENTITÀ E LA SCIENZA 



15 






E ciò che s'è detto dell'idea di sostanza in rapporto alla Chimica, si 
potrebbe ripetere di lei in rapporto con tutte le scienze; ma non occorre, pe- 
rocché quando una teoria filosofica come quella di Corleo sulla sostanza si 
trova applicabile alle parti della materia in mezzo alla quale noi viviamo, 
ei pare evidente ch'essa risponda a verità. 

Né vale osservare che siamo in presenza d'una vera rivoluzione scien- 
tifica : la scoperta dell'elettrone. L'atomo non sarebbe più indivisibile, avrebbe 
gli elettroni come parti costituenti : siamo nel regno degli invisibili immen- 
samente piccoli, andiamo verso la capitale. 

Neanco 1' elettrone sarebbe una sostanza potenziale : tutti gli studi fatti 
sin qui lo danno come sostanza-atto, senza potenzialità. 

Dalle quali considerazioni è lecito dedurre che la perfetta corrispondenza 
della parte fondamentale di questo sistema con lo stato della scienza attuale, 
dà diritto ad affermare che la Filosofia di Corleo sia da considerare come la 
vera Filosofia scientifica. 

Né a siffatto giudizio legittimo mena soltanto questa perfetta corrispon- 
denza; e, a convincervene, se non temessi di sorpassare i limiti, che mi sono 
imposti , vi esporrei gli ammaestramenti sul metodo , che Corleo dà nella 
Sofologia, e sarei tentato perfino di riprodurre ciò che egli scrive sopra 
quest'argomento in rapporto alle scienze fisiche. 

Poiché il 22 aprile 1924 si compie , e sarà celebrato , il secondo cente- 
nario della nascita di Emmanuele Kant, padre famoso del Soggettismo, questa 
è un'altra ragione perchè, in simile congiuntura, s'onori Simone Corleo, che 
del Filosofo di Conisberga è il contrapposto. 

11 31 agosto 1932 si chiuderà il 1° concorso decennale al premio da con- 
ferirsi alla memoria più pregevole che sarà presentata sopra i principi fon- 
damentali svolti nei lavori scientifici di Simone Corleo. Lasciatemi concepir 
la speranza che ad uno dei nostri soci tocchi l'onore della vittoria ! 



7 mar so 1924. 



Pietro Merenda 



Determinazione della latitudine dell'Osservatorio Astrono- 
mico di Palermo fatta col metodo di Horrebow-Talcott ° 



Determinazioni precedenti 



Le determinazioni della latitudine dell'osservatorio di Palermo eseguite 
dalla sua fondazione sono le seguenti : 

Piazzi (1) col metodo delle distanze polari adoperando il Cerchio di 

Ramsden ottenne nel 1791-92 

cp = 38° 6' 44",0 

nel 1793-94 (2) 

<p = 38° 6' 45",5. 

Rifatti i calcoli con le posizioni più esatte delle stelle adoperate ottenne 

<p = 38° 6' 44", 4 ma concluse poi col primo valore ottenuto, 

<p = 38° 6' 44' ,0. ■ 

Ragona (3) ripetendo le osservazioni di Piazzi ottenne nel 1855 , per il 

centro del Ramsden 

cp = 38° 6' 40",8 



(*) Memoria presentata dal socio Prof. Filippo Angelitti, Direttore del R. Osservatorio 
Astronomico di Palermo, nella tornata del 6 Giugno 1924, accolta per la stampa dietro fa- 
vorevole parere d'una commissione composta dei soci : Filippo Angelitti, Corradino Mineo 
e Michele De Franchis (Il Presidente: Pietro Merenda). 

(1) Della Specola Astronomica. Libro IV, pag. 163. Palermo MDCCXCII. 

(2) » » » Libro V, pag. 131. 

(3) Giornale Astronomico e Meteriologico del R. Oss. di Palermo un. 63-64, voi. III. 1859. 

3 



18 



VITTORIO STRAZZERI 



e nel 1859 adoperando il Circolo Meridiano di Pintor e Martins con una 
serie di distanze zenitali 

rp = 38° 6' 42", 67 per il centro del Meridiano e 
cp = 38° 6' 42" per il centro del Ramsdem. 
TACGHrNf (1) con lo stesso Circolo Meridiano e con osservazinf di Nadir 
e della 61 Cygni, ottenne nel 1867, 

cp = 38° 6' 44",24 per il centro del Meridiano. 
Zona (2) con misure di distanze zenitali , mobilizzando uno dei cerchi 
del Circolo Meridiano concluse nel 1884 col valore 

<p — 38° 6' 45 ",59 per il centro del Meridiano e 
tp = 38° 6' 44",9 per il centro del Ramsden, 
e poi (3), nel 1891 con uno strumento di passaggi della casa Bamberg si- 
tuato nel primo verticale, 

cp =38° 6' 44",0 per il centro del Ramsden. 

Strumento e stanza di osservazione 



Lo strumento zenitale di Wanschaff è collocato nella torre nella quale 
era impostato l'antico circolo verticale di Ramsden. 

Esso è del noto tipo di piccolo modello con cannocchiale di mm. 80 di 
apertura e m. 1 di distanza focale; differisce dagli altri consimili per avere 
il cerchio verticale intero e graduato per tutta la circonferenza. 

Il micrometro è formato di due telai uno fìsso e l'altro mobile, condotto 
da una vite micrometrica con la testa divisa in 100 parti. 

Il telaio fìsso porta 5 fili orari ed altri 4 disposti in senso normale ai 
primi; due di questi sono situati nel centro del campo e distano fra loro di 
circa 24 parti della vite micrometrica, cioè di circa 12, e gli altri due limi- 
tano il campo utile del cannocchiale. 



0) Bullettino Metereologico del R. Oss. di Palermo. Anno IV. voi. IV, 1868, pag. 35. 

(2) Zona, Nuova ricerca sulla latitudine di Palermo. — Pubblicazioni del R. Oss. di 
Palermo. - Voi. III. pag. 71. Anni 1883-84-85. 

(3) Zona, Lat. del R. Oss. di Palermo. Pubblicaz. del R. Oss. di Palermo, Voi. V. 1883. 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



19 



Le rivoluzioni della vite micrometrica si leggono sopra una laminetta 
seghettata i cui denti distano fra loro appunto di una rivoluzione ; questi 
sono in numero di 20, distinti di 5 in 5 con una intaccatura più profonda. 
. Il telaio mobile porta 11 fili equidistanti fra loro di due rivoluzioni circa 
della, vite micrometrica. Questi fili si mantengono perpendicolari ai fili orari 
del telaio fisso. 

La sala di osservazione è circolare di diametro all'indica di m. 4 ed è 
sormontata da una cupola metallica girevole, che presenta una fessura dia- 
metrale di cm. 70 di larghezza. 

Nella stanza si trovano un barometro di Ceccarelli , tipo Fortin ed il 
pendolo Frodsham n. 2060. 

L'illuminazione si ottiene per mezzo di lampadine elettriche alimentate 
dalla corrente stradale. 

Distanze dei fili del reticolo mobile 



Per le distanze dei fili del reticolo mobile si sono osservate stelle alla 
elongazione orientale ed a quella occidentale. 

La fessura della cupola e la custodia del cannocchiale si aprivano mez- 
z'ora prima d'iniziare le osservazioni. 

Cinque minuti prima del tempo calcolato dell' elongazione della stella 
si puntava lo strumento in azimut ed in altezza. 

Eseguita la puntata in altezza si fissavano le livelle definitivamente al 
cannocchiale, si chiudeva la vite del braccio, che lega il cannocchiale al 
piede , e poi con la vite di richiamo per i piccoli movimenti si centravano 
le bolle. Quando la stella entrava nel campo si faceva la lettura delle livelle, 
lettura che si ripeteva dopo aver dati gli appulsi ad occhio e orecchio dei 
passaggi della stella agli undici fili del reticolo mobile. 

Dalle prove eseguite risultò che le livelle rimanevano immobili durante la 
osservazione salvo lo spostamento di qualche decimo di parte nella livella 
inferiore, si è perciò pensato di eseguire più di una serie di 1 1 appulsi sulla 
stessa puntata e con la stessa stella, per cui si è proceduto come segue. 

Si puntava il cannocchiale in distanza zenitale con una differenza di 20' 
in più o in meno della distanza calcolata, secondo che la stella era all'elonga- 
zione orientale o a quella occidentale. 



20 



VITTORIO STRAZZEIU 



Si sceglieva questa differenza di 20' perchè, la distanza del filo I al 
filo XI essendo di 17' 13", rimanesse il tempo di leggere le livelle dopo la 
prima serie di 11 appulsi e di rimettere con la vite di richiamo il cannoc- 
chiale in posizione tale da fare un'altra serie di appulsi. 

Non si è mai trascurato di leggere le livelle dopo la prima serie di ap- 
pulsi, per accettarsi dell'immobilità del cannocchiale durante l'osservazione, 
ciò che si è sempre verificato. 

Si sono fatte due o tre serie di 11 appulsi, secondo che il tempo calco- 
lato per l'elongazione capitava più vicino al sesto appulso della prima serie 
o al sesto appulso della seconda serie. 

Con qualche stella fu fatta una sola serie di 11 appulsi e con una sola 
ne furono fatte quattro serie. 

Le serie di appulsi fatte su una stessa stella e perciò con la stessa 
puntata furono trattate come se fossero state un'unica serie fatta per un re- 
ticolo di ampiezza maggiore. 

Le correzioni adunque apportate nelle misure sono state quelle relative 
alla curvatura ed alla rifrazione e queste s' intende in funzione della di- 
stanza zenitale della stella alla sua elongazione. 

Diamo un esempio di riduzione relativo ad una stella con la quale si 
fecero tre serie di appulsi. 

Il significato dei simboli è il seguente : 
« a PP ., S app . indicano l' ascensione retta apparente e la declinazione 
apparente della stella al 1 ottobre 1923, 

t l'angolo orario per l'istante dell'elongazione, 
a, z l'azimut e la distanza zenitale, 
e la correzione del pendolo, e quindi 

T = a app . -\-t-\-c il tempo segnato dal pendolo all'istante dell'elon- 
gazione, 

® il tempo dei passaggi, 

K la correzione per la curvatura da apportare al log [0 - 1) cos 8 in 
unità del quinto ordine decimale (ÌCM ). 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 

K S E M F I O 

l Ottobre 1923 — Osservazione di una stella all' elongazione West. 
Pendolo di Frodsham N. °2060. Cerchio ad Est. 



2 1 



C Draconis 3,0 a a , 

o 



h in s ■ o , 

17 8 32,3 8 ap p = 65 48 58" 



hms o o hms 

t=4 37 29,7 a=31 23' z=47 75' T=a app -ft+c=21 47 22,8 cos 8= [9,61243] 



FILO 




Tempo 


— T 


log (0— T) 


log (0 - T) K 


(0— T) cos 8 


Distanza 
dal 


Distanza 
media 


-f- log cos 8 — 


K 


XI 


dei passaggi 








filo VI 


dal filo VI 


hms 

21 42 36,4 


— 280,4 


2, 45697n 


2, 06940» 4 


— 117,317 


34,363 




X 


52,9 


268,9 


43120n 


04363n 4 


110,358 


27,604 




IX 


43 9,8 


253,0 


403 12n 


01555n 3 


103,638 


20,684 




vur 


26,8 


236,0 


3729 In 


1, 98534n 3 


96,674 


13,720 




VI] 


43,2 


219,6 


34163» 


95406» 3 


89,956 


7,002 




vi 


44 0,3 


202,5 


30643n 


91886n 2 


82,954 


0,000 




V 


16,9 


185,9 


26928» 


8877 In 2 


76.153 


6,801 


• 


IV 


33,7 


169,1 


228 14n 


84057n 2 


69,277 


13,677 




ni 


50,3 


152,5 


18327» 


79570» 2 


62,471 


20,485 




il 


45 6,9 


135,9 


13322n 


74565n 1 


55,672 


27,282 




i 


24 2 

TI 


— 118,6 


07408n 


68651 n 1 


— 48,584 


34,370 




XI 


47 45.6 


-f 22,8 


1, 35793 


0, 97036 


+ 9,340 


34,247 


34,301 


X 


48 1,9 


39,1 


59218 


1, 20461 


16,018 


27,569 


27,511 


IX 


18,9 


56,1 


74-896 


36139 


22,983 


20,604 


20,616 


VIII 


35,8 


73,0 


86332 


47575 


29,905 


13,682 


13,653 


VII 


52,6 


89,8 


95328 


56571 


36,788 


6,799 


6,893 


VI 


49 9,2 


106,4 


2, 02694 


63937 1 


43,587 


0,000 


0,000 


V 


25,9 


123,1 


09026 


70269 1 


50,489 


6,842 


6,883 


IV 


42,6 


139,8 


14551 


75794 1 


57,270 


13,683 


13,793 


III 


59,7 


196,9 


19562 


80805 1 


64,274 


20,687 


20,647 


II 


50 16,2 


173,4 


23905 


85148 2 


71,033 


27,446 


27,458 


I 


32,9 


190,1 


27898 


89141 2 


77,873 


34,286 


34,380 


XI 


51 43,0 


260,2 


2, 41531 


2, 02774 3 


106,588 


34,321 




X 


52 0,0 


277,2 


44279 


05522 4 


113,546 


27,361 




IX 


16,6 


293,8 


46805 


08048 4 


120,348 


20,561 




Vili 


33,7 


310,9 


49262 


10505 4 


127,353 


13,556 




VII 


50,0 


327,2 


51481 


12724 4 


134,030 


6,879 




VI 


53 6,8 


344,0 


53656 


14899 5 


140,909 


0,000 




V 


23,8 


361,1 


55713 


17006 5 


147,914 


7,005 




IV 


41,0 


378,2 


57772 


19015 5 


154,917 


14,008 




III 


57,5 


394,7 


59627 


20870 5 


161,678 


20,769 




II 


54 14,3 


411,5 


61437 


22680 6 


168,554 


27,645 




I 


31,0 


+ 428,2 


63165 


24408 7 


-f 175,392 


34,483 





22 



VITTORIO STRAZZERI 



Chiamata 



dz 



la correzione media per la rifrazione espressa in secondi 



d'arco per una differenza di 1 di distanza zenitale, quelle per 1" sarà 

15 dr 



60.60 dz 
e quindi la stessa correzione espressa in secondi di tempo sarà 



1 



dr 



60.60 dz ' 
Indicando adunque con a la distanza osservata di un filo dal filo VI la 
correzione e da apportare a questa distanza sarà 

a 



"3600 



dr 
dz 



Assumendo per distanza del filo I dal filo VI la media di quelle osser- 
vate (vedi il quadro seguente), la correzione da apportare a questa distanza 
per la rifrazione sarà perciò 

/_'. . 28,345 \ 1 dr 34,405 dr ,-« ,wn dr rt/w .__dr 

c = ( 34 + -%-)• -3«Kr^7 = -arar s = i'- 9808 *' uf = °- 009555 s 

Riportiamo nella tabella seguente i valori di e, relativi ai vari fili , cal- 
colati in modo analogo. 



filo 


logc 


e 


I. 


7,98032 


0,00956 


II. 


7,88331 


0,00764 


III. 


7,75862 


0,00574 


IV. 


7,58295 


0,00383 


V. 


7,28232 


0,00192 


VII. 


7.28021 


0,00191 


Vili. 


7,58197 


0,00382 


IX. 


7,75824 


0,00573 


X. 


7,88331 


0,00764 


XI. 


7,98050 


0,00956 



i 






DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



23 



dr 
Considerando che il massimo valore di -j— per le stelle osservate è 

dz ^ 

quello relativo alla C Ursee minoris (z = 50.43) , che è di 2", 5, dal quadro 
precedente si scorge che limitandosi alla quarta cifra decimale le correzioni 
relative ai due fili di ognuna delle coppie (V, VII), (IV, Vili), (III, IX),' (II, X), 
(I, XI) sono da ritenersi uguali, anzi che dette correzioni ordinatamente sono 
multiple di quella relativa al filo V secondo i numeri 1, % 3, 4, 5. 

Nella prima colonna del quadro seguente sono registrate le date delle 
osservazioni, 

nella seconda i nomi delle stelle osservate all'elongazione, 
nella terza , nella quarta e nella quinta ordinatamente la grandezza , 
l'ascenzione retta e la declinazione apparente, 

nella sesta il numero p delle serie di misure eseguite sulla stessa 
puntata, e nelle altre colonne le medie delle misure, eseguite sulla stessa 
puntata del cannocchiale, delle distanze dei fili I, II, III, IV, V, VII, Vili, 
IX, X, XI dal VI. 

Alla base del quadro è riportata per ogni filo la somma [pw] delle 
parti decimali di tutte le misure eseguite, corrette per la curvatura, poi la 
somma [pc] di tutte le correzioni relative alle rifrazioni da opportare alle 
singole misure della sua distanza dal filo VI ed infine la media 



w _ : [pw] + [pc] 
[p] 

delle distanze dei fili dal filo VI , corrette perciò per la curvatura e la ri- 
frazione : 



24 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



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26 



VITTORIO STRAZZERI 



L'errore probabile di uoa singola osservazione r e l'errore probabile R- 
del risultato per la disianza di un tilo dal filo VI sono stati calcolati in base 
alle forinole 



r = 0,6745 



[P vv ] 
n— 1 



R = 0,6745 



/_[pvvj_ 
Ipl (n-1) ' 



dove adunque p è il numero delle serie di misure eseguite sulla stessa pun- 
tata, n = 34 il numero delle puntate e v le differenze tra la media A relativa 
al filo che si considera e le misure eseguite , ciascuna di queste corretta e 
per la curvatura e per la rifrazione. 

Diamo qui sotto le distanze A in discorso espresse in tempo ed in archi 
coi relativi errori r e R. 



Filo 


A 


A 


R 


R 


r 


). 


34 s ,427 


8'36",402 


S ,007 


,106 


0,060 


IL 


27,535 


6 53,038 


0,007 


0,108 


0,060 


III. 


20,663 


5 9,945 


0,008 


0,121 


0,069 


IV. 


13,789 


3 26,828 


0,007 


0,110 


0,062 


V. 


6,901 


1 43,512 


0,008 


0,116 


0,064 


VII. 


6,867 


1 43,005 


0,007 


0,112 


0,062 


Vili. 


13,757 


3 26,359 


0,008 


0,120 


0,067 


IX. 


20,646 


5 9,691 


0,008 


0,125 


0,070 


; x. 


27,531 


6 52,962 


0,008 


0,123 


0,069 


XI. 


34,441 


8 36,615 


0,008 


0,115 


0,064 



Le misure fatte ad occhio ed orecchio e ridotte all'equatore sono da ri- 
tenersi buone quando l'errore probabile di una singola osservazione è infe- 
riore alla quantità. 



P = 1/ 2.0%07cos s S-r-2 t^—)' 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 27 

dove S è la declinazione della stella osservata e v è l'ingrandimento del can- 
nocchiale (1). 
' Si è calcolato v secondo la formoia 

R 

ove R è il raggio dell'obbiettivo e P quello dell'anello oculare , il quale è 
stato misurato col- dinametro di Ramsden (2). 
Si è trovato 

R = cm. 8 P = era. 0,15. 

Assumendo per 8 la massima delle declinazioni delle stelle osservate e 
cioè per S=78° 8' 26" si ha 

p = £ 0,08636. 

Essendo adunque il massimo valore di r per le misure eseguite quello 
relativo al filo IX, che è S ,069, le misure concluse sono da ritenersi buone. 

Studio della vite micrometrica. 

Un primo studio del valore della distanza percorsa da un filo del reti- 
colo mobile in corrispondenza a 0,01 di rivoluzione della vite micrometrica, 
cioè di una parte della testa della vite, si fece col metodo delle coincidenze, 
portando cioè a coincidere il filo V prima col filo a della coppia centrale dei 
fili fissi, poi a bisecare questa coppia ed infine a coincidere col filo b. 

In corrispondenza a ciascuna di queste operazioni, coincidenza o bise- 
zione, si facevano dieci letture. 

Lo stesso poi si praticò col filo VI e col filo VII. 






(1) Albrecht. Formeln and Hulfstafeln fiir Geographische Ortsbestimmungen. Leipzig. 
Verlag von Wilhelm Eogelmaan, 1894, pag. 17. 

( u 2) Murani, Fisica, Manuali Hoepli, Milano, 1917, pag. 562. 



28 VITTORIO STRAZZEBI 

Di queste serie di misure ne furono fatte nove, nei giorni 3 e 4 novem- 
bre 1922 e di queste 3 con illuminazione elettrica. 

Si trovò così che la distanza del filo V al filo VI corrispondeva a ri- 
voluzioni 2,00988 e quella del filo VI al filo VII di rivoluzioni 2,00086. 

Sapendo che queste due distanze erano rispettivamente di 1 43", 515 
ed 1' 43", 007 si conclude che il valore medio di 0,01 di rivoluzione era 

dal filo V al VI 800,' 988 = "' 5150 ' 

e dal filo VI al VII 1^-2^1= o", 5148, 

dai quali valori si scorge che approssimativamente la distanza da due fili 
corrisponde a due rivoluzioni della testa della vite. 

Un altro valore di una parte della testa della vite si è ricavato da 25 
osservazioni della polare all'elongazione occidentarle, fatte anche per lo stu- 
dio degli errori periodici del passo della vite nei giorni 19 e 26 marzo e 3 — 
5 _ 10 _ 12— 17 — 24 aprile 1923 col cannocchiale ad West. 

Si puntava il cannocchiale in azimut ed in altezza circa mezz'ora prima 
del tempo calcolato, collocando il filo VI alla rivoluzione 8 a . 

Quando la stélla si presentava nel campo si leggevano le livelle e preso il 
primo appulso quando la stella era bisecata dal filo I si girava la testa della 
vite di 15 parti, cosicché il filo 1 veniva a precedere la stella. Quando questa 
veniva bisecata nuovamente dal filo I si prendeva un secondo appulso e s- 
ripeteva questa manovra per 27 volte, cosiccbè allora la testa della vite era 
stata girata di parti 15 X 27, cioè di rivoluzioni 4,05 e perciò il filo VI si 
trovava alla rivoluzione 12,05. 

Lette le livelle si riportava il filo VI alla rivoluzione 8 a e si ricomincia- 
vano a prendere gli appulsi quando la polare veniva bisecata dal filo IV, 
ripetendo poi la manovra precedente; la stessa manovra poi si ripeteva col 
filo VII e col filo X. 

Qualche volta si sono presi gli appulsi solo coi fili 1, IV, VII e qualche 
volta solo coi fili IV e VII. 

Le riduzioni sono state fatte come nell'esempio riportato per la misura 






DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE 



29 



delle distanze di fili, oltre l'averci introdotte le correzioni per l'inclinazione- 
che sono state piccolissime. 

Che una certa variazione d' inclinazione dovesse presentarsi era previ- 
dibile perchè, per es. il 19 marzo il tempo impiegato ad eseguire le quattro 
serie di misure è stato di l h , 7 m e la vite in questo tempo è stata toccata 
27 X 4 = 108 volte. 

Del resto quel giorno la correzione media per l'inclinazione e per rivo- 
luzioni 4,05 è stata di 0",1658 e quindi per p.15 = r. 0,15 di 0".0061. 

La prima, la terza e la quinta colonna del quadro seguente intestala 
x, danno il numero delle parti della testa della vite a cominciare sempre dallo 
zero; la seconda, la quarta e la sesta intestate yt i valori medi corrispon- 
denti risultanti dalle dette osservazioni ridòtte in secondi di arco. 



X; 


y,i 


X; 


Ti 


Xi 


Vi 


15 


7 ",59111 


150 


77,41425 


285 


147,42408 


30 


15,37824 


165 


85,29488 


300 


155,27361 


45 


22,95923 


180 


93,00042 


315 


163,91044 


60 


30,77045 


195 


100,91466 


330 


170,76372 ! 


75 


38,92235 


210 


108,82578 


345 


178,13697 


90 


46,67797 


225 


116,4073/ 


360 


185,91739 


105 


54,39763 


240 


124,13017 


375 


194.04051 


120 


61,98678 


255 


131,66589 


390 


201,77562 


135 


66,67024 


270 


139,67473 


405 


209,69167 



Se la vite fosse stata perfetta i valori y, dello spostamento del reticolo 
mobile sarebbero proporzionali ai numeri x t - corrispondenti delle parti , dj 
cui si girava la testa della vite, per cui chiamato con tgy il coefficiente di 
proporzionalità , due valori oc ed y corrispondenti avrebbero dovuto soddi- 
sfare all'equazione 

y = x tg x- 

Riferendosi ad un sistema di assi cartesiani ortogonali, questa equazione 
rappresenta una retta di rapporto direttivo tgx- 



30 



VITTORIO SI R AZZERI 



Determiniamo questo rapporto in modo che ia somma dei quadrati delle 
distanze dei punti (x^yì) da questa retta sia minima. 

Supposto noto il valore di tg% la distanza di un punto (x,-, y t ) è uguale a 

Xisen-/ — ViCos/, 

cosicché la somma dei quadrati delle distanze di tutti i 27 punti è data da 






27 



2 (XiSeny_ — ViCos/) 2 == sen 2 x.£x ; 2 — senS/.XxiV; -f- cos'/.Iy- 






Perchè questa quantità sia massima o minima occorre che si annulli la 
sua prima derivata rispetto a /, cosicché si dovrà avere 



e quindi 



sen2-/.Sxi 2 — 2cos2-/.XxìVì — sen2y.£y; 2 = 0, 
tg2/ = 



Sfx^-yi 2 ) 

Risolvendo questa equazione si trovano le due soluzioni 
tg X f= 0,517183, tgx = - 1,933553, 

ove i due valori di x sono manifestamente complementari. 

È chiaro che questi due valori del rapporto direttivo si riferiscono, il 
primo alla retta passante per l'origine degli assi, per cui la somma dei qua- 
drati delle sue distanze dai punti (%,;yì) è minima ed il secondo alla retta 
passante sempre per l'origine degli assi, per cui la somma delle sue distanze 
dagli stessi punti è un massimo. 

Volendo calcolare tg-% col metodo dei minimi quadrati, dalle 27 equazioni 

xitgx — yi = 0, (i=l,2,....,27) 

si ricava l'equazione normale 

tgx-Sxi 2 — ExiVi = 
e quindi si ha 



tgX = 



SxjYì 

E* 2 



DETEKMINAZ10NE DELLA LATITUDINE 

Osservando allora che si ha 



31 



x; = 15i 



e ricordando la formola 



l 2 + 2 2 + 3 2 +....-fn 2 = |n(n-hl)(2n + l), 



si ricava 



tgx = 



SxìVì 



Sxjyj 



15 2 (t 2 2 2 + .... +27 2 ) ~~ 15 2 .6930 ' 



ove vi è lasciato il numeratore sotto la forma Ze,y, perchè il il suo valore 
era stato calcolato nella precedente determinazione di tgx- 
Così si è ricavato 

tgx = 0,517544. 

Per le riduzioni si è adottato il valore trovato col metodo precedente, cioè 

tgx = 0,517183. 

Per tener conto degli errori periodici del passo indicando sempre con y 
il valore corrisponde ad un numero x di parti della testa_ della vite poniamo 

y = xtgx -f- asenx -\- pcosx -f- ?sen2x + 8cos2x 

ove adunque a, p, y, 8 sono delle costanti da determinare. 
Osservando che per x = deve essere y = 0, si ricava 

P=-8, 

cosicché la precedente si scrive 

y = xtgx -f- asenx -j- p (cosx — cos2x) -+- Ysen2x 

x 3x 
= xtgy -f~ «sena -|- 2psen-g-sen-~- -j- Ysen2x. 



2 2 



Ponendo in questa 



x = Xi, y=y Ì5 (i = 1.2, ....27) 

si hanno 27 equazioni, che risolute col metodo dei minimi quadrati daranno 
valori più probabili di a, p, y. 



32 VITTORIO STRAZZEKI 

Per calcolare i coefficienti a, p, y si osservi in queste equazioni 1' argo- 

x 3x 

mento x, che compare nelle funzioni senx, sen-^-cos-^ , sen2x rappre- 
senta centesimi di giro, cosicché volendo adoperare le comuni tavole loga- 
ritmico-trigonometriche si deve scrivere al posto di x 

360 /Q „ M „ 

W x=:(3.36)x. 

Inoltre poiché si ha 

X; = 15i 

Xi 3x- 
l'argomento x ; nelle funzioni senx;, sen -^-cos-^, sen2xi deve sostituirsi con 

l'altro 

(3 .36) xi = 541. 

Con questa sostituzione il sistema delle 27 equazioni si scrive 
asen (54 i) + 2J3sen (27"i) sen (81 i) -f- fsen (108 i) -J- Xjtg-/ - yj=0(i -= 1.2....27). 
Nella tavola seguente diamo i logaritmi dei coefficienti e dei termini noti 
di queste 27 equazioni. 



— 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



33 





a = 


b = 


c = 


n = 


s = 


1 

1 


sen54'i 


2sen27°i seri 8f i 


senl08'i 


Xitgxj— y ; 


a+ b + c 


9,90796 


9,95270 


9,97821 


9,22175 


0,42437 


2 


9,97821 


9,69897 


9,76922» 


9,13751 


9,93615 


3 


9,48998 


0,24553» 


9,76922» 


9,49693 


0,30938» 


4 


9,76922" 


0.04846" 


9,97821 


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9,76922 


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0,01655 


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9,97821 


0,04846 


9,76922 


8,87610 


0,42437 


9 


9.90796 


9,44524» 


0,97821» 


9,17452 


9,62409 


10 


00 


0,30103» 


00 


9,21272 


0,30103 | 


11 


9,90796" 


9,44524» 


• 9,97821 


8,60551 


9,13586" 


12 


9,97821" 


0,04846 


9,76922» | 


8,96624 


9,62409" 


13 


9,48998* 


9,15241 


9,76922» 


9,80618" 


9,87781 I 


14 


9,76922 


9,69897 


9,97821 


9,13716» 


0,30938 ' 


15 


0,00000 | 


0,00000 


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8,61479- 


0,30103 


16 


9,76922 \ 


0,04846» | 


9,97821» 


7,79588» 


0,17065 


17 


9'48998» 


0,24553" 


9,76922 


9,26898 | 


0,17065 


18 


9,97821» 


9,69897 


9,76922 | 


8,54802- 


9,13587 


19 


9,90796» 


9,95270 \ 


9,87821» 


8,43008» 


9,93615» 


20 


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9,95270 


9,97821 


8,99029» 


0,42437 


22 


9,97821 


9,69897 


9,76922° 


8,97002» 


9,93615 


23 


9,48998 


0,24553» 


9,76922» 


9,47318 


0,30948 


24 


9,76922» 


0,04846» 


9,97821 


9,21048 


9,8778 L : 


25 


0,00000" 


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26 


9,76922» 


9,69897 


9,97821» 


8,87070» 


0,01655- 


27 


9,48998 


9,15241 


9,76922 


9,36652» 


0,01655 



Di detto 27 equazioni si è dedotto il seguente sistema normale 

I3,44103a+ 0,06434p-|- 0,21041 t+ 0,26184=0 
0,06434a+26,67250p+ 0,13819?— 2,51288=0 
0,2104l*-f- 0,138190+13,7501 17+ 0,01742=0, 



x 






34 

che risoluto ci dà 

«=—0 ,0199019 
p= 0,0942701 
7=-0,0019095 



VITTORIO STRAZZERI 



p«=l 3,43678 
P/?=26,67086 
p y =13,74611 

s=0",12868 



e«=0",035101 

££=0,024917 

sy=0,034718 

é=0,086796 



é«=0",0236678 
é> =0,01 6807 
^=0,023411 



dove p«, P|S, py indicano ordinatamente i pesi, s«, ep, s? gli errori medi , é«, 
ép, é y gli errori probabili dei valori trovati per a, p, 7 ed infine s l'errore di 
un'osservazione di peso 1 ed e' l'errore probabile di un'osservazione. 
Con questi valori di a, p, 7 in base alla formola 

x 3x 

y=xtgx-}-asenx-f-2psen-j-sen-^ — (-fsenSx, 

dove come si è detto l'argomento x delle funzioni trigonometriche senx, 

x 3x 

sen-^-sen-~-, sen2x indica centesimi di giro, si è calcolato il quadro seguente 

che ci dà in secondi di arco i valori di un numero intero di parti della te- 
sta della vite a partire dallo zero. 









DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



35 



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36 



VITTORIO STRAZZERl 



Palermo 8 settembre 1922 



Cann. ad West 



Nome 


g 


^app . 


§app. 


filo 5 


4 


3 


2 


1 


a Gygni 


1,3 


h m s 

20 38 49,6 


45° 0'32" 


h m s 

20 37 45,1 


58,6 


s 

73,7 


87,2 


101,0 


rj Gephei 


3,6 


20 43 46,1 


61 32 37 


» 42 34,5 


56,0 


77,8 


98.1 


119,6 


v Gygni 


4,0 


20 54 19,0 


40 52 26 


» 53 15,0 


28,1 


41,0 


54,2 


68,1 


i Gygni 


3,9 


21 2 9,0 


43 37 26 


21 1 4,3 


17,9 


33,2 


46,0 


59,8 


a Gephei 


2,6 


21 16 47,5 


62 15 44 


» 16 35,8 


58,0 


79,6 


101,0 


122,1 


74 Gygni 


5,0 


21 33 52,3 


40 4 19 


» 33 48,2 


61,2 


74,8 


87,0 


100,8 


t Pegasi 


3,9 


22 3 26,2 


24 58 14 


22 2 22,6 


33,9 


45,0 


55,8 


67,0 



Palermo 16 ottobre 1922 



Cann. ad Est 



Nome 


g 


*app. 


^app. 


filo 1 


2 


3 


4 


5 


Br. 3077 


6,0 


li m s 

23 9 35,8 


56° 44' 45' 


h m s 

23 8 50,0 


68,0 


86,1 


104,9 


122,2 


4 Gass. 


5,8 


23 21 26,6 


61 51 45 


» 20 31,4 


52,9 


73.9 


96,0 


116.9 


70 Peg. 


5,0 


23 26 16,2 


12 20 14 


» 24 58,0 


68,0 


78,5 


88,8 


98,7 


o Gass. 


5,0 


40 24,2 


47 51 50 


40 0,3 


15,3 


30,4 


45,1 


60,0 


Y Gass. 


2,0 


52 5,5 


60 18 1 


» 51 24,8 


45,0 


5,4 


25,2 


45,7 


e Pise. 


4,0 


58 57,3 


70 28 34 


» 58 44,3 


54,4 


64,7 


74,4 


24,6 


p Andr. 


2,3 


1 5 26,0 


35 12 46 


1 5 6,0 


18,5 


30,4 


42,8 


54,9 



Nel quadro seguente diamo le distanze dei fili del medio di esso, dedotti 
dagli appulsi qui sopra riportati ed infine le distanze medie e gli errori pro- 
babili, che sono stati calcolati con la nota formola, 



R=0,6745 ]/ t vvj 
\ n(n-l) 






DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE, ECC. 



37 



Nome 


filo 1 


2 


3 


4 


5 


a Gygni 


-f- 19,711 


+ 9,954 


+ 0,411 


— 10,265 


— 19,810 


y] Gephei 


20,285 


10,035 


+ 0,358 


10,035 


20,285 


v Gygni 


20,283 


9,770 


— 0,212 


9,967 


19,875 


£ Gygni 


20,150 


10,134 


+ 0,116 


10,264 


20,136 


a Gephei 


19,930 


10,100 


+ 0,140 


9,914 


20,246 


74 Gygni 


20,205 


10,409 


+ 0,306 


10,104 


20,052 


i Pegasi 


20,072 


9,918 


+ 0,129 


9,936 


20,181 


Br. 3077 


19,873 


10,000 


+ 0,077 


10,232 


19,718 


4 Gassiop. 


20,193 


10,054 


+ 0,151 


10,272 


20,127 


70 Pegasi 


19,977 


10,217 


— 0,332 


10,101 


19,772 


o Gassiop. 


20,074 


10,104 


— 0,121 


9,983 


19,980 


Y Gassiop. 


20,175 


10,167 


+ 0,060 


9,751 ! 


19,907 


s Piscium 


20,008 


9,994 


— 0,218 


9,836 


19,949 


P Andr. 


20,033 


9,820 


+ 0,098 


10,033 


19,919 


Media 


20,069 


10,048 


+ 0,068 


10,049 


19,997 


R=Err. Prop. 


+ 0,029 


+ 0,027 


+ 0X>41 


± 0,030 


+ 0,032 



Determinazione della sensibilità delle livelle. 



Le due livelle di Talcott sono graduate l'una da a 40 e l'altra da 50 
a 90. Per le determinazioni dei valori angolari di una parte di ciascuna li- 
vella si dirigeva il cannocchiale verso una canna fumaria distante più di tre 
chilometri, facendo si che i due centri di bolla delle livelle si trovassero spo- 
state dai punti medi di graduazione, cioè da quelli segnati rispettivamente 
con 20 e 70, senza che però le bolle si appoggiassero. 

Si faceva allora coincidere uno dei fili del reticolo mobile con lo spigolo 
della cornice di detta canna fumaria. Si leggeva allora la testa della vite, si 
ripeteva questa coincidenza e la lettura corrispondente per cinque volte; la- 
sciati trascorrere un pajo di minuti si leggevano le livelle. 



38 VITTORIO STRAZZERI 

Così si veniva ad avere in corrispondenza ad una posizione dei centri 
di bolla una posizione della testa della vite , data dalla media delle cinque 
letture. 

Allora con la vite di richiamo del braccio si girava il cannocchiale di 
tanto che i centri di bolla venissero a trovarsi da banda opposta, rispetto ai 
centri di lettura 20 e 70, con le due posizioni precedenti. 

Mediante la vite micrometrica si portava allora a coincidere lo stesso 
filo del reticolo mobile , dianzi adoperato con lo stesso spigolo di cornice 
e si ripetevano le cinque letture della testa della vite e poi si leggevano le 
livelle. 

Jn questo modo si veniva ad avere in corrispondenza ad un'altra posi- 
zione dei centri di bolla un'altra posizione della testa della vite. 

La distanza dei centri di bolla nelle due posizioni osservate veniva per- 
ciò a corrispondere alla differenza delle due letture della testa della vite , 
cosicché dividendo questa differenza , ridotta io secondi di arco, per i nu- 
meri delle parti , che indicavano le due distanze dei centri di bolla si ave- 
vano il valore di una parte di una livella ed il valore di una parte dell'altra. 

Di queste osservazioni se ne fecero 12 nei giorni 17 e 24 novembre 1922. 

La tavola che riportiamo dà i valori medi di centesimo in centesimo di 
parte di ciascuna livella, fino ad una parte. 

Per questa determinazione si sono fatte solo 12 misure, sia perchè nelle 
osservazioni di latitudine si è avuta sempre caia prima del passaggio delle 
stelle al meridiano, cioè dopo l'inversione del cannocchiale di rimettere, per 
quanto il tempo disponibile lo permettesse , le bolle delle livelle in centro , 
ragione per cui le correzioni d'inclinazione introdotte nel calcolo delle lati- 
tudine quasi sempre furono inferiori ad una parte, sia ancora perchè la de- 
terminazione fatta nel settembre 1906 diede valori differenti da quelli rica- 
vati in questa determinazione di appena ',001 in più per una parte della 
prima livella e di ",002 per una parte della seconda. 

Per l'altra determinazione fatta nel luglio dello stesso anno 1906, e perciò 
con una temperatura molto più alta, queste differenze salgono rispettivamente 
a 0",058 e a 0"065. 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



39 



Tavole per la riduzione delle parti delle livelle del Cannocchfale di Wanschaff. 



L Livella divisa da 1 a 40. P. 1 = 1 ,082 



p 


0,00 


0,01 


0,02 


0,93 


0,04 
S ,043 


0,05 


0,06 


0,07 


0,08 


0,09 

S ,097 




0,000 


o s ,ooo 


o s ,on 


S ,022 


S ,032 


o',054 


S ,065 


S ,076 


S ,086 


0,001 


100 


0,108 


0,119 


0,130 


0,140 


0,151 


0,162 


0,173 


0,184 


0,194 


0,205 


2 


200 


0,216 


0,227 


0,238 


0,248 


0,259 


0,270 


0,281 


0,292 


0,302 


0,313 


3 


300 


0,325 


0,336 


0,347 


0,357 


0,368 


0,379 


0,390 


0,401 


0,411 


0,422 


4 


400 


0,433 


0,444 


0,455 


0,465 


0,476 


0,487 


0,498 


0,509 


0,519 


0,530 


5 


500 


0,541 


0,552 


0,563 


0,573 


0,584 


0,595 


0,606 


0,617 


0,627 


0,638 


6 


600 


0,649 


0,660 


0,671 


0,681 


0,692 


0,703 


0,714 


0,725 


0,735 


0,746 


7 


700 


0,757 


0,768 


0,779 


0,789 


0,800 


0,811 


0,822 


0,833 


0,843 


0,854 


8 


800 


0,866 


0,877 


0,888 


0,898 


0,909 


0,920 


0,931 


0,942 


0,952 


0,963 


9 


900 


0,974 


0,985 


0,996 


1,006 


1,017 


1,028 


1,039 


1,050 


1,060 


1,071 





0,001 
2 
3 
4 
5 
7 
8 
9 
10 



II. Livella divisa da 50 a 90. P. 1 = 0",995 



p 


0,00 


0,01 


0,02 
S ,020 


0,03 
S ,030 


0,04 
S ,040 


0,05 
S ,050 


0,06 


0,07 


0,08 


0,09 




0,000 


o s ,ooo 


o s ,oio 


0*060 


S ,070 


S ,080 


S ,090 


0,001 


100 


0,099 


0,109 


0,119 


0,129 


0,139 


0,149 


0,159 


0,169 


0,179 


0,189 


2 


200 


0,199 


0,209 


0,219 


0,229 


0,239 


0,249 


0,259 


0,269 


0,279 


0,289 


3 


300 


0,298 


0,308 


0,318 


0,328 


0,338 


0,348 


0.358 


0,368 


0,378 


0,388 


4 


400 


0,398 


0,408 


0,418 


0,428 


0,438 


0,448 


0,458 


0,468 


0,478 


0,488 


5 


500 


0,497 


0,507 


0,517 


0,527 


0,537 


0,547 


0,557 


0,567 


0,577 


0,587 


6 


600 


0,597 


0,607 


0,617 


0,627 


0,637 


0,647 


0,657 


0,667 


0,677 


0,687 


7 


700 


0,696 


0,706 


0,716 


0,726 


0,736 


0,746 


0,756 


0,766 


0,776 


0,786 


8 


800 


0,796 


0,806 


0,816 


0,826 


0,836 


0,846 


0,856 


0,866 


0,876 


0,886 


9 


900 


0,895 


0,905 


0,915 


0,925 


0,035 


0,945 


0,955 


0,965 


0,975 


0,985 





0,001 
2 
3 
4 
5 
5 
6 
7 



40 VITTORIO STRAZZERI 

Determinazione della latitudine. — Ricerca delle coppie. 

Per la ricerca delle coppie da osservare per la determinazione della la- 
titudine si pensò di valersi di un solo catalogo e precisamente del « Cata- 
logo di stelle computato sulle osservazioni fatte all'Osservatorio del Campi- 
doglio da A. Di Legge ed F. Giacomelli». 

Questo catalogo dà le posizioni medie delle stelle per V epoca media 
t^=1900, per cui occorrendo le posizioni medie per le epoche medie t=1922 
e t=1923 si fece il trasporto usando le formole date dalle Connaissance 
des temps. 

a=a -(-m s (t— t )-|-n s (t— t )sena m tg5 m - r -(t— to)it s 
3=8 +n"(t— t ) C osa m -J-(t— to)|t" 

ove a e 8 sono rispettivamente 1' ascensione retta e la declinazione d' una 
stella per l'epoca t del catalogo, a m e 8 m le stesse quantità per l'epoca me- 
dia -^-(t — 1 ), a e 5 le stesse quantità per l'epoca data t, m ed n le costanti 

1 
della precessione per r epoca -^-(t — to), <y ed pt" le variazioni annuali della 

ascensione retta e della declinazione della stella per moto proprio. 

Il quadro seguente dà le posizioni medie delle 22 coppie osservate per 
il 1922 e per il 1923. 

In esso, la l a colonna dà il nome delle coppia, 

la 2 a il numero di ordine che la stella ha nel catalogo, 

la 3 a e la 4 a ordinatamente il nome e la grandezza della stella, 

la 5 a ,e la 6 a l'ascensione retta e la declinazione della stella per 

l'epoca media 1922, 
la 7 a e la 8 a l' ascensione retta e la declinazione per l' epoca 

media 1923, 
la 9 a e la 10 a il moto proprio annuale in ascensione retta ed 
in declinazione. 









DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 41 

Posizioni medie delle stelle osservate per il 1922 e per il 1923. 



Coppia 


Numero 

del 
Catalogo 


NOME 


g. 


1 9SS 


19S3 


in 

io- 3 


V-" 
in 
IO- 3 




a 




s 


a 


8 










h 


m 


S 


O t 


a 


h 


m 


S 


ii 


, 








I 


C. T. 

3820 


C Pegasi 
i Cephei 


3,1 

3,4 


22 
22 


37 
46 


34,28 
53,81 


10 25 
65 47 


25,390 
23,390 












+ 


146 
142 


+ 135 
— 140 


II 


3853 
3866 


jS Pegasi 
5 Andr. 


var. 
5,8 


22 
23 


59 

4 


59,43 
12,57 


27 39 

48 52 


33 
14,080 












+ 

+ 


130 
139 


+ 133 
+ 123 


III 


3888 
3900 


Cassiop. 
x Pegasi 


5,7 
4,6 


23 
23 


13 

16 


8,63 
46,31 


52 47 
23 18 


32,157 
46,864 












+ 
+ 


100 
9 


- 276 

- 14 


IV 


3944 
3960 


75 Pegasi 
t Cassiop. 


5,8 
5,0 


23 
23 


34 
43 


0,30 
13,06 


17 58 
58 13 


5,764 
1,699 












+ 
+ 


24 
69 


+ 5 

4- 52 


V 


5 
30 


« Andr. 
Andr. 


2,0 
6,1 






4 
13 


20,80 
17,36 


28 39 
47 30 


35,498 
49,620 














95 


— 156 


VI 


46 
83 


Cassiop. 
53 Piscium 


5.6 

6,1 






20 
32 


28,55 

45,28 


61 23 

14 48 


56,089 
9,406 












+ 


8 

25 


+ 6 
— 17 


VII 


119 
139 


64 Piscium 
Cassiop. 


5,3 
5,8 






44 
52 


52,55 
4,16 


16 31 
59 56 


10,864 
26,961 


















Vili 


342 
356 


4 Persei 
k Arietis 


5,2 
5,3 


1 

2 


57 

2 


5,87 
11,79 


54 6 

22 16 


39,806 
36,113 












+ 


33 

2 


- 8 

- 31 


IX 


381 
410 


li Arietis 
t Persei 


5,4 
5,4 


2 

2 


8 
16 


24,78 
54,34 


20 50 

55 29 


43,226 
23,508 












+ 


92 

24 


+ 16 
— 11 


X 


466 
481 


p Arietis 
Persei 


5,9 

6,4 












2 
2 


38 
43 


1,21 

49,12 


19 
56 


41 3,811 
45 51,014 


+ 


9 


— 37 


XI 


500 
530 


21 Persei 
k Persei 


5,4 
4,0 


2 
3 


52 

4 


32,96 
13,67 


31 37 

44 33 


-44,969 
45,745 


2 
3 


52 

4 


36,56 
17,71 


31 
44 


37 29,569 
33 59,480 


+ 
+ 


6 
151 


- 28 

— 160 


XII 


559 

■ 588 


Arietis 
q Persei 


4,5 

4,8 


3 
3 


15 

25 


36,95 

3,92 


28 46 
47 43 


0,150 
37,856 


3 

3 


15 

25 


40,58 

8,18 


28 

47 


46 13,323 
43 50,476 






4- 19 


XIII 


628 
675 


Persei 
e Persei 


5,7 
3,3 


9 
O 

3 


39 

52 


28,17 
36,78 


36 12 

39 47 


55,187 
9,060 


3 
3 


39 

52 


32,05 

40,80 


36 
39 


13 8,740 
47 19,619 


+ 


4 


— 20 


XIV 


709 
796 


Tauri 
m Persei 


6,0 
6,3 


4 
4 


5 

27 


58,34 
53,30 


33 23 

42 53 


3,270 
55,114 


4 

4 


6 

27 


2,19 
59,52 


33 

42 


25 12,858 
54 2,942 


— 


4 


- 5 


XV 


810 

824 


2 Camelop. 
% Tauri 


5,6 

4,3 


4 

4 


33 
37 


46,83 
33,64 


53 19 

22 48 


15,379 
31,024 


4 

4 


33 
37 


51,57 
37,30 


53 

22 


19 22,651 
48 38,071 


4- 


47 
70 


- 91 

— 9 


XVI 


855 
893 


5 Camelop. 
Tauri 


5,8 
6,4 


4 

4 


48 
59 


40,23 

42,61 


55 7 
21 10 


56,428 
10,897 


4 
4 


48 
59 


45,41 
46,18 


55 
21 


8 2,423 
10 16,107 


— 


19 


4- 9 


XVII 


946 
966 


p Aurigae 
(p Aurigae 


5,3 
5,3 


5 
5 


16 

22 


16,83 

28,51 


41 43 
34 24 


41,403 

39,220 


5 
5 


16 

22 


21,27 
32,55 


41 
34 


43 45,136 

24 42,442 


+ 


7 
15 


— 41 

— 43 


XVIII 


1004 
1049 


122 Tauri 
30 Carnei. 


5,8 
6,3 


5 
5 


32 

45 


32,06 
24,93 


16 59 
58 56 


34,786 
38,096 


5 
5 


32 
45 


35,54 
30,00 


16 

58 


59 37,141 
56 39,568 


+ 

+ 


24 
4 


- 39 
t 21 


XIX 


1097 
1173 


# 3 Orionis 
Lincis 


5,3 
5,8 


5 
6 


58 
19 


50,42 
50,94 


19 41 
56 19 


35,520 
41,235 


5 
6 


58 
19 


53,98 
56,01 


19 
56 


41 35,607 
19 39,498 


4- 


16 


— 12 


XX 


1199 
1241 


Aurigae 
ip s Aurigae 


6,1 

5,8 


6 
6 


27 
41 


22,36 
7,05 


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43 39 


43,138 
23,438 


6 
6 


27 
41 


25,87 
11,38 


32 
43 


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39 20,004 




34 


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XXI 


1269 
1288 


Camelop. 
Monocer. 


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6,4 












6 

7 


52 
3 


37,26 
1,36 


70 
5 


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1 51,689 








XXII 


1335 
1374 


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70 Gemin. 


5,4 
5,9 












7 
7 


18 
33 


48,84 
29,88 


40 
35 


49 20,816 
13 20,200 


+ 


6 
14 


— 11 

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42 VITTORIO STRAZZERI 

Osservazioni di latitudine. 

Le finestre della stanza di osservazione e la fessura della cupola furono 
sempre aperte per le osservazioni di latitudine circa un'ora prima d'inco- 
minciare. 

La temperatura dell'ambiente risultò pur tuttavia sempre all'incirca un 
grado più alto della temperatura esterna. 

Le puntate furono fatte ai fili orari 1. 2. 4. 5 cominciando ogni sera col 
cannocchiale ad Est o ad West secondo che V osservazione si iniziava con 
una coppia che la serata precedente era stata osservata col cannocchiale ad 
West o ad Est. 

Al filo orario 3 si pigliava il tempo del passaggio. 

Data l'epoca inoltrata dell'anno si preparò un esteso programma di stelle, 
perchè se per nubi o altre accidentalità una coppia non potè essere os- 
servata, si potè sostituire immediatamente con un'altra. 

La formola adoperata per il calcolo della latitudine è quella nota 



* = ìK Sn+Ss ) +vi M *- Mw ) + c + r + i ' 



dove : S n e S s sono le declinazioni apparenti delle stelle della coppia osservata, 

Me ed M w rispettivamente le misure in secondi di arco delle distanze 
delle stelle della coppia dal centro del reticolo corrispondente alla posizione 
del filo VI alla rivoluzione 10, 

C la correzione per la curvatura del parallelo, 

R la correzione per la rifrazione, 

I la correzione per l'inclinazione. 

Le riduzioni delle stelle alla posizione apparente sono state eseguite me- 
diante la formola 

S app =-S me dio+Aa+Bb-f-Cc-|- Dd+A'a-f-B b -f tji ", 

dove t indica la frazione di anno trascorsa fino al giorno di osservazione e 
jjl" il moto proprio in declinazione. 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



43 



Le quantità M e , M w sono state calcolate separatamente per ciascuna 
stella. 

Le correzioni per la curvatura sono state eseguite in base alla forroola 

K=^-senl"tgS F 2 , 

dove F indica la distanza del filo su cui si è fatta la lettura dal medio 
dei fili. 

Essendo il filo 1 ed il filo 5 distanti dal medio dei fili rispettivamente 
di 20,069 e di 19 s ,997 abbiamo assunto per tutti e due l'unico valore 

F,=20 s ,033, 

ed essendo il filo 2 ed il 4 distanti dal medio dei fili rispettivamente di 
10,048 e di 10 s ,049 abbiamo assunto per tutti e due l'unico valore 

F 2 =10 s ,048. 

Indicando adunque sempre con 5 n e S s rispettivamente la declinazione 
della stella a Nord e quella della stella a Sud, la correzione C da apportare 
nel calcolo della latitudine viene data da 

l^ 2 1 5 2 

G=^-senl"(tgB D +tgS s )(F 1 2 +F 2 2 )=^-senl".sen(S n +8 s )seca n secS s (F 1 2 +F 2 2 ), 



cioè 



C=l8,83759]sen(S„H-S s ).secS n .secS s .(F 1 2 +F 2 2 ). 

L' errore SG che si commette applicando questa forinola per un errore 
commesso nel calcolo di F i ed in quello di F 2 si avrà differenziando la 
precedente 

ir.2 

8G=-^senl"sen(S n 4-S s )seca n sec8s(F 1 SF 1 -}-F 2 SF 2 ). 

Se al secondo membro di questa espressione si sostituisce O s ,l al posto 
di 5Fj e di SF 2 , il valore di questo secondo membro così modificato sarà 



44 VITTORIO STRAZZERI 

superiore in valore assoluto al vero , qualunque sia la coppia di stelle che 
si considera, poiché gli errori probabili di F 4 e di F 2 sommati alle quantità 
di cui si sono alterate le distanze dei fili 1 e 5 e quelle dei fili 2 e 4 da 
medio dei fili sono in valore assoluto minori di 0,1. 

Considerando che per le stelle osservate si ha sempre 

M-S s <76°,30' , 8 n <70°,55' , 8.=36°,14' 

si può scrivere 



SC 



<^-sen76°.30'.sec70°.55'.sec36».14'(F 1 -t-F 2 ) 



40 



e cioè 



|ÒC|<0",003. 



Da questa relazione , considerando anche il procedimento seguito per 
ottenerla si scorge che nessuna influenza può avere nella correzione per la 
curvatura sia l'errore del calcolo della distanza dei fili orari dal medio dei 
fili, sia la sostituzione alle due distanze dei fili 1 e 5 media F r 

Risulta inoltre dalla stessa relazione che se una puntata fosse stata ese- 
guita con t s di differenza in più o in meno l'errore di curvatura sarebbe in 
ogni caso risultato minore di ,03. 

La correzione R per la rifrazione è stata calcolata in base alla formola 

R=4-(M„-M^, 

dr 
ove la quantità M e — M w è espressa in primi di arco ed ove ^— indica al 

variazione della rifrazione media, corrispondente all'incremento per un pri- 
mo di distanza zenitale (1). 

La correzione l per l'inclinazione è stata calcolata in base alla formola 

(l e -Iw)D 1 +(r e -r w )D 2 , 



(1) Chawenet. Svherical Astronomy. Voi. II, pag. 345. Philadelphia I. B. Lippincott, 1863 



DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 



45 



ove l e , l w sono rispettivamente le posizioni dei centri di bolla della prima 
livella col cannocchiale ad Est e col cannocchiale ad West, I' e , I' w le quan- 
tità analoghe relative alla seconda livella, B i e D 2 i valori di una divisione 
in secondo di arco della prima e della seconda livella. 

Nella tavola seguente si danno i risultati delle osservazioni e quelle dei 
calcoli. 

Questa tavola dopo quanto si è. detto non ha bisogno di chiarimenti. 









46 



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DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE 49 

Facendo la media delle 91 misure di latitudine si trova 

<p=38°6'43',511. 

Considerando però che l'osservazione della coppia I e le due della cop- 
pia II debbono ritenersi mal sicure, poiché la coppia I veniva osservata col 
filo VI molto vicino ai due fili fissi centrali e la coppia II fuori del campo 
utile coi fili I ed XI, si è pensato di escluderle dalla media, per cui questa 
viene alterata di ",08. 

Riferendosi perciò alle altre 88 osservazioni con le 20 coppie rimanenti 
si hanno le seguenti medie 



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38°5'47",399 


38°6'43",591 



Per il calcolo degli errori abbiamo seguito lo stesso metodo adoperato 
da Bianchi nella sua Determinazione della latitudine dell'Osservatorio Astro- 
nomico al Collegio Romano (1). 

L' errore probabile di una coppia è stato calcolato con la formola di 
Peters (2) 



r=0,6745 1/-Ì 



' M 



-m 



dove : [vv] è la somma dei quadrati di tutte le differenze che si ottengono 
sottraendo i valori di qp ricavati dalle osservazioni di una coppia e la loro 
media, n=88 il numero totale delle osservazioni ed m— 20 il numero delle 
coppie. Così si trova 

r=0",541 



(1) Memorie del R. Osservatorio Astronomico al Collegio Romano. Serie III , Voi. IV , 
parte I, pag. 107. 

(2) Astr. Nac. n. 1034. 






50 



VITTORIO STRAZZKRI 



L' errore probabile p a" osservazione sul medio valore di y dato dalle os- 
servazioni di una coppia è stato calcolato con la forinola 



1 



>=fs=i 



1 



dove — è l' inverso del numero di determinazioni ricavate dalle osserva- 
ne 

zioni di una coppia. Nel nostro caso essendo 

1 ~l ~ . 899 



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si ha 



p=0",366 



Calcolando V errore probabile della latitudine di una coppia con la 
formola 



M 



p< P =0,6745 |/-pL 
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dove le e sono la differenza della latitudine media ed i singoli valori otte- 
nuti, si è ricavato 

p^=0",733. 

L'errore probabile p. della semisomma delle declinazioni si è calcolato con 
formola 



P«r= V P *- P 2 



e si è avuto 

( ' 



Prf =0",636 



Da questi valori divisi Vm si sono avuti gli errori del risultato e pre- 
cisamente. 







DETERMINAZIONE DELLA LATITUDINE ECC. 

Errore probabile di osservazione=0" ,08%. 

Errore probabile della semisomma delle declinazioni=0" ,14&. 

Errore probabile della latitudine^)" ,164. 

Si conclude adunque che si ha per il centro del Cann. Zenitale 



51 






Latitudine del R. Osservatorio Astronomico di Palermo 



(1922-23) <p=38° 6' 43",59±0",16 
ed al centro del Circolo meridiano 

<p=38° 6' 44",26±0"16. 






VITTORIO STRAZZERI 

Osservatorio Astronomico di Palermo 







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FRANCESCO CIPOLLA 



Il Monte Gallo a N. 0. di Palermo nel Quaternario inferiore 



In una serie di escursioni fatte in questa primavera a Monte Gallo, posto 
a N. 0. della città di Palermo e costituito da dolomie del Trias superiore, 
a cui sovrastano i calcari compatti di età più giovane e prevalentemente 
quelli cerulei venati di bianco del Titonico , ho potuto eseguire alcune os- 
servazioni (1), che io credo interessanti, non solo perchè ci spiegano l'orìgine 
di quel piccolo rilievo montuoso , ma ci spingono sulla via di analoghe ri- 
cerche, più generali sulle montagne della nostra Conca d' oro e della costa 
settentrionale dell'isola. 

Sedimenti marini. — Dal piano di Partanna-Mondello (vedi cartina topo- 
grafica), risalendo il Monte Gallo per la valletta scavata tra il così detto Bauso 
Rosso (2) a destra e il Primo Pizzo a sinistra, lungo il sentiero che conduce 
al Semaforo, s'incontrano i calcari sabbiosi, più o meno fossiliferi, detti vol- 
garmente tufi calcarei , ad altezze e con posizione ben differenti di quelle 
che sogliono avere ordinariamente gli analoghi tufi nel bacino di Palermo 
(fig. l a ). 



(1) Le prime osservazioni furono da me riferite, insieme con alcune considerazioni sul 
sollevamento del moute , in una mia comunicazione dal titolo: «Sopra due interessanti 
località del Siciliano dei dintorni di Palermo » fatta nella seduta del 7 marzo 1924 della 
Società di Scienze Nat. ed Econ. di Palermo (vedi Bollettino della detta Società del 1924). 

(2) I nomi dei luoghi sono quelli indicati nella carta topografica al 25.000 dell'Istituto 
Geog. Milit. (levata nel 1912). 




54 FRANCESCO CIPOLLA 

Mentre infatti, come è noto, nella pianura circostante i sedimenti tufacei 
del Siciliano sono a strati quasi orizzontali e non più alti di 15 o 20 m., ivi 
invece spostandosi dalla loro orizzontalità si appoggiano alle scarpate di 
calcare secondario delle due pareti della valletta , ne seguono la pendenza, 
inoltrandosi in essa per più di 200 m. 

Verso la falda della montagna e all'imboccatura del valloncello, a circa 
70 e 80 m. di altezza, nei tufi, che sono adatti per materiale da costruzione 
ed hanno notevole spessore, sono state aperte delle cave, di cui le più an- 
tiche con le grotte vicine furono utilizzate da tempi remoti come modeste 
casupole (1) e sino a pochi anni fa servirono di abitazione a numerose fa- 
miglie di poveri contadini. 

Nelle cave si può bene osservare la pendenza degli strati, che è di circa 
30° N. E. nella parete sinistra della valletta e di circa 16° S. O. nella parete 
destra (fig. 2 a ): 

Ivi ho potuto raccogliere poche conchiglie di molluschi appartenenti a 
a specie note nei depositi del tufo del Siciliano, tra cui grandi valve di Ostrea 
lamellosa Br., Cardium papillosum Poli, Venus Rusterucii Payr., Pecten ja- 
cobaeus L., Chlamys varius L., Murex scalaris Br., ecc. 

Le cave del lato sinistro del valloncello si trovano sino all' altezza di 
158 m.; al di là della quale lo spessore del tufo si va di molto assottigliando 
sino a ridursi ad alcune spalmature, visibili sempre sullo stesso lato e sino 
a 192 m., come grandi macchie biancastre sul fondo grigio della montagna, 
anche a grande distanza da Mondello. 

Verso i 150 m. di altezza gli strati di tufi hanno un'inclinazione di 10* 
a 30° E., cioè insieme con quelli delle falde salgono sul monte in direzione 
di N.-O. e O. 

Poche incrostazioni tufacee sui calcari del lato destro, che scende ripido 
verso il burrone, si osservano lungo la mulattiera che va al semaforo, non 
più alte però di un centinaio di metri. 



(1) Scinà D., La topografia di Palermo e dei suoi contorni, Palermo -1818, pag. 19, 59. 



IL MONTE GALLO A N. O. DI PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE 



55 






A sinistra e a breve distanza del valloncello del Bauso Rosso, un altro 
ne sale sul monte, tra il Primo Pizzo e il Pizzo Vuturo, ed è chiamato val- 
lone del Pizzo della Sella (fig. 3 a ). 

Nel suo lato sinistro , all' altezza di circa 85 m. , i tufi sono anch' essi 
così spessi che da molto tempo vi sono state aperte delle cave. Nei tagli 
verticali della roccia si può bene osservare 'e misurare la loro inclinazione, 
che, simile a quella del lato sinistro del primo valloncello, è di circa 28° N. E. 
Nella parete destra non si trovano tracce del detto sedimento, mentre i tufi 
di sinistra si vedono gradatamente elevarsi da quelli contigui e sub-orizzon- 
tali della pianura per salire sul monte in direzione N. 0., sino all'altezza di 
120 m.; ma qui ridotti a lembi molto sottili. 

Non è difficile in alcune località, come p. es. nel Bauso Rosso presso 
il 3° ponticello sulla stra detta , in quella insenatura leggermente elevantesi 
presso la località Spina Santa , e nei dintorni del Semaforo osservare gli 
strati del calcare grigio-scuro, appartenenti, come dicemmo, al Titonico, se- 
guire la stessa inclinazione già notata nei depositi quaternari che talora li 
ricoprono, cioè quella di circa 30° N. E. Sopra la pila di calcari titonici presso 
Spina Santa, la cui stratificazione è molto chiara insieme con la loro pen- 
denza su ricordata, si appoggia all'altezza di circa 200 m. un crostone di tufo 
variamente contorto a guisa di cupola e formante il tetto di una piccola 
grotta. A sinistra si trovano cave nei tufi e un pò più in basso, verso 160 m. 
sul versante orientale di Cozzo Portello gli strati tufacei si fanno molto po- 
tenti e cavernosi e sono assai piegati ed inclinati. 

L'altezza sul 1. m. che raggiungono in questa parte della montagna è 
ancor più da notarsi, se si pensa che, mentre quelli dei due menzionati val- 
loncelli s'internano nel monte di un Km. circa dal piano della campagna di 
Mondello, questi ultimi invece sono lontani appena poche centinaia di metri 
da quelli dello stesso piano, con cui si raccordano per mezzo di altri depo- 
siti , alti una quarantina di metri, lungo la stradetta che si svolge attorno 
alle falde sud orientali della montagna , e precisamente nel tratto che cir- 
conda la base del Gozzo Portello. Ci si accorge facilmente che in questa. 
parte estrema e più occidentale del versante esaminato la dislocazione dei 



56 FRANCESCO CIPOLLA 

tufi è stata più accentuata , anzi in taluni luoghi essi si mostrano in posi- 
zione quasi verticale. 

Sulla ripida parete occidentale del monte, costituente il lato destro della 
cosiddetta gola di Tommaso Natale, non si rinvengono tufi del Siciliano. Si 
trovano invece nel versante meridionale del prolungamento della montagna 
dell'Inserra, che declina verso la detta gola. 

Dopo la grande piazza di Tommaso Natale, che è quasi nel centro della 
gola, la carrozzabile va leggermente abbassandosi verso N. 0. sino al mare, 
nella cui spiaggia pianeggiante si rinvengono a bassissima quota i sedimenti 
del Quaternario marino, superiore al Siciliano (1), su cui è costruito in parte 
l'ameno e ridente paesello di Sferracavallo. Questo deposito , costituito an- 
ch'esso da arenarie sabbiose assai coerenti , con il caratteristico « Strombw 
bubonius Lmk. » e tutta una fauna di mare caldo, mentre quella, come è 
risaputo , del Siciliano è propria di mari freddi, si estende anche a destra, 
cioè a N., del paese e forma protraendosi verso il mare, la pittoresca Punta 
di Barcarello. 

Ivi è facile accorgersi che esso si adagia, con pochissima pendenza verso 
il mare , in discordanza sugli strati ben distinti del calcare ceruleo e fossi- 
lifero del Titonico, che sono di molto inclinati a N. 0. e identici anche nella 
posizione a quelli che stanno immediatamente sopra il monte, presso Pizzo 
Schillaci, a 400 m. circa di altezza. 

Gli stessi calcari titonici e anche quelli cretacei , in parte livellati dal 
prossimo mare , perchè poco emersi con le loro irregolari testate , in parte 
celati dagli ingenti cumuli di detriti , discendenti come regolarissimi piani 
inclinati dalle scoscese sovraccennate pareti, circondano quasi tutta la base 
del monte. Bagnati dai flutti del mare Tirreno, formano adesso degli stretti 
ripiani, come la così detta fossa, nei pressi del Faro e della Torre di Mon- 
dello. Ivi però non si scorge traccia alcuna di sedimenti quaternari. 



(1) Il Quaternario marino superiore, riconosciuto e ben caratterizzato per la prima volta 
da G. Seguenza, fu denominato in seguito «Piano Tirreno» dall' Issel, e ora va comune- 
mente inteso col nome di «strati a Strombus». — I suoi fossili caratteristici furono per la 
prima volta indicati a Sferracavallo dal Marchese A. Di Gregorio. 







IL, MONTE GALLO A N. O. D[ PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE 



57 



I descritti fenomeni hanno, a mio avviso, non poca importanza, perchè 
sinora non eran noti depositi del Siciliano elevantisi a così grandi altezze 
come quelli da noi riscontrati sul Monte Gallo (1). 

I tufi del bacino di Palermo ragiungono in media una trentina di metri 
s. 1. m. e si è ritenuto che sulle falde dei monti della Conca d'Oro le onde 
del mare del Quaternario inferiore non si spingessero al di sopra di ottanta 
metri£(2). 

Solchi del battente. — Oltr.; ai sedimenti marini riscontrati sui fianchi di 
M. Gallo, altri fenomeni non meno interessanti e in evidente relazione con 
essi si osservano sulla stessa montagna. Essi attestano ancor meglio l'esi- 
stenza di un antico mare non solo nei luoghi sopra citati, ma anche in al- 
tri all'interno della montagna. 

È noto che l'azione erosiva (azione meccanica e talvolta anche chimica) 
del mare produce nelle pareti verticali o molto inclinate delle coste , spe- 
cialmente se calcaree o dolomitiche, delle caratteristiche incavature, la cui 
larghezza è ordinariamente dovuta ai livelli limiti raggiunti in quei luoghi 
dalle due maree. Queste superfici concave, scolpite e lisciate dalle onde che 
battono le coste, spesso forate dai litodomi, si sogliono denominare solchi 
del battente. 

Si scorgono nelle coste dei mari attuali, talvolta abbastanza estese oriz- 
zontalmente; non di rado divengono linee segnalatrici di quei movimenti del 
suolo intesi col nome generico di bradisismi. Penetrano dentro le grotte o 
caverne, che lungo le coste sogliono essere scavate o ingrandite dalle onde 
del mare, là dove la roccia presenta minore resistenza per antiche fratture 
o natura litologica diversa. 



(1) 11 Marchese A. Di Gregorio in una gita al Monte Gallo aveva notato con meraviglia 
le cave di tufi esistenti ad insolita altezza nell'inizio del primo vallone (Bollett. del Club 
Alp. Ital., 1889, voi. XXII, n. 55. I depositi subetnei, raggiungenti 800 m. nella regione 
«la Vena» ritenuti prima siciliani, si attribuiscono ora al Calabriano. (Scalia II Post- 
pliocene dell'Etna, Catania, 1907, pag. 23. — Gignodx, Les formations marines pliocènes et 
quaternaires de VItalie du Sud et de la Sicile. Paris, 1913, pag. 160). 

(2) Gignoux , Op. cit., pag. 184. 8 



58 FRANCESCO CIPOLLA 

Tali fenomeni tra gli altri sono stati notati dal Rovereto (1) nella nota 
Grotta Bianca a Capri. 

Sul Monte Gallo e intorno ad esso , al di sopra dei tufi del Siciliano 
elevantisi a notevoli altezze, si rinvengono, egualmente spostati dalla antica 
loro orizzontalità e precisamente con la stessa pendenza, lunghi solchi del 
battente che in alcuni luoghi, come vedremo, e specie sulle pareti sud-ovest 
dei due primi valL icelli e sulla grande muraglia settentrionale della mon- 
tagna si conservano benissimo. 

Non di rado queste tracce di antichi mari sono state altrove riconosciute; 
per i monti circondanti il bacino di Palermo si sono solo ritenute scavate 
dal mare , che ha deposto i tufi e le argille quaternari , quelle grotte gene- 
ralmente allineate ad un'altezza di 80 m. circa sulle pendici di essi (2). Ed 
a questa altezza in genere si ammette che si trovino attualmente le antiche 
linee di spiaggia del mare del Siciliano non solo a Palermo , ma anche in 
molti altri luoghi dell'isola (3). 

Rifacendo lo stesso giro attorno al monte , descritto sopra per il ritro- 
vamento dei tufi, ed iniziandolo dal primo vallone a sinistra del Bauso Rosso 
è agevole osservare a circa 110 m. circa d'altezza una netta incavatura pro- 
lungantesi a destra nel versante meridionale del monte (fig. 4*), ove declina 
leggermente verso il paese di Mondello, e a sinistra nella parete S. 0. del 
valloncello stesso (fig. l a ). 

Si tratta indubbiamente di un antico solco del battente, che s' innalza, 
a guisa di grande arco dal terreno sottostante con pendenza di 25° circa, 
analoga cioè a quella dei tufi di quel luogo, e con una larghezza di un me- 
tro e 60 cmi. Ha talvolta come tetto la superficie inferiore, cioè il cosiddetto 
muro di uno strato di calcare compatto; ordinariamente però non segue la 
stratificazione della roccia in cui è inciso. 

Esso s'interna dentro il vallone, risalendolo, come dicemmo, nella sua 



(1) Rovereto Gaetano, Geomorfologia. Voi. I, Milano, 1923, pag. 624, fig. 245. 

(2) Baldagci L., Descrizione geologica dell'isola di Sicilia. Roma, 1886, pag. 176. 

(3) Gignoux M., Op. cit., pag. 184. 










IL MONTE GALLO A N. O. DI PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE 



59 



parete sud sino all'altezza di 130 m.c; poi scompare per un tratto di 150 m., 
e le sue scomparse sono dovute quasi sempre o perchè cancellato dalla de- 
nudazione o mascherato da cumuli di detriti o per la mancanza di parete 
idonea al suo scolpimento. 

Riappare dopo, ma con minor. pendenza (10 circa) all'altezza di 203 m. 
Qui s'interrompe novamente per un intervallo di una sessantina di metri 
per riapparire e cancellarsi subito dopo un'altra quarantina di metri. Quando 
ritorna a mostrarsi si è già innalzato a 220 m. e continua ad incidere quella 
parte della parete del valloncello, che è tagliata verticalmente sino alla sua 
sommità, per una lunghezza presso a poco di 500 in. In questo tratto il solco 
si prolunga quasi orizzontalmente, rimanendo quindi a 220 m.c. di altezza. 

Essendo inoltre orizzontali le testate degli strati che appaiono in questa 
parete a piombo della valletta, che sta per terminare nell'altipiano esistente 
ad ovest della cima ove s'erge il semaforo , al solco è riuscito più agevole 
seguire la stratificazione ; e difatti esso ha utilizzato come suo tetto la su- 
perficie inferiore di uno strato. Nella parte poi più alta della curvatura di 
questo tratto del solco , da molto tempo si sono fermati gli stillicidi delle 
acque scorrenti dall'alto, lasciandovi un gran numero di stallatiti ed incro- 
stazioni travertinose che rendono più pittoresco , con ornamenti recenti , lo 
antico scolpimento operato dalle onde (fig. 5 a ). 

Un piccolo sentiero che sale lateralmente al solco, lungo il valloncello, 
permette di osservare da vicino e nei suoi particolari l'interessante fenome- 
no. Talora il sentiero riesce in stretti ripiani, rivestiti non di rado da pan- 
china littorale ed inclinati verso il burrone , che possono ritenersi come il 
prolungamento inferiore, pianeggiante del solco marino. 

In quest'ultimo tratto della valletta, oltre ai fori scavati dalle foladi nella 
roccia levigata dell' incavo , si riscontrano altri fatti , che io credo siano in 
relazione, anzi dipendenti dalla stessa causa che produsse lo spostamento 
del solco dalla sua originaria posizione orizzontale. 

Si trovano aperte nello spessore della parete rocciosa, due fenditure, a 
breve distanza l'una dall' altra, a sezione triangolare, con il vertice in alto, 
avente la prima 3 m. di altezza e 2 m. di profondità; ancora più grande è 
la seconda; riempite entrambe da materiale brecciforme. 






60 FRANCESCO CIPOLLA 

Lungo poi la linea dell'incavo, verso la fine dell'anzidetto tratto oriz- 
zontale o lievemente ondulato, si rinviene una piccola grotta, la cui altezza 
sull'attuale livello del mare è di circa 225 m. (fig. 6 a ). Il solco penetra dal iato 
destro del suo imbocco , che in origine doveva essere perfettamente trian- 
golare, e ne esce dal lato sinistro. E alta, dal pavimento sino alla sommità 
della volta che è a superficie conica, una quindicina di metri, e le sue pareti 
sono ora rivestite da numerose e fitte stalattiti colonnari , che ne hanno di 
molto ridotto la capacità interna. 

Dopo la grotta, lo scavo che è fatto nella dolomia frammentaria trias- 
sica declina per 20 m. e, restando sino al termine della parete verticale del 
vallone all'altezza di 210 m. Ivi si osserva un'altra spaccatura apertasi sulla 
stessa parete e riempita da materiale cataclastico. 

Si scorgono in seguito altre tracce del solco sino a 100 m. di là del 
ponticello in muratura costruito sul burrone, lungo la mulattiera che va al 
semaforo , lasciando in fondo a sinistra il così detto Pizzo della Sella. Di 
lì il solco si collega con l'altro scolpito nella parete opposta del valloncello, 
cioè del versante N. e N. E. del Primo Pizzo, anch'esso all'altezza di 220 m. 
circa. Però in questo versante lo scavo è ben poco visibile; anch'esso forato, 
dove si scorge, dai litodomi, o è stato quasi completamente eroso dagli 
agenti atmosferici o celato da massi e da materiali detritici rotolati dall'alto, 
in gran parte non dovette essere scolpito per la mancanza di una parete 
adatta nella montagna; e ciò sino allo sbocco della valletta sulla pianura di 
Mondello. 

In compenso , come vedemmo , vi sono assai sviluppati i depositi di 
breccia conchigliare e arenacei, in cui varie cave sono state aperte e sfrut- 
tate da antica data. 

Il solco del battente riappare nella parete frontale del Primo Pizzo . 
sulla scoscesa falda meridionale del monte , all' altezza di m. 100 e. , che è 
quasi eguale a quella del corrispondente tratto scavato nella frontale del 
Bauso Rosso. 

Esso poi s'interna nell'altro valloncello, così detto del Pizzo della Sella, 
trovandosi scolpito nel fianco occidentale del Primo Pizzo , lungo il quale 















IL MONTE GALLO A N. O. DI PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE 61 

si eleva gradatamente e con pendenza analoga a quella che rilevammo nei 
sottostanti strati di tufi esistenti altresì nel lato sinistro (fig. 3 a ). All' inizio 
della linea di scavo entro questo secondo vallone, un'altra spaccatura an- 
cora si osserva simile a quella che trovammo, ma più in dentro , in quello 
precedente , anch' essa riempita da frammenti angolosi di roccia fortemente 
collegati da cemento calcareo tenacissimo. 

Il solco, bene conservato e visibile a grande distanza, si continua inin- 
terrotto, risalendo il valloncello sino all'altezza di ben 360 m. all'incirca, ove 
raggiunge la parete opposta del monte , cioè quella nord occidentale , stra- 
piombante sulla già menzionata Fossa lungo il mare di Sferracavallo. 

Di lì, donde è incantevole la vista, sulla immensa distesa del mare, del- 
l'isoletta delle Femmine e delle lontane montagne di Castellammare sino al 
Capo S. Vito, a sinistra, e dell'isola di Ustica a destra, una bianca striscia 
del solco, volgendo un pò a settentrione, incide il lato N. 0. del Pizzo della 
Sella. La piccola striscia si scorge anche dalla Punta di Barcarello che, come 
vedemmo, si protende a mò di minuscola penisoletta , nel glauco mare di 
Sferracavallo. 

Dal Pizzo della Sella poi, come anche di giù, dal mare di Sferracavallo, 
è facile osservare il detto solco incidere, presso a poco alla stessa elevata al- 
tezza , un piccolo tratto della parete N. 0. del Pizzo Vuturo , prospiciente 
anch'esso sul mare. 

La lunghezza percorsa dal solco nel secondo vallone è di circa l km. e 
300 m. con una direzione S. E. - N. 0.; ma esso non appare sul lato opposto 
diruto del vallone medesimo; e ciò in modo identico e per le stesse ragioni 
verosimilmente ammesse nell'esame del fenomeno nel versante S. E. del 
Primo Pizzo. Vi sono invece sviluppati i sedimenti tufacei del Siciliano , 
cui sopra accennammo. 

Continuando il giro per la fronte S. e S. E. del monte non è diffìcile 
riconoscere sparse tracce del solco alla solita altezza di m. 100 circa e quasi 
orizzontali, posizione che persiste sino alla località così detta Spina Santa, 
ove a 145 m. apresi una grotta, detta delle Colombe, che potrebbe essere 
una delle solite spaccature, già rinvenute prima, ingrandita dall'azione delle 
acque, i cui depositi si trovano, come notammo, a breve distanza. 







02 FRANCESCO CIPOLLA 

Il versante piega poi a S. E. verso la località Colonne (1), abbassandosi 
verso la pianura di Partanna e sporgendo in essa col così detto Cozzo Por- 
tello, ma ivi su quelle pendici dirupate come per un buon tratto della fan- 
tastica parete a strapiombo sul paesetto di Tommaso Natale il solco più 
non si riscontra. Esso ricompare verso l'estremità della detta parete, che è 
quella più occidentale del monte ed è costituita da dolomia triassica, sovra- 
stata da pochi strati di calcare titonico. Questi prima inclinati, poi s'innal- 
zano verso N. 0. (fig. 7 a ), cioè verso il così detto Pizzo Scbillaci, caratterisco 
torrione dolomitico d'aspetto alpino (fig. 8 a ), che essi non ricoprono, ma riap- 
parsi dopo a sinistra del Pizzo, inclinano verso il mare, assumendo analoga 
pendenza (fig. 9 a ) di quelli die stanno giù nella su citata Fossa. Ivi costi- 
tuiscono l'irta scogliera lungo la spiaggia di Sferracavallo, già ricordata. 

In questo lato della montagna la linea, un pò ondulata , si vede verso 
i 400 m. circa, un pò ai di sotto della cima del Pizzo Schillaci (fig. 8 a ), vol- 
gere a destra nella parete N. 0. e quindi leggermente declinando riprendere 
quel piccolo tratto, sopra osservato, nel Pizzo di Vuturo (fig. 9 a ). Dal Pizzo 
della Sella poi, dall'altezza di e. 360 m. , come vedemmo dall' estremo set- 
tentrionale del secondo vallone , va declinando nel tratto compreso al di 
sopra della così detta Pietra Tara e l'impressionante frana delia Mezzaluna, 
sino a 220 m. circa; ivi però si scorge più su, a breve distanza e parallelo 
quasi a quello sinora descritto, un altro solco (fig. IO 3 ). 

Nell'alto della parete settentrionale, anch' essa a picco, sopra la Grotta 
dell' Olio e il famoso impervio Malpasso , i due solchi , alti e. 200 m. sono 
evidentissimi (fig. ll a ) ed in parte adorni di belle stalattiti colonnari, rossa- 
stre, come quelle osservate verso la fine del valloncello presso il Bauso 
Rosso. Nel percorso del solco più alto , che porta in hasso uno stretto ri- 
piano, è aperta una grotta con belle ed intatte stalattiti all' interno, e sono 



(1) Ivi si trovano delle antiche cave di marmo rosso, donde come asserisce lo Scisi, 
(Op. cit., pag. 32), furono cavate le colonne che adornano 1' altare maggiore del Duomo di 
Palermo. 









IL MONTE GALLO A N. O. DI PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE 



63 



scavate alcune nicchie internamente dipinte in rosso dalle acque discendenti 
dalie balze soprastanti. Entro una di queste nicchie si vede una piccola 
parte, non colorita, del fondo e rimasta bianca, assumere, vista da lontano, 
la figura di un galletto ; da ciò pare che sia derivato il nome imposto alla 
montagna. 

Assai eroso e spesso interrotto , perchè mascherato dai numerosi coni 
di detriti, un'unico solco si continua, declinando, nella parete verticale di 
N. E, inciso sui calcari stratificati che compaiono presso la cresta e sembrano 
somiglianti a quelli che abbiamo visti sulla parete opposta, sopra la gola di 
Tommaso Natale. E ciò sino al Faro. 

Presso l'antica torre di Mondello, dopo le cave attualmente in esercizio 
di calcare grigio scuro e ceruleo (in gran parte titonico) utilizzato per i la- 
vori del nuovo porto, una linea liscia ed incavata leggermente, si scorge poco 
al di sopra delle tre grotte preistoriche, dette della Regina, del Capraio e Per- 
ciata, che stanno fra i 60 m. e. sul livello del prossimo mare (1). Essa sarà 
probabilmente la continuazione di quella che si scorge sopra il Faro all'al- 
tezza di 150 m. 

Conclusioni. — Dalle osservazioni fatte sul Monte Gallo e sopra espo- 
ste si possono ricavare le seguenti conclusioni. 

I tufi calcarei riscontrati sulle scarpate meridionali e dentro i vallon- 
celli, sia per la fauna fossile che contengono sia perchè in prolungamento 
di quelli di età già nota costituenti il piano di Mondello e di Partanna, che 
è parte del grande bacino di Palermo, sono da ritenersi sedimenti del Qua- 
ternario inferiore marino, così bene da noi rappresentato e denominato 
« Piano Siciliano ». 

Essi, poiché si trovano con stratificazione inclinata appoggiati sulle scar- 
pate della montagna e ad altezze sul livello attuale del mare molto supe- 






(1) In queste grotte è facile raccogliere raschiatoi di selce e resti di cucina e conchiglie 
di molluschi mangerecci. 



64 FRANCESCO CIPOLLA 

riori a quelle raggiunte dagli strati contigui e sincroni del bacino di Palermo, 
hanno dovuto seguire un sollevamento speciale che fu proprio della mon- 
tagna ed ebbe luogo dopo la loro deposizione , cioè dopo il Siciliano. Ciò 
confermano anche, e meglio determinano, le linee longitudinali del così detto 
solco del battente, incise sul M. Gallo, le quali, sia perchè similmente incli- 
nate ai tufi sottostanti, sia perchè immediatamente sovrastanti non solo ai 
tufi dei valloni e delle scarpate, ma anche a quelli della pianura di Mon- 
dello, non possono essere state scolpite che dal mare del Siciliano. 

L'avere riscontrato nel versante S. e S. E. del monte i calcari titonici in 
concordanza con quelli del Siciliano e con l'inclinazione del solco, mostra 
che i primi, almeno nei luoghi suddetti, erano in posizione orizzontale du- 
rante la deposizione dei tufi. 

L'esistenza dei tufi e del solco intorno al monte ci fa arguire che questo 
era circondato da tutte le parti dal mare nel Siciliano. Il modo poi come essi 
si riscontrano nei due valloncelli ci dimostrano che nel primo (tra il Bauso 
Rosso e il Primo Pizzo) il mare, il quale allora occupava tutto il bacino di 
Palermo, vi penetrava come in una stretta insenatura sino ad un chilometro 
all'incirca, mentre nel secondo (del Pizzo della Sella) non solo vi penetrava, 
ma riesciva dalla parte opposta collegandosi con l'altro, che lambiva le fa- 
lesie nord e nord ovest del monte. Questo perciò era allora diviso in due 
parti, che sorgevano come isolotti più. o meno pianeggianti, intorno a cui le 
onde scolpivano le lìnee di spiaggia e scavavano le nicchie e le grotte. La 
più grande altezza raggiunta dal solco verso il Pizzo Schillace, che strapiomba 
sul mare come tutta la parete che segue a destra, ci mostra ehe il solleva- 
mento massimo raggiunto dopo il Siciliano si verificò in quella plaga e fu 
di circa 400 m. 

E poiché le cime più alte del Gallo raggiungono adesso i 520 m. circa, 
se ne deduce che gli isolotti che prima lo rappresentavano, si elevavano al 
massimo di un centinaio di metri sulle acque del. Quaternario antico. 

L'attuale posizione del solco intorno al monte e il suo ritrovarsi scol- 
pito nei calcari più alti della parete triassica di N. 0. , contro la quale si 
adagiano in basso i calcari titonici e cretacei che costituiscono la spiaggia. 



IL MONTE GALLO A N. O. DI PALERMO NEL QUATERNARIO INFERIORE G5 



che da Sferracavallo , per la Fossa e il Malpusso giunge sino alla Torre di 
Mondello (vedi sez. geol.), ci dinotano che il sollevamento verso occidente è 
avvenuto per uno spostamento verticale in alto delle tre pareti di N. 0., di 
N. e di N. E. sopra una grande linea di frattura, preesistente al Quaternario 
ed avente le tre dette direzioni, lungo le falde in parte bagnate ora dal Tir- 
reno e io parte correnti nella gola di Tommaso Natale. 

Il versante S. e S. E. del monte ha seguito, innalzandosi gradatamente, 
come lo dimostra la graduale pendenza del solco e della stratificazione dei 
tufi nonché la presenza di non poche spaccature sulle pareti dei valloni, il 
grande sollevamento verticale, avvenuto specialmente nella falesia di N. 0. 
lungo i piani di faglia. 

Ritengo che nello stesso periodo di tempo emergeva la pianura di Mon- 
dello e con essa i tufi e le grotte scavate dalle acque, poiché non si trovano 
altri solchi più bassi nei fianchi meridionali del monte né depositi del Qua- 
ternario superiore ; mentre ì due solchi, i cui estremi poi si congiungono , 
formatisi nelle falesie maggiormente sollevate, indicano due pause locali ve- 
rificatesi durante la loro ascensione. 

Il sensibile declinare verso N. 0., cioè verso il mare, dell'ultima parte 
della gola di Tommaso Natale, e precisamente quella immediatamente dopo 
il paese, e l'esistenza degli «strati a Strombus » affioranti nella piccola baia 
di Sferracavallo sino alla Punta di Barcarello , ci denotano un movimento 
negativo del suolo, già riconosciuto da Gignoux (1), in quella plaga lungo 
la frattura percorrente la falda occidentale del monte. Ivi si adagiarono i 
sedimenti del Quaternario superiore, la cui originaria e quasi indisturbata 
posizione comprova che ulteriori e notevoli movimenti del Monte più non 
avvennero nel Postsiciliano, oltre a quel piccolo sollevamento di natura di- 
versa, per cui emersero questi ultimi depositi marini. 

L'assenza dei tufi del Quaternario inferiore dalla Punta di Barcarello e 
sulle spiaggette a destra sino alla Torre di Mondello , cioè ne\V altra parte 
delle rocce rimaste in basso al di là e lungo le linee di faglia, si'spiega con 






(1) Gignoux M. — Op. cit., pag. 194. 



(Ili 



FRANCESCO CH'OLLA 



la ^favo fratturazione e notevole immersione nel tnare subita dagli strati di 
queste plaghe per l'innalzamento delle pareti verticali del monte. 

Così i tufi del Siciliano, se pure ivi depositali, furono sconvolti e som- 
mersi. E vennero ad emergere, in alcuni tratti, le testate dei sottostanti 
strati, comi! quelli del 'Pitonico e del Cretaceo presso la l'unta di Barcarello, 
e si allontanarono più o .meno dal mare le scoscesi falesie, a cui si appog- 
giarono i caratteristici coni di deLriti; mentre il declive versante meridionale 
In dovuto all'emersione dei terrazzamenti e delle piattaforme littorali . ope- 
rati dal maio del Siciliano intorno agli antichi isolotti, da cui sorse poi l'at- 
tuale montagna del Gallo. 

E probabile che le tre grotte presso la torre di Mondello, esistenti verso 
l'estremo della parete N. E., cioè in quella parte che meno subì il solleva- 
mento nel Siciliano, se non scavate furono sicuramente molto ingrandite dal 
mare del Poslsiciliano, le cui onde operarono la perforazione di quei cuni- 
coli più o meno larghi e profondi (fig. 12), fra cui quello della Perciata rag- 
giunse la parete opposta del monte sopra il paese di Mondello. 

Dopo ciò lo studio geofisico e tettonico del rilievo montuoso a N. 0. di 
Palermo non solo chiarisce in modo soddisfacente la sua origine, ma de- 
termina l'epoca e il modo del sollevamento. Esso inoltre ci spiega la sua 
morfologia generale : infatti il suo sollevarsi verso 0. sopra una linea spez- 
zata di fratture ci dà ragione della forma che avrebbe una sua sezione tra- 
sversale (vedi sez. geologica), tracciata p. es. secondo un piano passante per 
Partanna Mondello e i vallone del Pizzo della Sella. Questa sezione avrebbe 
presso a poco la forma di un triangolo rettangolo, di cui l'ipotenusa ìap- 
presenterebbe una Iacea condotta sulla superficie gradatamente innalzantesi 
del monte, il cateto più piccolo un'altra tirata verticalmente lungo la parete 
a piombo sul mare di Sferracavallo, e il cateto piò grande la larghezza della 
base deha montagna. 

Infine dopo le superiori conclusioni vorrei credere che l'irregolare sol- 
levamento 'di uno dei monti del Palermitano, alle cui falde si stendono i 
classici depositi del Siciliano, rappresenti anch'esso uno dei vari « movimenti 
locali » che non attaccano la nota teoria eustatica del Suess. 









Tavola I. 



CIPOLLA F. - Il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. I. 



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oi a. i£/y*>nt è totvoUttei. >tco-ruio la. j-twA'uiio. A,JJ, G,!), viuìùlo£o- Ktfui, uxnXvna. CoAuj -alalia. , 



Danesi-Roma 



(ì. ili Salvo dis. 






Tavola II. 


















i 



CIPOLLA F. - il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. 11. 







Fig. 1. - Vallone a sinistra del Bauso Rosso, con la linea del solco sulla parete destra. Cave nei 
tufi calcarei della pianura di Mondello e nelle falde del Monte presso l' imboccatura del 
vallone. 




Fig. 2. - I'a»lio nei tufi calcarei appoggiati sulla falda sinistra presso il vallone del Bauso Rosso. 



I lanesi-Roma 



O. di Sal\ o t"i 






Tavola III. 



i ' 










Ili 

IH 












CIPOLLA F. - il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. III. 




Fig. 3. - Vallone del Pizzo della Sella con la linea del solco sulla parete destra e a sinistra i tufi 
calcarei che dalla pianura di Partanna-Mondello salgono sul Monte. 







Fig. 4. - Un tratto del solco sulla parete destra allo sbocco del vallone del Bauso Rosso nella 
pianura di Mondello. 



Danesi-Roma 



ti. ili Salve fot. 






Tavola IV. 






CIPOLLA F. - Il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. IV. 




Fig. 5. - Tratto orizzontale della linea del solco alla fine del vallone presso il Bauso Rosso. Parte 
superiore di esso rivestita da stalattiti. 




Fig. 6. - Grotta lungo il solco sulla pareie destra del vallone presso il Bauso Rosso. Il solco vi 
entra dal lato destro e ne esce dal sinistro. 



Danesi-Roma 



(i. ih Salvo tot. 






Tavola V 






CIPOLLA F. - Il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. V. 




Fig. 7. - Parete a destra del Pizzo Schillaci vista dal paese di Tommaso Natale. In basso le cave 
di sabbia dolomitica triassica ed in alto presso la cresta i calcari titonici stratificati e 
variamente inclinati. 




Fig. 8. - Pizzo Schillaci visto dalla gola di Tommaso Natale con la linea del solco sottostante. 



Danesi-Roma 



(ì. di Salvo fot. 






Tavola VI 



CIPOLLA F. - Il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. VI. 







Fig. 9. - Parete N-O di Monte Gallo a sinistra del Pizzo Schillaci, vista dalla Punta di Barcarello. 
In alto la linea del solco e una pila di calcari titonici, inclinati verso il mare di Sferra- 
cavallo. (La linea per maggior chiarezza è stata un po' accentuata). 




Fig. 10 - Pizzo della Sella e il doppio solco nella parete a sinistra sino a " 1 a Mezzaluna ,,, dalla 
Punta di Barcarello. (Il tratteggio è stato accentuato per maggior chiarezza). 



Danesi-Roma 



u. di Salvo fot. 



. 






Tavola VII. 



I 



CIPOLLA F. - Il Monte Gallo a N-0 di Palermo nel Quaternario inferiore. 



Tav. VII. 




Fig. 11. - Tratto del doppio solco sulla parete N del Monte, sopra il Malpasso, visto dal mare; 
con grotta e stretto ripiano nel solco superiore. 




Fig. 12.-1 cunicoli della Grotta del Capraio nella parete N-E di Monte Gallo. 



Danesi-Roma 



O. di Salvo fot. 



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CENTENARIO DELLA NASCITA DI SIMONE CORLEO 



La natura della innervazione secondo S. Corleo 



Quando, nel 1857, il Corleo pubblicava le « Ricerche sulla natura della 
innervazione » (L), i filosotì si orientavano già verso ([nella filosofìa biolo- 
gica che cercava e cerca di determinare leggi generali, fondandosi sui ri- 
sultati dell'indagine obiettiva. Il Corleo, filosofo e naturalista, sentì tutto 
il valore del nuovo orientamento filosofico, e vi portò il contributo del suo 
ingegno e della sua vasta dottrina. 

«Nella filosofìa teoretica >, Egli scrive nelle Memorie inedite, «ho cre- 
duto introdurre la sperimentazione per accertare ed analizzare gli elementi 
di alcuni fatti psicologici, come il Wundt ha fatto nel suo Seminario di 
Lipsia ». E nel Trattato sulla innervazione afferma che gli studi sul pen- 
siero umano, e sull'anima che ne è la causa principale, non possono con 
tutto l'esattezza compiersi se insieme non si scandagliano le forze del corpo, 
e principalmente del sistema nervoso, che ha pure la sua strumentale con- 
comitanza nell'esercizio del pensiero. ' 

La sua mente però era già decisamente orientata verso un determinato 
sistema filosofico, sicché Egli potò salvarsi da quelle esagerazioni che do- 
vevano fatalmente trascinare ad una concezione rigidamente materialistica 



(1; S. Cort.ko — Ricerche su la natura della innervazione, con applicasioni fisiologiche, 
patologiche e terapeutiche. Palermo, off. tip. Lo Bianco, 1857. 

Il 



82 E. LUNA 

dei fenomeni vitali. Certo Egli senti tutta la difficoltà del problema fon- 
damentale clie sempre, in ogni epoca, ha agitato la mente degli uomini 
di studio, del problema cioè che tende a determinare i rapporti tra anima 
e corpo, tra energetica e lavoro spirituale; e dovette tanto più acutamente 
sentir questo problema, perchè nell' epoca nella quale Pìgli visse il trava- 
glio era reso più acuto dallo sviluppo delle scienze fisiche e cliimicbe. In 
quel periodo il Du Bois-Reymond combatteva con il libro Bulla elettri- 
cità animale la più aspra battaglia: il grande fisiologo, completamente at- 
tratto dalla tìsica meccanista, si opponeva aspramente alla tendenza vita- 
lista, che ne rappresentava l'antitesi, e però negava l'autonomia delle forze 
vitali, contrapponendo una teleologia statica ad uua teleologia dinamica. 
Il Oorleo, la cui mente aveva certo risentito molto dell'influsso ebe l' in- 
dagine scientifica del Du Bois-Reymoncl esercitava sugli uomini di studi 
della sua epoca, nou potè però accettare le conclusioni del grande tisio- 
logo, tanto che scrisse : « Taluni, che per pochezza di studi o per amore 
di esaltare troppo l'animo, attribuiscono a questo esclusivamente tutto ei< 
che compone il pensiero, non si avveggono che togliendo al corpo la sua 
parte, facilitano l'impresa dei materialisti, imperocché, ciò che appartiene 
al corpo essendo dato all'anima, e dimostratosi dal canto opposto dai ma- 
terialisti, che ciò che si dà all'anima, è proprio del corpo, se ne suol de- 
durre la falsa conseguenza, che il solo corpo è quello che produce il pen- 
siero. Dare a ciascuno ciò che gii appartiene, è proprio del retto scien- 
ziato; ed allora nou è possibile che più si confondano le proprietà e le at- 
tribuzioni dell'anima con quelle del corpo, né viceversa» (1). 

Qui ci par quasi di leggere quello che alcuni anni dopo, e cioè nel 
1878-79, scriveva il Olande Bernard (2) ; si ha nella concezione del fisio- 
logo francese, come ora vedremo, lo stesso atteggiamento conciliativo del 
Corleo, quell' atteggiamento per cui il Driescb (3) potè affermare che il 



(1) S. Corleo; 1. e, pag. 413. 

(2) Ci.. Bernard — Lecons sur les phénomènes de la vie etc, Paris, 1878-79. 

(3) Driesch Hans — II vitalismo (traci, ital. per M. Stenta; Palermo), pag. 17G. 






LA NATUKA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. OORLEO 



83 



Olande Bernard non distinse abbastanza nettamente la differenza tra la 
teleologia statica e quella dinamica. Noi ci stacchiamo dai vitalisti, dice 
il CI. Bernard, perchè la forza vitale, comunque la si voglia chiamare, non 
potrebbe far nulla da sola, non essendo in grado di operare se non me- 
diante le forze generali della natura, incapace com'è di manifestarsi senza 
lo aiuto di quelle : ma ci stacchiamo parimenti dai materialisti, perchè, 
sebbene i fenomeni vitali si trovino immediatamente soggetti all'influènza 
delle condizioni tìsico-chimiche, queste condizioni non avrebbero la facoltà 
di aggruppare e di disporre armonicamente i fenomeni in quell'ordine ed 
in quella successione che essi manifestano negli esseri viventi (1). E tutto 
ciò si riannoda con l'idea sintetizzata più tardi dal Luciani il quale, affer- 
mando che, con la ricerca delle condizioni materiali dell'attività dell'ani- 
ina, la tisiologia si riannoda con le scienze morali, viene conseguentemente 
ad affermare che « l'esplicazione delle forze psichiche, anche per quanto ri- 
guarda l'indirizzo etico, dipende in gran parte dal sostrato somatico » (2). 
Altri punti del Trattato sulla natura della innervazione riescono a chia- 
rir meglio il pensiero del Oorleo. Egli scrive: «Ciò premesso, io passo ad 
osservare che l'organo cerebrale concorre solo come strumento nell'eserci- 
zio dell'intelligenza, ma come strumento necessario nelle attuali coudizioni 
della nostra vita »... e poi più oltre : « Epperò l'esame attento dei succen- 
nati atti intellettuali fa pur troppo vedere, qual sia la parte che vi ponga 
l'Io,' e quale quella che vi ponga il cervello. Tutto ciò che vi ha di libero, 
e tutto ciò che vi ha di coscienza negli atti intellettuali, appartiene allo 
spirito , appartiene a colui che può dire Io , e che non risulta da parti ; 
imperocché, ciò ch'è composto non può dare che effetti necessari e non 
mai liberi, uè può avere coscienza degli atti propri... All' opposto, tutto 
quello che è necessario, tutto quello che è risultameuto, che è subordinato 
alla composizione e che varia con essa, è effetto del corpo, del molteplice, 
di quello che non può dire Io, che non può per sua natura essere libero, 



(1) Driesch — 1. e, pag. 172. 

(2) Luciani — Fisiologia dellhiomo, 1913. 



L 



84 E. LFNA 

ma resta subordinato all' azione predominante e libera del Me, ed a lui 
serve come strumento» (1). É quello stesso concetto della subordinazione 
del risico ad una forza vitale, anima o entelechia che dir si voglia, che 
enuncia il 01. Bernard quando afferma che la forza vitale dirige dei feno- 
meni che non produce, mentre gli agenti fisici producono dei fenomeni che 
non dirigono : e come per questo il Driesch riconosce nel Claude Bernard 
una affermazione vitalista, così credo che anche noi possiamo riconoscere 
nel pensiero del Corleo un orientamento deciso verso il vitalismo. 

Ma è bene che io non mi addentri oltre nell'indagine dell'atteggiamento 
spirituale del Corico : ad altri questo difficile compito (2). 

Io mi son proposto uu compito più modesto, e cioè quello segnato dai 
limiti che si è imposti lo stesso Corleo nel suo Trattato sulla inner- 
vazione, che, come dice l'Autore, è opera più di natura fisiologica che 
filosofica. 

L'attività del S. Corleo fu in gran parte rivolta a combattere la teori; 
dei fluidi imponderabili ed a ricondurre ai principi fondamentali dell'azione 
molecolare tutti i fenomeni del mondo fisico. Xel libro sulla natura della 
innervazione si propone appunto di trasportare questi principi uel campo 
degli esseri organizzati, e con ampia documentazione combatte l' ipotesi 
del fluido nervoso, che per molto tempo venne considerato come il gene- 
ratore delle manifestazioni molteplici dell'attività vitale. Se uoi ci riferiame 



(1) S. Corleo — 1. cit. pag. 420. 

(2) Hanno scritto sul sistema filosofico di S. Corleo, fra gli altri : 
Gentile — S. Corleo, in : La Critica, 1910. 

Gioia — Corleo e la sua filosofia morale, E. Sandron, 1898. 

Merenda P. — In memoria dì S. Corleo, ricorrendo il XXV11 anniversario della morie 
di Lui. Società di Se. naturali ed econ. di Palermo, 1918. 
Aliotta — in Rivista di filosofia, 1917. 

Di Carlo — Simone Corleo. Bibliot. filosofica di Palermo, 19-l.i. 
Orestano — Disc. comm. di Corleo pronunziato il 5 Giugno 1910 a Salemi. 



LA NATUKA DELLA INNERVAZIONE SEOORDO S. OORLEO 



85 



all'epoca nella quale il Oorleo visse, ci spieghiamo perchè fosse ancora ne- 
cessaria questa lotta accanita contro un'ipotesi che incombeva da anni nel 
campo delle scienze fisiche e delle scienze biologiche, precludendo la via 
ad ogni ulteriore progresso. 

L'ipotesi del fluido nervoso, per quanto imbellettata da una equivoca 
vernice scientifica, valeva quanto quell'altra più antica degli spiriti vitali 
o animali, che si credeva circolassero dentro tubi forati o canali, i nervi, 
e che uella concezione del Willis e degli antichi , rappresentavano la 
quiutessenza del sangue e del chilo. J progressi della tìsica, e la scoperta 
dell'elettricità, fecero sostituire agli spiriti vitali il fluido nervoso, che ve- 
niva immedesimato col fluido elettrico; ma la sostituzione del nome non 
poteva per nulla realizzare un vero progresso nella conoscenza dell'intima 
essenza del meccanismo nervoso. Da ciò la crociata dei contemporanei del 
Oorleo e del Oorleo stesso. Tutti gli errori delle scienze fisiche e chimiche, 
scrive il Oorleo, vengono dalla ipotesi di alcune sostanze imponderabili; 
e parimenti nelle scienze biologiche e mediche tutti gli errori provengono 
dall' ipotesi di un fluido nervoso, che si fa gratuitamente concorrere alla 
produzione di tutte le azioni vitali (1). Non esiste, pei sostenitori della 
dottrina molecolare, una speciale sostanza, nò ponderabile né impondera- 
bile, che circoli lungo i nervi e l'encefalo, ma l' intima essenza del mec- 
canismo nervoso consiste in uno stato di mutuo disquilibrio delle mole- 
cole che compongono l'organismo animale, raccolto in specialità sulla massa 
encefalica e sui nervi. Così ragionando, veniva naturale ammettere una 
certa affinità tra energia nervosa ed energia elettrica, perchè anche questa 
« non è una sostanza sui generis che abita dentro i corpi, ma è lo state» 
di mutuo disquilibrio delle molecole componenti i corpi medesimi. Però, 
come le molecole inorganiche e quelle organiche sono simili negli elementi 
primitivi , ma diverse nell' aggregazione, così ancora i mutui disquilibri 
v delle une e dalle altre molecole debbono avere i punti fondamentali di 
somiglianza, ma in tutto non possono mai assomigliarsi ». 



(1) S. Corleo — loc. cit., Introduzioi 



86 e. luna 

E così, nel concetto di Corleo, la elettricità delle molecole organiche 
e cioè la innervazione, non è precisamente la stessa né può propagarsi allo 
stesso modo della elettricità inorganica: si tratterebbe in sostanza di due 
diversi modi di essere, di due diverse specie di aggregazione. E tutto ciò 
per concludere «che due specie di elettricità si devono distinguere, una 
inorganica la quale si osserva e si riconosce per mezzo delle consuete ca- 
ratteristiche insegnate dalla Fisica; l'altra organica, che ha pure i suoi 
mezzi ed i suoi connotati per essere riconosciuta, elettricità organica, la 
quale negli animali e nell'uomo, essendo raccolta sopra un apposito sistema 
moltiplicatore e propagatore, prende il carattere di innervazione». 

L'ipotesi degli stretti rapporti tra energia nervosa ed energia elettrica 
è così convincente per il Corleo, che Egli non esita ad affermare che, come 
l'elettricità inorganica può accrescersi in tensione mercè le eliche ed i mol- 
tiplicatori, cosi pure l'elettricità animale, cioè la innervazione, si può ac- 
crescere in tensione per mezzo dei gangli e specialmente per mezzo del- 
l'encefalo. 

]STon vi ha dubbio che su tale orientamento del Corleo molto dovette 
influire l'operosità scientifica del grande fisiologo Emil Du Bois-Keyinoud, 
il quale pochi anni prima, e cioè nel 1843, aveva studiato i fenomeni elet- 
tromotori che si manifestano nei nervi in conseguenza dell' applicazione 
su un tratto di èssi di una corrente costante, e nel 1848 pubblicava il suo 
classico Trattato « Untersnchungeu iiber thierische Elektricitàt ». Ma an- 
cora prima del Du Bois-Reymond, e cioè sin da Hausen (1743) e de Sau- 
vages (1744), si era ammessa la natura elettrica della energia nervosa : più. 
tardi, dopo che AValsh (1773) stabilì che le scosse della torpedine sono di 
natura elettrica e dopo la classica scoperta del Galvani (1786), l'ipotesi 
della assoluta identità tra le due forme di energia parve tanto verosimile,- 
che alcuni fisiologi cercarono di calamitare degli aghi di ferro collocandoli 
nello sciatico degli animali nei quali questo nervo veniva eccitato (S'avas- 
seur e Berandi, 1828), esperienze queste che poi vennero contraddette da 
Miiller e Matteucci. Con la scoperta dei fenomeni elettrotouici, determi- 
nati dalla corrente polarizzante, il Du Bois-Beymond aveva fatto risorgere- 



. 



LA NATURA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. CORLEO 



87 



la speranza che il problema della conduzione nervosa si avviasse per una 
soluzione soddisfacente: il grande fisiologo, difatti, pensava che i cambia- 
menti elettrotonici (aumentata o diminuita eccitabilità polare, varianti del 
potere elettromotore pure ai poli) rappresentassero modificazioni fisiologi- 
che del nervo e fossero quindi la base della sua funzione di conduzione. 
Ma le ricerche di Helmholtz fecero di un colpo crollare la speranza carez- 
zata dai fisiologi. L'Helmholtz infatti, servendosi specialmente del metodo 
grafico, ed applicandolo sui nervi della rana, trovò che la velocità della 
conduzione nervosa è minima rispetto alla propagazione della energia elet- 
trica; è per tali ricerche che noi oggi sappiamo che l'elettricità corre con 
la velocità di 404 milioni di metri al secondo, mentre 1' eccitamento ner- 
voso si trasmette con una velocità tanto piccola (metri 27,25 al secondo) 
che può essere paragonata al moto di una locomotiva o al volo dell'aquila. 
Non parve, dopo queste ed altre ricerche che per brevità ometto, che 
si potesse più sostenere il concetto della identità tra energia elettrica ed 
-energia nervosa, ma non si rinunciò all'idea di una stretta parentela tra i 
fenomeni elettrici e la conduzione nervosa, nel senso che nel fenomeno 
della conduzione intervenissero in qualche modo delle energie elettriche. 
.11 Oorleo, sotto l'impressione che in quell'alba di rinnovamento scientifico 
esercitavano nella mente dei naturalisti i risultati dell'indagine sperimen- 
tale, abbracciò con entusiasmo le nuove dottrine e si diede sovratutto 
a volgarizzarle, portandovi un contributo speculativo che mostra tutta la 
ricchezza del suo ingegno. Ma, come è naturale, esagerò !... « Negli esseri 
organici» Egli scrive «la elettricità si sviluppa, è vero, da tutta la massa 
• degli organi, ma un involucro quasi coibente, qual'ò la pelle o altro qua- 
lunque tessuto cutaueo, impedisce la dispersione della interna elettricità. 
É un caso di malattia, e malattia mortale come il colera, in cui sprazzi 
elettrici uscir si veggono in gran copia dalla pelle umana, come attesta 
-averlo osservato Atkinson ». La stessa perdita continua di elettricità os- 
servarono Crawford e Mueller in Pietroburgo durante l'epidemia di colera. 
Ed ammette ancora il Corleo il passaggio dell'elettricità animale da un 
individuo all'altro, come avviene nell'unione sessuale; allora «si sentono 









88 



E. LUNA 






quasi degli scatti elettrici, che si dirigono dall' uno all' Mitro, simulando 
quasi in certo modo l'azione del magnetismo artificiale». E come scosse 
elettriche vengono considerate dal Oorleo i colpi che la mano dell'ostetrico 
riceve quando essa è introdotta nell'utero in caso di parto mannaie : que- 
sti colpi sono tali clie sembrano intorpidire la mano per qualche tempo, 
non altrimenti che se avesse ricevuta la scossa della torpedine. 

Anche nelle piante si sviluppa energia elettrica perchè non esiste, se- 
condo Oorleo, chimismo organico che non sia accompagnato da elettricità, 
«né può darsi attrito di muori semoventi senza parimenti sviluppare una 
proporzionata dose di elettricità », ed è curioso come l'Autore concepisca 
lo scambio tra l'elettricità delle piante e quella dell' ambiente : « Cadute 
che sono le foglie di alcuni alberi in certe stagioni, la natura presenta 
tutti i loro ramoscelli nudi, come tante punte acuminate dirette all'aria. 
per scaricare sulla stessa l'elettricità sovrabbondante nell'albero, o per at- 
tirare la elettricità inorganica dell'aria ambiente, allorché la pianta ne ha 
bisogno ». 

I progressi scientifici delle successive generazioni di studiosi dovevano 
far giustizia di tutte queste esagerazioni, e l'antica dottrina dell'elettricità 
animale, così come era stata formulata dal du Bois-Ilevmoud e dai mioì 
contemporanei, perdette in seguito ogni valore. Lo studio rigoroso dei fe- 
nomeni elettrolitici e delle correnti di polarizzazione, integrandosi con i 
progressi della fisico - chimica, doveva portare ad una interpretazione di- 
versa dei fenomeni bioelettrici. Considerando un segmento di tessuto ani- 
male, sia esso un nervo o un muscolo, come una pila di concentrazione. 
è facile comprendere come un eccitamento qualsiasi debba determinare una 
modificazione locale della concentrazione di ioui e provocare quindi una 
differenza di potenziale elettrico rispetto ai punti vicini : da ciò la forma- 
zione di una corrente. E tale corrente può spiegarci il meccanismo della 
conduzione lungo i conduttori nervosi. 

La conduzione è indubbiamente legata a processi fisico-chimici, rever- 
sibili, che con estrema rapidità si propagano da una estremità all'altra nei 
colloidi dei conduttori nervosi, così come si propaga, secondo l'immagine 
dello Prluger, l'accensione di una miccia. 



LA NATURA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. CORLEO 



S» 



Secondo il Corleo l'innervazione, la quale dal centro si distribuisce a 
tutti gli organi sensori, è unica ed identica di natura per tutti : essa poi 
produce risultati diversi secondo la diversa natura, dei nervi sensitivi a 
cui si distribuisce, e dell'oggetto esterno che deve con la sua azione ecci- 
tarli. In altri termini gli effetti sensitivi devono essere sempre conformi 
alla natura sia dell'oggetto esterno che del nervo dove l'oggetto agisce (1). 
il Corleo fonda tale sua opinione sulle seguenti considerazioni : Anzitutto, 
se ogni organo sensorio avesse una attività nervosa a se, o, come dice 
l'Autore, una innervazione a sé, non potrebbe aversi quella statica nervosa 
che permette la depressione di un senso ed il contemporaneo esaltamento 
di un altro senso, né si potrebbe avere la riflessione di un organo sen- 
sorio ad un altro, o da un organo sensorio agli organi del. movimento; ed 
ancora, dovendo il centro nervoso esercitare la sua necessaria influenza 
sopra ciascun organo sensitivo, deve per sua natura agire in unico ed iden- 
tico modo sopra tutti gli organi da sé dipendenti. 

Oggi si direbbe più modernamente lo stato attivo degli ordegni ner- 
vosi è identico in tutti, la specificità dipendendo solo dalla natura dello 
stimolo e dalla particolare struttura degli ordegni stessi. 

Il Corleo naturalmente si schiera in favore della dottrina dell' identità 
delle funzioni nervose, accettata da Du Bois-Reymond, Hermann. Moller, 
ed allora dominante. Solo più tardi, per opera di Griitzuer, Hering ed al- 
tri, si prospettò la possibilità che i diversi nervi avessero un modo di fun- 
zionare qualitativamente differente, e cioè che i singoli neuroni differissero 
tra di loro per la qualità stessa specificatamente diversa della loro attività. 
Ma è certo che la dottrina dell'identità è quella che riceve i maggiori con- 
sensi, ed oggi il problema è essenzialmente rivolto a stabilire se la speci- 
ficità del processo nervoso avvenga nell' organo periferico, come sostiene 
il Wundt, o se essa invece dipende dal cervello, come sostiene l'IEelmotz, 
o se invece «nella percezione di un oggetto si ha la sintesi di qualche 



(]) Qui è bene far rilevare che con questa indicazione di nervi sensitivi, il Corleo com- 
prende tanto i conduttori nervosi quanto le loro connessioni centrali. 

hi 



f)0 



E. LINA 



cosa che avviene negli organi di senso e di qualche cosa clic avviene ne! 
cervello» (Rolla) (1). 

Ammettendo il principio di identità delle funzioni nervose, il Corta 
conseguentemente ammette che, in condizioni speciali, la carica nervosi 
possa essere spinta piò verso un nervo sensitivo anziché verso un altro, 
in guisa che possa l'azione di un senso esaltarsi molto e quella di un al- 
tro deprimersi o quasi cessare del tutto: esiste, quindi, una specie di com- 
penso di innervazione tra un organo sensorio che funziona maggiormente, 
e quelli che niente o poco funzionano. E tutto ciò perchè, secondo Cor- 
reo, i nostri ordegni nervosi funzionano come gii apparecchi elettrici, e pei 
che la innervazione è in certo modo identica alla trasmissione dell'energia 
elettrica. Il cervello non conterrebbe in sé la sorgente unica delle energie 
nervose, ma centralizzerebbe queste ultime, trasmettendole a tutte le parti 
dell'organismo secondo i loro bisogni, armonicamente; ma in certe condi- 
zioni, fisiologiche e patologiche, si avrebbe una emissione maggiore in ni 
senso e quindi una diminuzione di emissione in altro senso. Si vede in 
questo ragionare lo sforzo di stabilire ad ogni costo analogie con i feno- 
meni del mondo fisico: si presuppone quasi che nell'organismo si abbia 
una carica costante di energia nervosa che, nel distribuirsi per tutte le 
vie di accesso ai nervi , ne trovi alcune impervie e si scarichi quindi 
per altre che non presentino ostacolo. Xoi non possiamo seguire il Corico 
in una interpretazione così rigidamente fisica della distribuzione della ener- 
gia nervosa, e che appare oggi così artificiosa. Però, a prescindere da ciò, 
sta di fatto che il Corico ha bene inteso quello stato di limitazione della 
coscienza che è l'attenzione, in cui la messa a fuoco di una determinati, 
sensazione o imagiue implica l'oscuramento di altre sensazioni o di altre 
imagiui che si presentano nello stesso tempo. La ineguale distribuzione 
della carica nervosa che, secondo il Corleo, importa nelfattendere 1' esal- 
tamento di uua sensazione o imagine a detrimento di altre, corrisponde 
ai concetto odierno di considerare l'attenzione come effetto della inibizione, 



(1) Roi.r.A G. — Questioni psicologiche, in Logos, Anno VI, fase. 4, 1923. 



LA NATURA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. CORLEO 



SU 



la quale nella attenzione esterna si esercita sugli organi «Iella percezione,, 
ed in quella interna limita l'associazione ad un unico obiettivo, donde la 
inibizione di riflessi accessori, secondo il concetto di Becliterew. 

Come ancora oggi intendono alcuni psicologi, i quali distinguono una 
attenzione volontaria ed una attenzione involontaria, detta altrimenti spon- 
tanea, il Oorleo distingue una attenzione comandata dalla volontà ed una 
involontaria o forzosa. «Talvolta» scrive il Oorleo « l'attenzione è coman- 
data dalla volontà, in modo che essa fissa, per così dire, il senso sopra 
l'oggetto determinato, che vuole contemplare, ed ingrandisce talmente le 
minime sensazioni, donde risulta il tutto di quel tale oggetto, da non per- 
derne nessuna particolarità, restando nel tempo stesso deboli e diminuite 
tutte le sensazioni di natura diversa. Oltre a questa attenzione volontaria, 
ve ne ha una involontaria e forzosa, in cui l'oggetto medesimo, per il pia- 
cere che reca nella sua contemplazione (una bella fisionomia, un campo 
fiorito, una magnifica prospettiva) costringe quasi l'occhio a fermarsi, ed ob- 
bliga la mente ad attendere. Ora in questo secondo caso si osserva la cosa 
nel suo vero essere, cioè si vede quella bilancia naturale che regna in tutti 
gli organi sensori» (1). 

Nella definizione del Oorleo si riconosce subito il supposto carattere; 
differenziale tra l'attenzione volontaria e quella involontaria. Nel primo 
caso l'attenzione comaudata dalla volontà ingrandisce un senso e debilita 
fin altro : nel secondo caso è lo stimolo ricevuto dal senso che richiama 
colà l'attenzione, debilitando contemporaneamente la forza sensitiva di tutti 
gli altri organi. La quale affermazione vuol dire che l'attenzione involonta- 
ria ha una causa emotiva, mentre quella volontaria presuppone una scelta 
ed implica quindi un giudizio. 

Non si può però, ad occhi chiusi, accogliere questa differenziazione del- 
l' attendere così come è nella concezione del Oorleo e di altri psicologi, 
perchè l'attenzione, in qualunque forma e in qualunque condizione essa 
si presenti, sia essa esterna, e cioè diretta ad oggetti esterni, o. interna e 



(1) S. Cokleo — 1 e, p. 246. 



<)2 



K. LUNA 






cioè diretta a stati di coscienza, è sempre una scelta, e come tale implica 
un atto volitivo fondato sopra un criterio di preferibili tà, che può essere 
molto elaborato, come avviene uell' uomo adulto, ma può invece essere 
molto rudimentale, come dobbiamo pensare che avvenga nel bambino. An- 
che nel caso che il pensiero venga, come dice Brucia (1), passivamente at- 
tratto da poche reazioni — atti percettivi, ricordi, rappresentazioni — , bi- 
sogna sempre pensare che all'attrazione, che è passiva, succeda poi volu- 
tamente la concentrazione in qualcuna di queste reazioni, senza di che non 
vi sarebbe l'attenzione. La quale, ripeto, in tanto è attenzione, in quanto 
è scelta, e quindi atto volitivo. In tutte le ferme di attenzione si suppone, 
come in qualunque azione volontaria, l'intervento dell'Io attivo. Ne sus- 
siste l'altra distinzione tra le due supposte forme dell'attendere, consistente 
nella causa emotiva, che si ammette nella forma spontanea, mentre si nega 
in quella volontaria, per cui si è arrivato perfino ad ammettere che «l'at- 
tenzione è esclusivamente volontaria solo se non dipende affatto dal ca- 
rattere emotivo della rappresentazione alla quale si rivolge » (Masci) (2), 
perchè 1' elemento emotivo determinante si ha nell' una e uell' altra delle 
due forme di attenzione. 

Ma ritorniamo al Corico. 

Egli ricorda che si hanno nel campo patologico casi singolarissimi della 
cessazione di tutti i sensi con la suprema chiarezza di un senso solo; p. e. 
oscurazione della vista, maucauza del gusto e dell' udito cou una squisi- 
tezza di tatto straordinaria. Oiò dimostrerebbe per l'Autore che l'esercizio 
sensitivo di un nervo si ha a spese della innervazione generale, la quale, 
appunto per ciò, fornisce agli altri nervi una carica minore. « Vi La dun- 
que un compenso di innervazione tra un organo sensorio, che funziona 
viemaggiormente, e quelli che o niente o poco funzionano » (3). E sempre 
nello stesso campo patologico il Corico ricorda che i ciechi hanno un tatto 



(1) Brugia — La irrealtà dei centri nervosi, pag. 163. Bologna 1928. 

(2) Masci F. — Elementi di filosofia, Napoli 1904. 

(3) S. Corleo — loc. cit., pag. 246-247. 






LA NATURA DELLA INNERVAZIONE .SECONDO s5. CAIILEO 



<)l 



•estremamente fine «non acquistato per sola abitudine, ma per sé vera- 
mente tale», e distinguono le impressioni diverse di una colonna d'aria 
libera in una strada retta e di un'altra colonna d'aria circoscritta e limi- 
tata da un muro vicino. É fatale, per l'Autore, che ciò debba avvenire: 
la carica nervosa deve fatalmente istradarsi per quella via che è pervia, e 
raggiunge in essa quell' alto potenziale che funzionalmente si rivela con 
l'affinamento di una particolare sensibilità. 

Però questa interpretazione del Corico, improntata ad nn meccanicismo 
•che consegne uatnralmente alla dottrina della stretta analogia tra condu- 
zione nervosa e conduzione elettrica, non può spiegare adeguatamente tutta 
una serie di fenomeni squisitamente psichici. 

Ma è poi vero che l'organo sensorio chiamato ad una funzione, dicia- 
mo così, compensativa, diventi più squisito, più tìne, più penetrante nel- 
l'esercizio di questa sua funzione! 

Pare invece che i sensi i quali, per es., nel cieco, sostituiscono parzial- 
mente quello visivo mancante, acquistano non una maggiore finezza, ma 
nn campo di utilizzazione maggiore di quello che non si abbia nel veg- 
gente; in questo esiste la possibilità di una più vasta utilizzazione, ma essa 
-è allo stato potenziale, e solo nua speciale richiesta e l'abitudine che a 
questa consegne, riesce a metterla in efficienza. « Non è già che il nato 
sordo acquisti una finezza superiore del senso visivo e del tattile; egli im- 
para invece, mediante questi sensi, a percepire tutto che è forma e movi- 
mento nella pronunzia, e a riprodurla esso stesso, e a percepirla pronta- 
mente e distintamente in altri. Dall' alfabeto delle dita passa all'alfabeto 
mimico delle labbra, ed all'alfabeto scritto; ma la lingua vocale resta pei 
lui nn mistero » Masci (1). 

►Si può affermare che il (Jorleo abbia portato nei più diversi campi della 
fisiologia e della psicologia la sua attenzione e 1' acume della sua critica, 
ed alcuni capitoli sembrano più l'opera di un contemporaneo che quella di 
uno scrittore della metà del secolo scorso. 



(1) Masci — loc. cit. 



•M 



E. LINA 









Ecco, per es., quello che scrive a proposito della funzione glandolare : 
« Tra tutte le secrezioni esiste iTn'armonia manifesta ed indubitabile, tale 
che l'ima spesso non sta senza dell'altra, o l'ima compensa l'altra, o il di- 
sordine dell'ima refluisce tosto sull'altra» (1). Xoi non potremmo con più 
felice sintesi e con maggiore precisione riassumere tutto quello che è oggi 
acquisito in tisiologia nel campo delle correlazioni glandolali. Ma vi ha di 
più: in quel breve periodo è considerata tanto la funzione vicariante quanto- 
quella sinergica, due modalità di correlazione glandolare che, [tur essendo 
tanto diverse l'ima dall'altra, spesso non vengono sufficientemente distinte.. 

A dir vero, gli esempi che il Corico porta si riferiscono più alla prima 
che alla seconda modalità, ma certo il concetto di sinergia funzionale del 
complessi glandolari non sfuggì al nostro Autore, come si dimostra dove 
Egli scrive «tale che l'una spesso non sta senza dell'altra». Questo prin- 
cipio di tisiologia glandolare riceveva più tardi una larga e documentata 
conferma. E di fatti, per citare un esempio, Bayllis e Starli ng scoprirono- 
che l'azione sulla mucosa duodenale del chimo acido dello stomaco deter- 
mina la secrezione di una sostanza speciale, detta secretina, la quale passa 
nel circolo sanguigno e va ad eccitare, per via chimica o neurochimica, 
la secrezione del succo pancreatico, del succo enterico e della bile. 

Fra gli esempi di correlazione glandolare addotti dal Corleo non ve 
n'è alcuno che si riferisca a correlazione tra le giaudole endocrine; ma ciò- 
si comprende facilmente, (piando si pensi cbe solo in questi ultimi anni 
i biologi hanno studiato quella parte della fisiologia glandolare che va col 
moine di endocrinologia, determinando in modo speciale tutte le correlazioni 
funzionali tra gii organi a secrezione interna. Però già sin dall'epoca nella 
(piale visse il Corleo, sotto gli impulsi dati alla fisiologia delle glandole da 
G. Miiller (1830) e da CI. Bernard (1855) si aveva, con quelle restrizioni 
die fa giustamente il Pende (2), il concetto di glandola a secrezione in- 
terna; e. però possiamo pensare che quando il Corleo scriveva « insomma 



(1) S. Corlko — loc. cit., pag. 465. 

(2) Pende — Trattato di endocrinologia. Vallardi. 1914. 






LA NATl'ItA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. OAKLEO 



95 



•iu tutte le secrezioni vi è concatenazione», Egli intendesse anche riferirsi 
alle glandolo a secrezione interna, le cui correlazioni funzionali oggi sono 
a noi abbastanza note sia come correlazioni ormouiche interglandolari, sia 
come correlazioni ormoniche intraglaudolari, sia come correlazioni endoe- 
socrine (Pende). 

Per l'armonia delle correlazioni funzionali anzidette il Corico invoca 
l'intervento del sistema nervoso. « Questa concatenazione non è sostenuta 
semplicemente per la identità dei materiali organici, che rispettivamente 
segregano, ma ben anche per effetto della innervazione che mantiene la 
bilancia di tutte queste secrezioni medesime» (1). 

Più particolarmente questo concetto è espresso a pag. 408 : « In gene- 
rale, per non più dilungarci, possiamo stabilire una regola, che l'attitudine 
-di una data parte organica a segregare o ad eliminare uua qualunque de- 
terminata sostanza, attitudine che esiste solamente in una o in due parti 
autagouistiche, è tutta dipeudente dalla innervazione, la quale sola regola 
"il corso degli umori, avviva il chimismo organico, e sostiene la stessa fun- 
zione secretoria, non altrimenti che la pila elettrica sostiene il chimismo 
e l'esosmosi delle varie sostanze attraverso delle membrane animali, come 
se ne accertarono Wollaston , Eberle, Fodera. Il chimismo secretorio 
senza la guida della innervazione non avrebbe localizzazione di sorta, e 
si potrebbe indifferentemente operare in ogni dove, come in ogni dove si 
incontrano i principii, che servono al chimismo medesimo. Infatti, cessata 
-appena la vita, tutti i vari principi che il sangue coutieue incominciano 
certe loro chimiche lotte, che non esistevano per lo innanzi, perchè non 
erano compatibili con la forza del principio vitale che li guidava al debito 
loro luogo, e faceva succedere le loro chimiche reazioni in quei punti, ove 
meglio conveniva pel mantenimento di tutto l'organismo». 

Tutto ciò dimostra quanto influisse sul pensiero di Corico il concetto 
allora dominante che le correlazioni trofiche tra le varie parti che costi- 
tuiscono l'organismo fossero mantenute esclusivamente dalla funzione nei- 






(1) S. Coiu,rco — loc. cit. pag'. W' 



96 



E. LUNA 












yosa. Sicché Egli poteva, scrivere che la innervazione, nel tempo st<^<. 
i:lie rappresenta nell'animale la somma dei singoli disquilibri delle sue in- 
time molecole, diventa nel tempo stesso la forza clic opera o dirige tutti 
gli effetti organico-vitali dell'animale medesimo, e poteva ancora aggiun- 
gere che la energia nervosa rappresenta la forza regolatrice di tutte le fun- 
zioni, la bilancia che mantiene la statica fra tutte le parti. 

L'analisi critica di una ricca casistica sperimentale tende oggi però ad 
assegnare all'azione ormonica la funzione che determina le correlazioni 
trofiche tra le varie parti dell'organismo; ma, -come giustamente osserva 
Pende, «neppure oggi noi possiamo fare a meno dell'intervento del si- 
stema nervoso, per comprendere così le correlazioni trofiche tra i vari tes- 
suti dell'organismo, come le correlazioni reciproche tra le stesse piandole 
endocrine», e però si tende ad ammettere un meccanismo di correlazione 
neuro-ormonico o endocrino simpatico. 

Ma qua!' è il meccanismo dell'azione nervosa, e cioè, nel caso che ci 
interessa, qual'è il rapporto tra l'attività nervosa e l'attività glandolare.'" 
Al concetto vago, indeterminato, di azione nervosa, nel quale si riposava 
la mente dei tisiologi che vissero uell'epoca del Corleo ed anche più tardi, 
subentra oggi, per l'attività di una vigorosa schiera di indagatori, un con- 
cetto più determinato. 

Eicordo la celebre esperienza del Demoor (1): quando iu una glandola 
salivare si fa circolare del liquido di Einger, si ottiene una determinata 
attività secretoria, ma se al liquido di Einger si aggiunge della saliva.. 
questa attività secretoria della glandola salivare aumenta. Si ammette oggi 
che ciò avvenga perchè la saliva contiene una sostanza (termostabile ed 
una termolabile), le quali si formano per l'eccitamento della corda del tim- 
pano : queste sostauze sono intercalate tra l'eccitamento nervoso e l'azione- 
glandolare e sono un elemento necessario tra i due. Eicordo ancora le espe- 
rienze di Koch, il quale, stimolando i nervi gastrici, vide formarsi delle 



(1) Diìmoor — Le méeanisme intime, de la sécrétion salivaìre. Arch. intera, de pliysiolo 
^ie, 19J3. 



LA NATURA DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. 0OBLÈ0 



97 



sostanze le quali eccitano la secrezione gastrica. E sempre nello stesso or- 
dine di idee, per quanto riferentisi ad organi diversi, ricordiamo le belle 
esperienze di Loewi (2), che sarebbe desiderabile venissero confermate. Un 
cuore isolato di rana contenente liquido di 1 tinger, è stimolato per via dei 
vago; dopo mezz'ora circa il Iìinger si introduce in un altro cuore isolato 
di rana, ed allora in quest'ultimo si ha netta azione inibitrice, e cioè di- 
minuzione delle contrazioni, nell'assenza di ogni stimolo del vago. Ciò fa 
supporre che la stimolazione del vago determina la formazione di sostanze 
con azione inibitrice sul cuore : tali sostanze , come lo stesso Autore ha 
dimostrato, si formano prima ancora che avvenga la contrazione muscolare. 

Lo stesso risultato, con effetto però stimolatore, si ha quando in iden- 
tiche condizioni di esperimento , si stimola il simpatico. Questi ed altri 
esperimenti che per. brevità ometto, dimostrano che nel meccanismo della 
funzione glandolare le sostanze formate sotto l'eccitazione nervosa « rap- 
presentano un anello necessario tra l'attività nervosa e l'attività glandola » 
(Lugaro) (1). Con gli esperimenti del Loewi queste conclusioni si estendono 
naturalmente anche ad altre azioni nervose. 

L'indagine, su questa via, non potrà non dare quei risultati che per- 
mettono di precisare l'intimo meccanismo della funzione nervosa. 

Uno dei problemi fondamentali della neurologia è quello che riguarda 
localizzazioni cerebrali, e però esso non poteva sfuggire all'analisi critica 
del filosofo naturalista. 

Nella valutazione storica delle idee del Corleo noi faremo astrazione , 
per (pianto sarà possibile, dell'esperienza venutasi ulteriormente maturando 
per opera di fisiologi e clinici. 

E da premettere che, quando il Corleo scriveva il suo Trattato sulla na- 
tura dell'innervazione, il mondo scientifico era ancora sotto l'impressione 
dell'opera di Gali e Spurzheim , a buon diritto considerati come i fonda- 



la Loewi — (Teber Immorale tlebertragbarkcit der Hcrznercenwirkuna. Pfliigers Arclviv. 

1'. <1. ges. Physiologie, 1921. — Weitere Untersuch. etc, in Klinische Woclìeschrift, 1922. 

(1) S. LUGARO — Sul meccani/imo delle azioni nervose. Riv. ili patol. nerv. e ment., 1924. 






US 



E. LUNA 



tori della dottrina delle localizzazioni cerebrali , e delle critiche violente 
che il Flourens moveva a questa dottrina, e in particola? modo alle aber- 
razioni di essa culminanti nella frenologia o organologia cerebrale. Nel pe- 
riodo, che segna l'agonia del sistema frenologico e nello stesso tempo l'er- 
rore della esagerata critica demolitrice del Flonrens, il Corleo jtotea scri- 
vere con spirito di imparzialità: «Già si sa che alenili fisiologi, e princi- 
palmente Gali e i suoi scolari, andarono tant'oltre in questa materia, cli<- 
vollero localizzare nel cervello le varie sedi delle diverse branche dell'in- 
telligenza. Ma più di tutto essi pure attesero a stabilire le varie sèdi «Ielle 
tendenze o degli istinti. Però alle loro pretese si opposero altri fisiologi, 
i quali in vari sensi attaccarono la dottrina della localizzazione delle fa- 
coltà intellettuali o delle tendenze istintive. E sembra che se i primi vol- 
lero troppo circoscrivere e troppo materializzare le suddette varie sedi 
dell'intelligenza, gli altri al contrario con la confusione «Ielle loro confu- 
tazioni hau voluto rapire di tutto punto al cervello il nobile suo concorse 
negli atti intellettuali* (1). 

La serenità del giudizio nel Corleo appare tanto più meravigliosa quanto 
più si considera la scarsezza dei dati sperimentali che sulla funzione delle 
varie parti del sistema nervoso si avevano nell'epoca nella quale Egli visse. 
Hertwig- e Flonrens avevano dimostrato che dopo l'asportazione completa 
«lei due emisferi cerebrali cessava nell'animale la facoltà «li riconoscere 
tutto ciò che lo circonda e se stesso, cosa che non si era osservata quando 
.si toglievano altre parti dell'asse cerebrospinale, per es. : il cervelletto , i 
corpi quadrigemini : tutto ciò portava ad ammettere che la intelligenza si 
dovesse localizzare nei due emisferi. Altri fisiologi avevano confermato 
«piesti dati sperimentali, ma non si era stabilito l'accordo se fosse la por- 
zione anteriore o quella media o quella posteriore o la base dei lobi ce- 
rebrali la sede in cui si esercitano le funzioni dell'intelligenza. 

L'esperimento cercava sempre di far luce in quel labirinto che è il si- 
stema nervoso , ma la tecnica insufficiente , spesso la mancanza del coli- 



li) S. Cori.eo, loc. cit., pag. 418. 



LA. NATURA DELLA INNOVAZIONE SEC'ONDO S. CORLEO 



m 



trollo anatomico; iiDa certa superficialità <li giudizio portavano a delle con- 
clusioni che oggi a noi sembrano quasi inverosimili. E così dal Gali si 
attribuiva al cervelletto la funzione venerea : invece Floureus e Longet 
attribuivano a quest'organo la funzione di coordinare i movimenti, e San- 
cerotte , Petit, Foville e Dugés attribuivano ad esso la funzione di rice- 
vere le sensazioni. Fodera e Magendie videro disturbarsi la statica del 
moto dopo il taglio o del cervelletto o dei talami ottici, e pensarono che 
esistesse una specie di statica tra il cervelletto ed i talami ottici per man- 
tenere l'equilibrio dei movimenti. I corpi quadrigemini vennero messi in 
relazione cou la funzione visiva (Floureus, Hertwig, Magendie). Legallois 
con i suoi esperimenti aveva assegnato al midollo allungato la suprema 
direzione dei movimenti respiratori ; avendo però osservato il Longet che 
al disotto del punto di emergenza del vago si possono praticare delle se- 
zioni le quali non aboliscono del tutto, ma parzialmente, la funzione re- 
spiratoria, questa funzione direttiva si è estesa sino ai primi nervi cervi- 
cali. Muller, Marshall-Hall ed altri attribuirono al midollo spinale la pro- 
duzione dei movimenti muscolari, e specialmente quella dei movimenti 
riflessi: altri Autori invece credettero trovare nel midollo la sede della 
sensibilità dolorifica, altri la sede dell'esercizio venereo. 

Non citerò altri esempi : ve n'è abbastanza, io credo, in quelli già ri- 
cordati per far nascere lo scetticismo sul concetto di localizzazione nel 
sistema nervoso centrale. Eppure il Corleo , pur riconoscendo la manche- 
volezza dei dati sperimentali ed il disaccordo tra questi ed i dati anato- 
inopatologici, non si crede autorizzato ad escludere la localizzazione delle 
funzioni nelle varie parti dell'asse nervoso, e quindi, implicitamente, ad 
ammettere che l'intero asse cooperi sempre in ogni funzione nervosa. Scor- 
rendo le pagine sulle localizzazioni cerebrali del Corleo si riporta l'impres- 
sione che questo filosofo naturalista abbia veramente intuito quale dovea 
essere più tardi, per le ricerche di Flechsig, Brodmann, Broca, Luciani, la 
dottrina delle localizzazioni cerebrali. 

E si pouga mente a ciò, che proprio in quell'epoca le idee correnti 
sulla struttura del sistema nervoso dovevano rendere (piasi inverosimile 



1 00 



K. LINA 









l'ipotesi (li una localizzazione delle complesse funzioni nervose. Nozioni 
frammentarie, incomplete, che giustificavano ancora l'aforisma enunciati 
tre secoli prima dal Fautori: obscura textura, óbscuriores morbi, functione* 
obscìi rissimele. 

Xei secoli precedenti al XIX gli studiosi si erano limitati alla grò— 
lana osservazione della forma dell'encefalo e del midollo spinale : solo nel 
1883 Ehrenberg scoprì che il sistema nervoso centrale è costituito da un 
numero incalcolabile di tubi capillari, e nel 1838-40, per opera di Helmolz, 
Eemak , Ehrenberg e Purkinje , si scoprì la cellula nervosa. In seguito, 
Rolando in Italia, Gali e Spurzheim in Alemagna incominciano a pigliare 
in esame i fili nervosi « che agglomerandosi tra di loro , costituiscono 
l'encefalo», e quando il Oorleo scrive il suo Trattato, si è già scoperto 
con la microscopia « un mondo nuovo » nel sistema dei nervi : tubi primi- 
tivi che si prolungano indefinitamente senza confondersi mai tra loro, una 
materia grassa che riempie i tubi , ed i filetti centrali che dalla materia 
grassa sono di ogni dove isolati : rigonfiamenti sferoidi od ellittici di al- 
cuni tubi, i quali coincidendo tutti ad un dato punto costituiscono i gangli. 

Tutt' altro che definito era poi il problema delle connessioni nervose. 
Xel 1851 Wagner scoprì che tra i prolungamenti della cellula nervosa del- 
l'organo elettrico in Torpedo, uno solo era in relazione diretta con ona 
fibra nervosa : più tardi, nel 1854 , il Eemak estese questa conoscenza a 
tutte le cellule motrici, ma solo nel 1805 il Deiters potè affermare che è 
attributo di tutte le cellule nervose che fra i numerosi prolungamenti 
uno solo è in relazione diretta con una fibra nervosa: questa scoperta 
fece fare un passo decisivo nelle nostre conoscenze sulla struttura del si- 
stema uervoso. Non sembri quindi strano che il Corleo scrivesse che al 
microscopio la massa encefalica presenta un proseguimento non interrotto 
di fili, i quali provengono dalla grande rete nervosa, ed intrecciandosi in 
vari sensi, si agglomerano insieme senza mai confondersi, e vanno final- 
mente a terminare nella sostanza grigia corticale delle circonvoluzioni. 
Questo dato incontrastabile della uniformità di tessitura , e della forma 
filamentosa non mai interrotta di tutta la massa encefalorachidiana , era 



LA NATURA DELLA "INNERVAZIONE SECONDO S. CORLEO 



101. 



dal Corleo messo in relazione con il fatto funzionale che tutte le lesioni 
rapide e subitanee di qualunque punto di tale massa perturbano la inner- 
vazione generale e scompigliano non già quella sola funzione che sembra 
essere localizzata nel determinato punto offeso, ina le funzioni tutte, e met- 
tono in repentaglio la vita. 

Ma nonostante questa premessa sulla « uniformità di tessitura » e sulla 
« forma filamentosa non mai interrotta di tutta la massa encefaloracliidiana », 
il Corleo si ostina a negare che l' intero asse nervoso cooperi sempre ii 
ogni funzione nervosa, e però ammette una localizzazione nelle funzioni 
del cervello. Non però la localizzazione rigida, paradossale, sfrenata della 
scuola frenologica : non l'ipotesi di un cervello diviso in tanti organi indi- 
pendenti, ognuno dei quali è destinato ad una speciale funzione, la quale 
cosa contrasterebbe, come ammette un altro filosofo naturalista contempo- 
raneo, l'Anile (1) , coi caratteri della più modesta attività psichica : ma è 
già nella mente del Corleo la concezione di uu cervello che risulta dalla 
aggregazione di parti, ciascuna delle quali è in relazione con determinate 
vie di moto e di senso e con determinate vie com messii rali , e nel quale 
però le diverse combinazioni delle funzioni intellettive, che sono l'attributo 
funzionale delle diverse parti, determinano l'unità funzionale del cervello 
nella elaborazione dei diversi atti psichici (2). 



La profondità dell'analisi ed il rigore della critica che il Corleo portò 
nello studio dei diversi elementi che costituiscono il complesso delle azioni 
nervose, meriterebbero un più largo commento : ma quello che è stato da 
me accennato , in una visione necessariamente fugace , è sufficiente , io 
credo, per mostrare che il filosofo siciliano, pur essendo per sua natura 
portato alle astratte speculazioni dello spirito, non disdegnava di soffer- 
marsi, con rigore di indirizzo scientifico , nello studio obiettivo dei feno- 
meni naturali; dava così l'esempio di quello che debba essere un sano e 



(1) Axile A. — Le localizzazioni cerebrali. Atti R. Accad. med. chirurgica di Napoli, 1917. 

(2) Sullo stesso argomento vedi E. Luna. Problemi fondamentali di Neurologia , Pa,- 
Jermo 1924. 



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LINA 









proficuo filosofare. Egli .scriveva: « se non si mettono dì accordo le 

scienze naturali con le scienze logiche, saranno imperfette le une e le altre . 
E questo suo indirizzo mentale Egli rivela in tntra l'opera sua, tanto clic 
i suoi commentatori l'han fatto sempre risaltare. Così scrive il Merenda (1): 
«Vi hanno filosofi clie distinguono la Filosofia dalla Scienza: questa va 
terra terra, è empirica; ((nella coni'aquila vola, è trascendente. Corleo non 
accetta questa separazione. Egli abbraccia la Filosofia universalmente, cioè 
in modo che compendia entro di sé tutte le scienze, che le coordini in- 
sieme, che le diriga nel loro scopo, nel loro metodo, nei loro oggetti : che 
armonizzi tutto ciò che potrebbe apparire discorde fra i varii rami dello 
scibile: la intende insomma come la scienza di tutto 1' umano sapere»*. 
E così scrive il Di Carlo (2): «... più in là si avrà ancora occasione di 
ricordare quest'opera, la (piale già ci rivela le direttive della mente del 
Corleo, le sue preferenze intellettuali, il concetto che la filosofia dovesse 
fraternizzare nel modo più intimo con la scienza e con essa dovesse an- 
dare nell'accordo più perfetto ». 

E stato appunto 1' amore per lo studio dei fenomenti naturali che ha 
spinto il Corleo ad adattare la dottrina allora in valore della elettricità 
animale alla interpretazione dei fenomeni complessi dell'attività nervosa. 

Pur in mezzo agli errori, giustificabili se si considera l'epoca nella 
(piale il Corleo visse , si vede uella sua opera filosofica? la intuizione di 
verità che dovevano più tardi essere dimostrate: e però, in alcune delle 
Sue concezioni, egli appare veramente come un precursore. 



Integrando spesso le conoscenze e le speculazioni del Corleo, con q nel le 
lei suoi contemporanei, ho cercato anche di dare una idea, sia pure vaga, 
iti quelle che fossero le conoscenze sul dinamismo nervoso nella metà del 
secolo XIX. 



;1) Merenda P. — In memoria di S. Corleo. Lettura fatta il L 2 Marzo 1918. uella Soc. di" 
Se. naturali ed economiche di Palermo. 

(°2) Di Cablo E. — Simone Corleo. Radio, 1924. 






LA NATURA. DELLA INNERVAZIONE SECONDO S. CORLEO 



ll< 



Quanto cammiuo, che a noi sembra lontano, e che è appena misurato 
■dalla vita di un uomo ! Addentrandoci nello studio dei varii problemi , 
fondamentali e particolari, riguardanti l'essenza e la meccanica del dina- 
mismo nervoso, restiamo sorpresi del progresso così rapidamente ottenuti 
in uno dei campi più difficili. e complicati della biologia. A volte stentiamo 
(piasi a credere che a distanza di cento anni o meno abbia potuto ope- 
rarsi una così radicale risoluzione nelle nostre convinzioni, e nel modo 
stesso di profilare i problemi che riguardano il funzionamento del sistemi. 
nervoso. Verità, che sembrarono allora ovvie, sono state smantellate dal- 
l'esperimento ulteriore : problemi prospettati allora con una semplicità che 
a noi sembra ora infantile, si sono andati via via sempre più complicando: 
particolari aspetti di essi, allora neppure intravisti, sono ora al fuoco della 
nostra febbre di indagine. E questa febbre di indagine del biologo non si 
arresta di fronte al mistero nel quale si avvolge il dinamismo nervoso, 
anzi moltiplica i mezzi di studio, perfeziona la tecnica, e chiama a sussi- 
dio altre scienze, come la tìsica e la chimica, perchè un fenomeno venga 
esaminato nella complessità della sua costituzione. E la tenacia dell'inda- 
gatore scopre sempre nuove verità, sicché deve dar fede alla nostra ardua 
e difficile impresa la profonda convinzione che, come inesauribile è i! 
campo delle nostre ricerche , altrettanto inesauribili sono le risorse che 
aiutano l'uomo di studio a scoprire la verità. 



i IH I 1 I t I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I ,1 I I I I i I I I li I 11 I II, 



L. BUSCALIONI e G. CATALANO 

Il legno crittogamico e la costituzione arcaica 

dei fillomi delle Acacie fillodiniche e fillodopodiche 



È noto da tempo ohe nelle Cormofite arcaiche il fusto era formato in 
gran parte da legno centripeto, sul quale s'innestava si e no il legno cen- 
trifugo, di guisa che una netta separazione fra radice e fusto, almeno in 
teoria, non si poteva fare. Il midollo non esisteva, in quautochè, data la 
struttura protostelica del cilindro centrale, la regione che ora è occupata 
da questo tessuto era riempita di legno centripeto. Con l'evoluzione, trat- 
teggiata a grandi linee, una parte del legno centripeto assunse i caratteri 
dell' attuale tessuto parenchimatoso midollare , mentre il resto mantenne 
immutati i caratteri di elementi xilemici conduttori (midollo misto). 

Finalmente nelle attuali forme tutto' il midollo divenne parenchima- 
toso. Tracce dell'arcaica condizione di cose si verifica ancora attualmente 
nelle Crittogame superiori e nelle Gimnosperme ed uno dei casi più belli 
è quello degli Equiseti, nei quali solo relativamente da poco tempo si è 
scoperta la struttura centripeta. 

Nelle Gimnosperme attuali, per non entrare in troppi dettagli, faremo 
rilevare che il legno crittogamico, dopo essere scomparso dal fusto, si man- 
tenne ancora alla base delle foglie, indicandoci in queste una struttura più 

13 



106 



h. BDSCALIONI K G. CATALANO 






arcaica (Oicadee). Se ora rivolgiamo la nostra attenzione alle Fanerogame 
angiosperme, noteremo che fino ad ora il legno centripeto fu riscontrato 
soltanto da lino di noi (Buscalioui) nel curioso organo a cui egli, in un 
precedente studio col prof. Mattirolo, aveva dato il nome di ehilario senza 
che tuttavia gii Autori, in questa prima serie di osservazioni, si fossero ac- 
corti della vera natura anatomica de! singolare organo. Qualche cosa di 
analogo venne pure scoperto in qualche ovulo di pianta a tipo primordiale 
(Laurinee), come risulta dai lavori del Buscalioni. (Il legno crittogamico del 
fascio vascolare seminale di talune angiosperme considerato nei suoi rap- 
porti colle teorie filogenetiche, Malpighia, 1921; — sulle tracheidi micropi- 
lari del seme delle Laurinee. Boll. Accad. Gioenia, 1919). 

Più recentemente il Cordemoy avrebbe trovato il legno centripeto nel 
fusto delle Casuarinee, su di che giova rilevare che queste piante sono 
molto arcaiche e i loro fillomi ricordano quelli delle Eqnisetacee. 

Gellule a pareti ispessite e reticQlate ricordanti un po' da vicino il tessuto 
di trasfusione, o legno centripeto, che dir si voglia, si trovano pure disse- 
minate qua e là nel mesofìllo di alcune foglie (ad esempio nelle Nepenthes, 
secondo Zimmermann) ed anche a ridosso delle terminazioni vascolari. Tut- 
ti gli Autori che si sono occupati di questo argomento ritengouo tuttavia 
che esse siauo semplicemente delle cellule di parenchima ordinario modi- 
ficate a scopo biologico (di trattenere cioè acqua). Però allo stesso modo 
che il Buscalioni suppone che non tutte le cellule di trasfusione delle Ci- 
cadee appartengano realmente al legno centripeto, sarebbe pure il caso di 
vedere se in alcuni di questi esempi segnalati dai vari AA. non si abbia 
per converso da fare con vero tessuto di trasfusione. 

Studiando noi da tempo la costituzione dei fillodi delle Acacie austra- 
liane e dei tìllodopodi di questa, nel senso definito da Buscalioui e Mu- 
scatello, su materiale ricchissimo fornitoci dalla Direzioue degli Orti Bo- 
tanici di Berliuo, di Parigi e di Kew, a cui qui rinnoviamo i nostri ringra- 
ziamenti, abbiamo trovato che in vicinanza dell'apice dei fillodi, si notano, 
a ridosso delle priraaue dei singoli fasci, delle cellule a pareti ispessite e 
reticolate. Analoghi elementi e cogli stessi rapporti coi fasci compaiono 















IL LEGNO CRITTOGAMICO E LA COSTITUZIONE ARCAICA ECC. 



107 



pure in vicinanza dell'apice dei fillodopodi. Siffatte cellule si estendono a 
poco a poco sotto al palizzata, formando così tutto attorno al tessuto cen- 
trale acquifero di questi organi una vera guaina di elementi vascolari. 
E qui occorre notare che, salvo le debite eccezioni, subiscono questa modi- 
ficazione quasi soltanto le cellule periferiche del tessuto centrale dei fillodi in 
largo senso, le quali sono più piccole delle altre e traggono origine dal mi- 
dollo, o dal pericido, o dalla corteccia profonda, o infine da tutto il periblema. 




Acacia trigonophylla. -*■ Fillodopodio : tre fasci libero - legnosi imiti da legno crittogamico. Sci. arco scle- 
roso liberiano: Pa, palizzata; hi. libro; Pr', protoxilemi; Cr, legno crittogamico, 

Solo in corrispondenza dell' estremo apice anche un numero più o meno 
grande di cellule assili del tessuto centrale e talora persino tutte quante su- 
biscono siffatta metamorfosi. 

A lungo siamo stati perplessi se si dovessero considerare siffatti ele- 
menti come un vero e proprio tessuto di trasfusione, o non piuttosto come 



^ 



108 



L. HUSCAIJONI E C. CATALANO 






uua banale metamorfosi delle cellule parencliitjiato.se centrali, avente ana- 
logia colle disposizioni osservate da Zimmerman e da altri. Quest'ultimo 
modo di interpretare i fatti sembrava più logico, dato che le così dette 
cellule di trasfusione, salvo gli ispessimenti e le ornamentazioni delle pa- 
reti, sono per dimensioni e forma spesso analoghe a quelle prettamente pa- 
reuchiinatose del tessuto centrale periferico, o assile. 

Però, dopo che la nostra attenzione fu rivolta in particolar modo ai 
iillodopodi siamo vernili alla conclusione che sifkitti (dementi, a tipo di tra- 
cheidi, sia per la loro posizione topografica rispetto alle primane dei fàsci 
vascolari e sia ancora per esser presenti nei tìllodopodi, vanno considerati 
come veri elementi di trasfusione, o in altre parole come rero legno critto- 
gamico. 

Per comprendere meglio il nostro concetto segnaleremo, in poche pa- 
role, l'evoluzione dei fusti nelle piante. Nel Siluriano e forse anche prima, 
erano comunissimi certi tipi vegetali dicotomici, ritenuti come organismi 
inferiori, ma che il Kransel ha riconosciuto recentemente essere apparte- 
nenti a forme già molto evolute. Pare che in essi mancassero le foglie ge- 
nuine. Da questi tipi, per un processo che fu molto bpne intuito dal Po- 
lonie, uno dei rami della dicotomia divenne foglia, l'altro mantenne im- 
mutato il carattere di fusto. La foglia doveva essere dapprima corticaute 
o decorrente e più o meno ascrivibile al fillopodio di Gaudichaud e di Dei- 
pino. Ma ben tosto si concretò in un organo ben distinto dal fusto, che 
anzi in molte Leguminose, per esser fornito di stipole, cuscinetto, picciuolo, 
ghiandole e lembo composto deve essere considerato come molto evoluto. 

Però fra queste stesse Leguminose troviamo ancora molti tipi, viventi 
specialmente nei siti aridi dell'Australia, tutt'ora patria di forme arcaiche 
anche animali, nei quali l'individualizzazione della foglia rispetto al fusto 
è ancor poco manifesta. Questi tipi sono appunto le Acacie tìllodopodiche. 
nelle quali asse e foglia son siftattameute fusi fra loro che solo a partire 
della regione dove il rillodopodio emerge liberamente si può parlare di un 
lembo fogliare, ridotto però alla semplice espressione di una base fogliare 
analoga a quella dei fillomi pur sempre degradati di talune Monocotiledoni 
(Agave), colle quali ha molti caratteri anatomici comuni. 









IL LEGNO CimTOUAMICO E LA COSTITUZIONE ARCAICA ECC. 



109 



E qui giova notare che mentre l'asse di dette Acacie non ha una strut- 
tura realmente raggiata qual'è quella degli assi genuini, poiché i cordoni 
vasali formano spesso solo «lue semilune (come in alcune Acacie fillodopo- 
diche), troviamo per converso all'incirca la stessa struttura nei fillomi di 
queste, di guisa che non si ha più una differenza strutturale fra quanto ap- 
partiene morfologicamente al caule e quanto spetta alla così detta foglia 
(tìllopodinica). 

Può dunque recare meraviglia se in uu filloma così poco differenziato 
incontriamo il tessuto di trasfusione, sebbene manchi per lo più nell'asse? 
avviene questo anche nelle Gimnosperme stesse, in cui l'ultimo accenno di 
tessuto di trasfusione si trova nelle foglie, colla differenza che nel nostro 
caso il legno crittogamico prevale all'apice, mentre nelle Cicadee esso si 
trova di preferenza alla base. 

Infine la nostra sorpresa deve venir meno se consideriamo che nei semi 
delle stesse Leguminose il tessuto di trasfusione costituisce il chilario in- 
corporato nel tegumento che, in ultima analisi, è d'origine fogliare. 

Nelle degradate Acacie fillodopodiche tutta (pianta la struttura fogliare 
per quanto riguarda i fasci vascolari, si concreta a poco a poco nel tratto 
rappresentato dall'ala decorrente. Ma quanto più si riduce la lunghezza 
di questa porzione , tanto più il rimaneggiamento delle traccie fogliari 
tende ad effettuarsi in vicinanza del nodo. Nelle fìllodiniche, dove manca 
del tutto la decorrenza , le traccie fogliari (se così ancora possono chia- 
marsi), si individualizzano al àoclo stesso da cui emerge il fillodio. Nascendo 
ad immediata vicinanza 1' una dell' altra si comprende come esse possano 
nel punto stesso di emergenza del fillodio disporsi in modo da costituire 
un cuscinetto. Ma il nisus formativo di un fìllodopodio (gene, ormoni, ecc.) 
non è perduto in questi tipi di Acacia, per cui poco al di là del cusci- 
netto si ricostituisce, nel fillodio, una struttura perfettamente omologa a 
quella del fìllodopodio, cioè una struttura bifacciale, grazie appunto a sif- 
fatti fattori, e quindi si comprende come anche qui si ripeta la struttura 
centripeta nel xilema. 

Ed è intanto singolare il fatto che mentre nelle piantale di molte di 




ito 



L. BUSCAI. IONI E G. CATALANO 















queste Acacie e di quelle fillodopodiche si ha un tipo fogliare evoluto, 

nelle forine adulte per ridursi il filloma allo stato di tillodopodio o «li fil- 
lodio , si torna a un tipo arcaico strutturale. L'evoluzioni- anziché pro- 
gressiva è qui regressiva , come si ha in molte piante ed animali paras- 
siti e come è stato osservato recentemente per lo stesso cranio umano. 

Forti di tutte queste considerazioni siamo venuti alla conclusione che, 
analizzando da un punto di vista teorico la costituzione dei fillodi e dei 
tìllodopodi , non già il parenchima periferico del tessuto centrale si è tra- 
sformato in legno crittogamico, ma che si abbia invece il caso inverso, che 
cioè quest'ultimo probabilmente, con l'evoluzione, abbia assunto la costitu- 
zione di un tessuto parenchimatoso. In altre parole si ha qui un passaggio che 
ricorda perfettamente la trasformazione del blocco centripeto dell'asse, nelle 
piante arcaiche, in midollo misto e in midollo. Però a questo riguardo 
non possiamo lasciar sotto silenzio alcuni fatti che sono emersi di tanto 
in tanto dal nostro studio. Noi avevamo osservato che di nonna il tessuto 
centrale dei fillodi si continua col corticale del fusto , indicandoci così 
un'unica derivazione, per quanto, come attestano antiche osservazioni del 
Buscalioni sopra radici anomale di Monocotiledoni, tra corteccia e midollo 
le differenze siano di poco momento e discutibili. Vi ha però un fatto 
singolare, che cioè allorquando in un fillodio due grossi fasci sono oppo- 
sti , il tessuto parenchimatoso che li separa perde i caratteri del tessuto 
centrale per assumere quelli del tessuto midollare del fusto della specie. 
Vi è di più : in molte Acacie fillodopodiche, l'asse invece di esser costituito 
da un cilindro centrale chiuso, presenta, come si è detto, due semiluue o 
archi libero legnosi che si guardano per la concavità, lasciando nel punto di 
impianto dei tìllodopodi una specie di hiatus. Da questo occhiello esce fuori 
e si avanza profondamente nel tillodopodio il vero tessuto midollare. Que- 
sto stato di cose sarebbe l'ultima espressione di una disposizioue ancora 
più conclamata, che si osserva, ad esempio, nell'Acacia trigonovhyììa, dove 
l'ernia midollare si estende per tutto l'asse del tillodopodio, uel tratto in 
cui questo si emancipa, involucrata dal tessuto centrale a graudi cellule, a 
sua volta rivestito da quello a piccoli elementi. Or bene qui appunto tre- 






IL LEGNO CRITTOGAMICO E LA COSTITUZIONU ARCAICA HCC. 



111 



viamo che sono tutti quanti questi elementi, ma specialmente quelli derivati 
dal midollo dell'asse, che si trasformano in tessuto di trasfusione. 

Noi siamo stati così fortunati da constatare che in corrispondenza del- 
l' estremo apice di questi tìllodopodi , mentre tutto il tessuto realmente 
midollare addossato ai fasci assume carattere di legno centripeto , scom- 
pare in pari tempo il metaxilema da alcuni dei pochi fasci che costitui- 
scono 1' organo, di guisa che a contatto del libro vengono a trovarsi le 
primane, cui fauno seguito dal lato interno i veri e genuini elementi del 
leguo centripeto. La struttura del fascio diventa quindi identica a quella 
di una Stauropteris o di altri tipi arcaici. Più addietro invece i fasci souo 
o mesarchi o endarchi (alla base del fillodopodio). 

Assodati questi fatti noi possiamo concludere che nelle Acacie fillodo- 
podiche arcaiche doveva esserci un fillodopodio (filloma o ramo trasfor- 
mato in filloma) in cui si aveva, è vero, un midollo, ma questo era costi- 
tuito da elementi di trasfusione. Una parte del tessuto centrale attuale 
(cioè quella Costituita da cellule piccole periferiche) forse costituiva il così 
detto mantello, da uno di uoi (Buscalioni) descritto nelle radici delle 
Monocotiledoni, o anche,- se si vuole, la così detta zona perimidollare. 
Nella maggior parte delle forme fillodiniche attuali esso parrebbe derivare 
piuttosto del periciclo. Per quanto riguarda le cellule grandi del tessuto cen- 
trale siamo in dubbio se ascriverle al midollo genuino o ad altri elementi. In 
più di un caso la loro origine ci parve nettamente corticale. Sta infatto 
che mentre i piccoli elementi periferici del tessuto centrale contribuiscono 
ancor oggi a dare il tessuto di trasfusione iu tutte le Acacie fillodiniche, 
in largo senso, le altre due sorta di elementi, cioè quelli centrali e quelli 
provenienti dal midollo assile penetrato nel fillodopodio , lo danno solo 
in via eccezionale. 



G. DE FRANCISCI GERBINO 



Centenario della nascita di Simone Corleo 



I concetti del Filosofo di Salerai in materia di tributi 



Simone Corleo, nella sua multiforme attività di filosofo e di scien- 
ziato, si occupò anche di finanza. I saggi che egli ha lasciato, concernenti 
questa disciplina , appaiono ancor oggi assai interessanti e densi di pro- 
fonde considerazioni; e di essi, dimenticati o non conosciuti dai più, è utile 
richiamare la memoria in questo periodo tribolato, nel quale il problema 
finanziario assurge ad importanza più che mai rilevante. 

il saggio più notevole si riferisce ai Principia direttivi delie tasse ita- 
liane, (1). È un lavoro nel quale, partendo da premesse teoriche in parte 
originali, il Corleo giunge a conclusioni pratiche nei riguardi del bilancio 
e del sistema tributario italiano. 

Il Corleo comincia col discutere il fondamento delle imposte. Egli le 
chiama tasse, adottaudo la terminologia seguita general mente nella pratica 
e perfino nelle nostre leggi fiscali. Ma, d'altra parte, distiugue nettamente 
le imposte dalle tasse vere e proprie, che chiama tasse per benefica speciali. 

Egli contrasta la teoria, secondo la quale le imposte rappresentano un 
compenso da noi dovuto allo Stato, alla Provincia, ed al Comune pei ser- 






(1) Estratto dal Giornale di Scienze Naturali ed Economiche, Palermo. 1874. voi. X. 






I CONCETTI DI S. COBLBO IN MATERIA DI TRIBUTI 



113 



vigi che essi ci. rendono, osservando che lo Stato, la Provincia, il Comune 
non sono enti distinti da noi, e che, d'altra parte, la teoria della contro- 
prestazione non mette in rilievo che i servigi che noi riceviamo da questi 
tre diversi gradi di associazione sono tali che noi stessi non potremmo 
procurarceli con le singole nostre forze ed anche con quelle della rispet- 
tiva famiglia. 

A questa teoria, egli contrappone l'altra, secondo la quale l'imposta è 
il prelevamento di una parte dei nostri prodotti per pagare il lavoro ne- 
cessario a quei benefici comuni di conservazione e di perfezionamento, che 
soltanto con spese comuni possiamo ottenere. 

Il Corteo, cioè, in sostanza concepisce correttamente l'imposta come un 
particolare consumo, come la destinazione di una parte della ricchezza pri- 
vata per l'appagamento dei bisogni collettivi. 

Premessa questa nozione della imposta, egli passa ad esaminare quale 
debba essere la materia tassabile, e combatte l'opinione di quegli scrittori 
i quali han pensato che la più acconcia materia sia costituita dal lusso , 
osservando giustamente che il lusso è una cosa ben piccola in confronto 
della grave cifra delle spese dei singoli stati, delle provincie e dei comuni; 
e che, d' altra parte, se si colpisse il superfluo o particolarmente il lusso 
non si farebbe che diminuire sempre più la produttività dei grossi capitali 
e l'operosità di chi li possiede; mentre il peso di tutte le tasse , ristretto 
su poca gente, sarebbe allora tanto grave da dover schiacciare qualunque 
superfluo e qualunque lusso, sicché la materia tassabile sarebbe in breve 
consumata. 

Egli afferma dunque che debba esser tassato il reddito. E a questo 
punto esamina anche egli la questione se sia preferibile una tassazione 
proporzionale o una tassazione progressiva del reddito, concludendo in 
senso contrario alla progressione, « perocché, scrive, quando ad un certo 
punto l'imposta prendesse un rapporto di un 50 °/ od anche più, chi vor- 
rebbe mai applicarsi e rischiare i proprii capitali per dare alla comunità 
una metà ed anche più del suo guadagno? La tassa progressiva paraliz- 
zerebbe le maggiori operosità, farebbe fuggire dal campo della produzione 

lo 



114 



G. DE FRANC1S0I GERBINO 



i più cospicui capitali, quelli che sono più benefici perchè si impiegano a 
minore interesse. 

Ovvero dovrebbe essa rimanere esclusa, (il cbe, poi, è assai più sem- 
plice) quando, cioè, s'intesterebbe il reddito a persone diverse per assotti- 
gliarlo apparentemente in tante frazioni , e così risparmiargli la tassa 
maggiore. 

Il Corleo, dunque, è nettamente avverso alla progressione, come è con- 
trario alla progressione un altro nostro grande siciliano : Francesco Ferrara. 

Veramente, è da osservare che le ragioni del Corleo sono validissime 
in quanto si dirigouo agli eccessi della progressione: quando la scala 
della progressione raggiunge il 50 °/ , o peggio quando lo supera, come è 
accaduto in Italia nella imposta successoria, che prima delle recenti riforme 
in taluni casi di trasmissioni tra estranei superava il 102 °/ , la influenza 
xitardatrice del risparmio è evidente, come diventa imponente il fenomeno 
della evasione. Ma alte aliquote si possono avere anche col sistema della 
imposta proporzionale; e pertanto le giuste censure rivolte al sistema delle 
alte aliquote non valgono a dimostrare in sé nocivo il sistema della pro- 
gressione. Ohe anzi, ove questo sia moderatamente applicato , può anche 
riuscire favorevole alla formazione del risparmio, poiché, dato un certo 
fabbisogno dello stato , la maggiore tassazione dei possessori dei redditi 
più elevati, consentendo un minore aggravio dei possessori dei redditi mi- 
nori, lascia a questi la possibilità di risparmiare quelle somme che col si- 
stema della proporzionale sarebbero assorbite dalla imposta. Che in so- 
stanza la progressione non è che un metodo per ripartire in un certo modo 
il carico tributario fra le varie classi di contribuenti; e può bene avvenire 
che il riparto attuato a mezzo della progressione ostacoli meno la forma- 
zione del risparmio di quel che non la ostacoli una ripartizione attuata a 
mezzo della imposta proporzionale. 



Il Corleo sostiene , come dicevo , che base di imposta debba essere il 
reddito; ma combatte con acutezza di argomeutazioni il concetto della im- 
posizione unica del reddito : l'ostacolo principale a tale forma di imposi- 



I CONCETTI DI S. CORLEO IN MATERIA DI TRIBUTI 



115 



zione deriva, secondo il Corleo, dalla difficoltà di accertare tutto il reddito; 
donde deriverebbe la conseguenza dell'eccessivo peso del tributo, che, uon 
potendo colpire una parte del reddito, dovrebbe tutto gravare su quell'altra 
parte, che è accertabile. 

Appare anche precisa , nel saggio di cui mi occupo, la nozione delle 
tasse : di quelle che il Corleo chiama tasse per beneficii speciali, dove egli 
pone in rilievo la necessaria connessione tra il vantaggio speciale che dalla 
pubblica istituzione ricava il singolo, e il vantaggio generale, indiretto che 
ne trae la collettività: la connessione, cioè, tra l'appagamento di un bisogno 
collettivo divisibile e l'appagamento di un bisoguo collettivo indivisibile, dal 
che egli conclude esattamente che « è purtroppo giusto che cotesti medesimi 
servizii speciali non siano pagati per intero da coloro soltanto che diretta- 
mente, li domandano, ma anche la massa concorra al pagamento in propor- 
zione al beneficio che per indiretto ne trae ». È questo, cioè, il principio 
cosidetto del rimborso parziale delle spese da parte degli utenti di un pub- 
blico servizio di natura divisibile; principio che, disconosciuto da molti 
scrittori, o, almeno, applicato solo a categorie particolari di tasse, appare 
invece essenziale in tutte le tasse. 

È peraltro da rilevare che il Corleo annovera fra le « tasse per servizii 
speciali » il tributo sulle successioni, come anche i tributi che colpiscono 
i trasferimenti per atti tra vivi. 

Questi tributi colpiscono quella parte della ricchezza che non si consu- 
ma, ma viene risparmiata, e si capitalizza, e trapassa da una mano all'altra. 
Ora, secondo il Corleo, questa ricchezza che diviene l'oggetto dei trapassi 
per atti tra vivi e per successioni, ha bisogno di custodia molto più lunga 
che non la ricchezza che va consumata, e dà luogo a quasi tutti i .litigi 
che si agitano davanti i tribunali; ed è appunto per questa proprietà accu- 
mulata che lo Stato spende una gran parte dei suoi stipendi pel personale 
della sicurezza pubblica e dell'ordine giudiziario. 

Non si può mettere in dubbio che colui che raccoglie una successione 
riceve un benefìcio. Ora, se egli deve in massima parte questo bene a chi 
ha accumulato e gli ha lasciato la sua eredità, lo deve ancora sino ad un 



Ufi 



(i. DE FEA.N0ISC1 GERBINO 












certo punto allo stato che ba garentito i lavori ed i risparmi i e che colla 
sua forza e coi suoi tribunali regola le successioni, e fa eseguire la volontà 
del defunto. 

Come si vede, il Corleo segue la dottrina che considera i tributi ere- 
ditari] come tasse, dottrina seguita dal Leroy-Beaulieu e da altri, e che pei 
verità non giustifica tali tributi, i quali invece sono vere e proprie imposte, 
perchè non hanno alcun riferimento a quel particolare vantaggio che l'erede 
riceve dallo stato che gli garentisce la proprietà. 



* 



Il Oorleo è contrario alle privative, che egli considera come rimasugli 
medievali; ed osserva che non appartiene allo Stato esercitare industri*-. . 
molto meno il proibire la concorrenza pubblica per talune di esse. 

Non vi ha dubbio, dunque, che presto o tardi le privative dei' sali e 
dei tabacchi dovranno cedere. 

Il Oorleo fu su questo punto cattivo profeta. E vero, peraltro, che egli 
riconosceva che la cessazione di quelle privative dovesse rimandarsi all'e- 
poca nella quale il disavanzo economico del paese fosse terminato. Ed oggi 
ci troviamo in condizioni non più belle di quelle che esistevano quando il 
filosofo di Saleini scriveva. D'altra parte, è innegabile che la privativa dei 
tabacchi costituisca una delle migliori imposte ed una delle più redditizie. 

Quanto al lotto, il Corleo non trascura di rilevare come esso sia da tutti 
condannato quale una tassa volontaria della miseria e della ignavia che 
aumenta ancora la demoralizzazione. 

Ma acutamente osserva che i principii di moralità non entrano tutti in 
una volta nelle masse, e molto meno può farveli entrare lo Stato per mezzo 
di leggi e di proibizioni; e sopratutto il principio morale di dover confi- 
dare nel proprio lavoro e nei propri i risparmii e non mai nella cieca sorte 
è quello che s'introduce l'ultimo nelle masse. 

Quindi, se lo Stato sopprimesse ora il lotto mentre ancora questo prin- 
cipio di moralità non è abbastanza generalizzato, l'effetto sarebbe diame- 
tralmente contrario a quello che se ne vuol ricavare: rinfocolerebbero le 






[ CONCETTI DI S. OORLEO IN MATERIA DI TRIBUTI 



117 



lotterie private locali con promesse più ingannevoli e con danni più certi. 
Secondo il Corleo, pertanto, il lotto di Stato è un male minore che infrena 
un male maggiore; e lo Stato potrà sopprimere il detto gioco quando 
la pubblica moralità per questa parte sarà sviluppata. 

Troviamo qui uel nostro filosofo e finanziere sostenute quelle ragioni 
a giustificazione del monopolio del lotto che sono state poi messe avanti 
.da altri; e fra essi ricordo l'Einaudi, secondo il quale il tributo sulle vin- 
cite al lotto non solo è moralissimo, ma è tra le migliori imposte del no- 
stro sistema tributario. 



* 



É da rilevare aucora quanto il Oorleo scrive sulla imposta foudiaria e 
in ispecie nei riguardi del progetto Scialoja sul riscatto della imposta, pro- 
getto fondato sulla teoria dello ammortamento. Egli è recisamente contrario 
a tale progetto, contro il quale osserva che per esso l'imposta si trasforma 
in un diritto di comproprietà dello Stato; mentre questo non può mai di- 
venire comproprietario dei beni o dei frutti del lavoro dei privati a nessun 
titolo e per nessuna ragione. 

Degne del massimo rilievo poi sono le acute considerazioni del Oorleo 
circa l'errore ed i danni del voler determinare e tassare il reddito vero di 
ciascun anno e circa la preferenza da accordarsi al sistema basato sulla 
media di un lungo periodo : sistema il quale implica una procedura più 
semplice e più rapida di accertamento, evita le frodi, stimola i contribuenti 
a migliorare ed accrescere la produzione. 

Il concetto del reddito medio, che il Oorleo sostiene anche in altri suoi 
scritti, è uno dei più notevoli, e meriterebbe ancor oggi di avere una più 
larga applicazione nell'accertamento dei nostri tributi. LI volere accertare 
il reddito vero, il reddito preciso riferibile ad un singolo anno o ad un 
breve periodo di tempo dà luogo a difficoltà non lievi, spinge alla frode, 
è causa di sperequazione e di contrasti tra fisco e contribuenti. Del che 
si è avuta una dolorosa esperienza nella imposta, recentemente introdotta 
'n Italia, sui redditi agrarii dei proprietarii coltivatori diretti. Iu essa si 



118 



G. DE FRANCISCI GEKBINO 



pretendeva accertare direttamente il reddito vero dei proprietarii coltiva- 
tori sulla base di calcoli analitici di entrate e spese; ma si vide subito 
nell'applicazione pratica del tributo che ciò era impossibile; onde si crea- 
rono delle tabelle di reciditi medii per qualità di terreni e per colture, 
sulle quali si basò l'accertamento. 

Ed a queste tabelle sembra si voglia sostituire un sistema di accerta- 
mento basato sul catasto, il che vuol dire accertamento di redditi medii 
per un lungo periodo di tempo. 

Il Corleo sosteneva, anzi, che per prendere una giusta media è neces- 
sario sorpassare il periodo ordinario di una generazione ed arrivare al tren- 
tennio. Il che sembra forse eccessivo. Comunque, è indiscutibile il pregio 
del sistema che egli propone, e sul quale vivamente insiste. 

Passando a parlare delle imposte di consumo, il Corleo si dichiara con- 
trario alla imposta unica, che giustamente osserva sarebbe iusopportabile 
a tutti quelli che ne verrebbero colpiti. Egli difende la tassa del macinato 
da ingiuste critiche, e rileva non esser vero che la Sicilia abbia fatto la 
sua rivoluzione del 1860 per togliersi il dazio del macino: fu un'erronea 
spinta, che vollero dare alla rivoluzione quelli che vennero a dirigerla pro- 
mettendo 1' abolizione di questa tassa. Osserva, peraltro, che la tassa del 
macinato era appuntabile pel metodo ingiusto, vessatorio e demoralizzatore 
della sua applicazione, e critica il sistema di accertamento basato sul con- 
tatore, al quale egli propone di sostituire il criterio dell'imponibile cata- 
stale dei molini, temperato colla media dell' ultimo decennio degli affitti. 

Il Corleo si mostra recisamente avverso ai dazii doganali, alle imposte 
di fabbricazione, ai 'dazi di consumo, che, egli dice, hanno lo svantaggio 
di dover essere affidati alla troppo variabile moralità umana per esser ap- 
plicati e riscossi. Ed a queste imposte, di cui invoca la abolizione , pro- 
pone di sostituire altra materia tassabile, e precisamente il valore locativo 
delle case, determinato sulla base dell'imponibile di ciascuna casa abitata : 
proposta, questa, che troviamo anche in un altro scritto relativo al dazio 
di consumo. 

Come si rileva dalla rapida esposizione che io ho fatto, il lavoro sulle 



I CONCETTI DI S. CORLEO IN MATERIA D[ TRIBUTI 



119 



tasse italiane costituisce una visione sintetica e un esame critico del si- 
stema tributario italiano. Altri scritti del Oorleo si riferiscono a particolari 
questioni tributarie; ed in essi vediamo riconfermate le idee sostenute in 
quel lavoro. Bicordo fra essi lo scritto sul Riordinamento della imposta fon- 
diaria e l'altro su L'attuale disegno di legge sul riordinamento della imposta 
fondiaria. Nel primo sono dimostrate le ragioni per le quali il mezzogiorno 
d'Italia opponeva resistenza alla perequazione fondiaria mediante l'appli- 
cazione del catasto geometrico. E qui il Oorleo espone sinteticamente le 
condizioni dell'Italia meridionale, che era ancora per la massima parte in 
principio della sua trasformazione agricola, e che aveva bisogno dell'af- 
fluenza dei capitali alla campagna. Lo arrestare in questo periodo di tra- 
sformazione e di supremo bisogno, egli diceva, il concorso del capitale è 
il maggiore dei danni che si possa arrecare all'agricoltura meridionale. E 
lo si arresta infatti quando si stabilisce con una legge che un estimo ge- 
nerale si ha da fare in tutti i fondi rustici entro il periodo di dieci anni, 
cioè entro il periodo del movimento principale delle migliorie, che le mi- 
gliorie stesse del decennio devon servire di base alla fissazione della pro- 
duttività del suolo nel ventennio seguente e poscia a tutti i futuri tas- 
samenti. 

Ed il Corleo insiste nel concetto, che già abbiamo rilevato, nella con- 
venienza, cioè, della fissità della rendita tassabile nella campagna, che al- 
letta i capitali a correre alla terra per il ricavo del maggior prodotto. Vi 
sono dei tempi in cui il carattere essenziale della fissità dove assolutamente 
rilucere e primeggiare per attirare alla terra i capitali; e sono appunto i 
tempi iu cui essa ha bisogno di trasformazione nei metodi di coltura e 
nella distribuzione della proprietà. 

Molto meno è opportuno, continua egli, stabilire per legge che si verrà 
a certi periodi, a ventennii, a treutennii, a rivedere le nuove migliorie per 
tassarle egualmente. É lo stesso che dire : astenetevi dal migliorare la terra 
imperocché lo Stato vi sarà sempre addosso coi suoi agenti. 

Osservazioni, queste, esattissime, le quali si potrebbero ancor oggi ri- 
petere nei riguardi delle recenti modificazioni dell'ordinamento dell'imposta 



120 



G. DE FRANCISCI SERBINO 



fondiaria. I recenti provvedimenti, coi quali si dà facoltà all'amministra- 
zione finanziaria di accertare anno per anno i mutamenti nello stato delle 
colture, costituiscono indubbiamente un ostacolo al miglioramento della 
terra, ostacolo che è appena attenuato dalle esenzioni concesse, limitate 
a brevi periodi di tempo, per le trasformazioni colturali. E contro questi 
provvedimenti bene potrebbero ripetersi oggi le giuste osservazioni del 
Corleo, il quale, insistendo allora nella necessità di non scoraggiare l'in- 
vestimento dei capitali nella terra, affermava che di estimo non si dovesse 
parlare sino a quando la coltivazione della campagna d'Italia non ave 
raggiunto dappertutto ima media massima di sviluppo , tanto che si fos- 
sero, utilmente fìssati, uè potessero più retrocedere. 

Nell'altro scritto, L'attuale disegno di legge sul riordinamento della tassa 
fondiaria, che integra quello di cui ho parlato, il Corleo si ferma special- 
mente sulla formazione dell'estimo ceusuario , ed insiste nella necessità 
delle larghe medie, nelle quali le zone più distanti non si eguagliano, ma 
si equilibrano; i favori e i disfavori, che il cielo, l'industria, l'abbondanza 
o meno dei capitali, la diversa viabilità, la influenza delle leggi produssero 
in un dato tempo, si compensano con quelli che cagionarono in un altro 
periodo. Senza le larghe medie, incalza il Corleo, iu materia di tasse non 
vi ha giustizia, e l'apparente perequazione si risolve iu effettivo sperequa- 
mento. E qui egli insiste in quella proposta già fatta nell'altro scritto: che, 
cioè, base dell'estimo censuario sia non l'ultimo dodicennio, ma.il trenten- 
nio, se veramente si vogliono la giustizia e la pace tra il settentrione ed 
il 1 mezzogioi-no d'Italia. 

Il Corleo fa talune proposte di particolari modifiche del progetto di 
legge sulla perequazione fondiaria, di cui qui non mi occupo. Rilevo però 
fra esse quella che riguarda la necessità di stabilire un limite equo non 
insuperabile alle sovrimposte comuuali e provinciali, che egli afferma sono 
cagione vera della eccessiva gravezza della tassa fondiaria. 

Ed il Corleo cita l'esempio della provincia di Girgenti, dove si raggiun- 
geva l'aliquota del 50 °/ e che egli riteneva insopportabile. E come avrebbe 
egli qualificato le aliquote attuali, che superano di gran lunga iu taluui 



I CONCETTI DI S. OORLEO IN MATERIA DI TRIBUTI 



121 



comuni il 100 %• Quelle sue osservazioni hanno dunque ancor oggi un 
sapore di attualità, poiché ancor oggi il problema delle sovrimposte locali 
non è risoluto. E se il legislatore ha finalmente attuato il provvedimento, 
che è conforme alla proposta del Corleo, se, cioè, ha stabilito un limite 
massimo insuperabile alla facoltà di sovrimporre degli enti locali, d'altra 
parte tale provvedimento non ha ancora avuto applicazione, e sono sempre 
vive le lagnanze dei contribuenti, ancor oggi oppressi dalla eccessiva tas- 
sazione locale. 

La necessità di applicare sin da ora un limite insuperabile alla facoltà 
di sovrimposizioue degli enti locali appare inderogabile; e giova, dunque, 
rievocare le esortazioni che il Corleo faceva, pur in tempi ed in condizioui 
tanto diverse dalle nostre ! 






È ancora degno di rilievo l'altro scritto I dazii di consumo nella presente 
crisi e la libera concorrenza , in cui il Corleo mostra anche la sua cono- 
scenza profonda della agricoltura siciliana , e fa delle considerazioni ehe 
hanno valore anche adesso. Egli lamenta la grave pressione tributaria del- 
l'agricoltura (purtroppo è un fatto, questo, che tuttora noi lamentiamo) e 
insiste nella proposta, alla quale ho accennato or ora, che sia contenuta 
entro limiti precisi la facoltà di sovrimporre delle Provincie e dei comuni. 

È assai interessante il quadro che egli fa dello stato deplorevole in cui 
si trovava allora (il Corleo scriveva nel 1889) la campagna. 

Nei riguardi del dazio di consumo, di cui il Corleo non manca di rile- 
vare i perniciosi effetti sulla produzione, egli osserva esattamente che quan- 
do il prezzo è avvilito per sproporzione tra richiesta ed offerta il dazio 
non fa che rinvilire sempre più il prezzo stesso, che va tutto a carico di 
chi offre, cioè del povero produttore. Né vale il dire, egli aggiunge, che 
il dazio di consumo va a carico del consumatore, perchè nei casi di crisi, 
cioè di strabocchevole offerta , qualunque dazio ricade a danno del pro- 
duttore. 

Da queste esatte considerazioni il Corleo deduce che i dazi di consumo 



122 



G. DE FRANC1SC1 GEEBIJSO 



debbono stare in rapporto col valore delle merci, e che vi deve esser uu 
limite cbe non possa essere affatto sorpassato. E qui egli insiste nel di- 
mostrare i danni cbe sulle industrie agrarie in crisi esercita il dazio di 
consumo cbe non ha alcun riferimento al valore del prodotto. E brillan- 
temente combatte l'argomento di coloro i quali, quaudo una industria a- 
graria è in crisi e si invocano provvedimenti finanziari dicono: percbè non 
cambiate cultura? Come se il cambiarla egli scrive, fosse la cosa più fa- 
cile del mondo! Come se gli occorrenti capitali fossero alla portata di tut- 
ti ! Come se ciascuno fosse in condizione di poter tranquillamente aspettare 
tutto il tempo necessario per avere dal cambio di cultura i novelli pro- 
dotti ! Come se fosse sicuro cbe, quando esso avrà compiuto il cangiamento, 
gli altri non abbiano fatto pur lo stesso e non si trovi da capo nella iden- 
tica condizione di una eccessiva offerta! Infine come se la terra possa con 
indifferenza prestarsi egualmente a qualunque mutamento di coltivazioue ! 
Parole a#ree, queste, cbe rivelano nel Corleo un profondo conoscitore 
delle condizioni dell'agricoltura, e cbe ancor oggi si potrebbero ripetere a 
tutti i tanti dispensatori di ricette pel miglioramento agrario della Sicilia, 
di cui spesso ignorauo le condizioni di clima, di suolo, di ambiente econo- 
mico e sociale. 

Nei riguardi dei dazi di consumo, peraltro, è da rilevare cbe il Corleo 
è fautore della loro abolizione: tale proposta egli aveva fatto, come abbiamo 
visto, nel suo scritto : Sui principi delle tasse, e qui ripete insistendo nel 
suggerire in sostituzione una imposta sul valore locativo delle case, cbe 
egli pensa sarebbe più mite, non esigendo le forti spese di percezione dei 
dazi di barriera, e sarebbe meno difficile alla riscossione. Riconosce qui, 
peraltro, cbe nel momento in cui egli scrive sarebbe utopistico pensare a 
mutamenti così radicali; onde fino a quando non si possono abolire si deb- 
bouo trasformare in dazi ad valorem. 

E vengo finalmente all'ultimo scritto del Corleo in materia di finanza: 
La demoralizzazione delle tasse, scritto cbe mi sembra il più notevole fra 
quelli minori. In esso il Corleo si occupa di quelle imposte che demora- 
lizzano , cioè che incitano i contribuenti a non essere morali rispetto ad 
esse sia nell'applicazione sia nel pagamento. 



1 CONCETTI DI S. CORLEO IN MATERIA DI TRIBUTI 



123 



Egli comincia col chiarire il concetto di moralità affermando che ciò 
che danneggia il bene di tutti non è morale, né può legittimamente do- 
mandarsene la esecuzione. Ed in conseguenza una tassa, o un sistema di 
tasse, che esiga uua moralità in danno di sé stesso, tende a demoralizzare, 
è un'iniquità, né si può domaudare una morale di tal fatto. 

In materia d'imposte, secondo il Corleo, bisogna partire dalla premessa 
fondamentale che quanto pagano di meno alcuni contribuenti si aggrava 
sugli altri per le necessità del bilancio: premessa la quale forma la base 
di ogni sperequazione e di ogni ingiustizia a danno degli onesti che pagano. 
In conseguenza 1' essere onesto e il far trovare intera la propria materia 
tassabile espone inevitabilmente a vedersi colpito per tanto più, per quanto 
è la materia tassabile degli altri che sfugge. 

Dunque, dice il Corleo, è dovere del legislatore e del Governo che le 
tasse siano imposte ed organizzate in modo che la materia su cui debbono 
cadere, per quanto è possibile, non sia fatta sfuggire, poiché allora l'onesto 
paga veramente quello che deve. 

Ora per tre ragioni la massa dei contribuenti può essere indotta a non 
comportarsi moralmente rispetto alle tasse e ad evitarne il pagamento per 
quanto sia possibile : o perchè il tributo è realmente grave in relazione 
alla materia tassabile; o perchè vi sia sperequazione tra una materia e 
un'altra, o perchè, pur essendo giusto il peso e la proporzione, si voglia 
addirittura conoscere 1' effettivo della materia soggetta a tassa, uè si vo- 
gliano cercare quelle larghe ed eque medie, che contengono tutti gli effetti 
delle contingenze diverse, e che lasciano un margine ai miglioramenti senza 
il timore di vedersi continuamente il fisco alle spalle. 

E nei riguardi della prima delle tre ragioni il Corleo insiste nel con- 
cetto già espresso negli altri lavori, che tutte le tasse debbano ragguagliarsi 
sull'ordinario valore della materia tassabile. 

In rapporto, poi, alla seconda causa (sperequazione tra classe e classe) 
il Corleo rievoca, pur in questo scritto, lo stato di immiserimento della cam- 
pagna italiana, e rileva che quando ci è bisogno di denaro non ci è altro 
capro da sacrificare più prontamente che l'agricoltore. 



124 



G. DE FRANCISCI GERBINO 



Si vede che i metodi della finanza italiana sono .stati sempre gli stessi : 
anche oggi, purtroppo, è l'agricoltore che sopporta la parte prevalente del 
peso tributario 1 E come allora diceva il Corleo che la campagna è esausta; 
come allora diceva che la sovraimposta comunale e provinciale l'ha immi- 
serito, così si può dire oggi ! Con questa differenza, che mentre il Corleo 
citava in prova degli eccessi di imposizione il caso di provincie dove tra 
tasse provinciali e comunali si giungeva ad una imposizione sui terreni 
del 49 °/oj °é?8'i s i P uo 'i' re > e tante volte è stato detto, che è frequentis- 
simo il caso di imposizioni eccedenti il 100 °/ - 

Fra gli altri elementi di sperequazione tributaria a danno della cam- 
pagna il Corleo ricordava anche la imposta di successione, la quale, egli 
diceva*, pesa a preferenza sulla campagna, perchè i beni mobili, i prodotti 
del commercio, delle industrie, delle professioni, sono i più facili a nascon- 
dersi, e quando arriva il momento di applicare la tassa sono le cose agrarie 
che non possono mai completamente sottrarsi. 

Oggi si è riconosciuta la sperequazione determinata dall' imposta suc- 
cessoria, e, non potendosi o non volendosi eliminare la sperequazione creata 
del tributo, si è eliminato il tributo medesimo. Ma in compenso sulla terra 
sono piombati altri tributi, che han creato nuove sperequazioni : così l'i tri- 
posta sul patrimonio, così l'itiiposta sui redditi agrari, così l'imposta com- 
plementare, alla quale sfuggirà buona parte del reddito mobiliare. Onde 
le constatazioni che allora faceva il Corleo si possono ancor oggi, ed in 
misura più rilevante anzi, fare. 

Ultimo motivo di demoralizzazione dei tributi, secondo il Corleo, è il non 
guardare alle larghe ed eque medie per stabilire la materia tassabile. E qui 
egli con precise ed acute considerazioni dimostra come sia vano e difficile 
in materia tributaria il volere conoscere 1' esatto , a quali errori conduca 
questo sforzo di voler trovare e colpire Y esatto. Onde le tasse che meno si 
demoralizzano sono quelle fondate sulle larghe ed eque medie, che cercano 
l'esatto e la realtà, ma in media, in quella media che rappresenta il natu- 
rale compenso di tutti gii eventi, e che si rinnova pacificamente di tempo 
in tempo ed in larghi periodi. 



FRRHCE5CO CIPOLL<=) 



IL PLIOCENE PI LASCARI 

Studi stratigrafici sul Pliocene inferiore di Sicilia 






I terreni che s'incontrano percorrendo la serie pliocenica che dai pressi 
della stazione ferroviaria di Gasteldaccia si estende sin quasi a Cefalo y 
lungo quel tratto della costa settentrionale della Sicilia che corre ad E di 
Palermo, hanno, a mio avviso , non poco interesse per la stratigrafia del 
Pliocene siciliano. 

Sono costituiti da sabbie più o meno sciolte e giallastre , da arenarie 
calcaree o argillose, da marne bianche. 

Le sabbie costituiscono principalmente i terreni circostanti il paesello 
di Altavilla (Milicia) e presso a poco limitati dagli ultimi tratti dei corsi 
dei due torrenti Milicia e S. Michele. Esse contengono la nota ricchissima 
fauna astiana, in prevalenza rappresentata da conchiglie di molluschi (l), 
tra cui abbondano i gasteropodi. Le sabbie riposano in leggera discordanza 
sopra un banco di arenarie calcaree {tufi calcarei o pietra morta) che com- 
paiono un pò a sinistra del torrente S. Giovanni (Milicia), ove s'immergono 



(1) L'elenco quasi completo di questi fossili trovasi iu Sequenza G., Studi stratigra- 
fici sulla, formazione pliocenica dell' Italia Meridionale (1873 - 1877), pag. 198 e segg. Le 
collezioni però di Altavilla contengono ordinariamente non pochi t'ossili raccolti anche 
negli strati del Pliocene inferiore. 



126 



FRANCESCO CIPOLLA 






i tufi del Quaternario , ma dalla sponda del torrente S. Michele (località 
Chiesazza) affiorano più o meno interrotte da spuntoni di calcare secondario 
(Torre Colonna, Capo Mandre), a cui tutto il banco arenaceo sovrasta, sin 
presso il paese di S. Nicola. Qui il tufo, che ha una potenza di circa 15 m.. 
è ricoperto novamente dalle sabbie gialle, le quali anche per i fossili con- 
tenuti furono dal Baldacci (1) riferite al Pliocene superiore. Mentre però 
le affioranti sabbie astiane, che ricolmano una piccola sinclinale formata 
dai tufi e dalle sabbie inferiori sottostanti al territorio di Altavilla, sono 
poco spesse perchè abrase dal mare Siciliano (2), quelle che stan sopra la 
fermata di S. Nicola, vengono ricoperte (3) da un banco di arenarie, po- 
tente circa quindici metri, con fossili del Quaternario, il quale notoriamente 
è molto sviluppato sotto Bagheria, nei pressi di Palermo, ecc. 

Le arenarie poi plioceniche di S. Nicola riposano (4) sopra un potente 
banco di marne bianche a foraminiferi , di cui una parte viene tagliata 
in trincea dalla linea ferroviaria. 

Quest'ultimo membro della serie sopra descritta, dalla stazione di S. Ni- 
cola, ora associato o sostituito da banchi di sabbie giallastre, ora in brevi 
tratti interrotto dagli strati calcareo-marnosi dell'Eocene (come a Termini 
Jmerese) o dai calcari grigi compatti del Trias (come alla Roccazza) pro- 
segue per Trabia , Fiumetorto, Bonfornello, Campofelice sino a Lascari. 
dove han termine le formazioni del Neogene superiore della parte nord- 
orientale della provincia di Palermo (5). 

Queste formazioni plioceniche costituiscono graziose collinette più o 
meno vicine al mare , con terrazze raggiungenti quasi tutte V altezza di 
una cinquantina di metri, su cui si adagiano alcuni dei paesetti sopra ri- 
cordati, come Altavilla, Campofelice (Roccella), Lascari. 



(1) Baldacci L., Descrizione geologica dell'isola di Sicilia (1886), pag. 164. 

(2) Gignoux M., Les formations marines pliocènes et quaternaires de V Italie du sud et 
de la Sicile (1913), pag. 190, tav. Ili, flg. 2. 

(3) Baldacci L., Op. cit., pag. 164. 

(4) Sequenza G., Studi stratigrafici e. s.. pag. 15 è Baldacci L., Loc. cit.. pag. 164. 

(5) Cfr. sezione geol. in Sequenza, Op. cit.. tav. I, fig. l a e fig. l a a pag. 16. 






IL PLIOCENE DI LASCABI 



127 



Le terrazze,, situate allo stesso livello, fanno parte del grande spiana- 
mento (t), operato dal mare nel Quaternario (Siciliano), sulla costa sicula 
settentrionale allora emersa, costituita prevalentemente da rocce calcaree 
e marnose, che si prestarono facilmente, prima all'azione livellatrice delle 
acque marine, e furon poi più o meno profondamente divise e scavate dai 
numerosi torrentelli e burroni, discendenti dalle retrostanti montagne del 
Terziario antico e del Secondario. 

Della stratigrafia della parte alta del Pliocene antico della provincia 
di Palermo, costituita, come ho detto, dalle sabbie astiane e dalie arenarie 
inferiori, se ne occupò G. Seguenza (2), ed anch'io ne ho fatto cenno in 
alcune mie note precedenti (3). 

La parte più bassa invece, quella cioè prevalentemente marnosa, è stata 
finora poco studiata, non solo dal lato paleontologico, ritenuto poco inte- 
ressante per la relativa scarsezza di fossili, ma anche da quello stratigra- 
fico, anche quando non si è voluta sincronizzare con la parte superiore e 
ritenerla facies di questa. 

Pertanto gli strati profondi del Pliocene del Palermitano presentano- 
caratteristiche interessanti per uno studio accurato delle loro condizioni di 
giacitura nella serie del Neogene superiore dell'isola. 

La collina di Lascari dalla sua estremità terrazzata, su cui giace il paese 
a circa 50 metri sul 1. d. m. , si prolunga, per due chilometri e mezza 
e, lungo un asse diretto da O-NO a E-SE. Lateralmente limitata dai tor- 
renti Calcavecchio a destra e Colluzzo a sinistra, va lievemente innalzan- 
dosi sino ad appoggiarsi alla Rocca Corvo, staccantesi dalle ultime pro- 
paggini delle montagne di Gratteri, che fan parte dei caratteristici contraf- 
forti settentrionali delle Madonie. 



(1) Chiamato da Gignoux M. V «ancienne plaine cótière Sicilienne», (Les formations 
marines ete.), pag. 174 e 202 e sez. tra Termini e Cefalù, fig. 28 a pag. 203. 

(2) Sequenza G., Op. cit., pag. 12, e tav. 1, fig. l a . 

(3) Cipolla F., Le pleuròtomidi del Pliocene di Altavilla (Palermo), (1914). — I briosoi 
pliocenici di Altavilla presso Palermo (1921). 



1128 KRANCESCO CIPOLLA 

Una sezione naturale fatta dal Calca vecchio lungo l'asse longitudinale 
della collina, mette allo scoperto un complesso di strati, tutti appartenenti 
alla parte più bassa del Pliocene siciliano. Essi si possono osservare per- 
correndo il primo tratto della rotabile Lascari-Gratteri o risalendo il letto 
del torrentello. 

Risultano così costituiti dall'alto in basso (vedi sex. geol., che riproduce 
quella naturale in Fig. I a pag. 129): 

1) Un grande banco di marna bianca, su cui sono fondate le case di 
Lascari, e da cui si estrae un ottimo materiale per la fabbricazione di calce 
idraulica (vedi cava dei Fratelli Culoso, tav. I. fig. 1). 

Questo primo banco, che non presenta appaiente stratificazione ha una 
potenza massima di circa 20 m.; va assottigliandosi a misura che si sale 
sulla collina. Se ne scorgono piccoli lembi staccati dietro e sopra il paese, 
specialmente sotto il giardino e la casa dei Cappuccini: non se ne vede 
più traccia nella parte più alta presso Rocca Corvo , ove però affiorano 
altre marne bianche, le quali appartengono, come vedremo, ad altri banchi 
più bassi. 

La continuità laterale di questa marna superiore è resa manifesta dagli 
affioramenti della stessa roccia nelle sponde dei due torrenti su ricordati, 
e precisamente da alcuni lembi ridotti di essa presso la sponda sinistra 
del Calcavecchio, e da altri affioranti al di là della sponda destra del Col- 
ìuzzo, ove sono anche aperte delle cave. 

2) Seguono tre strati di sabbie sciolte e di tufi giallastri, di cui due di 
circa m. 2,50, il terzo di alcuni centimetri di spessore, separati da tre stra- 
terelli (di cm. 40) di marna bianca. Sull'ultimo straterello marnoso riposa il 
terzo strato di sabbia, il più basso di questo secondo membro della serie 
di Lascari. 

3) Agli straterelli marnosi sottostà una potente pila di sabbie, anche 
esse giallastre, che nella loro porzione anteriore, dietro il paese, si presen- 
tano dapprina sciolte e poi fogliettate (tav. J, fig. 2). 

Indi, a cominciare da 200 m. circa dalla cava Culoso. divengono più o 
meno cementate da calcare, per una estensione di e. 300 tu. in lunghezza 






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130 



FRANCESCO CIPOLLA 



e passano ad una arenaria calcarea, a grana fina (luto), la quale raggiunge 
anche una potenza di una settantina di metri. 

In essa sono attualmente esercitate delle cave (tav. II. fi". 1). che for- 
niscono buona pietra da costruzione a Lasca ri e a Cam potei ice. 

Una cava fu scavata nei pi-essi dei Cappuccini, come praticavasi anti- 
lica mente , in gallerie molto ampie, le cui volte raggiungono talvolta la 
superficie più alta della collina. Il Camposanto è costruito dentro una delle 
dette cave ora abbandonate. 

4) La superiore formazione arenacea poggia sopra un secondo banco di 
marna bianca, identica a quella del primo, avente uno spessore di quasi 
m. 4 (tav. Il, fig. 2). 

Al contatto di essa con le sovrastanti arenarie, in località posta presso 
a poco a metà del tratto di stradetta tra le moderne cave e il cimitero, 
sgorga una piccola sorgente di acqua, filtrante dagli strati permeabili su- 
periori e venuta ad emergere pel taglio operato dal torrente nel fianco della 
collina. Nello stesso posto è facile riscontrare sulle sabbie alcune efflore- 
scenze di cloruro di sodio, di origine evidentemente marina. 

5) Segue uno strato di circa m. u 2 di spessore, costituito da un con- 
glomerato, o meglio da una breccia, i cui elementi per lo più angolosi sono 
identici alle rocce eo-mioceniche delle balze soprastanti e dei terreni su 
cui riposa la serie sopra, descritta. Simili brecce e frammenti di rocce si 
trovano facilmente sull'attuale spiaggia del mare vicino. 

6) Infine un ultimo banco di marna bianca, di natura e spessore e- 
guali a quello medio (m. 4), sormontato talvolta da tufi o sabbie stratificate 
(spesse 1 a 3 m.), sostiene lo strato di conglomerato (5° membro della serie) 
e alla sua volta si adagia con notevole discordanza sui terreni più antichi 
della regione, affioranti nel letto del torrente, precisamente nella via Mandre. 
sotto il cimitero. Lembi isolati di questa marna inferiore si scorgono al- 
tresì nella sponda sinistra del Calcavecchio, come avviene del primo e terzo 
membro della serie. 



I terreni più antichi, appartenenti in prevalenza al Terziario inferiore e 



Il, PLIOCENE 01 LASCAKI 



131 



medio, sono quelli che poi formano le colline tra Lascari e Cefalù e sono 
costituiti da quarziti e scisti argillosi e marnosi. Negli scisti marnosi sono 
anche aperte delle cave per la fabbrica/ione di cementi, tra cui quelle e- 
sercite dalla ditta Ghilardi di Palermo. 

Le formazioni elencate sono tutte concordanti fra di esse, hanno una 
direzione di N 50 E ed una inclinazione di 18 NO. 

11 primo banco superiore di marna bianca aveva in origine uno spessore 
molto più grande di quello attuale, il suo assottigliamento che si osserva 
salendo verso la regione retrostante al paese, non che la comparsa delle 
testate dei varii elementi del secondo e terzo membro della serie nella 
parte più elevata della collina, sono evidentemente dovuti all'inclinazione 
degli strati e al terrazzamento quaternario. 

Le sabbie e gli straterelli di marna intercalati possono considerarsi col- 
legati al terzo membro della serie, nella successione della quale rappresen- 
tano il termine di passaggio dalla sedimentazione sabbiosa a quella marnosa 
superiore. 

Parimenti il quarto e sesto membro, costituiti da marne eguali anche 
nello spessore , e in cui sta interposto il quinto membro , relativamente 
piccolo, del conglomerato, si possono anch' essi riguardare come parti di 
un unico banco marnoso inferiore , avente gli stessi caratteri litologici e 
faunistici di quello superiore, come meglio vedremo in seguito. 

Sicché il membro attualmente più cospicuo della serie di Lascari, costi- 
tuito dalle sabbie sciolte lateralmente e gradatamente passanti alle arenarie, 
è posto tra due formazioni di marne bianche a foraminiferi d'indubbia età 
piacenziana. 



Le marne bianche appartengono alle rocce che, come è noto, sono le 
più comuni e più facili a riconoscersi nella parte inferiore del Pliocene di 
Sicilia, dove son chiamale volgarmente col nome di trubi o baiate. 

Quelle a N delle Camme e delle Madonie erano state già indicate come 
poco visibili , e per la provincia di Palermo appena affioranti a Lascari , 
nella contrada Bonfornello, presso la foce clell'Imera, sotto i conglomerati 






133 



FRANCESCO CIPOLLA 



quaternari, e a S. Nicola presso Altavilla (I). Ciò però non corrisponde 
esattamente a quanto abbiamo detto sopra e come risulta facilmente a ehi 
vuol limitarsi solo a percorrere la linea ferroviaria tra Casteldaccia e Ce- 
falo. 

Esse sono poi sparse in quasi tutta la superfìcie dell'isola, ove. quasi 
sempre concordanti coi gessi del Miocene Superiore, raggiungono notevole 
spessore (sino a 150 m.), formando talvolta coitine molto ripide, incise da 
profondi burroni. 

Nella loro composizione sono spesso variabili, potendo passare ad una 
argilla quasi pura, o ad un calcare marnoso, come presso Gesso, o ad no 
calcare tenero propriamente detto. 

La parte calcarea è in massima parte costituita da gusci di forarniniferi. 
tra cui, come in quelle del Reggiano, predominano le Globigerine e le Or- 
buline. Sono state quindi ritenute dal Seguenza che primo le studiò, come 
fanghi depositatisi in grandi profondità oceaniche, identici a quelli dei 
mari odierni. 

Uno studio sommario da me compiuto-sulla fauna a forarniniferi conte- 
nuta nei vari banchi delle marne di Lascari. mi ha permesso di determi- 
nare le seguenti specie : 

Nodosa ria monilis Silv. 
» rudis d'Orb. 

» raphanus L. 

Ellipsoidina ellipsoides Seg. 
Dentalina inornata d'Orb. 

» acuta d'Orb. 

Marginulina hirsuta d'Orb. 
Vaginulina legumen L. 



var. margarit itera Batscb. 



Cristellaria cymboides d'Orb. 
» crassa » 



(I) Baldacci L., Op. cit.. pag. 111. 



IL PLIOCENE DI LASCAR1 13.3 

Robulina cultrata d'Orb. 

. » similis » 

» inornata » 

PulJenia bulloides . » 
Truncatulina Akneriana » 
» Boueana » 

» ungeriana » 

Orbulina universa » 

Globigerina bulloides » 
» quatriloba » 

» biloba » 

» gomitulus Seg. 

Anomalina austriaca d'Orb. 

» complanata Reuss 

Bulimina Buchiana d'Orb. 
Fleurostomella alternans Schwager 
Uvigerina urnula d' Orb. 

» pygmaea » 

Polymorphina digitalis » 

» irregularis d'Orb. 

Sphoeroidina bulloides » 

Dal superiore elenco rilevasi cbe quasi tutte le forme sono identiche a 
quelle già trovate dal De Amicis (1) nelle marne bianche dei dintorni di 
Bonfornello e dal ÌSeguenza e Fornasini (2) in quelle dei pressi d'Altavilla, 
di Messina e della Calabria, ritenute proprie dei terreni del Pliocene inferiore 
dell'Italia meridionale e appartenenti a fauna batiale. 



I) De Amk.is G. A., I foraminiferi del Pliocene inferiore di Bonfornello presso Ter- 
mini lmerese in Sicilia. Naturalista Siciliano, Palermo (1895). 

(2) Seguenza G., Op. cit., pag. 15 e 25. — Le formazioni terziarie nella provincia di 
Reggio {Calabria). Roma (1879), pag. 217 e segg. — Fornasini, Foraminiferi delle marne 
messinesi. Bologna (1894). 






134 



FRANCESCO CIPOLLA 






Ma se l'esame della giacitura e dei fossili delle marne di Lascari con- 
ferma i risultati finora ottenuti dai geologi circa la loro età, la posizione 
stratigrafica e i caratteri faunistici e litologici del membro più importante di 
quella serie, nuova luce apportano sulla questione dell'età delle sabbie e 
dei tufi calcarei pliocenici di Sicilia. 

Il detto membro trovandosi interposto ai banchi delle marne piacenziane 
e con queste concordante, non può essere riferito che alla stessa età di esse. 

Ciò costituisce, a quanto io sappia, un fatto oggi, per la prima volta, 
rilevato nella stratigrafia del Pliocene inferiore della Sicilia, dal quale quindi 
le sabbie più o meno cementale non possono più escludersi. 

La stessa intercalazione di tufi nelle argille piacenziane di Stigliano 
(Basilicata), trovata dal Viola, è ritenuta un dato interessante da Gignoux. 
il quale dopo ciò dichiara di non potere non riconoscere in quei tufi un 
equivalente laterale della base del Pliocene subappennino (1). 

Per la medesima ragione sono da sincronizzarsi ai trubi le altre sabbie 
o tufi che s'alternano o si sostituiscono alle marne, o che, trovandosi sol- 
tanto sovrapposte ad esse, tanto nella provincia di Palermo (2) quanto 
in altre località dell'isola (3), presentano gli stessi caratteri riscontrati nella 
serie Altavilla-Lascari. Poiché, come si è detto, l'alternanza e la sostituzione 
delle arenarie ai trubi è visibilissima, in banchi più o meno potenti ed 
estesi, da Lascari sino ad Altavilla. 

Queste rocce quindi , come bene conchiudeva G. Seguenza pel Reg- 
giano (4) , non formano due membri distinti del Pliocene inferiore, ma 
« due forme litologiche che assume la medesima zona » . cioè due facies 



(1) Gignoux M., Op. cit., pag. 133. 

(2) Per i tufi di S. Nicola cfr. Baldacci L., Op. cit., pag. 164. 

(3) Molto probabilmente si devono ascrivere all'epoca dei trubi ancbe i calcari bian- 
chi della collina di Sciacca, che sono sovrapposti e concordanti con le marne bianche, e 
contengono grandi Pecten e Ostrea. vedi Di Stefano G. , Osservazioni stratigrafiche sul 
Pliocene e il Postinocene di Sciacca. Boll. d. R. Comit. geol. d'Ital.. (1889). 

(4) Seguenza G., Le formazioni terziarie ecc.. pag. 174. 



■ 



IL PLIOCENE DI LASCAP.I 



135 



della stessa età geologica, le quali in Sicilia si alternano o si sostituiscono 
sia nel tempo che nello spazio. Sono insomma due membri eteropici, ma 
sincroni della parte inferiore del periodo pliocenico; non però di tutto il 
periodo. 

Ciò era stato previsto dall'illustre geologo messinese, che riteneva do- 
vesse dalla Calabria passare in Sicilia il suo Zancleano, il quale, come meglio 
vedremo in seguito, è un termine più comprensivo per le nostre formazioni 
dell'antico Pliocene , di quello che non sia il Piacenziano , che va in ge- 
nere riferito alla facies prevalentemente marnosa degli strati pliocenici in- 
feriori dell'alta Italia. 

.Inoltre, come graduale è il passaggio dalle sabbie alle arenarie, cosile 
prime a seconda della loro grossezza passano talvolta verso il conglome- 
rato e si collegano o si avvicinano alle marne. 

I fossili più comuni nelle sabbie e nei tufi di Lascari, che non possono 
chiamarsi vere brecce conchigliari come quelli d'altre regioni siciliane, perchè 
vi difettano le conchiglie dei molluschi, sono rappresentati da foraminiferi, 
briozoi, nullipore e radioli d'echinidi. Invece nelle analoghe rocce dei pressi 
d'Altavilla e del Messinese, i fossili sono più appariscenti e molti di essi, 
che appartengono a vari tipi di animali, sono stati determinati da parecchio 
tempo (1). Ciò dipenderà verosimilmente da una maggiore profondità di 
deposito. ' 

Le specie che meglio caratterizzano questa facies sabbioso-arenacea del 
Pliocene inferiore della provincia di Palermo sono le seguenti (2) : 

Araphistegina vulgaris d'Orb. (comunissina). 

Lytechinus (Schizechinus) Chateleti Lamb. 



(1) Calcara P., Memoria sopra alcune conchiglie fossili rinvenute nella contrada di 
Altavilla (1844), pag. 78. — Seguenza G., Studi stratigrafici ecc., pag. 15, 24, 25. 

(2) La maggior parte di questi fossili si trovano nella collezione di Altavilla del 
Museo geologico universitario di Palermo, che ho potuto esaminare, anche in questi ul- 
timi tempi, per gentile concessione dell'attuale direttore prof. R. Fabiani, a cui sono par- 
ticolarmente grato. — Alcuni portauo 1' indicazione della località Cannamasca , i cui 
strati più bassi appartengono al Pliocene inferiore. I briozoi poi appartengono alla colle- 
zione da me studiata, vedi il mio lavoro: «I briozoi pliocenici di Altavilla» su citato. 















136 FRANCESCO CIPOLLA 

Clypeaster pliocenicus Seg. (specie caratteristica nello Zancleanod. Calabrie) (Ij. 
Pecten simili» Laskey 

» meclius Lk. 

» inflexus Poli 

» cristatus Brnn. 

Chlamys multistriata Poli 

» Jacobaea L. 

» latissitlia Br. (grandi esemplari, accumulati talvolta in determinate regioni). 
» varia L. 

» opercillaris L. (più comune nella sua varietà a piccole dimensioni . 
» scabrella Lmk. (la specie più diffusa di questo piano). 
Flabellipecten flabelliformis Br. (abbondante e in glandi esemplari, costituenti 

con il Pecten latissimus interi e potenti 
banchi). 
Flabellipectem Messii Phil. 
Ostrea cocblear Poli 
Ostrea plicatula Gm. 

Perna Soldani Desh. (mentre si riscontra soltanto in modelli nelle Calabrie, ove 

trovasi esclusivamente nello Zancleano. ad Altavilla è 
frequente e in esemplari ben conservati). 

Lucina leonina Bast. 
Solen vagina L. 
Cardium striatulum Br. 
Cardium papillosum Poli 
Arca Noe L. 
Lima inflata Ghemn. 
» solida Cale. 






(1) Il prof. G. Cecchia Rispoli, in una sua recentissima nota « Sul Clypeaster plioce- 
nicus Seg. della Calabria» (Boll. R. Uff. Geol., 1926), dichiara che questo clipeastro, unico 
in tutta la formazione pliocenica calabrese, proviene da quelle sabbie ricche di pagliuzze 
di mica, che, ovunque si trovino, sono sempre sottostanti alle sabbie gialle propriamente 
dette, che rappresentano in Calabria la parte più elevata del Pliocene. 






IL PLIOCENE DI LASCABI 

Spcndylus crassicosta Lk. 
Natica helicina Br. 
Conus Mercati Br. 

» Noe Br. 

» Aldovrandi Br. 
Turritella subangulata Br. 
Cancellarla Westiana Grat. 

Astralium (Bolma) rugosum L. var. excanaliculatum Sacc. 
Cerithium vulgatum Brug. 
Murex tonila ri us Lrak. 
Dentalium Noe Bori. 
Megerlia eusticta Ph. 
Terebratula ampulla Br. 
BalanilS COncavus Bini), (con numerose varietà). 

» spongicola Brnn. 
Rosseliana formosa Rss. 
Umbonula monoceros Rss. 
Filisparsa hastalis Mnz. 
Mucronella Peachi John. 
Hippoporina surgens Mnz. 
Schizotheca stellata Seg. 
Buffonella (?) congesta Seg. 
Phylactella annulatopora Mnz. 
Fenestrulina ciliata Pali. var. calabra Seg. 
Cupnlaria umbellata Det'r. 
Lunulites androsaces Micht. 
Figularia figularis John. 
Hippoporina obvia Mnz*. 
Calloporina decorata Rss. 
Mastigopbora Dutertrei Aud. 
Osthimosia tubigera Bk. 
Proboscina dilatans John. 



137 






1S 






138 



FRANCESCO CIPOLLA 






Dal superiore elenco risulta che molte forme sono estinte, alcune si tro- 
vano anche nel Miocene, altre sono esclusive o particolarmente abbondanti 
nel Pliocene inferiore delle Calabrie (I) o di altre regioni. 

Si riscontra poi, ■come nella fauna zancleana calabrese e d'altre regioni, 
la mancanza o la scarsezza dei gasteropodi e di molti gruppi di lamelli- 
b rari chi : di questi ultimi particolarmente abbondanti i Pettinidi e i^li O 
streidi. 

Il Seguenza ascriveva la mancanza o la scarsezza dei gasteropodi e dei 
lamellibrauchi non ad originaria loro assenza . ma alla scomparsa delle 
loro spoglie in quei sedimenti. A corroborare tale ipotesi si rinvengono 
negli strati sabbioso - arenacei del Pliocene inferiore di Sicilia numerosi 
modelli o frammenti di conchiglie di molluschi, ridotte allo stato di avan- 
zata calcinazione. 

Sono invece abbondantissimi i toraminiferi, tra cui specialmente le anfi- 
stegine. Di queste non solo sono zeppi i tufi di Lascari, ma nei dintorni 
di Altavilla se ne trovano grandi accumuli in determinate plaghe della 
roccia, la quale in tal modo somiglia molto alla nota pietra lenticolare di 
S. Frediano e Parlaselo in Toscana, e a quelle analoghe della Francia 
(Biot) e dell'Algeria (2). 

I briozoi , ritenuti giustamente come il tipo di fossili più importanti 
nelle formazioni del Pliocene antico, sono rappresentati nella facies sab 
biosa di Lascari prevalentemente dalla classe dei ciclostomi , anziché da 
quella dei chilostomi che sogliono in generale incrostare le conchiglie «lei 
molluschi. 

Numerosi rappresentanti delle due classi si rinvengono invece nella i- 
dentica formazione di Altavilla . in cui abbiamo potuto anche rilevare le 



(1) Sequenza G., Le formazioni terziarie ecc.. pag. 181. 

r2) Anche nel Pliocene dell'Algeria le arenarie calcaree, alternatiti talvolta con le 
marne piacenziane, offrono le stesse caratteristiche di quelle della Sicilia. Vedi : Welsch M . 
Sur les différents étages pliocèues cles environs d : Alger. Bull, de la Soc. géol. de France- 
fili. XVII (1888). 






IL PI IOOENE DI LASCARJ 



139 



particolari caratteristiche della sua fauna briozoica rispetto a quella astiami 
delle assise superiori (1). 

Inoltre sia dal lato litologico che stratigrafico e paleontologico questa 
formazione siciliana trova i suoi equivalenti non solo nelle Calabrie (2), ma 
anche nelle Puglie, dove, come ha notato il Prof. Sacco (3), « il Pliocene in fé - 
fiore assume o completamente o solo nella parte inferiore della serie una facies 
generale, quasi costante, assai caratteristica di calcare arenaceo bianco-gial- 
lastro o di sabbia agglutinata da cemento calcareo, formazione eminentemente 
organogenia {perchè zeppa di resti di brachiopodi, briozoi, echini, ecc.). 

Non manca , è vero , anche nelle Puglie, e specialmente dalla regione 
subappennina di Troia per l'ampia Val Biadano sino all' Ionio la facies 
del Pliocene inferiore (tipica in gran parte del bacino circummediterraneo) 
di marne ora sabbiose ora argillose, cioè il vero Piacenziano, potente ed 
estesissimo, che verso l'alto, con le solite alternanze marnoso - sabbiose, 
grigio-giallastre passa alle tipiche sabbie gialle dell'Astiano. 

Ma presso i rilievi cretacei delle Murgie pugliesi, alla base della serie plioce- 
nica marnosa compare la detta formazione calcareo-arenacea marnosa grigio- 
bianchiccia o giallognola, chiamata anche lì generalmente tufo, ed in modo 
speciale tufo zuppigno, tu fo gentile, tufino, e distinta dal Mayer (1877) col nome 
di Materano. Perchè è appunto Matera, secondo il Sacco, la regione classica 
dove si può esaminare la posizione di questo piano, la sua sottogiacitura 
alle marne piacenziane e il suo accrescimento contro il rilievo cretacico. 

L'età di questo tufo calcareo, attribuito prima al Messiniano, fu ricono- 
sciuta più tardi pliocenica da Viola e Di - Stefano (4), che studiarono 



(1) Cipolla F., / briozoi pliocenici di Altavilla ecc.. (1921). 

(2) Cortese E., Descrizione geologica della Calabria. Meni, descr. della carta geol. di 
Italia, voi. IX (1895), pag. 171. 

(3) Sacco F., La Puglia. Boll, della Soc. geol. ital., voi. XXX (1911), pag. 55°2. 

(4) Di-Stefano G. e Viola C, L'età dei tufi calcari di Matera e Gravina. Bollettino 
del R. Comit. geol. d'Italia (1892). 






140 



FRANCESCO CIPOLLA 












la fauna e la stratigrafia in quello «li Matera e Gravina e ne diedero un 
buono elenco di fossili. 

I tufi poi di Apricena (Puglie), riposanti aneli' essi su conglomerati o 
direttamente su calcari cretacei, furono alcuni anni fa presi in esame dal 
Cbecchia (1), che ne riportò una sezione geologica e ne determinò i prioci- 
cipali fossili, tra cui, come in quelli di Matera e Gravina , delle Calabrie 
e. della Sicilia, compaiono abbondanti e tipici : 

Amphìsteglna mammillata d'Orb., Peden rhegiett.sis Seg. (caratteristico 
nella base del Pliocene) (°2) , Chlamt/s Ultissima Br., Ostrea cochlear Poli . 
Balanus concavus Brnn., molti briozoi ecc. 

Infine rivelasi facilmente la grande affinità di questi calcari con quelli 
a fauna identica di Stigliano (Basilicata) (3). della provincia di Pisa (I). 
di Cr.slrocaro, delle colline bolognesi (5) e di Castellarquato, i quali ultimi 
son zeppi di anfistegine e per quanto riferiti all' Astiano inferiore da Gri- 
gnoux (6), perchè sovrastanti alle marne cerulee piacenziane e a facies 
sabbiosa, non si sono potute però riunire alle soprastanti sabbie a tipica 
fauna astiana. 

Questa particolare formazione adunque, specialmente sviluppala nell'I- 
talia meridionale, conferisce una fisionomia nuova (Pliocene a tipo appulo- 



(1) Chucchia G., Contributo alla conoscenza del Pliocene della Capitanata. L' Escur- 
sionista Meridionale (1905). — Nuoce osservazioni sulla formazione pliocenica di Apricena 
(Capitanata) e Sul Pecten rhegiensis Seg. del Pliocene ganjanico. Giornale di Se. Nat. ed 
Econ. (1914). 

( u 2) Gignoux M., Op. cit.. pag. 360. 

(3) Viola C, Appunti geologici sulla regione miocenica di Stigliano {Basilicata'. Bol- 
lettino del R. Comit. geol. d'Italia, (1891). 

(4) De Amicis G. A., Il calcare ad Amphistegina nella provincia di Pisa ed i sì<oì 
fossili. Atti Soc. Tose, di Se. uat. (1886). 

(5) Foresti. L., Cenni geologici e paleontologici del Pliocene antico di Castrocaro. — 
Catalogo dei molluschi fossili pliocenici delle colline bolognesi. Meni. Acc. delle Se. dellTst. 
di Bologna, ser. Ili, t. VI (187^ — t. IV, (1874). 

(6) Gignoux M., Il Pliocene di Castellarquato. Boll, della Soc. geol. ital. (1924* 



IL PLIOCENE DI LASCAHI 



141 



gatganico di Gignoux) al Neogene superiore italiano, il quale, benché ec- 
cezionalmente in alcune regioni intrappenniniche sia costituito nella sua 
parte inferiore da sabbie, ghiaie o da calcari arenacei, è generalmente in- 
vece, nella media ed alta nostra penisola, rappresentato dalle note argille 
e marne cerulee. A queste ultime, a cui potrebbe rimanere il nome di Pia- 
cenziano, si deve associare quindi la predetta formazione, primieramente 
descritta dal Seguenza e che può bene denominarsi Materano (Sacco), in- 
tesi però ambidue nel senso di facies. 

Per la grande somiglianza poi che il Materano ha con la facies analoga 
del Pliocene superiore subappennino fu detto anche pseudo-astiano, tanto 
è facile confonderlo con le tipiche sabbie gialle astiane, specie quando le 
sue parti superiori diventano più grossolane e più giallastre o quando man- 
cano i termini di passaggio (1). 

Provata quindi l'appartenenza di questa formazione calcarea al Pliocene 
inferiore e la sua distinzione da quelle analoghe del Pliocene superiore e 
del Postpliocene per la diversità della fauna , la posizione stratigrafica e 
il suo isolamento sopra vaste estensioni, ne consegue la possibilità non 
solo di trovarla estesa in altre regioni della nostra isola , (probabilmente 
sinora riferita all'Astiano, al Galabriano (2) o al Quaternario), specialmente 
se priva di fossili; ma anche ricoprente direttamente la formazione imme- 
diatamente inferiore, cioè la zona gessoso-solfifera, sinora ritenuta sottopo- 
sta soltanto alle argille o alle marne piacenziane. 






Un altro membro importante nella serie di Lascari è anche il conglo- 
i 



(1) Sacco F., Op. cit., pag. 252 e segg. 

(2) A proposito del Galabriano è utile, avvertire che questo piano era stato netta- 
mente individuato nell'Italia meridionale da G. Seguenza e da questi trovato nella parte 
più alta del Pliocene (quarta zona). Fu chiamato però da lui Siciliano ed erroneameute 
ideutiGeato con i' terreni postpliocenici di Monte Pellegrino e Ficarazzi (Palermo). — Il 
Siciliano, come è adesso inteso, fu dal Seguenza per le Calabrie passato nel Quater- 
nario e chiamato Saariano inferiore, per separarlo dal S. superiore, equivalente oggidì 
dell'orizzonte a Strombus bubonius. 



142 



FRANCESCO CIPOLLA 



merato, o meglio quella breccia ad elementi angolosi, che essendo compre 
tra le marne bianche e con esse concordante si deve attribuire alla stese 
epoca dei trubi, come abbiamo visto pei tufi e le sabbie. 

Il conglomerato, il quale fa parte integrante del Pliocene calabrese 
(Zancleano: l a facies) e trovasi spesso alla base di quello pugliese e di 
altre regioni (1) su riportate, conferma anche in Sicilia la trasgressività di 
questo periodo su formazioni più antiche, non che 1' inizio d'un nuovo 
ciclo sedimentario. 

La predetta roccia era stata già indicata nel Siracusano, dove le marne 
bianche sovrastano ad un conglomerato di elementi vari, nei quali si rin- 
vengono VOstrea cochlear L. e il Balanus concavus Brnn. (2). Quello delle 
Calabrie si presenta talora stratificato, forma delle grandi pareti a picco . 
raggiungendo notevoli potenze (sino a 50m.). É generalmente privo di fossili : 
in quello di Lascari vi abbiamo riscontrato qualche piccola conchiglia di 
Vhlamys opercularis L. (3). e frammenti di briozoi e crostacei. 

Riassumendo possiamo conchiudere : 

1) Anche in Sicilia il Pliocene nella sua parte inferiore si presenta 
litologicamente costituito non solo dalle argille cerulee e dalle marne, 
in prevalenza bianche (trubi); ma anche dalle sabbie e dalle arenarie cal- 
caree gialle, riposanti talvolta sopra un conglomerato. 

2) Poiché queste formazioni, indicanti due condizioni differenti di pro- 
fondità nei depositi e contenenti faune diverse, si alternano o si sostitui- 
scono lateralmente , sono da riguardarsi come facies caratteristiche della 
stessa età geologica. 






(1) Anche il lembo pliocenico, recentemente indicato in Sardegna dal prof. Fossa-Man- 
cini, riposa sopra un conglomerato, che fa graduale passaggio al sabbione. Vedi : Fossa- 
Mancini, La trasgressione pliocenica nella Sardegna orientale. Boll. R. Uff. Geol. d'Italia 
(1926). 

(2) Seguenza G. — Studi stratigrafici ecc., pag. 43: e sezione in fig. 14. n. 3. 

(3) È la varietà comune nello Zancleano di Calabria : di piccole dimensioni, cou costole 
leggermente solcate, regolarmente convesse e separate da piccoli interstizi. 



II. PLIOCENE DI LASCAR1 



143 



3) Non mancano i termini transitori, costituiti da formazioni marnose- 
sabbiose né quelle sabbiose-arenacee. 

4) Essendo il membro sabbioso-arenaceo della serie Lascari — S. Nicola- 
Altavilla risultato paleontologicamente e stratigraficamente distinto dall'a- 
naloga formazione superiore, la parte inferiore del Pliocene di Sicilia de- 
v.esi cronologicamente distinguere da quella superiore, nella quale la. facies 
sabbiosa od astiana è compresa. 

É vero che l'Astiano e il Materano hanno grande somiglianza sia lito- 
logica che faunistica . ma noi sappiano quale influenza eserciti la facies 
sia nella natura dei depositi che nella composizione delle faune, special 
mente neogeniche. 

Non ha scritto infatti I' Haug (l) che una fauna vindoboniana batiale 
rassomiglia più ad una fauna piacenziana batiale, che ad una fauna vin- 
doboniana neritica ? 

Le anzidette formazioni del Pliocene inferiore erano state riunite da 
Seguenza nella sua sesta zona della serie stratigrafica del Terziario supe- 
riore dell'Italia meridionale e complessivamente riferite al suo piano Zan- 
cleauo, non limitando però questo a determinate condizioni di deposito (°2). 

Ma dopo Seguenza, gli autori che si sono occupati del Pliocene siciliano 
posero nella parte inferiore di esso soltanto le marne e le argille, interca- 
late o frapposte fra quelle e i gessi sottostanti, e nella parte superiore le 
argille azzurre sovrastanti alle marne, il tufo calcareo e le sabbie gialle. 

L'esclusione della facies sabbiosa littorale o neritica dal Pliocene infe- 
riore di Sicilia è dipesa in gran parte dall'erronea generale considerazione 
dell'indivisibilità cronologica del Neogene superiore, onde le antiche divi- 
sioni di questo periodo in Piacenziano ed Astiano, riguardate come età geo- 
logiche dalla maggior parte dei geologi anche moderni (Haug, Parona, ecc.) 






I 



(1) Haug E. — Tra ite de Geologie (1911), pag. 1608. 

(2) Per la limitazione definitiva di questa epoca cfr. Seguknza G., Le formazioni ter- 
ziarie ecc., pag. 272 e segg. 






144 



FRANCESCO CH'OLLA 



souo state invece ritenute da alcuni altri come semplici facies di un unico 
periodo (Fuchs, De Stefani, (ìignoux, ecc.). 

Tale confusione era stata già lamentata dagli antichi autori, tra cui il 
Capellini (1), il quale teneva a dichiarare che il suo Felsinoteno proveniva 
dalle sabhie del Pliocene interiore, che, secondo lui, si estende, anche rappre- 
sentato dalla stessa roccia, nel Piacentino, nel Senese, nel Forlivese i-I), ere. 

E tra i moderni, (ì. F. Doilfus (3), in un suo recente lavoro, contra- 
stando l'idea di alcuni stratigrafi, che anche in questi ultimi tempi consi- 
derano l'Astiano come facies littorale del Piacenziano, mentre, come egli 
asserisce, «anche ad Asti sotto le sabhie gialle si constata resistenza delle 
marne grigie o azzurre, molto spesse e con fossili della tipica fauna pia- 
cenziana di Castellarquato », termina con le seguenti parole, che servono 
pur bene di chiusa a questo nostro studio : 

« Les vrais étages géologiques sont independants des facies, et une paleon- 
tologie soigneuse montre des différenciations pour chacun des aspects ». 



(1) Capellini G., Sul Felsinoterio. Meni, dell' Acc. di Se. dell'Istituto di Bologua 
(1872), pag. 8. 

(2) A Capocolle presso Forlì i calcari arenacei pliocenici sottostanno immediatamente 
alle marne piacenziane, i cui foraminiferi e briozoi sono stati studiati recentemente dal 
Silvestri e da me. Cfr. Silvestri A. Microfauna pliocenica a Bisopodi reticolari di Ca- 
pocolle presso Forlì. Atti P. Acc. R. N. Lincei (1923). — Cipolla F., Briosoi fossili della 
Romagna. Boll. d. Soc. d. Se. Nat. ed Econ. di Palermo (1926). 

(3) Dollfus G. F. — L' étage tortonien en Albanie. C. R. somm. de la Soc. géol. de 
France (1924), pag. 12, 13. 






il 



TAVOLA I. 



CIPOLLA F. - Il Pliocene di Lascari. 



Tav. I. 







Fig. 1. - Cava dei Fratelli Culoso nella marna bianca (baiata) superiore. 



Cava Culoso 
I 



Straterelli 
marnosi 




Fig. 2. - Sabbie fogliettate sottostanti alla marna superiore della fig. 1, 
e sormontati da straterelli marnosi bianchi intercalati. 



O. fot. 



TAVOLA IL 






CIPOLLA F. - Il Pliocene di Lascari. 



Tav. IL 



Straterelii 
marnosi 
i i 

' l 

I i 




Fig. 1. - Cave nell'arenaria calcarea (tufo) sottostante agli straterelii 
e al banco di marna superiore. 



Straterelii marnosi 



Lascari 




-Arenaria 
calcarea 



• Marna 
bianca 












Fig. 2. - Banco di marna bianca (medio) sottostante alle arenarie calcaree della fig. 
A sinistra si vedono le fronti delle cave aperte nelle stesse arenarie. 



DancMl-Koma 



PI 9*lT0 0. !•' 



5RLURTORE romE5 (•) 



III. 



Nota II. 



Ho pubblicato in precedenza una brevissima Nota (1) per dar notizia 
d'un esempio veramente singolare di rigoglioso germogliamento endocar- 
pio in Solanum lycopersicum Mill. e mi decisi a farlo non tanto per la 
rarità del caso, che del resto è pochissimo noto, per quello che se ne sa 
dalla letteratura dirò così ufficiale (2), quanto per le considerazioni alle 
quali tale forma di germogliamento induce qualora, venga messa in rap- 
porto coi resultati ottenuti dal Massari, il noto fitobiologo belga, nelle sue 
recenti ricerche di più recente pubblicazione (3) e di H. Oppenheimer in 
un suo pure recentissimo lavoro (4). 



(*) La presede memoria, presentata dal socio Prof. Luigi Buscalioni, Direttore del- 
l'Orto Botanico, è stata approvata per la stampa nella seduta del 3 maggio 1926, dietro 
parere favorevole della Commissione all'uopo nominata, composta dai soci Prof.ri Bu- 
scalioni, Lanza, La Rosa. 

(1) Caso notevole di germogliamento endocardico in Solanum lycopersicum Mill., Boll- 
Soc. Se. Nat., Palermo 1924. 

(2) Penzig, Pflansen Teratologie (ult. ediz.). 

(3) Becueil de l'Institut Botanique Leo Errerà — Bruxelles, 1922. 

(4) Oppenheimer, Heinz, Keimungshemmende substame in der Frucht von Solanum 
Lycopersicum und anderen Pflanzen. Auz. Akd. d. Wiss. Wien, math. nat. kl. 1922. 59. 
N. 2-321. Riferita in Bot. Centr. Bd. I, N-F, pag. 230. Riassumo brevemente le ricerche 
di Oppenheimer (1. e). Questo A. avrebbe trovato che i semi di Solanum lycopersicum 
non germinano fin tanto che si trovano dentro i frutti da lui studiati. La germinazione- 



150 



SALVATORE COMES 



Il Massart, nel suo lavoro, comincia col fare un'affermazione categorica, 
dirò così apodittica: i semi dei frutti carnosi, pur contenendo questi nel 
loro interno l'acqua, l'ossigeno e le condizioni di temperatura opportune, 
non vi germinano affatto. 

La mia precedente Nota fu ispirata dallo scopo di far rilevare che tale 
affermazione non è esatta, perchè, per lo meno, è troppo tassativa; trovan- 
dosi casi, che io dehho credere molto più numerosi di quello che non ap- 
paia dalla bihliografia, di germogliamento d'uno dei frutti carnosi più tipici 
qual è quello di Solarium lycopersicum Mill. (sin : Lycopersicum esculen- 
tum). Partendo ognuno dal fatto da lui constatato, il .Massart ed io abbiamo 
perseguito un naturale processo logico di indagini. Il Massart, nell'affer- 
mazione della sua premessa, che cioè il germogliamento endocarpico non 
sia possibile nei frutti carnosi (e il fatto ch'egli non ricordi casi, conside- 
rabili anche come teratologici, di endogermogliamento fa credere alla mag- 
giore assolutezza della sua affermazione) se ne domanda il perchè e tenta 
cercarne un' adeguata risposta. In definitiva egli crede che il germoglia- 
mento endocarpico dei semi dei frutti carnosi non sia possibile, contenendo 
il succo di tali frutti del glucosio che, per ragioni che in seguito discute- 
remo, avrebbe un effetto inibitore sul germogliamento stesso. 

In realtà, secondo le analisi riportate da Czapeck (1) e da altri, nei suc- 



avviene allorché essi vengono tratti dal frutto e posti in un sostrato naturale. La man- 
canza della germinabilita sec. l'A. deriva dal fatto che nella polpa del frutto di S. lycoper- 
sicum si trova una sostanza che impedisce siffatta germinabilita. Tale sostanza non è 
stabile a caldo e si può far precipitare con alcool od etere. Analoghe sostanze , impe- 
denti la germinazione interna dei semi, si trovano nei frutti di Lagenaria vulgaris e Cu- 
cumis sativa, nonché nei propaguli di Marchantia polymorfa, mentre mancherebbero nei 
frutti secchi (Phaseolus, Cheiranthus, Lupinus). Epperò, mettendo a germinare su carta da 
filtro imbevuta di succo di pomidoro variamente diluito entro scatole di Petri i semi della 
stessa pianta, l'A. osserva che l'energia germinativa aumenta col diminuire della concen- 
trazione del succo. 

(1) Biochemische der Pflamen. Rheinardt'. Milnchen. 



GERMOGLIAMENTO ENDOCÀRPIO SPERIMENTALE EOC. 151 

chi di molti frutti carnosi prevarrebbe il glucosio. Però dalla constatazione 
che nei succhi di tali frutti prevale il glucosio non si può trarre che molto 
arbitrariamente la conseguenza che questa sostanza sia la causa inibitrice 
del germogliamento endocarpico dei semi, in quanto che questa conse- 
guenza sarebbe fondata soltanto sul celebre post hoc ergo propter hoc. A mio 
parere molte sono le cause inibitrici possibili ed io ricorderò fra queste 
la mancanza o quanto meno la diminuzione della luce o dell'aria atmosfe- 
rica e dei suoi costituenti che più direttamente intervengono nei fenomeni 
nutritivi, la variazione della pressione osmotica o dell'umidità al disopra 
o al disotto di un optimum determinato ecc. Ma evidentemente il Massart 
fece nel senso su esposto la sua ipotesi, che per me resta una vera ipotesi 
di lavoro, benché egli abbia cercato di suffragarla e di confermarla con le 
prove dell'esperienza. 

Riassumo i risultati da lui ottenuti. Egli mise dei semi di frutti carnosi 
nei succhi degli stessi frutti o anche di altri frutti carnosi (il Massart ado- 
pera carta da filtro imbevuta del succo) e notò che i semi stessi non ger- 
minavano fino a tanto che durava l'immersione nei succhi predetti. Dunque 
sono questi che normalmente inibiscono il germogliamento endocarpico, 
come, dato il risultato della precedente esperienza, essi ne inibiscono pure 
quello esocarpico. Tale inibizione non è specifica. Tuttavia l'azione dei 
succhi non distrugge la facoltà di germogliamento dei semi (1) dei frutti 
carnosi, essa la sospende semplicemente e, inoltre, la ritarda. Se infatti, 
dopo accurato lavaggio in acqua, egli metteva i semi in parola nel terre- 
no, in condizioni normali, egli ne otteneva il germogliamento, ma molto 






(1) Però, al riguardo dei semi dei frutti secchi sui quali pure sperimentò il Massart, 
l'azione del succo dei frutti carnosi, nei quali egli li tenne immersi, non solo ne impe- 
diva il germogliamento per la durata dell'immersione nel succo, ma ne uccideva addirit- 
tura la facoltà di germinazione; infatti da questi semi posti, dopo accurato lavaggio in 
acqua, in condizioni normali nel terreno non ottenne mai casi di germogliamenti I Sicché 
a tal riguardo i risultati sostengono più esplicitamente l'ipotesi del Massart. 



152 



SALVATORE COMES 



più tardi di quello ottenuto in semi di confronto messi a germinare in 
queste ultime condizioni senza subire in precedenza V azione del succo. 
Arrivato a questo punto delle sue ricerche il Massa rt naturalmente si chiese 
perchè i! glucosio contenuto nel succo dei frutti carnosi eserciterebbe una 
azione inibitrice temporanea e in un certo senso ritardatrice sul germo- 
gliamento dei semi degli stessi frutti, se si fa agire al di fuori di questi, 
e permanente nei semi che rimangono dentro il proprio frutto. 

Egli pensò che ciò potesse dipendere dalla forte pressione osmotica del 
succo, e quindi del glucosio, entro cui trovatisi immersi i semi; epperò, 
secondo lui, quelli immersi in succhi a minore pressione osmotica avreb- 
bero dovuto presentare una percentuale di germogliamenti (beninteso sem- 
pre dopo l'azione del succo e non durante la stessa, nel qual tempo germoglia- 
menti non se ne ebbero mai) maggiore di quella riscontrata nei semi trattati 
con succhi aventi pressione osmotica maggiore. La pressione osmotica del 
succo di pomidoro sarebbe, secondo l'A., di 5 atmosfere. Ora semi di pomi- 
doro deposti in tale succo per 7 giorni diedero dopo 2, 5, 10, 30 giorni rispet- 
tivamente 0; 1& ; ||; ^ (1) di germogliamenti, mentre quelli deposti pure 

per 7 giorni in succo di Melon écrit d'Antibes (Angurie?) la cui pressione 
osmotica sarebbe di 10 atmosfere, avrebbero dato al solito dopo 2, 5, 10, 30 

giorni rispettivamente 0; jg? ^; 50 di germogliamenti , quelli deposti 

pure per 7 giorni nel succo di uva bianca, la cui pressione osmotica, sem- 
pre secondo 1' A., sarebbe di 24 atmosfere, avrebbero dato dopo 2, 5, 10, 

30 giorni rispettivamente 0; ^ ^; | ' di germogliamenti. 

Mi permetto rilevare che le percentuali riportate e che vanno riferite 
alla specie della quale mi occupo sono in certo modo in evidente contra- 



(1) Il numero piccolo, posto sopra, indica il numero reale dei germogliamenti avuti 
su un certo numero di semi sperimentati, questo numero è quello a destra della linea 
di frazione della quarta colonna. Il numero più grande , posto sotto , indica la percen- 
tuale dei germogliamenti. 









GERMOGLIAMENTO ENDOCAEP1CO SPERIMENTALE ECC. 153 

sto colle idee direttive sostenute dal Massart. Questi infine volle sperimen- 
tare un succo definitivo, artificialmente preparatile, in modo da poterne far 
variare a volontà la pressione osmotica, ottenendo succhi diversi, e notò 
poi il comportamento dei semi messi a germogliare in tali succhi con 
pressione osmotica diversa, ma di determinata composizione chimica. A tal 
uopo si servì di soluzioni di saccarosio a diversa concentrazione e quindi 
a diversa pressione osmotica, precisamente delle seguenti soluzioni : a 34, 
2 %; a 17, 1 °/ ; a 8, 55 °/ 00 adenti rispettivamente le pressioni osmotiche di 20, 
10, 5 atmosfere. In ogni soluzione tenne ì semi 8 giorni, quindi li mise nel 
terreno allo scopo di notare il numero dei germogliamenti dopo 2, 5, 10, 
30 giorni. Per i semi di pomidoro egli ottenne rispettivamente i risultati 
seguenti : 

per la 1- soluzione °' fl ^ Jjj; ^F 

perla? » 0; J; $ $F 

npr la V » °' U 30 - 30 / 352 Cì\ 

per la à » y 88 ^ 8g2 (l). 

Semi, sempre di pomodoro, posti prima nell'acqua pure 3 giorni e poi 
nel terreno dopo % 5, 10, 30 giorni diedero rispettivamente : 

' 25' 87' 872 di germogliamenti e semi di po- 
midoro posti direttamente nel terreno, senza alcun previo trattamento, per 
lo stesso numero di giorni diedero i seguenti resultati : ^; ^ 7Q2 3 ° 2 - 

Dalla comparazione di tutti i risultati ottenuti colle esperienze prece- 
dentemente ricordate il Massart si credette autorizzato a concludere che 
la mancanza di germinazione nei semi dei frutti carnosi essenzialmente 
deriva dalla concentrazione dei succhi di questi frutti. Ciò spiega, egli ag- 
giunge, perchè il succo di questi frutti è quasi sempre glucosio e non sac- 



(t) Oltre alle indicazioni date nella nota precedente aggiungiamo che, secondo il Mas- 
sart, i numeri con l'esponente *, dove c'è, indicano plantule malate che muoiono subito, 
quelli con esponente 2 indicano che i semi non germinati sono viventi, e quelli con lo 
esponente 3 , se c'è, indicano che le ultime 5 plantule sono tioride. 

°20 



154 



SALVATOHE COMES 



carosio, perchè a peso uguale il glucosio ha una pressione osmotica doppia 
di quella del saccarosio 

E vediamo, adesso, il filo logico delle mie brevi ricerche, che costitui- 
scono la parte originale di questa Nota. Constatata la possibilità, molto più 
frequente di quello che non appaia dalla bibliografia relativa, del germo- 
gliamento endocarpico dei semi di Lycopersicum esculentum, io fui subito 
portato a credere che il fenomeno era più fisiologico die teratologico (1) 
ed implicitamente a negare la premessa iniziale del lavoro del Massart, che 
cioè i semi dei frutti carnosi non possano germinare nell'interno di questi. 
Naturalmente, cadendo quest'affermazione del Massart, veniva a cadere la 
presunta causa inibitrice di un fenomeno che ricorre diremo così fisiolo- 
gicamente. Già sin dall'anno passato, 1923, cioè sin da quando io feci le mie 
prime osservazioni occasionali sul germogliamento endocarpico di S. lyco- 
persicum, avevo notato che le baccbe osservate in uno stato di maggiore 
turgore, e quindi per lo più quelle meno stagionate, non presentarono caso 
alcuno di tale germogliamento nei loro semi. Esso germogliamento dive- 
niva quindi in certo qual modo funzione del tempo, infatti il massimo di 
germogliamenti si notò nelle bacche rimaste più a lungo in osservazione. 
Questo fatto era di per sé significativo. Adunque, io pensavo, V endoger- 
mogliamento si riscontra tanto più facilmente quanto più stagionate sono 
le bacche. Ora cosa può modificarsi nel loro interno in funzione del tempo 
perchè si presentino capaci dell' endogermogiiamento ? Con molta verosi- 
miglianza la loro costituzione chimica dal punto di vista qualitativo e quan- 
titativo, essendo presumibile che si conservi uguale la costituzione morfolo- 
gica dei semi. Allora mi chiesi : E perchè questa variazione di costituzione 
chimica non potrebbe ottenersi sempre e, ottenutala, non varrebbe sempre 
a causare, in quel determinato momento in cui si è ottenuta, l'endogermo- 
gliamento in parola ? In altri termini perchè tutte le bacche, raggiunta una 



(1) Ammesso , come vogliono alcuni , che il processo non sia fisiologico , sarebbe da 
discutere se sia giusto chiamarlo teratologico o noti piuttosto patologico. 









GERMOGLIAMENTO ENDOCARPIO SPERIMENTALE ECC. 155 

certa età (stagionamento) non presentano tutte il germogliamento endocar- 
pico, ma alcune Jo presentano, altre no? Ciò. secondo me, dovrebbe met- 
tersi in relazione coi fattori ambientali che potrebbero colla loro variazione 
in un senso o nell'altro determinare quella, modificazione chimica di cui 
parlo, dato che una modificazione chimica ci sia. Un fatto mi aveva messo 
in sospetto fin dallo scorso anno, vale a dire che era tanto più facile rinvenire 
le bacche con semi germogliati nell'interno quanto più stagionate e quanto 
più flaccide esse erano, sebbene in tutto il resto dei loro caratteri si presentas- 
sero normali. Poiché questa tlaccidità va messa in rapporto diretto con la disi- 
dratazione e questa è in funzione diretta, oltre che della costituzione del frutto 
e dei processi fisiologici di cui è sede, della temperatura e in funzione inversa 
dell'umidità, pensai che proprio la variazione di questi due fattori e pre- 
cisamente l'aumento dell'uno colla diminuzione dell'altro potessero essere 
i fattori più atti a determinare le condizioni estrinseche per l'endogermo- 
gliamento, condizioni che, rimanendo le altre uguali, perciò caeteris paribus, 
potevano considerarsi le condizioni determinanti dell'endogermogliamento. 
Al riguardo ripensai che le bacche trovate da me l'anno passato con semi 
germogliati nel loro interno in così grande abbondanza erano state tenute 
al sole ma al riparo dell' umidità. Premesso ciò credetti che avrei potuto 
ottenere un germogliamento interno in bacche a prolungato stagionamento 
ed esposte ad ambiente soleggiato ma relativamente secco. A tal uopo nel 
1924 acquistai verso il principio della seconda metà di aprile delle bacche 
di Lycopersicum esculentum della solita varietà piriforme. Immediatamente 
ne aprii metà senza trovare in alcuna di esse il germogliamento endocar- 
pico dei semi; é quindi presumibile che non ce ne fossero anche nell'altra 
metà. Tenni quest'altra metà per il 25 °/ nelle condizioni in cui casual- 
mente esse furono tenute lo scorso anno, cioè esposte al sole, ma all'asciutto, 
ad una temperatura giornaliera media fra i 18° e i 27°; per il 25°/ al buio 
ma nelle stesse condizioni igrometriche e termiche delle prime. Ebbene, 
nel 1° gruppo trovai, dopo un'esposizione di più che un mese e mezzo, 
cioè alla fine di maggio e nei primi giorni di giugno , casi di germoglia- 
mento endocarpico ben avanzato per circa il 20°/ delle bacche. Sta di 



156 



SALVATORE COMES 






fatto però che tale germogliamento non era presentato da tutti i semi, poi- 
ché solo una certa percentuale di essi, oscillante fra il 15 e il 30% si 
presentavano germogliati. Nelle hacche tenute al buio l'endogermogliamento 
era appena iniziato nei semi di qualcuna fra esse soltanto. 

Fermiamo la nostra attenzione sulle pianticine ottenute dal germoglia- 
mento dei semi nelle hacche del primo gruppo. Esse, come ci fa vedere 
la figura annessa che, rappresenta la riproduzione della fotografia di una 
bacca con semi in germogliamento avanzato, presentano dei cotiledoni li- 
neari scanalati nell'interno d' un bel verde gaio, un asse ipocotile bianco 
clorotico e un abbastanza sviluppato apparecchio radicale che si attacca 
alla massa della polpa; la lunghezza totale di queste piantine era di circa 
4 centimetri (fig. 1). Nessun dubbio dunque che si possa ottenere speri- 




Fio. 1. 



mentalmente un germogliamento endocarpico nelle bacche di S. Lycoper- 
sicum per quanto in una percentuale non molto elevata con semplicissimi 
mezzi di esperienza e perciò son portato a credere che si potrebbero rag- 
giungere risultati più generali e più rapidi, variando l' impostazione delle 
esperienze stesse. 

La Figura 2 rappresenta la fotografìa di tre bacche nelle quali è dato 
notare un vistoso germogliamento endocarpico. Queste bacche apparten- 



GERMOGLIAMENTO ENDOCARP1CO SPERIMENTALE ECC. 



157 



gono a materiale col quale ho intrapreso, nel 1925 (1) un terzo ciclo di os- 
servazioni e di esperienze, allo scopo di ripetere la possibilità dell' endo- 
germogliamento sperimentale, possibilità che mi risulta confermata con 
maggiore evidenza dai resultati ottenuti e come la figura su citata eviden- 
temente dimostra. 

Le bacche di questo terzo ciclo di esperienze furono da me acquistate 
alla fine di gennaio; ne apersi un certo numero subito per vedere se ci 
fossero eventuali casi di endogermogliamento. Su 20 bacche esaminate non 




Fig. 2. — Dimostra tre bacche in ev dente germogliamento endocarpico. 

trovai alcun caso di germogliamento. Ripetei 1' osservazione alla fine di 
febbraio, cioè un mese dopo, su altrettante bacche, ne trovai germogliate 
il 10% con meno del 5 % di semi germoglianti. L'esame di un lotto di 
altre 20 bacche tenute nelle stesse condizioni in cui furori tenute le pre- 
cedenti fatto alla fine di marzo mi diede 14 bacche endogermogliate, cioè 
una percentuale del 70 % e la stessa elevata percentuale notai in media 



(l) Le esperienze riferite alla fig. I furono compiute durante il 1924, quelle riferite alla 
fig. 2 durante il 1925. La presente nota fu scritta quasi per intero uel 1924; viene pubbli- 
cata quindi con il ritardo di due anni. 



T 






158 



SALVATORE COMES 



per riguardo ai semi germoglianti. Continuo in questo senso le mie espe- 
rienze, ma sembrami che i risultati ottenuti sinora siano abastanza signi- 
ficativi non solo perchè contermano i precedenti, ma specialmente per la 
elevata e crescente percentuale ottenuta. Ciò mi fa pensare che l'azione 
della temperatura come fattore che favorisce l' endogermogliamento sia 
tanto più efficace quanto più presto essa agisce durante il ciclo di vita, 
anche latente, dei semi. Vero è che il grado di germogliamento non era 
uguale per tutte le bacche, né uguale era il numero dei semi germoglianti. 

In alcune bacche che calcolo il 20% delle osservate, per quanto riguarda 
il primo dato, il germogliamento era appena iniziato : i semi turgidi pre- 
sentavano uu leggiero innarcamento dell'embrione in quanto si notava sol- 
tanto la radichetta perforante; in altre pure per il 20% tale perforazione 
era avvenuta e si era disimpegnato anche l'asse ipocotile, ma la piumetta 
coi cotiledoni trovavasi ingaggiata ancora dentro il seme, in altre poi ed 
erano il maggior numero (30%) il germogliamento si poteva dire al termine, 
inquantochè si era differenziata la piumetta e i cotiledoni e questi talora 
si mostravano completamente divaricati sì che non era più possibile no- 
tare al loro apice i tegumenti. Anche nelle bacche andate a male, come 
mostrava il loro contenuto filante nerastro e talora ammuffito, il germoglia- 
mento era riscontrabile e per un numero talora rilevantissimo di semi. 

Quanto alla percentuale dei semi germoglianti, mentre come sopra ho 
ricordato essa era rilevantissima nelle bacche a germogliamento completo 
(circa il 70°/o) si abbassava nelle bacche dove il germogliamento era ap- 
pena iniziato o di poco progredito al 50 e spesso al 30 %• Raramente nelle 
bacche con germogliamento al termine la percentuale si abbassava al 20 
o al 10 °/o- 'Va aggiunto che le bacche germogliate si presentavano per lo 
più turgide. Il fenomeno del germogliamento sembra doversi riferire oltre 
che allo stato di maturità dei semi alla modificazione chimica del conte- 
nuto idrocarbonato del succo. 1 semi germoglianti occupavano per lo più 
quella parte della bacca maggiormente esposta alla radiazione solare e 
quindi a luce e a temperatura intense. Debbo ricordare infine che non sol- 
tanto i resultati di questo terzo ciclo di esperienze brevemente riassunti 



GERMOGLTAMENTO ENDOCARPICO SPERIMENTALE ECC. 159 

in questa Nota, sono interessanti per il numero delle bacche in cui si no- 
tava il germogliamento endocarpico e per quello dei semi germoglianti, 
bensì per il notevole sviluppo raggiunto dalle piantine in tal modo veuute 
su. Esse raggiungevano una media altezza di 6-7 cm. per cui il loro corpo 
vegetativo era avvolto in eliche spiraloidi piuttosto schiacciate di cui 3-4 cm. 
appartenevano al solo fusticino, 1-2 alla radichetta fornita di evidenti rami- 
ficazioni laterali, da mezzo centimetro ad un centimetro ai cotiledoni. 

Ora, per connettere questi risultati alla conclusione del Massa rt, sarebbe 
stato opportuno notare quale era la composizione chimica del succo delle 
bacche con semi non germoglianti e quella delle bacche nelle quali fu no- 
tato l'endogermogliamento dei semi, almeno nei riguardi della presenza, ed 
in quale quantità, o della mancanza in esse della serie degli zuccheri, lo 
ho scelto, per procedere alla prima analisi, le bacche della varietà più co- 
comune di S. lycopersicum che non presentano mai, per quel ch'io sappia, 
casi di germogliamento endocarpico alla fine del loro sviluppo , cioè ap- 
pena mature. In esse avevamo presenza di zucchero invertito, precisamente 
nel quantitativo del 2,262 °/ con prevalenza di glucosio ed assenza com- 
pleta del saccarosio. L'analisi del succo delle bacche con germogliamento 
endocarpico dei semi rivelò piccolissime quantità di zucchero invertito, ap- 
prossimativamrnte il 0,26% ed in esso non prevaleva più il glucosio. Anche 
qui per altro era notevole l'assenza del saccarosio. Credo non sia super- 
fluo ricordare, per l'attendibilità della ricerca, che si procedeva all'analisi 
delle bacche dopo averle liberate dai semi o dalle piantine, se si trattava 
di bacche che presentavano l'endogermogliamento (1). Queste due analisi 
ci dicono : 1° Che nelle bacche fresche e mature in cui non esiste germo- 
gliamento endocarpico dei semi e' è zucchero invertito con prevalenza di 
glucosio. 2° Che la quantità di zucchero invertito si riduce a minime pro- 



li) Queste analisi furono compiute nel Laboratorio di Chimica Farmaceutica della 
R. Università di Palermo, e colgo V occasione di ringraziare vivamente il Direttore del 
Laboratorio medesimo. Prof. Pellini, che ne curò l'esecuzione. 



160 



SALVATORE COMES 



porzioni nelle bacche con semi germoglianti, ma il glucosio non prevale 
più, mentre, come nel primo caso, è assente il saccarosio. Per quanto con- 
cerne il levulosio esso pure si presenta in diminuzione. 

Questi reperti analitici danno in parte ragione al Massart, in quanto 
indicano la presenza del glucosio, e questo in prevalenza, nelle bacche con 
semi non germoglianti (cosa che del resto era nota) ma non confortano 
l'ultima sua conclusione, che, cioè, la germinabilità dei semi stia in rela- 
zione con un succo a pressione osmotica minore di quella del glucosio, 
come sarebbe appunto quella del saccarosio, ottenuta nei suoi esperimenti. 
Infatti contraddice questa conclusione il risultato ricavato dall'analisi delle 
bacche con germogliamento endocarpico da me esaminate nelle quali l'ana- 
lisi stessa non ci ha rivelato saccarosio, contrariamente a quanto in con- 
seguenza delle conclusioni del Massart io stesso supponevo (1). Vero è però 
che diminuiva, in questo caso, anche il glucosio, ma ciò perchè, forse, esso 
veniva usufruito in gran parte nei processi respiratorii, insieme col preva- 
lente levulosio, dalla piantina (la quale si trovava, ricordiamocene, nelle 
condizioni delle piante che vivono al buio), e la sua scomparsa era proba- 
bilmente in rapporto all'azione di speciali enzimi. Del resto, se si può am- 
mettere col Massart che la pressione osmotica del glucosio, a parità di peso, 
ha un valore quasi doppio di quella del saccarosio, non si può dimenti- 
care che, a parità di numero di molecole, la pressione dell'uno ha lo stesso 
valore di quella dell'altro, dato che non intervenga un differente grado di 
dissociazione. Comunque, dal complesso di queste mie modeste osserva- 
zioni prende sempre maggior rilievo la contestazione che si può fare alla 
maggiore conclusione del Massart, che, cioè, la presenza del glucosio nei 
frutti carnosi eserciti un'azione inibitrice del germogliamento endocarpico 
dei loro semi, poiché io tale germogliamento, per quanto si fosse sempre 
in presenza di glucosio, ho potuto constatare occasionalmente dapprima e 
mettendomi, poi, in condizioni sperimentali. Io opino che le ricerche esposte 



(1) Vedi la mia Nota sopra citata. 



UEltMOU MA MENTO ENDOCARDICO SPERIMENTALE ECC. 161 

in questa Nota rappresentino un primo tentativo di germogliamento endo- 
carpio sperimentale per i semi di Solarium lycopersicum M ili. E siccome 
c'è da arguire che quello che si può sperimentalmente ottenere si debba 
verificare o almeno debba essersi verificato in natura si potrebbe, gene- 
ralizzando questi fenomeni di viviparità (l) venire, all'ingrosso almeno, ad 
un concetto più puro dell'olofitismo, nel senso di poter considerare le piante 
cosiddette olotite indipendenti dall'ambiente organico ed organizzato, preso 
questo non solo come mezzo nutritivo bensì anche come mezzo riprodut- 
tivo, sebbene allorché il frutto è staccato diventi per ciò stesso un mezzo 
ambientale (2). 



(1) A dire il vero, sotto il nome di viviparità i Botanici comprendono per lo più fe- 
nomeni differenti. Per citare qualche esempio si ha viviparità quando al posto d'un seme 
si forma una gemma (Poa, Agave, ecc.) come la si ha quando il seme fecondato sviluppa 
l'embrione, stando ancora sulla pianta (Mangrovie ecc.). Sarebbe bene pertanto distin- 
guere questi diversi tipi con nomi differenti e perciò appunto ho chiamato germoglia- 
mento endocarpio il fenomeno di cui mi occupo. Anche nel Reguo animale la cosa è 
ugualmente complicata, essendo vivipari non solo gli animali in cui lo sviluppo dell'uovo 
fecondato avviene nel corpo materno, ma auche quelli che danno luogo, in questo, per 
via agamica ad altri organismi. 

(2) Vorrei aggiungere, almeno in via di probab'lità, che forse non a caso le Solanacee 
alle quali S. Syeopersicuin appartiene, sono in prevalenza omocline : esse potrebbero fare 
a meno dei disseminatori perchè i loro semi germoglierebbero già dentro i loro frutti. 
E se non fosse azzardato sviluppare questo concetto si potrebbe pensare che il feno- 
meno della disseminazione determinato a mezzo degli animali rappresenti uno speciale 
caso di adattamento, mentre debba ritenersi come caso geuerale e molto probabilmente 
primitivo il germogliamento endocarpio. 



u 21 



162 



SALVATO HI-; COMES 



NOTA 

L' inflaccidaineiito delle bacche di S. lycopersicum molto stagionale, cioè io con- 
dizioni di presentare il germogliamento cndocarpico dei loro semi , penso debbasi at- 
tribuire più che alla perdita di acqua attraverso l'epicarpo poco punto permeabile, al- 
l' idrolizzazione delle sostanze di riserva che permette [' impiego immediato e Ih distru- 
zione di (jueste e la possibilità del germogliamento stesso. Considerando i casi più noti 
di viviparità, come quelli che si riscontrano nei frutti delle Mangrovie, del Sechium edule, 
delle Auranziacee, del nespolo nipponico, dell'Ellera, di alcune Agave e Cyperus [questi 
ultimi riscontrati dal Buscalioni nell'Amazona (Soc. Geogr. lt. 1901) e quest* A. attribui- 
sce pure, è doveroso riconoscerlo, oltre che alla presenza dell'acqua all'influenza della 
temperatura la viviparità nelle specie da lui osservate, come le Mangrovie ecc. quasi tutte 
di paesi caldi], ci accorgiamo di leggieri che la germinabilità endocarpica dei loro semi 
è in connessione con una certa quantità di acqua che ora è posseduta dal frutto, se questo 
è carnoso, ora è fornita dall'ambiente e in modo speciale dal terreno se il frutto è secco 
(caso delle Mangrovie a radici acquatiche!). In altri termini il seme può germinare nel- 
l'interno del frutto, oltre che nel terreno, se può trovare in quello, come trova in questo, 
quella quantità d'acqua sufficiente a permettere la trasformazione, meglio, la digestione 
della sostanza di riserva ad opera di adeguati enzimi, digestione che suppone sempre uu 
processo idrolitico. Poiché un certo grado di luce e più specialmente di temperatura (ipo- 
tesi di Buscalioni confermata dalle presenti ricerche) agevola questo processo idrolitico, 
anche perché attiva le fuuzioni di respirazione e di traspirazione che con quei processi 
digestivi sono strettamente connesse, ci spieghiamo perchè quali condizioni necessarie 
della germinazione endocarpica si manifestino l'acqua, il calore e la luce. 

Del resto esse sono le stesse condizioni necessarie perchè si verifichi d'ordinario un 
qualunque processo di sviluppo, anche nel senso vegetativo e ciò oltre che nei vegetali 
anche negli animali. P. es. A. Chabert (Le viviparisme) ha notato che in paesi tropicali 
ed umidi parecchie specie di Ciperacee e di Graminacee presentano la trasformazione 
di fiori in gemme, e una spiegazione analoga — secondo una felice ipotesi del Buscalioni 
che l'ha adottato anche per le piante fossili — potrebbe avere il fenomeno importante 
della caulifloria. 



Palermo, 1° marzo 1926. 



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CAPO I. 
Incidenza del deprezzamento della lira = carta. — Provvedimenti. 

§ 1.— Scopo di questo scritto. — Occasione: il rltorno alla libera 
locazione delle case. 

Mi propongo di trattare delle classi sociali sulle quali incide la 
variabile depressione del valore della lira italiana; dei provvedimenti di 
giustizia da parte dello Stato, nei casi in cui son possibili; dell'azione intesa 
a dare stabilità a quel valore, e a ricondurre la lira -carta alla pari con la 
lira - oro. 

Occasione di trattare quest'argomento è stato il mutamento del regime 
della locazione degli alloggi, e da tal mutamento prendo le mosse. 

Il Consiglio dei Ministri , nella tornata del 2 gennaio di quest' anno , 
deliberò di non rinnovare, alla scadenza, le disposizioni legislative con le 
quali , per mezzo delle commissioni arbitrali , lo Stato regolava il mercato 
dell'affitto delle case d'abitazione, ossia decise il ritorno alla libertà dei 
patti (1). 

Letizia dei proprietari d'alloggi; propositi di molti fra essi di rifarsi delle 



(1) Proclamò l'Associazione dei proprietari di case di Palermo che questo ritorno « ri- 
conduce il corrispettivo di tutte le locazioni al giusto prezzo, per cui a tutti sarà regola 
«la legge della domanda e dell'offerta ». 



164 



l'/ETRO MERENDA 



patite scarsità di proventi; propositi d'alcuni di trarre vendetta degl'inquilini 
che loro avevan dato fastidio ricorrendo alla commissione arbitrale. Se non 
die le Associazioni di questa classe di cittadini hau consigliato prudenza e 
moderazione, e han messo fuori questa parola d'ordine : Nessuno chieda una 
pigione maggiore di cinque volte quella che tfi pagava nel 1914; in ogni caso, 
per l'anno locativo 1926-27, l'affitto non superi il 50"/,, della somma pagata 
dall' inquilino Vanno 1925-26 (1). 

Alle quali pretese, come prudenti e moderate, s'afferma che il Governo 
abbia fatto buon viso. Ed in vero esse non paiono eccessive , qualora si 
pensi che il numero indice dei prezzi generali all' ingresso, neh' anno 1925. 
oscillò intorno al 660, dato come 100 quello del 1913, sicché il potere di 
acquisto della lira carta, posto come 100 centesimi quello anteriore alla 
guerra mondiale, è appena di L. 0, 15 (2) : onde, quando si dice die i prezzi 
si son moltiplicati per 5, e che il potere d'acquisto della lira è di 20 cen- 
tesimi, ciò s'afferma unicamente per comodità di linguaggio e facilità di 
calcolo. Or quest' alzamento di prezzi , e questo andar giù del valore della 
lira a corso forzoso (3) è comune anche ai proprietari delle case , i quali . 



(1) Altre raccomandazioni sono state fatte : così il Cousiglio direttivo dell'Associazione 
dei proprietari di case di Torino invitò ad avere speciali riguardi pei vecchi pensionati, 
e ad evitare il più possibile gli sfratti. La Federazione Nazionale fra le Associazioni di pro- 
prietari di case, sedente a Roma, s'è rivolta anche agl'inquilini, dicendo loro : «date prova 
«di ragionevole arrendevolezza, accettando di pagare il giusto prezzo anche per la casa, 
«come già fate per tutti gli altri generi di prima necessità *. 

($) Media 646,2. Vedi : Camera di Commercio di Milano, Ufficio di Statistica. Numeri 
indici dei pressi del mercato all' ingrosso , dal maggio 1921 al gennaio 1926. (Estratto dal 
Listino dei grezzi, n. 6, anno 6°). 

(3) Nel biglietto di Stato da L. 10, creato con Decreto del 5 febbraio 1888, c'è scritto : 
a corso legale; convertibile, al portatore e a vista, in moneta metallica ; in quello da L. 5, 
creato con R. Decreto 7 ottobre 1904, leggesi : a corso legale; e così nell'altro di L. 25, 
creato con R. Decreto L., 23 aprile 1933. Nei biglietti della Banca d'Italia, del Banco di 
Napoli, del Banco di Sicilia, leggesi : Pagabili a vista al portatore. 

Ma le deciture non contano nulla. Praticamente, tutti i biglietti sono inconvertibili. 
corrouo come moneta, sono a corso forsoso illimitato. 



INCIDENZA DEI. DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 165 

non ricevendo tante lire deprezzate quante ne occorrono a costituire la lira 
d'una volta, ch'era quasi pari all'oro, sono stati colpiti da gravi angustie, mentre 
prima potevano adattare a sé la frase: Beati possidente* ! (1). Pertanto la pa- 
rola d'ordine delle Associazioni dei proprietari non è né imprudente né esa- 
gerata, in rapporto al costo della vita. Resta a vedere se gl'inquilini hanno 
anch'essi moltiplicato per 5 i redditi loro, e, in ogni caso, se questi, nel 1925-26, 
sono aumentati del 50 7„ (2). 

§2. — L' AUMRNTO CONSIULIATO AI PROPRIFITARI DI CASE CORRISPONDE AD UN 
AUMENTO DI REDDITO DEGL'INQUILINI ? 

Come i pesi si dirigono al centro della Terra, così i redditi tendono a pro- 
porzionarsi ai prezzi, o, se meglio piace, al valore della moneta, sia questa 
costituita di metalli preziosi ovvero di pezzi di carta (3); ma fanno eccezione 
i redditi, fissi o pressoché tali, di .talune classi della società, le quali non 
possono scaricare sopra le spalle degli altri l'aumento dei prezzi, mercè un 
accrescimento proporzionale della espressione monetaria del valore dei pro- 
dotti e dei servizii : impiegati , pensionarli , portatori di rendita pubblica , 
creditori per mutui , godenti vitalizio ovvero canoni in denaro , esercenti 
certi mestieri soggetti a tariffe d'imperio della pubblica autorità, o cert'altri 
dove si presta servigio che il pubblico può rendersi da sé. 



(1) E tutto ciò, in raffronto coi prezzi all'ingrosso; ma, se confrontiamo il valore della 
4ira in rapporto coi prezzi al minuto , e se consideriamo la differenza in più di questi su 
quelli del ^O'^o, allora l'indico sale al 792, ed il valore della lira scende a circa 13 centesimi. 

(2) Coloro che hanno avuto questa fortuna, e che non hanno proporzionato in tale 
misura gli aumenti di pigione, sicché, sonsi , a dir così, locupletati a danno dei locanti 
migliorando il proprio tenor di vita sino a rasentare il lusso; debbono aver la pazienza di 
ridurre le spese voluttuarie. 

(3) Certamente i salari sono aumentati anch'essi, non di rado sino a bilanciare il rin- 
caro; tuttavia bisogna guardarsi dalle esagerazioni di quanti vanno parlando di aumenti 
fantastici dei salari. Ciò dimostra il Madia, nel suo studio : L' Aumento dei salarti rial 1914 
al 1921. Nel Giornale defili Rconomisti, novembre 1921. 



160 



PIIi'J'HO .MKKJiMDA 



Giova analizzare 1' .esquilibrio fra recidili e spese che tormenta queste 

classi di cittadini, pigliando a termine di paragone, certo più al di qua che 
al di là, il 600 come spesa attuale: in altri termini costa adesso L. 600 ciò 
che prima della guerra costava 100; il che press'a poco è lo stesso che dire : 
la lira carta del 1913 adesso vale 15 centesimi (1). 

§ 3. — Reddito degl'impiegati dello Stato. 

Il reddito degl'impiegati è cresciuto in proporzione ? Purtroppo no ! 

Inutile sarebbe e fastidioso enumerare tutti i provvedimenti emessi a 
favore degl'impiegati dello Stato,' da quando si posarono le armi ad o^pi. Ve- 
niamo alla conclusione, la quale è questa : confrontando le tabelle organiche 
annesse alla legge 30 giugno 1908, N. 304, sullo stato economico degV impie- 
gati civili dello Stato , con V Ordinamento gerarchico delle amministrazioni 
dello Stato, approvato con R. Decreto 11 novembre 1923, N. 2395, e com- 
presa l' indeunità di caro- viveri , si può affermare, grosso modo, che se il 
reddito degl'impiegati anteriore alla guerra si considera come 100, esso at- 
tualmente ascende a. 400; dacché la lira-carta vale 15 centesimi, l'impiegato 
nominalmente riceve 4 volte una lira, realmente 4 volte 15 centesimi, cioè 
60 centesimi. Egli, adunque, riceve per ogni lira promessagli col suo con- 
tratto di lavoro , 40 centesimi di meno : in altri termini, può acquistare tre 
quinti dei beni permutabili cui aveva diritto, o, se piace meglio, deve ridurre 
il suo consumo dei due quinti. — Ora questo non è giusto : lo Stato dovrebbe 
pagare a coloro che lo servono tante lire al corso attuale quante ne occor- 
rono ad integrare la lira del tempo anteriore alla guerra. 



(1) Certamente il 600 attuale, in rapporto al 100 di prima della guerra, sta più al di 
qua che ai di là, non solo perchè il numero indice dei prezzi all'ingrosso è 660, ma eziandio 
per la ragione che la massa del popolo, compra al minuto , sicché , come s'è detto , forse 
il vero numero indice non può essere minore del 792, onde il valore reale della lira-carta 

è di 13 centesimi. 



incidenza dei, deprezzamento è rivalutazione della lira-carta 167 

§4. — Pensionati dello Stato. 

Pei pensionati dello Stato bisogna distinguere tra quelli che furon col- 
locati a riposo avanti dell'ottobre 1919, e gli altri giubbilati da questa data 
in poi. Questi secondi godono d'una pensione meno scarsa dei primi, perchè, 
mentre costoro furon giubilati secondo le norme del testo unico 41 feb- 
braio 1895, N. 70, i collocati in quiescenza dopo, hanno profittatto delle 
larghezze pel trattamento di pensione disposte dal R. D. L. 23 ottobre 1919,. 
N. 1720 (in appresso tradotte, con modificazioni, nella leggeri agosto 1921, 
N. 1144) per quanto ristrette poi dal li. D. u 21 novembre 1923, N. 2480. Oltre 
a questo la pensione dei secondi è rispondente all'anno in cui furono col- 
locati a riposo, ossia , siccome la pensione ha per base la media dello sti- 
pendio goduto neir ultimo triennio di servizio , avviene il contrario della 
massima Evangelica : I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi : 
in vero s'è formata una scala, dato lo stesso grado ed i medesimi anni di 
servizio, per la quale le pensioni sono andate crescendo, per le nuove più 
alte tabelle, col crescere degli stipendi che si prendono come elemento della 
media, sicché gli ultimi collocati a riposo godono, a dir così, la pensione' 
massima , quella che , compresi i caro-viveri, risulta moltiplicando per 4 il 
reddito nominale che avrebber goduto' se fosse stata presa la media sulle 
tabelle degli stipendii del 1908. I pensionati negli anni 1924, 1923 e così via 
indietro fino all'ottobre 1919, godono d'una pensione decrescente fino a 
questa data; quindi, mentre i più recenti son privati di due quinti dei beni 
permutabili che loro furono promessi , gli altri sen vedono rapire successiva- 
mente di più. Infelice maggiormente è lo stato dei pensionati«anteriormente 
all'ottobre 1919, i caro-viveri sono uguali per tutti, sicché i godenti pensioni 
minime se ne stanno relativamente bene, mentre stanno malissimo quei che 
percepiscono pensioni medie ed alte. Egli è vero che, con provvedimenti le- 
gislativi del 1923 e del 1925, le pensioni anteriori all'ottobre 1919 sono state 
aumentate ; ma V aumento è stato insufficiente : e poi, nel 1925, si conferì 
anche a parte dei pensionati posteriormente all'ottobre 1919, sebbene con una 



168 



PIETRO MERENDA 



scala decrescente : da ciò nuove sperequazioni tra gli assegni di quei che 
serviron lo Stato con lo stesso grado e coi medesimi anni di servizio. Situa- 
zione incresciosa, e per molti d'estrema miseria, per quanto dignitosamente 
sopportata; e si badi che in tale straziante disagio si trovano Consiglieri di 
Cassazione e di Stato, Generali anche d'armata, Ammiragli, Prefetti. Diret- 
tori generali, Professori d'Università: tutti che han concorso a fare l'Italia 
bene ordinata, rispettata e temuta, gareggiante scientificamente con le altre 
Nazioni. Che se, col pareggiamento auspicato, si portassero tutte le pensioni 
ad unico livello, pareggiandole tutte alle più recenti, dato il medesimo grado e 
gli stessi anni di servizio, cesserebbero, è vero, gl'inconvenienti fin qui enume- 
rati , ma ne resterebbe uno gravissimo: mentre ai pensionati fu promesso, 
quand' erari in servizio , il godimento di determinati beni nella vecchiaia . 
adesso questi beni son ridotti dei due quinti : per ogni 100 lire del tempo 
anteriore alla guerra, ci riceveranno lire 400 svalutate, e non 600. 

§ 5. — Debitori e creditori. 

1 debitori scialano : ricevettero un prestito in lire buone , e possono 
saldare il debito loro in moneta cattiva : il che significa che il debitore , il 
quale, per ipotesi, dalla sua attività ricava quanto in lire carta corrisponde 
all'entrata reale d'una volta, paga in moneta svalutata, dando per ogni lira 
15 centesimi ! 

Questo, che si verifica per la restituzione del capitale, s' intende detto 
eziandio pel pagamento degl'interessi. 

Così il creditore, s'era ricco, diventa poveio. 

§6. — Portatori di rendita sullo Stato. 



Un tempo chi aveva un reddito di L. 6000 ricavate da cartelle di ren- 
dita sul debito pubblico, era un signore; adesso è un pezzente, poiché tale 
reputiamo chi ha un'entrata reale di L. 1000, e a L. 1000 del 1913 equival- 
gono le L. 6000 d'oggi. Il moralista qui interviene consigliando la parsimo- 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 109 

nia ; ed a questa i più s'appigliano, riducendo le spese. Ma, ahimè! quale 
tortura ! Licenziare la servitù , o servirsi da sé , quando manca l'abitudine 
e gli anni noi consentono; vendere a baratto la mobilia, e rifugiarsi in una 
casetta; non potere rifare a nuovo gli abiti logori, e, non volendo con questi 
comparire in pubblico, restare tappati in casa; rovinarsi la salute con cibi 
grossolani , contro i quali l'organismo, avvezzo alle delicatezze, si ribella : 
ognuno può imaginare quali sofferenze fìsiche e quali patemi d'animo ! 

In astratto si dovrebbe pagare tanto in moneta svalutata da corrispon- 
dere al valore attuale di L. 6000; ma è ciò possibile, ed in concreto giusto 



sempre ? 



§ 7. — Titolari di rendita vitalizia. 



Lo stesso tormento, e nuovi tormentati. Secondo 1' art. 1778 C. C. , si 
può stipulare una rendita, ossia annua prestazione in denaro o derrate, me- 
diante cessione d' un immobile o pagamento d'un capitale, che il cedente 
si obbliga a non più ripetere. Questa rendita si può stipulare perpetua o 
vitalizia. Quando colui al quale fu ceduto l'immobile od il capitale non è 
una compagnia d'assicurazione, se la rendita è in derrate, chi s'è costituito 
il vitalizio si salva; se in denaro, è rovinato, perchè riceve la sesta parte di 
ciò che gli competeva : credette di assicurarsi l'agiatezza od un minimo red- 
dito indispensabile per tutta la vita, e nei vecchi giorni patisce l'indigenza, 
ed è diventato un pitocco. 

Né diverso è il caso di chi ha stipulato per sé una pensione vitalizia 
od una somma a data fissa con una compagnia d' assicurazione : ciò è in- 
tuitivo. 

§ 8. — Canoni in denaro. 

Simile iattura patiscon coloro che godono d'un reddito derivante da 
canone in moneta, sopra terreni dati in enfiteusi. L'utilista , se il canone 
gravava sopra terreno agrario, vende i suoi prodotti sei volte di più, mentre 
paga al direttario l'antica prestazione; vale a dire gli dà un sesto di ciò che 
al vero padrone d'una volta serve a campar la vita. Anche i proprietari di 



170 



PIETRO MERENDA 



case, che edificarono sopra terreno preso in enfiteusi, si trovano nella stessa 
posizione comoda, adesso eh' è cessato il regime vincolista degli affitti. La 
giustizia vela la sua faccia a tanta iniquità ! 

Passiamo alla reluizione. La legge 11 giugno 1925, n. 998, converte in 
legge il R. D. L., 15 luglio 1923, n. 1717, per la riforma delle vigenti dispo- 
sizioni sulla affrancazione dei canoni , censi ed altre prestazioni perpetue. 
11 prezzo d'affrancazione si determina capitalizando, sulla base dell'interessi 
legale, la somma dovuta per la prestazione in denaro, ovvero quella cor- 
rispondente al valore delle derrate, se in queste la prestazione consista. Ora 
i possidenti di canoni in derrate si salvano : se la prestazione consiste in 
quantità fissa di derrate , la somma corrispondente , per la formazione del 
capitale, si determina sulla media del valore delle prestazioni corrisposte 
nell'ultimo decennio. Ma i possessori di canoni in denaro sono addirittura 
ammiseriti . poiché la determinazione del corrispondente capitale ha luogo 
in hase alla quantità numerica della somma stessa nella moneta legale cor- 
rente al momento dell' affrancazione , qualunque sia la, specie della moneta 
prevista nel titolo (1) o corrente al tempo della costituzione di questo. Per 
tanto si acquista la piena proprietà, dando un sesto di ciò che economica- 
mente e moralmente è dovuto. Vero si è, che, se l'obbligo delle prestazioni 
sia sorto anteriormente al 10 gennaro 1919, l'affrancante, oltre il prezzo de- 
terminato come sopra , deve pagare un supplemento pari alla quinta parte 
del prezzo medesimo; ma aumentare del 20°/o, quando si dovrebbe del 600 
non giova a nulla. 

Qui è uopo aggiungere che, se la prestazione non sia affrancata, a de- 
correre dal 21 agosto 1923 il canone è aumentato del 25°,,. Troppo timida 
attuazione del riconosciménto che il legislatore ha fatto d" un principio 
giusto ! 

§ 9. — Mestieri soggetti a tariffa d'impero. 



V'hanno certi mestieri soggetti a tariffa d'impero, stabilita dalla pub 
blica autorità; ad esempio: cocchieri da nolo, facchini di ferrovia e di do- 



(1) Vale a dire, che, se fu previsto oro, si può dare carta svalutata ! 



INCIDÈNZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CAKTA 171 

gana, battellieri di porto. Mentre gli operai liberi, una volta con gli scioperi, 
ora con l'agitazione legale e con la tutela dello Stato, riescono per lo più 
a proporzionare la rimunerazione col caro costo della vita , e solo i conta- 
dini, pei quali, come suol dirsi, i salari sono affetti d'una tal quale vischio- 
sità restano indietro; i mestieri soggetti a tariffa non di rado soggiacciono a 
rimunerazioni inferiori a quelle che otterrebbero se una necessità d'ordine 
pubblico non tarpasse le ali alla libertà loro. Spesso ricorrono ad artifizi 
per farsi pagare più della tariffa: i cocchieri da nolo, per esempio, se il 
viaggio è lontano, dicono d'essere già impegnati, e, se non venite a patti, 
potete andare a piedi; ma la caratteristica della classe è quella. 

§ 10. — Mestieri nei quali chi rende il servizio può essere sostituito dal 
pubblico. 

V'hanno poi mestieri che prestano servizio che il pubblico può rendersi 
da sé, qualora le pretese siano eccessive. Quante signore, per esempio, sti- 
rali esse i colletti, senza più mandarli alla stiratrice ! Da ciò, se non si vuol 
soffrire la perdita dei clienti, necessità di limitar le pretese, e di contentarsi 
d'entrate inferiori all'indice dei prezzi. 

Per questa categoria di persone la pubblica autorità non occorre che 
pigli provvedimento alcuno : le parti se la sbrighino tra loro. 

§ 11. — Ragion d'essere dell' intervento dello stato a favore di queste 
classi sociali a reddito fisso o pressoché tale. 

Forse l'enumerazione non è completa; ma essa basta a dare l'idea del 
disequilibrio tra entrate e spese di cui soffre gran parte della popolazione, 
a reddito fisso o pressoché tale. Tutte le persone che costituiscono questa 
massa di sofferenti hanno moltiplicato per 5 i redditi loro, od, in ogni caso, 
questi redditi , nel 1925-26, sono aumentati del 50% ? Ahimè! alla domanda 
si deve rispondere negativamente ; ed allora il rincaro delle pigioni , anche 
nei limiti non eccessivi consigliati dalle Associazioni dei proprietari di case, 



172 



PIETRO MERENDA 



e ai quali s'afferma che il Governo abbia fatto buon viso, riuscirà, per tutte 
quelle classi di cittadini, ancora incomportabile; e poiché si deve sopportare, 
sarà causa di dolori al cui pensiero la mente s'offusca ed il cuore s'opprime. 

E ammissibile che lo Stato assista indifferente a tanto strazio ? 
No : 1) perchè esso di questa situazione economica è creatore: 2") perchè, 
in parecchi casi, è parte contraente; 3°) perchè in genere V intervento rien- 
trerebbe nella funzione normale dell' organizzazione giuridica della società, 
se è vero, come s'esprime il Romagnosi, che Lo Stato è una grande tutela 
ed una grande educazione. 

E in quanto alla prima ragione , occorre che il lettore ammetta fin da 
ora quel che sarà dimostrato più tardi, cioè che fra le molteplici cause del 
caro costo della vita sia precipua l' eccessiva emissione di carta moneta. 
Questa sarà giustificabile con la necessità, durante la guerra, di ricorrervi 
per salvare la Patria dalla sconfitta; sarà giustificata dalla necessità, dopo 
la pace , di fronteggiare le enormi spese che furono conseguenza della 
guerra; ma lo Stato non può dire che l'eccessiva emissione non è opera 
sua, sicché esso degli alti prezzi e delle funeste conseguenze loro non può 
rispondere. Del resto , questa , per quanto non vera , non sarebbe ragione 
persuadente dell'astenersi dall'intervenire : certo le inondazioni, il terremoto, 
le epidemie non sono opera dello Stato; eppure esso interviene, se non al- 
tro per lenire i danni che han sofferti le popolazioni. 

Che in parecchi casi sia parte contraente, non è dubbio : lo è nel rap- 
porto d'impiego, lo è di fronte ai portatori di rendita sul debito pubblico. 

Così a occhio e croce, non rientra poi neila tutela del diritto lo inter- 
vento dello Stato quando una classe di cittadini si locupleta ingiustamente 
a danno di un'altra ? 

E finalmente, sostenendo il diritto, adempiendo alle obbligazioni con- 
tratte, lo Stato educa i cittadini a dare a ciascuno il suo . in che consiste 
la giustizia. 

E qui occorre che pure si ammettano provvisoriamente come dimostrate 
due proposizioni, delle quali si darà la pruova in appresso : 1") la causa princi- 
pale dell'alto costo della vita essendo la carta moneta, per arrestare la corsa 



INCIDENZA DEI, DEPREZZAMENTO 15 RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 173 

al rialzo, s'ha da fermare l'emissione, e poi, a far tornare il costo della vita 
quale era nel 1913 , è necessario ridurre alle proporzioni di allora la carta 
moneta circolante; 2") questa riduzione non può essere immediata, ma è gio- 
coforza che sia graduale. 

Qui si può dire in contrario che non occorre darsi pensiero di tutto 
questo, perchè lo Stato ha provveduto a scongiurare la crisi edilizia, inter- 
venendo con i Decreti Luogotenenziali 23 marzo 1919, n. 455 e 19 giugno 

1919, n. 1040, e coi RR. DD. I,L. 30 novembre 1919, n. 2318; 8 gennaio 

1920, n. 16; 18 agosto 1920, n. 1338; 18 agosto 1920, n. 1340; 5 ottobre 1920, 
n. 1559; 3 novembre 1921, n. 1667, recanti provvisioni per l'industria edilizia 
e la costruzione di case economiche e popolari (1); che ha aiutato la co- 
struzione d'apposite case per gl'impiegati (2); che, ad integrar quei provve- 
dimenti, nello stesso Consiglio dei Ministri del 2 gennaio, in cui si deter- 
minò il ritorno alla libera contrattazione, vennero stanziati 100 milioni per 
costruzioni edilizie di carattere immediato, che i Comuni potranno promuo- 
vere. Opportuno e lodevole ciò che s'è fatto in questo senso, è facile ri- 
spondere; ma necessariamente di carattere limitato, talora a scadenza non 
breve; dunque non capace d' eliminare lo squilibrio fra entrate e spese 
di gran parte della popolazione. 

§ 12. — Conviene egli di propugnare il provvedimento di carattere gene- 
rale DI VARIARE TUTTI I PAGAMENTT IN BASE AL NUMERO INDICE DEI 

prezzi ? Risposta negativa. 

Premesso tutto questo, è il caso d' esaminare se e quali provvedimenti 
dovrebbe emanar lo Stato a favore delle classi di cittadini a reddito fisso 
o pressoché tale, la cui condizione economica e le cui sofferenze nelle pagine 
anteriori vennero messe in luce. 



(1) Convertiti nella legge 7 febbraio 1926, n. 253. 

(2) I pensionati sono rimasti da sezzo. 



174 



1METKO Il EH EN DA 



Ma a questo punto si può fare un'obbiezione ed è la seguente: Non sa- 
rebbe più opportuno caldeggiare un provvedimento di carattere general';. <- 
che imponga il variar dei redditi tutti, in base ai numeri indici dei prezzi? 

Il Prof. De Johannis, direttore de L'Economista, nel 1922, promosse una 
specie d' inchiesta sulla svalutazione della lira , invitando i più autorevoli 
professori di Economia e Finanza, ed i cultori delle discipline finanziarie, 
a trattare l'argomento; ed infatti parecchi di quelli risposero con apposite 
importanti trattazioni, che vennero tutte pubblicate ne V Economista, rial 5 
novembre 1922 al 14 gennaio 1923 (I); e finalmente il Prof. Corrado Gini . 
nel numero della medesima rivista pubblicato il 4 febbraio 1923. diede una 
Risposta critica riassuntiva di tutta l' inchiesta. In essa è notevole questo 
brano: «Allo scopo, diverso, di stabilizzare i prezzi in oro, sono dirette, 
com' è noto , varie proposte degli economisti. Ha suscitato molto rumore , 
negli ultimi anni prima della guerra, quella ripresentata dal Fischer, di mu- 
tar il contenuto in oro dell' unità monetaria. Più pratica sembra la vecchia 
proposta, scaturita dopo le guerre napoleoniche, di far variare l'ammontar.: 
nominale dei debiti, dei crediti, degli stipendi, in base ai numeri indici dei 
prezzi. Certo nessun periodo come il dopoguerra attuale sarebbe stato adatto 
a realizzare tale idea. E conviene d'altra parte riconoscere che, se essa si 
attuasse in forma generale e obbligatoria, la proposta riforma monetaria 



(1) Risposero i professori Oraziani, Loria, Vergilii, Griziotti, Sensini, Gobbi, Bachi, 
Savorgiian,' Arias, Cogliolo, Prato, Camillo Supino, Insolera, De Pietri -Tonelli, Garioo 
Canina, Terni, Bianchini, Masè-Dari, Toesca di Castellazzo, Bolaffio, Curato. Borgatta, 
Fanno. 

Bene scrisse il Prof. De Johannis del concorso prestato da questi insigni studiosi : 
«La trattazione dell'arido complesso argomento è riuscita del massimo interesse, sia per 
i diversi lati dal quale è stata considerata, sia per le svariate acute osservazioni cui ha 
dato origine». Ed egli si riprometteva di pubblicare tutte le risposte in un volumetto, dove 
il pubblico avrebbe trovato assai d'apprendere. Se non che ed il volumetto non comparve, 
e, per ragioni che s'ignorano, da un pezzo 1' Economista, eh' era vissuto più di mezzo se- 
colo, non si pubblica più. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENE O E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 175 

diverrebbe, se non superliua, certo meno utile. Ma al suo avverarsi, in tale 
forma, i tempi non sembrano ancora maturi. Di essa però si banno larghe 
applicazioni nella pratica contrattuale : nella revisione dei salari e degli sti- 
pendi, infatti , e nelle stipulazioni dei contratti tutti guardano ormai ai nu- 
meri indici, come ad una sicura norma direttiva. Sono là i frutti di idee 
seminate un secolo fa, e riapparse poi a varie riprese. Pur nel mondo delle 
idee, nulla va completamente perduto». 

Dato il presente eccessivo volume di carta-moneta circolante, causa prin- 
cipale degli alti prezzi, un provvedimento legislativo così generale come 
quello sostenuto dal Gini, sarebbe logico e giusto; ma non si ha notizia che 
Stato veruno l'abbia fatto suo; fra gli scrittori nostri non ha trovato soste- 
nitori; non è probabile che si attui in Italia, principalmente perchè l'opinione 
pubblica non vi è preparata: d'altronde non pare che il Governo v'abbia 
tendenza. In altri termini, la proposizione del Gein cbe i tempi non sem- 
brano maturi, si potrebbe mutare in quest'altra: i tempi non sono maturi. 

Pertanto è opera più positiva trattare dei provvedimenti specifici , esa- 
minando se e quali potrebbero emettersi a favore delle classi sociali a red- 
dito fisso ovvero quasi tale. 

$ 13. — Provvedimenti a favore degl'impiegati governativi. 

Cominciamo degl'impiegati governativi. All'atto della loro ammissione 
ebbe luogo un contratto di lavoro tra il cittadino che assunse il servizio.,, 
e lo Stato che lo ammise a prestarlo. Si modifichi quanto si vuole la teoria 
contrattuale, sul riflesso cbe uno dei contraenti è il potere sovrano, che ha 
diritto di fare e disfare le leggi; ciò non toglie che lo Stato s'impegnò a 
determinate condizioni, e così il cittadino. Quali furono queste determinate 
condizioni da parte del primo? Pel tempo in cui l'impiegato gode di tutte 
le sue forze fìsiche ed intellettuali, una carriera, cioè uno stipendio progre- 
diente secondo gli avanzamenti di grado ; sicché, lo stipendio, se ha carat- 
tere alimentare, l'ha in senso largo, come quando noi preghiamo Dio di 
darci il nostro pane quotidiano; ed è variabile col tempo, ma sempre in 



176 



PJE'J'KO MEHENDA 



ascesa. Certo lo stipendio fu valutato in lire e centesimi, dacché la moneta 
è quel prodotto che si adopera come misura comune dei valori, mezzo gene- 
rale di scambio e di pagamento (1). Ma, assegnando quello stipendio, s' in- 
tendeva forse dar la misura, senza riferimento ai valori, cioè al rapporto di 
permutahilità tra servizio e compenso? Ohihò ! s'intendeva proporzionare al 
merito il godimento di beni determinati, che costituiscono il teuor di vita: 
l'espressione monetaria era la misura del valore che aveva il merito, cioè 
di ciò che si reputava valessero, e nell'inizio e nel progresso degli unni; le 
funzioni esercitate, il servizio prestato. Su tutto questo pare ozioso spendere 
altre parole. Or se quella quantità di beni permutabili promessi all' impie- 
gato , quel dato tenor di vita, non si esprime più con quella misura origi- 
naria se non in guisa nominale, mentre la reale ha una espressione nume- 
rica assai inferiore, non è di diritto che la misura nominale, sia numerica- 
mente elevata sino a corrispondere alla misura reale che fu contrattata? 
E per parlare più chiaramente, se le 100 lire del 1913 corrispondono a L. 600 
di oggi, perchè la lira carta del 1926 vale non più 100 centesimi, ma 15 
centesimi, c'è il dovere di dare L. 600 nominali, e non L. 100: se no, voi 
date appena un sesto dei beni che prometteste, del tenor di vita in virtù 
del quale il cittadino preferì l'impiego pubblico a qualsiasi altra professione. 

Posto tutto questo, lo Stato ha il dovere di proporzionare gli stipendii 
degl'impiegati suoi al costo della vita, ossia di moltiplicare per 6, e non 
per 4, gli stipendii anteriori alla guerra, adesso che specialmente è diven- 
tato più difficile tirare innanzi l'esistenza, dato l'aumento delle pigioni deile 
case d'abitazione. 

Il principio, implicitamente od esplicitamente, si può dire ammesso dap- 
pertutto durante e dopo la guerra mondiale : 1" applicazione è stata dove 
piena, dove parziale. 



(I) Non occorre occuparsi delle funzioni accessorie della moneta : denominatore comune 
dei valori; strumento di conservazione e di trasmissione delle ricchezze nel tempo e nello 
spazio. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 177 

Tacendo dell' Inghilterra , che , tornata alla circolazione a base aurea , 
non ha più bisogno di quel principio, e della Francia e dell'Ungheria, 
paesi nei quali la parziale attuazione ha suscitato agitazioni scandalose, 
giova qualche cenno sulla Germania e sull'Italia. 

In Germania, durante la guerra, a mano a mano che i prezzi salivano, 
fu necessario aggiungere agli stipendi dei caro-viveri , che vennero elevati 
in ragione dei rincaro. Nel 1920, tanto nel Reicli che negli Stati, gli stipendii 
furon regolati da nuove più alte tabelle, e si aggiunse un soprassoldo, con- 
sistente in una percentuale dello stipendio, soprassoldo che andò crescendo 
col vertiginoso deprezzamento del marco (1). Come fa notare il Bresciani 
Turroni, dall'estate del 1923, oltre che per i salari e per gli onorari, si dif- 
fuse anche per gli stipendi il sistema del moltiplicatore , cioè del numero 
indice del costo della vita pubblicato dall' Ufficio di Statistica del Reich , e 
atteso ogni volta con grande impazienza (2ì. II soprassoldo fu rivalutato sin 
due, tre, quattro volte al mese; in fine ad intervalli anche più brevi. Ma a 
certo punto si fece basta, e per tutti : si emise una nuova carta-moneta, 
anche essa senza copertura metallica corrispondente , ma eh' ebbe fortuna. 
Scrive il Bresciani Turroni : « L' urgente bisogno eli una moneta a valore 
stabile assicura il successo alla riforma monetaria del novembre 1923. Nei 



(1) Questo crescendo fu lento dapprima. Di che si comprende la ragione dal seguente 
brano di Bresciani Turroni : « I salari reali potevano essere mantenuti a un livello molto 
più basso di quello stabilitosi in altri paesi. E ciò grazie: a) alla politica del pane a buon 
mercato: gli agricoltori erano obbligati a cedere una parte del loro raccolto di cereali 
12, 5 milioni di tonnellate nel 1921-22) ai prezzi d' imperio , che erano naturalmente al di 
sotto di quelli di mercato. Inoltre lo Stato vendeva con grave perdita i cereali che la 
« Reichsgetraidestalle » importava dall'estero; b) alla politica degli affìtti, che per lungo 
tempo permise alle classi operaie di pagare delle pigioni poco superiori a quelle del 1914». 
Vedi II deprezzamento del marco e il commercio estero della Germania, nel Giornale degli 
Economisti, settembre 1924, pag. 479, 

(2) Studi sul depresiamento del marco tedesco. V. Giornale degli Economisti, aprile 1924. 
pag. 220. 

23 



178 



PIETK0 MERENDA 



vuoti canali della circolazione (o in sostituzione delle divise straniere) si 
insinua la nuova « Rentenmark » , che, emessa in quantità limitata, è ac- 
cettata al suo valore nominale ...1 marco equivalente a 1000 miliardi di marchi 
carta!» (1). E dacché il huon successo non mancò, il soprassoldo equi- 
parante le entrate degl'impiegati al costo della vita venne abolito (2). 

Passando all' Italia, va ricordato che nelle opere pubbliche è stato ne- 
cessario ammettere la revisione dei prezzi contrattuali d'appalto. Si potrebbe 
poi far cenno di parecchi contratti collettivi di lavoro, nei quali è stipulato 
che i salarii saranno regolati prendendo come moltiplicatore il numero in- 
dice del costo della vita (3). 

C'è poi il facto che vale quanto la detta clausola apposta in parecchi 
contratti di lavoro , ed è questo : i salari non sono più quelli del tempo 
anteriore alla guerra , ma sono andati proporzionandosi all' aumento del 
costo della vita. Chi non ricorda gli scioperi, del 1920 e 1921 ? Essi, quan- 
tunque non tutti d'indole economica, perchè i Socialisti, pescavano nel tor- 
bido, e per quanto spesso riprovevoli pel modo, che non si doveva tollerare, 
ebbero per effetto l'alzamento delle mercedi. 

Passiamo al rapporto di pubblico impiego, nel quale il principio è stato 
più volte riconosciuto. 

Fu scritto altrove : « Nel 1876 , dato un sensibile aumento dei prezzi , 



(1) Studio sul deprezzamento del marco. Nel luogo già citato, pag. 247. 

(2) I Municipii seguirono l'esempio dello Stato; tuttavia il soprassoldo, commisurato 
come s'è detto nel testo, si paga aucora in alcune città, dove la vita, per ragioni speciali, 
è particolarmente cara. 

(3) Circolare del Ministro dell'Interno, Div. 2, N. 15.700.15-49415, 23 ottobre 1925. Ai 
Prefetti. Si comunica la seguente nota del Ministero per V Economia Nazionale : « Varii 
Municipi sogliono mensilmente calcolare gli indici del costo della vita delle classi operaie. 
Dato i! sistema vigente di contrattazione delle mercedi , servono detti indici di base per 
la determinazione delle variazioni delle indennità di caro-viveri che gli intrapreuditori 
debbon corrispondere ai propri dipendenti. Si raccomanda che, nella compilazione di tali 
indici, si tenga conto dei prezzi degli spacci dei geueri di consumo che gli industriali 
fanno negli spacci istituiti, a scopo di calmiere del mercato libero, a favore delle proprie 
maestranze ». 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 179 

che si reputava stabile, il Governo prevenne : una legge del 7 luglio, N. 3219, 
prescrisse la riforma dei ruoli , onde pareggiare e migliorare gli stipendii : 
ciò che fu eseguito con decreti del 31 dicembre 1876 , i quali eziandio sta- 
bilirono l'aumento sessennale del 10°/ . Nel 1908 si presentarono circostanze 
simili alle presenti , ma diversissime nelle proporzioni ; fuvvi un notevole 
accrescimento di prezzi, forse dovuto al deprezzamento dell'oro per l'au- 
mento della produzione del Transwal, dopo la guerra Boèra (1), e gl'Italiani 
divennero, per così dire, una nazione d'agitati, senza però il veleno sovver- 
sivo. Le provvisioni dello Stato furon tardive , e si ebbero accenni deplo- 
revoli d' indisciplina negli impiegati : il servizio pubblico parzialmente ne 
soffrì; ma, con leggi opportune, si largirono miglioramenti, che, uniti ad una 
certa fermezza dei governanti, fece tornare le cose allo stato normale. Però, 
dopo la recente guerra, da un lato lo sfrenamento non ha avuto limiti, 
dall' altro , in vece di provvedere radicalmente con misure di carattere ge- 
nerale, s'è gettata l'offa a chi gridava di più, a chi minacciava di più e con 
maggiore petulanza; e peggio, s'è ceduto di fronte all' ostruzionismo e all'air 
bandono del servizio, lasciando inapplicate le leggi patrie. Ferrovieri, im- 
piegati postali, telegrafici, telefonici, e persino gli educatori del popolo, han 
potuto imporre la volontà loro allo Stato » (2). 

Dei provvedimenti coi quali lo Stato concesse caro-viveri ed aumenti 
di stipendio , nel § 3 non s'è data enumerazione particolareggiata , per 
motivo che farla sarebbe riuscito inutile e fastidioso, importando la conclu- 
sione di tutto questo lavorìo , la quale s'è calcolata nel seguente modo 
semplice: le entrate degl'impiegati sono cresciute del 400%- Ebbene, l'avere 
gradatamente raggiunto siffatto aumento , è , o non è , riconoscimento del 
principio? Niuno dirà che non è; ma salta agli occhi di qualsiasi mediocre 



(1) La guerra di Caino. 

(2) Merenda, Della continuità dei pubblici servisti, lettura fatta il 26 giugno 1920, nella 
Società di Scienze Naturali ed Economiche di Palermo. Estratto dal Giornale della stessa 
(voi. XXXIII, 1921-22-23), Palermo, «Boccone del Povero», 1923, pag. 28. 



180 



PIETRO MERENDA 



intelligenza che, nell'applicazione, non si è stati conseguenti, e che giustizia 
vuole si faccia un ultimo passo innanzi , stahilendo il numero indice dei 
prezzi come moltiplicatore. E preferibile questo numero indice a quello 'lei 
corso dei cambii coi paesi a circolazione metallica e all'altro dell'oro in 
rapporto alla carta. Rappresentando con curve questi tre dati, si vede ch'essi 
hanno simile andamento, così in salita come in discesa; ma le tre curve non 
combaciano, quella rappresentante i prezzi, è più elevata, e s'avvicina di 
più al costo reale della vita, il quale importa direttamente all'impiegato. 

Non è consigliabile, né sarebbe lodevole, che gl'impiegati dello Stato 
s'agitino, e molto meno illegalmente, per conseguire siffatta mèta: del resto 
l'attuale Governo noi tollererebbe. É in vece d'augurarsi che l'attuazione 
piena del principio diventi patrimonio della pubblica opinione, e che la sua 
necessità penetri nella coscienza dei rettori della cosa pubblica , sicché lo 
Stato renda finalmente questa giustizia. 

In quanto al metodo , discuterne non è di questo luogo ; del resto la 
compilazione delle tabelle organiche annesse al R. D. 11 novembre 1923, 
N. 2395 , sopra 1' Ordinamento gerarchico delle amministrazioni dello Stato . 
dimostra che il Governo dispone di tecnici i quali han capacità di superare 
in questa materia quanto può esservi di più difficile. Gioverà tener presente 
che si potrebbe mettere in atto una specie di scala mobile, che permetta di 
elevare la retribuzione o di ridurla , a misura che i prezzi salgono o scen- 
dono ; e poiché il bilancio si compila ogni anno, è preferibile che il molti- 
plicatore resti fìsso per l'intero anno finanziario , basandosi sul numero in- 
dice dei prezzi dell'anno solare precedente (1). 

Oltre della giustizia, valga l'interesse dello Stato. C'è un doppio feno- 



li) Così verrebbe eliminato il timore del Borgatta, il quale scrisse: « Maggior moneta 
significa, a brevissima distanza, maggiori spese, e diminuire relativo delle entrate. Lo 
Stato spinge le vaste masse dei suoi dipendenti a far accrescere le rimunerazioni, che solo 
difficilmente e lentamente potranno ridursi». Articolo La pressione fiscale ed il problema 
del pareggio. Nel Giornale degli economisti, novembre 19:2-2. 






INCIDENZA DKL DEPREZZAMENTO E RI VALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 181 

meno, ch'è rivelatore d'un identico stalo di malessere : parecchi dei migliori 
impiegati abbandonano la carriera, perchè trovano nell'impiego privato ri- 
munerazioni migliori; la gioventù del nord rifugge dagl'impieghi dello Stato, 
e,, se non fosse pei meridionali, i servizi pubblici non potrebbero andare. 
Non è il caso di provvedere mettendo gli stipendi! nella stessa linea del 
costo della vita ? 

$ 14. — Provvedimento a favore dei pensionati governativi. 

Ed ora ai pensionarli dello Stato. L'identica ragione giuridico-economica 
assegnata a favore degl'impiegati in attività di servizio, vale per quelli posti 
in quiescenza. 11 conti atto di lavoro che le parti vollero nel momento che 
l'impiegato entrò in servizio, non solo conteneva la promessa d'uno stipendio 
che assicurasse determinati beni progredienti, ma anche una pensione pre- 
fissa pei dì nei quali più lavorar non si potesse. In altri termini , la retri- 
buzione convenuta si divideva in due parti: una da pagarsi nei verd' anni, 
l'altra da conferirsi nella vecchiaia, e, in caso di morte, con talune limita- 
zioni, alla vedova ed ai figli. Dato anche che si pareggino le pensioni ed i 
caro-viveri, meitendo ciò di cui godono i pensionati posti a riposo prima 
del 1919, e posteriormente a quest'anno, nello stesso livello di ciò che per- 
cepiscono i pensionati più recenti, a parità di grado e d'anni di servizio, 
avremmo sempre uno stato economico simile a quello degl'impiegati in at- 
tività di servizio, cioè all'incirca quadruplicata la rimunerazione , mentre il 
costo della vita s'è , per lo meno , moltiplicato per 6 (sempre considerando 
i prezzi all' ingrosso, e non, come si dovrebbe , quelli al minuto). Giustizia 
vuole che lo Stato pigli pei pensionati un provvedimento analogo a quello 
che dovrebbe attuare per gl'impiegati: regolar le entrate dei suoi vecchi 
servitori con una scala mobile, prendendo a moltiplicatore l'indice medio 
annuale dei prezzi. 

C'è poi pei pensionati una ragione accessoria speciale : la pensione, ol- 
tre di contenere la promessa retribuzione dello Stato pei vecchi giorni, com- 
prende il prodotto accumulato dalle ritenute sugli stipendi]', un tempo 2 l /2°/o^ 






18°2 



PIETRO MERENDA 



poi graduale dall'I al 6%; adesso indistintamente elevata al 6%. Questo 
prodotto fu pagato in moneta buona, alla pari con I' oro. Che giustizia e'è 
a restituirlo in moneta che vale per lo meno un sesto ? 

Argomento contro. Si può concentrare in questo sillogismo : II rapporto 
d'impiego concerne gl'impiegati in attività di servizio ; ma i pensionarii non 
sono in attività di servizio : dunque non sono impiegati : dunque il rapporto 
d'impiego non li riguarda. 

Conseguenza: la pensione rappresenta un diritto patrimoniale da parie 
del giubbilato ; costituisce un debito vitalizio da parte dello Stato , una ra- 
gion di credito da parte del pensionato : tra Stato e pensionano c'è il rap- 
porto che passa tra debitore e creditore. 

Il sillogismo è fondato sopra la proposizione generale : Il rapporto di 
impiego concerne gl'impiegati in servizio. E vera questa proposizione .' Giova 
ritornare sopra nozioni già espresse. Il cittadino presta l'opera sua esclusiva 
allo Stato, che ha bisogno di lui per esercitare la sua attività: lo Stato as- 
sicura ad esso i mezzi d' un' esistenza modesta, ma certa e decorosa, cioè 
una carriera, ossia uno stipendio progrediente, mentre l'impiegato è valido, 
ed una pensioue pel dì in cui non può lavorare più, e una pensionetta alla 
vedova ed agli orfani : per l' impiegato è un contratto di facio ut des . per 
lo Stato di do ut facias, con questo però che tal contratto speciale , pur 
rientrando fra i contratti che diconsi innominati , perchè non hanno un 
nomen iuris, rientra nel diritto pubblico, ed è sui generis. Per esso lo Stato, 
in compenso del servizio attivo , assicura all' impiegato i detti mezzi d" esi- 
stenza, per lui e la famiglia, e pel presente e per l'avvenire. Su questo ter- 
reno s'incontrano le due volontà, e in tutto l'insieme consiste il rapporto 
•d'impiego. L'impiegato è sempre impiegato, anche posto in quiescenza: fu 
in attività di servizio, adesso è pensionato. 

Diritto patrimoniale! Ma forse lo stipendio, mentre s'è in attività di 
servizio, non è anch'esso un diritto patrimoniale? Debito vitalizio! Certa- 
mente, se per vitalizio s'intende la vita che si trascorre dal collocamento a 
riposo alla morte ; ma forse il pagamento dello stipendio non rappresenta 
anch' esso un debito dello Stato ì Rapporto di credito da parte del pensio- 
nato ! Oh ! che lo stipendio da parte di chi serve non è un credito ? 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 183 

Artificiale, adimqne, spezzare iti due l'unico contratto di lavoro, ed alla 
sola attività ridurre il rapporto d'impiego. Sostenere questa tési è un errore : 
i maligni il direbbero arzigogolo curialesco. 

D'altronde questa tési assurda è già sorpassata. Non è più un domina 
l'immobilità della pensione. Austria, Francia, Inghilterra, dato il rincaro della 
vita, sono andati al concetto dell'aumento della pensione. La Germania,, 
presso la quale valeva la massima cbe , stabilita una volta la pensione,, 
l'impiegato fosse tacitato per sempre, di fronte allo svilimento del marco-carta 
progressivo sin quasi a zero, non potendo ammettere cbe i veccbi servitori 
dello Stato dovessero vivere d'aria, concesse dei caro-viveri. Le pensioni 
recenti aumentarono automaticamente , per virtù delle nuove tabelle di sti- 
pendio , di fronte alle antiche ; ebbene si procedette al pareggiamento , in 
modo che, dato lo stesso grado e gli stessi anni di servizio, non ci fosse 
una pensione differente. Anche pei pensionati il soprassoldo di carestia 
(caro-viveri) fu regolato in base all'indice del costo della vita, periodica- 
mente accertato dall'Ufficio di Statistica del Reich : si arrivò pure pei pen- 
sionati a regolare il pagamento del soprassoldo sin quattro volte al mese. 
Dopo il L dicembre 1923, il pagamento degli stipendii venne fissato nella 
valuta nuova, cessarono i pagamenti accessorii, ma le pensioni dirette e di 
riversibilità, così pareggiate com'erano, non subirono mutazione. 

E in Italia? Con R. D. L. °21 novembre 1923, N. 2477, furono aumentate 
le pensioni vecchie una prima volta, e poi furono aumentate una seconda 
con R. D. L. 31. marzo 1925, N. 486; adesso si dà per sicuro il pareggia- 
mento tra pensioni anteriori e posteriori al 1° ottobre 1919. Prima del 1923 r 
s'eran dati dei caroviveri, senza nessun rapporto coll'entità della pensione : 
beneficio certamente , ma a preferenza per le pensioni minime. L' aumento 
delle pensioni , che avvicina alla soluzione diffìnitiva , si deve al Governo 
fascista : i pensionarii sarebbero degl'ingrati se noi riconoscessero. Or tutti 
questi provvedimenti escludono l' intangibilità della pensione , e quelli che 
questa aumentano, modificando retroattivamente il testo unico del 1895 sulle 
pensioni , sono , né più né meno , applicazione imperfetta del principio qui 
propugnato, ed avviano alla sua applicazione perfetta eh'è questa : il giub- 



184 



PI ET HO MERENDA 



bilato deve ricevere tanta carta deprezzata , quanta uè occorre perdi' egli , 
secondo il grado che occupava nella gerarchia, possa far fronte al rincaro 
della vita : siamo sempre all'indice dei prezzi preso come moltiplicatore. 

Adottando il propugnato provvedimento a favore degl' impiegati e dei 
pensionati, lo Stato, non solo fa buon viso alla sostanza del contratto, ma 
eziandio fa opera educativa, esso, eh' è anche una grande educazione, am- 
maestra col suo esempio le popolazioni che non è lecito appigliarsi alla 
lettera della legge per locupletarsi ai danni altrui. 

§ 15. — Provvedimento a favore dei creditori. 



Questa prassi pei' la quale il debitore si può liberare del suo debito 
pagando 15 centesimi per ogni lira ricevuta, è durata fin troppo. Quanti e 
quanti si sono affrettati a liberarsi, pagando in moneta svalutata! È tempo 
che s' imponga per l' avvenire che i debiti sieno tacitati . adottando come 
moltiplicatore il numero indice dei prezzi all'ingrosso. Pochi restituiranno a 
questa condizione: ma la legge sarà altamente moralizzatrice, arrestando 
quell'usanza immorale. Pari prescrizione dovrebbe effettuarsi pel pagamento 
degli interessi, e ciò gioverebbe grandemente ai creditori. Lo Stato in questo 
caso eserciterebbe la sua missione tutelatrice del diritto , impedendo che i 
mutuatarii s' arricchiscano indebitamente. La legge riuscirebbe amarissima 
a quei che, ricevuto il danaro altrui, soddisfano in misura irrisoria, e si 
locupletano; si griderebbe che così vengono dannaggiate le industrie nazio- 
nali , rendendo il credito così oneroso da riuscire inaccessibile. Questa 
asserzione non merita accoglimento; se non che la prescrizione non dovrebbe 
colpire coloro che han contratto il debito durante l'eccessivo dilagare della 
carta- moneta , essendo legittimo che quei che han ricevuto un prestito in 
moneta svalutata, paghino con questa moneta: in tal caso manca il danno 
del creditore , ed il debitore non s' arricchisce per congiuntura. Dovrebbe 
riferirsi ai contratti stipulati anteriormente all'inflazione monetaria, essendosi 
allora ricevuto biglietti alla pari con l'oro. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 185 

§ 16. — Si ESCLUDE CHE LO STATO POSSA PROVVEDERE AL PAGAMENTO DELLA 
RENDITA PUBBLICA, STABILENDO COME MOLTIPLICATORE L'iNDICE DEI PREZZI. 

Astra ttain ente parlando, lo Stato avrebbe l'obbligo d'adottare la stessa 
misura, indicata nei §§ 13, 14 e 15, anche di fronte ai proprietari di cartelle 
del debito pubblico; però limitatamente alle semestralità, dacché a suo tempo 
non fu promossa la restituzione del capitale, ma soltanto il pagamento della 
rendita , e perciò appunto questo debito si chiama debito pubblico consoli- 
dato. Tuttavia le ragioni che militano a ìavore degl'impiegati e dei pen- 
sionati qui non esistono : la moneta nel debito pubblico non esprime pro- 
messa di beni determinati in retribuzione di differente valore dei servizi. 
C'è però l'argomento pei portatori che acquistarono le cartelle prima della 
guerra, d' aver dato un capitale alla pari con l'oro, e d' avere contratto un 
interesse che legittimamente s'aspettava venisse pure pagato con carta anche 
essa alla pari. Argomento ch'è vero fino a certo punto: esso è ineluttabile 
per la rendita nominativa, che non ha trapassi; per quella al portatore, come 
distinguere chi acquistò prima della guerra da chi acquistò durante essa, o 
dopo? E s' è così, non c'è mezzo nemmeno di accertare colui che acquistò 
pagando in buona carta, e pel quale ha valore l'addotto argomento. Lo Stato 
poi non si locupleta in atto , ma spende per soddisfare i bisogni pubblici : 
in ciò v'ha una distinzione profonda fra esso ed i privati debitori. 

C'è poi una ragione pregiudiziale che non permette nemmeno di mettere 
in discussione 1' aumento della rendita in conformità dell' indice dei prezzi, 
ed è il peso incomportabile, che ne verrebbe all'erario. Secondo i dati dello 
Armario statistico italiano, 2 a serie, voi. Vili, anni 1919-1921, con indici eco- 
nomici fino al 1924 (1) il debito pubblico interno, fra perpetuo e redimibile, 
nel 1923-24, ascendeva a L. 82.235 milioni, e la rendita corrispondente im- 
portava a .L. 3968 milioni (pag. 515). Il Mortara porta il debito ad 83 mi- 
liardi e 500 milioni, e ritiene che gl'interessi s'assesteranno sui 4,4 miliardi. 



(I) È compilato con la solita diligenza; ma gl'indici economici fino al 1924 compen- 
sano solo in parte la mancanza di notizie recenti. Di che uoti si può far carico alle per- 



u 2ì 



186 



PIETRO MERENDA 



Pure stando ai 3968 milioni dell' Annuario, questo carico annuale , moltipli- 
cato per 6, darebbe milioni 23.808, mentre le entrate dello Stato superano 
appena i 20 miliardi. Or, s'è possibile compensare con economie la maggiore 
spesa necessaria affin di rendere giustizia ad impiegati e pensionarii, spen- 
dere 23 miliardi quando se ne bau no 20 non si può; e, dato anche il 
pareggio fra le due somme , beneficando i portatori, lo Stato cesserebbe di 
esistere : ad impossibile nemo tenetur. È una sventura. E cbi lo nega ? So- 
miglia a tanti eventi tristissimi che tormentano una parte del genere umano, 
e contro i quali non vi sono rimedii : un terremoto, un ciclone, un nubi- 
fragio. 

§ 17. — Perchè non si può provvedere a favore dei titolari di rendita 
perpetua o vitalizia. 

Chi ha stipulato una rendita perpetua o vitalizia in denaro può dire 
che 1' obbligato si locupleta a danno di lui "? Se la vita umana fosse perpe- 
tua, o se l'obbligato vivesse tanto quanto colui che si costituì il vitalizio, 
senza dubbio saremmo nel caso dell'indebito arricchimento, che si deve re- 
primere; ma pur troppo la vita umana è breve, e, nel maggior numero dei 
casi, sarà l'erede che sopportar deve il peso di pagare la rendita perpetua 
o vitalizia per un capitale che non ha goduto , e che forse più non esiste. 
Lo avente diritto alla prestazione subisce il danno, ma, in considerazione di 
esso, non si può emanare un provvedimento generale, che colpirebbe chi 
non c'entra. 

E se fu stipulato con una compagnia d'assicurazione il pagamento d'una 
pensione o d'una somma determinata? Anche qui c'è la sventura, ma difetta 
o non è chiaro l'arricchimento indebito. Certo una parte dei premi fu pa- 



sone, ma all'ordinamento ed ai mezzi. Quanto son loutaui i tempi in cui era tenuta in 
pregio la Direzione Generale, cui stava a capo Luigi Bodio, e come li rimpiangiamo ! L'I- 
talia che. in fatto di statistica ufficiale era in prima riga, occupa adesso uno degli ultimi 
posti. Per ;^li studiosi procurarsi dati sicuri è una fatica d'Ercole, quando pure riesca. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELI, A LIRA-CARTA 187 

gata in moneta buona, una parte in moneta svalutata; or difficile sarebbe 
calcolare dove la compagnia ha goduto indebitamente e dove no, dato che 
cominci ora l'assegno della pensione o scada la somma determinata. Ma, 
concesso che sia facile, per tutti i contratti stipulati durante il regno della 
carta deprezzata , che avverrà il giorno in cui la moneta cesserà d' essere 
un sesto del valore anteriore alla guerra: giorno che alla virtù degl'Italiani 
certamente deve rilucere? La compagnia dovrà pagare in moneta buona, 
mentre parte almeno dei premi furon pagati in biglietti che nominalmente 
valevano una lira, realmente 15 centesimi. Par chiaro che per essa il godi- 
mento si compenserà press'a poco con la perdita; onde sarebbe ingiusto un 
provvedimento legislativo che emanasse la prescrizione doversi pensioni e 
somme determinate pagare prendendo a moltiplicatore il numero indice dei 
prezzi. 

18. — Provvedimento a favore dei creditori di canoni in denaro. 

Diverso è il caso di chi deve canone in denaro. Qui non c'è dubbio: 
1' utilista si locupleta a danno del direttario: egli sarebbe giustamente col- 
pito. Vuol dire che venderà l'automobile, e tornerà a far la vita modesta 
d'una volta. È duro, ma non è una sventura che gli capita, è una fortuna 
immeritata che cessa d'essergli propizia. 

Si dovrebbe, senz'esitare, stabilire che il canone va pagato prendendo 
come moltiplicatore il numero indice medio dei prezzi dell'anno precedente. 
Il canone, così costituito, sarà la base della capitalizzazione, per determi- 
nare il prezzo dell'affrancamento. 

Si griderà che così vuoisi la rovina degli agricoltori. Non è il caso di 
dare ascolto a queste lamentele. Agevolare la diffusione della piccola pro- 
prietà , sta bene ; ma non sino al punto di spogliare il direttario od i suoi 
eredi. E poiché si tocca questo punto è bene si sappia che non è raro 
sentir dire dai proprietari che Uenfiteutesi è un contratto stupido: e dai di- 
rettari : I nostri padri commisero terrore di concedere i terreni ad enfiteusi : 
ci lasciarono così alle prese con la miseria. A forza di favorire l' utilista, si 






188 



PIETRO MERENDA 



finisce con l' arrestare un movimento benefico : enfiteusi non se ne fanno 
più, prosperando ingiustamente chi non ne ha bisogno, e impedendo l'e- 
mancipazione del contadino vero e proprio ! 

19. — Revisioni-: delle tariffe che governano i servizi soggetti a prezzj 
d'imperio. 

Nessun dubbio sorge nella mente sulla giustizia che siano riviste le ta- 
riffe d'imperio, stabilite, per certi mestieri, dalla pubblica autorità. Ragioni 
d'ordine pubblico impongono che il commerciante e il viaggiatore sappiano 
in modo determinato quanto debbono pagare al facchino od al cocchiere 
per un dato servizio , senza esser costretti a litigare sul prezzo , od a sot- 
tostare a condizioni soperchiatrici : la tariffa dunque sta bene, e questa di- 
minuzione di libertà in chi presta il servizio è incensurabile. Ma non è 
giusto che continuino ad essere in vigore , lievemente accresciute, le tariffe 
anteriori alla guerra, senz'essere commisurate al rincaro. Quindi lo Stato ha 
il dovere d'imporre la revisione periodica, in modo che il compenso sia 
adeguato , e permetta al lavoratore , non il lusso e lo scialo , ma di vivere 
modestamente come prima; ed il periodo potrebbe essere semestrale od an- 
nuale, basandosi sul numero indice medio del semestre o dell' anno prece- 
dente. E tanto più questo è giusto in quanto , non solo è cresciuto enor- 
memente il costo della vita d' una famiglia operaia , ma , pei cocchieri , il 
prezzo d'acquisto d'un cavallo è spesso più elevato dell' 800 o del 1000 per 
100 di quel che fosse nel 1914, e, press' apoco, si dica lo stesso dello im- 
porto delle derrate, che servono per l'alimentazione dell' animale. Del resto 
la polizia non permetterebbe uno sciopero ; e questa è una ragione di più 
perchè, a gente che deve sottostare all'imperio, s'imponga ciò ch'è ragione- 
vole. Così verranno contemperati gì' interessi dei commercianti e dei viag- 
giatori con quelli dei lavoratori. 






INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA 1,1 UÀ-CAUTA 189 

CAPO 11. 

Rivalutazione della lira=carla 

S 20. — Fermata del ribasso del valore della lira e della salita dei 
prezzi. — Rialzo di quel valore e discesa dei prezzi. 

Ma. questi provvedimenti hanno efficacia limitata al presente, togliendo, 
fin dov'è possibile, dalle angustie e dalla miseria le classi di cittadini che 
non possono aumentare il reddito loro, e tener testa al rincaro. Per l'avve- 
nire occorre: 1° dare stabilità al valore della lira italiana; il che significa 
fermata delle oscillazioni che vanno in su in quanto ai prezzi, e quindi delle 
oscillazioni che vanno in giù circa il valore della lira, perchè è intuitivo che 
quando i prezzi generali salgono, per esempio, a 10 volte quelli di prima, 
chi ha una lira gli è come se avesse 10 centesimi; 9° riportare il valore della 
lira a quel che era nel 1913, il che significa, press' a poco, pareggio della 
lira oro con la lira-carta, rihasso dei prezzi generali sino al livello ch'essi 
avevano alla vigilia dello scoppio di quel cataclisma travolgente che fu la 
guerra mondiale. 

Sviluppare questi due punti è l'oggetto della seconda parte del presente 
lavoro. 

A ridare il ritmo d'una volta alla vita economica, bisogna fermarsi nel 
gradino in cui siamo pervenuti della scala dell'aumento del costo della vita, 
e scender poi, e scendere fino a raggiungere l'antico livello. 

Ma intendiamoci: la fermata non importerebbe diminuzione di prezzi; 
significherebbe solo, mi si permetta un'altra similitudine, arresto della corsa 
ascendente: arresto non totale, ch'è impossibile, ma delle oscillazioni in più 
ed in meno (die tendono a salire. La discesa imporla diminuzione di prezzi, 
la quale può essere istantanea ovvero graduale : sarebbe istantanea se i 
prezzi, d'un colpo, per un miracolo, riprendessero l'antico livello; graduale 
se la curva, pur avendo salile e discese, a zig-zag per usare un termine 



190 



l'IETKO MEREMM 



volgare, avesse un andamento d'insieme all'ingiù, sino ad arrivare a zero, 
qualora chiamiamo zero il livello dei prezzi ed il valore della lira nel 1914. 
Il movimento dei prezzi che tendono a salire rappresenterei con l'elica: la 
fermata con la perpendicolare interrotta da orizzontale; la discesa eoo la para- 
bola che va digradando. Il commerciante ha simpatia per l'elica; il produttore per 
la orizzontale che spezza; il consumatore desidera la parabola discendente. Il 
commerciante prese gusto ai guadagni di congiuntura avuti durante la guerra, 
e vorrebbe che quello stato di cose continuasse, e durasse per tutta l'eter- 
nità; il produttore sta comodo con gli alti prezzi attuali: se la lira, d'un 
colpo, tornasse a valere una lira, i commercianti lascerebbero accumulare 
nelle mani dei produttori e degli intermediarli i prodotti ammassati in vista 
della vendita, astenendosi da nuovi ordini, mentre gl'industriali non riusci- 
rebbero a diminuire i salari e gli altri oneri specialmente fissi delle aziende 
loro; gli oneri fiscali e quelli per gli stipendi e per gli interessi, diverreb- 
bero, per la loro natura nominale stabile, intollerabili (1): onde annullamento 
dei profitti, perdite, arresto della produzione. E poiché 1" arresto della pro- 
duzione sarebbe sinonimo di rincaro, perchè i prezzi s'elevano quando dimi- 
nuisce 1' offerta restando tal quale la domanda, saremmo in un circolo vi- 
zioso. Se vi piace la similitudine della scala, gli è chiaro che, scendendola 
tutta ad una volta, si cade, e si corre rischio di fiaccarsi il collo. Fortuna- 
tamente la calata d'un colpo dei prezzi non è facile, e soltanto può preve- 
dersi quella graduale, dopo la fermata; ma perchè questa fermata avvenga, 
■e poi la discesa, onde la parabola non continui a salire, ma s'incurvi e tenda 
verso zero, occorre agire sulle cause cha han generato 1' aumento, in modo 
o"a diminuirne l'efficacia, sino ad eliminarle del tutto. 



(1) Del Vecchio, La dinamica dei prezzi decrescenti e il riordinamento della circolazione. 
Nel Giornale degli Economisti, giugno 1925. 



incidenza oel deprezzamento e rivalutazione della lira-carta 191 

§ 21. — Accenno sintetico alle cause che determinano il ribasso del va- 
lore DELLA LIRA E LA SALITA DEI PREZZI. — PRIMA CAUSA, E PREVALENTE : 
L'ECCESSIVA EMISSIONE DI CARTA-MONETA, NELLA QUALE PERÒ l/ ITALIA NON 
HA IL PRIMATO. 

Fatta la diagnosi, bisogna risalire alla etiologia, e poi passare alla tera- 
pia, die deve ridar la salute. 

Ahimè, come son molteplici queste emise! L'eccessiva emissione di 
carta-moneta, il basso corso dei cambii, le rovine causate dalla guerra, il 
minore rendimento del lavoro, l'innalzamento del tenor di vita, l'indirizzo 
ultra protezionista in materia doganale, il peso soverchiale delle imposte... 

La circolazione dei biglietti di Banca e di Stato, ch'era, nel 1914, poco 
maggiore di 2 miliardi, il 22 luglio 1925 ascendeva a 21 miliardi (1). Enorme 
inflazione, (2) per usare un termine oggidì generalmente accettato; ma, a 
discarico della finanza italiana, è giusto notare che il ripiego Finanziario del 
corso forzoso immoderato fu proprio di tutti gli Stati che parteciparono alla 
guerra, e che questo mezzo di far denaro in Germania assunse proporzioni 
folli, qualora s'ammetta la buona fede, della quale dubitano non pochi : 
basti dire che la circolazione cartacea, che il 6 gennaio 1923 ascendeva già 
a 1.336.500.000.000 di marchi, il 30 novembre dello stesso anno raggiunse 
questa somma incredibile 400.267.640.281.750.000.000. (3). A rappresentare 
questo numero occorrono 21 cifre; il che m'ha fatto ricordare che bastano 19 
cifre a rappresentare tutta la superficie del Sole espressa in mq. : se non che 
qui si tratta di quantità positive, mentre quelle eran negative. 

Ciò che prima della guerra costava 100, arrivò a costare 145.500; oggi 



(1) Relazione del Ministro Volpi al Consiglio dei Ministri. 

(2) Dal latino inflatio, gonfiamento, tumore. Sta male a solo : è meglio usare inflazione 
di carta moneta, sebbene la voce inflazione non s'adoperi a denotare eccesso di metalli 
preziosi monetati. 

(3) Umberto Ricci, Elasticità dei bisogni, della domanda e dell'offerta. Giornale degli 
Economisti, ottobre 1924. 



192 



PIETRO MERENDA 



la nuova moneta di carta, emessa in quantità limitata, cioè la Rentenmark, 
è accettata al suo valore nominale di 1 marco equivalente a 1000 miliardi 
dei detronizzanti marcili carta! (1). Bastano queste cifre a ca osare quel 
giudizio dall'accusa di severità eccessiva. Cernie mai un paese illuminato 
quanto la Germania non s'avvide a tempo del baratro che s'apriva? \ou 
avevano forse tutti gli economisti , a cominciare dal Mac Culloch , tatto 
propria la sentenza dello Stordì : « il valore d'una carta moneta, fornita di 
corso legale, è sempre proporzionato, a parità di condizioni, colla quantità 
che se ne mette in giro?» (2). E non è evidente la ragione che se n'adduce? 
Essere la moneta metallo prezioso, e quindi merce pesata, saggiata, coniata, 
e perciò da avere, fermo il valore delle altre merci, valore proporzionale alla 
sua quantità; essere la carta-moneta un surrogato della moneta, e quindi 
rappresentarla, e pei' ciò, e seguir la legge che governa il valore della moneta, 
ed imperare in essa più. dispoticamente la legge medesima a mano a mano 
che cresce l'emissione; onde la carta diventa un titolo di debito dello Stato 
tanto meno valevole quanto più questo titolo si moltiplica fino a non rap- 



ii) Quantità dei biglietti della Reichsbauk in circolazione: 

DATA BILIARDI UI MARCHI 

31 dicembre 1922 1.280 

30 giugno 1923 17.291 

. 29 settem. 1923 28.228.815 

31 ottobre 1923 2.496.822.909 

30 novembre 1923 400.267.640.302 

A partire dal dicembre 1923, dopo la stabilizzazione del marco-carta al rapporto 1 marco, 
oro per mille miliardi di marchi carta, i prezzi interni di nuovo diminuirono. 

Brrsciani Torroni, Il deprezzamento dei inarco e il commercio estero della Germania. 
P. 458 e 459 del Giornale degli economisti, settrembre 1924. 

(2) Mac Culloch, Moneta, articolo estratto dalle sue note a Smith. Biblioteca dell' Eco- 
nomista, 2 a serie, voi. 6°, pag. 399. 






INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



193 



presentare altro che carta stampata (1). E gli esempi non bastavano ad e- 
rudire? Tralasciando i più recenti, bastava ricordarsi di quello degli asse- 



ti) Morto, il 29 ottobre 1924, l'Illustre economista Maffeo Pantaleoni, Alberto Benoduce 
-e Giorgio Mortara, che con lui erano stati direttori proprietari del Giornale degli econo- 
misti e rivista di statistica, promisero di consacrargli ampia commemorazione, nella rivista 
che può dirsi di lui; e mantennero la promessa nei numeri di marzo ed aprile 1925. nei 
quali la commemorazione venne fuori con una serie di scritti sull'opera scientifica del de- 
funto, serie alla quale concorsero economisti italiani che il lutto affratellò. Il Bresciani 
Turroni concorse a questa glorificazione, con uu lavoro dal titolo : Le variazioni della 
rapidità della circolazione (li una moneta depressata, nel quale, preso il fenomeno cbe i 
prezzi espressi in UDa moneta che si svaluta rapidamente aumentano più che proporzio- 
natamente alla quantità della moneta, riferisce il sofisma dell' Helfferich e dei suoi seguaci, 
i quali, avendo constatato che in Germania i prezzi espressi in carta aumentavano molto- 
più rapidamente delle emissioni di marchi, onde il valore integrale della moneta in circo- 
lazione diminuiva, concludevano che in Germania non si era avuta inflazione, ma che al 
•contrario era stata emessa troppo poca moneta! Il Bresciani del fenomeno dà la spiega- 
zione che si trova nell'enunciato della teoria, quantitativa della moneta, fatta dal Penta- 
leoni in tre lucide paginette dei Principii d'economia pura (Barbera, 1889, p. 271-273) dove 
dimostra la dipendenza del valore unitario della moneta dalla sua quantità: dottrina che, 
-dice lo stesso Pantaleoni, essere assai antica, trovandosi essa in Hume, e già in Loke, non 
che presso varii dei nostri antichi economisti; ma ch'è una delle più splendide coutribuzini 
fatte alla scienza da Davide Ricardo. 

Dopo di che. il Bresciani riflette : « Quanti errori teorici, che in Germania ebbero anche 
delle gravi eonseguenze pratiche, diffondendo la convinzione che 1' Istituto centrale non 
aveva ecceduto nella emissioni, sarebbero stati evitati, se si fossero tenuti presenti quei 
semplici principii che il nostro grande economista ha esposto in modo così luminoso! ». 

E bene sta. Ma come si spiega ch'ebbe tanta voga il sofisma di Helfferich e dei suoi 
seguaci, senza che gli altri economisti protestassero, illuminando la pubblica opinione, 
anche a costo di venire accusati di scarso amor di patria? È vero poi che dal sofisma ven- 
nero gravi conseguenze pratiche, ma per certe classi sociali della Germania; di moltissimi 
poi del resto d'Europa, che acquistaron marchi deprezzati credendo che il valore loro si 
sarebbe rialzato, mentre poi in vece questo valore si annullò, si può dire che i vincitori si 
.mutarono in vinti. 

25 






194 



PIETRO MERENDA 



gnati del 1790, nella prima Repubblica Francese, quando in pochi anni 
l'emissione raggiuse i 45 miliardi, ed una libbra di burro arrivò a com- 
prarsi 30 franchi, 500 un paio di stivali, 500 un paio di calze di seta bianca, 
"200 una libbra di caffè, un pacchetto di candele 625 franchi, e da ultime) il 
valore della carta-moneta discese a zero, sicché vi furori capricciosi che 
d' assegnati tappezzarono le stanze! 

§ 22. — Basta con le nuove emissioni: Resistere! Resistere! Resistere! 

Ma se la tinanza italiana può essere giustificata, fino a certo segno, da 
una necessità comune e dalla relativa moderazione, ciò non toglie che non 
si debba chiudere assolutamente l'era delle emissioni : prolungarla sarebbe 
delitto. Non dico che bisogna spezzare i torchi, come da ultimo si fece in 
Francia, ma deesi mettere la museruola alla bestia affamata che si chiama 
speculazione. 

11 Conte Volpi, nella esposizione fatta al Consiglio dei Ministri il ±2 lu- 
glio 1925, in cui disse che l'emissione ascendeva a 21 miliardi e 112 milioni, 
soggiunse ch'essa, in confronto col mese di maggio, aumentò di 1 miliardo 
e 262 milioni, per conto del commercio, comprendendo le coperture di fine 
semestre, e i consueti aumenti stagionali. Io temo che i bisogni del commercio 
asserti dalle Banche sieno un'etichetta elegante sur un recipiente che con- 
tiene merce avariata; temo che le Banche d'emissione riscontino alle Ban- 
che ordinarie, più che buona carta rappresentante sane operazioni commer- 
ciali realizzate, cambiali di comodo che si rinnovino (cui potrebbe in parte 
adattarsi la denominazione di tiri in aria del Courcelle Seneuil) e che rap- 
presentano aiuti ad industrie poco solide, e per loro natura e per deficienza 
di capitale proprio fisso e circolante. Non so persuadermi del come non basti 
tanto medio circolante anche ai bisogni del commercio, sia pure di fine se- 
mestre e stagionale (1). Mi conferma in questo timore un assennato articolo 



(1) In genere ha ragione il Dul Vecchio quando scrive : « A secouda che sia più o meno 



INCIDENZA DEI. DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



195 



•del Prof. Porri, del R. Istituto di Scienze Economiche di Torino, intitolato 
Impressioni di equilibrio instabile nel movimento delle società per azioni ita- 
liane, comparso nel Giornale degli Economisti, del dicembre ultimo; dove, dopo 
lamentato che « Non sappiamo quasi nulla della vita delle nostre imprese 
individuali e collettive», se non che «di tratto in tratto l'alto silenzio si 
rompe con la notizia di fallimenti o di fiorire lussureggiante, di volate in 
"borsa o di tracolli precipitosi», dimostra ch'è andato crescendo, dal 22 al 
46 per 100 all'anno, il numero delle società che, dal 1913 al 1924, introdus- 
sero modificazioni profonde nella propria compagine, con esito per un quarto 
sfavorevole: il che può significare che parecchie industrie menano vita che 
abbisogna d'inalazione d'ossigeno. 

Guardiamoci però dalle esagerazioni, che possono accrescere l'attuale de- 
pressione del corso delle azioni delle società industriali. La parte maggiore 
delle industrie, per quel che ci è dato sapere, vive di vita normale, e, non 
foss' altro, starebbe a provarlo la diminuzione progressiva fra noi di quel 
fenomeno pauroso ch'è la disoccupazione, mentre imperversa in altri paesi, 
per esempio l'Inghilterra. 



grande la forza politica dei diversi ceti nei diversi luoghi e nei diversi tempi, a seconda 
che siano maggiori o minori i rischi ed il profitto derivanti da certi assalti o da certe re- 
sistenze, si spiegano, da un punto di vista storico e sociale quelle grandi variazioni der 
regime monetario, che l'economista deve limitarsi a studiare in modo tecnico ed astratto 
quali rapporti di quantità di merci e di strumenti circolanti, condizioni della circolazione, 
sconti e cambi». La dinamia dei prezzi e il riordinamento della circolazione. Nel Gior- 
nale degli economisti, giugno 1925. 

Osserva il Borgetta : «Siamo usciti dalla guerra con meno di 14 miliardi di circola- 
zione, e siano giunti, nel 1920, oltre i 21 miliardi. 1 governi non hanno avvertito il danno 
che, a breve scadenza, questo mezzo apparentemente comodo di aver delle somme dispo- 
nibili, avrebbe recato alla Fiamma statale.., I politicanti che obbligavano lo Stato agli 
aumenti di circolazione nou pensavano ch'essi significavano fatale aumento, o, almeno, 
minor ridursi dei deficit futuri». 

La pressione fiscale e il problema del pareggio. Vedi Giornale degli economisti, novem- 
bre 1922. 



196 PIETRO .M EREMI) A 

Comecchessia occorre incoraggiale il ministro delle finanze e far proprio 
un motto che, lanciato di fronte al nemico prevalente, rimarrà celebre nella 
nostra istoria : Resistere ! Resistere ! Resistere ! 

Bisogna dir Basta! assolutamente con le nuove emissioni (1), così di 
Stato come delle Banche. E tanto più ciò è necessario, in quanto, in occa- 
sione dell'accordo con l'Inghilterra pel pagamento del nostro debito di guerra, 
abbiamo saputo che i 22 milioni e ^00 mila lire sterline in oro, pari a 
555 milioni di lire oro, depositati a garenzia del debito presso la Banca 
d'Inghilterra dall'Italia, appartengono alla Banca d'Italia {i) , sicché questa 
emette, si direbbe, pressocchè senza copertura. 

E la fermata allora sarà diffinitiva. Ma questa fermata non produce 
diminuzione di prezzi, per quanto ci faccia tirare un sospiro di soddisfazione. 
Però ci arresteremo qui? No: bisogna andare verso la circolazione normale, 
per ottenere la discesa graduale dei prezzi generali. 

§ °2'6. — Ritorno alla circolazione monetaria normale. 

Come andare verso la circolazione normale ? 

C'è chi propose il ritorno ai pagamenti in oro, scambiando io oro la 
carta deprezzata, computandola al suo valore attuale: in altri termini secondo 
il cambio ufficiale che s'adopera per la Dogana. Vade retro, Satana ! Sarebbe 



^l) Le pressioni, a nome dell'economia nazionale, sono incessanti. Ecco, p. e., quauto 
telegrafano da Roma, i6 febbraio 1926, al Giornale di Sicilia, 16-17: « Alla seduta odierna 
della Borsa, si è riscontrato un maggior senso di ponderazione, che lascia bene sperare in 
un prossimo assestamento dei mercati. D'altra parte, secondo quanto si osserva nei nostri 
circoli finanziari, si avvicina l'epoca delle assemblee, nelle quali riuscirà confermata la 
saldezza del bilancio delle principali industrie, ed un periodo d'assestamento dovrà ne- 
cessariamente seguire col rialzo del corso dei titoli, specie se il governo pensa di aumen- 
tare la circolazione complessiva, che potrà agevolare la situazione commerciale, la quale 
ha dovuto subire in questi ultimi tempi una notevole compressione. 

i-2) Almeno così leggemmo su per i giornali. 



INCIDENZA DEL, DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONI'] DELLA LIRA-CARTA 



197 



un concordato fallimentare; mentre la finanza italiana ria sempre fatto pro- 
prio il principio che Quintino Sella, con ardita metafora, enunciò così : 
«L'Italia si ridurrà in camicia, ina farà fronte agl'impegni suoi ». D'altronte 
abbiamo noi quest'oro libero nelle Casse dello Stato e delle Banche? E fi- 
nalmente operazione siffatta conferirebbe al ribasso dei prezzi generali ? 

Altri vorrebbe tornare addirittura alla circolazione aurea, cambiando 
la carta alla pari, esempio V Inghilterra al cessare dei pagamenti bancari] 
(Atto del 1819), mercè un'operazione finanziaria, consiste in un prestito in 
oro, simile a quello cui ricorse il Ministro Magliani (legge 7 aprile 1881) 
quando si fece il tentativo d'abolire il corso forzoso (l). 

A me pare di grande valore il metodo che preferisce il Supino, e che 
espone con evidenza in una paginetta. Di lui lo mie le opinioni, che son 
queste : « Gol prestito si trasforma un debito fluttuante senza interessi in 
un debito consolidato con interessi, si aggrava il bilancio del pagamento di 
questi e non si è sicuri che l'abolizione riesca, specialmente quand'è fatta,, 
come succede spesso, allorché le finanze non sono bene assestate. Se il pre- 
stito è contratto all' estero , le importazioni metalliche fanno scomparire 
l'aggio, deprimendo il valore dell'oro invece che elevando il valore della 
carta, per cui è facile che i metalli preziosi importati ritornino via, an- 
dando a riempire i vuoti formatisi nella circolazione dei paesi mutuanti. 
Se il prestito è contratto all'interno, il suo ammontare deve esser tale da 
togliere la circolazione cartacea esuberante e da costituire una cospicua 
riserva metallica, onde, producendo una forte rarefazione del medio circo- 
lante, è causa di gravi perturbamenti economici e di crisi monetarie. 

«Nessuno di questi inconvenienti si ha, abolendo il corso forzoso col 



(1) Noq va dimenticalo che i 555 milioni di lire in oro della Banca d'Italia, l'Inghil- 
terra ce li restituirà a poco poco, di semestre in semestre, secondo che audremo pagando, 
(Art. 7 dell'accordo concluso il 27 gennaio 1920, approvato con legge 14 febbraio 1926 r 
n. 18u), sicché si potrebbe contare unicamente sul prestito ad interesse e sulle riserve auree 
dei Banchi di Napoli e di Sicilia. 



198 



PI ET HO AI EMENDA 



graduale riscatto della carta moneta. L'esuberanze delle entrate rispetto alle 
spese pubbliche lascia nelle casse dell'erario una certa quantità di biglietti, 
che non sarà riemessa, e che può essere distrutta senza gravare di nuovi 
oneri il bilancio e senza ristringere troppo rapidamente la circolazione, 
mentre, a misura che la quantità di carta diminuisce, l'oro affluisce dall'e- 
stero, in modo abbastanza lento da evitare serii disturbi nella circolazione, 
ma in modo sufficiente da fare accumulare le riserve necessarie per la ri- 
presa dei pagamenti metallici» (1). 

Si è osservato giustamente che questo programma richiede saggia eco- 
nomia del pubblico denaro, e che sarebbe antitetica la larghezza nello spen- 
dere; ma qui occorre una distinzione. Eccessive spese di lavori pubblici, per 
quanto utili, sono da sfuggirsi, qualora prorogabili a miglior tempo: il ten- 
dere all'equilibrio nei benefìcii economici tra il nord e il sud d' Italia (2), 
ristorando questo, sin qui troppo tenuto da sezzo. è più che lodevole: pa- 
gare i debiti, compresi quelli di giustizia verso chi serve od ha servito lo 
Stato, non si può differire; provvedere alla difesa è assolutamente necessa- 
rio : economisti o no, si deve dare ragione al Presidente del Consiglio quando 
disse : « Noi vogliamo la pace. Sono stato a Locamo, e ci ritornerei: ma. 



(1) Principii di Economia Politica. 3 a edizione. Napoli, Pierro, 1908, pag. 320. 

(2) Ma, per l'avvenire, deve mancare sempre una norma regolatrice? 

Fu scritto altrove : « Dunque voi volete che s'istituisca l'ordinamento amministrativo 
regionale? Io desidero qualche cosa di più modesto, ed è che l'ordinamento nostro sia ri- 
veduto, e, se ce n'è un altro che venga ritenuto migliore, si attui coraggiosamente per 
il bene d'Italia. Io desidero che cessi una volta questo chiacchericcio doloroso tra nord e 
-sud, per ricercare chi più dà e più riceve; mi mortifica questo implorare, e questo stentato 
concedere , come se chiedessimo elemosina : mi contenterei perfino che , ristabilito un 
certo equilibrio, per l'avvenire, tolte le spese generali, si spendesse in ogni regione in rap- 
porto della popolazione, e persiuo di ciò ch'essa contribuisce». 

Merenda, In memoria di Francesco Maggiore Perni, orazione letta nella R. Accademia 
di Scienze, Lettere e Belle Arti, il M maggio 1908. Atti dell Accademia. Serie 3 a , voi. IX. 
Palermo, Barra vecchia, 1911. 



- 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



199 






mentre queste parole di pace balenano agli orizzonti, io devo constatare che 
i cieli si popolano di velivoli prodigiosi, e scendono nel mare nuove unità 
di guerra. Allora io rifletto e dico : Come il paradiso dell'Islam, così la no- 
stra pace più sicura sarà all'ombra delle nostre spade» (1). 

§ °2Ì-. — La fermata dell'emissione ed il ritorno graduale alla circola- 
zióne NORMALE MINACCIATI DAL ORBITO FLUTTUANTE. COME STORNARE QUE- 
STO PERICOLO. 

Secondo il lYlortara, alla line del 1924 avevamo 11,5 miliardi di buoni 
del Tesoro poliennali e 22,2 di buoni ordinarli (2) : totale 33 miliardi e 700 
milioni di lire. Le scadenze rappresentano un grave pericolo per la finanza 
italiana, per quanto minore di quello che minaccia la finanza francese. Il 
Tesoro può non avere mezzi sufficienti per far fronte al rimborso, se que- 
sto vien domandato per somme superiori al collocamento di nuove emissio- 
ni. Esaurito il fondo di cassa, fra le strette della necessità, i propositi di far 
basta con l' emissione di carta moneta, e di procedere al graduale risana- 
mento del medio circolante, possono svanire, essendo il rimedio a portata di 
mano: gemeranno i torchi, buttando sul mercato altre somme in pezzi di 
carta. Ad evitar questo pericolo conviene mutare, sin dov'è possibile, il de- 
bito fluttuante in debito consolidato. 

Scrisse il Oraziani (3) : « La consolidazione del debito fluttuante che 



(1) Discorso alla Camera, detto il 29 gennaio 1926, sul nuovo ordinamento dell'esercito. 

(2) Prospettive economiche, pag. 30f>. L'enorme emissione di buoni ordinari è un devia- 
mento dai sani procedimenti di amministrazione finanziaria , servendo i buoni normal- 
mente, non già ad aumento del debito pubblico, ma per fare fronte a spese improrogabili 
durante l'esercizio, in attesa delle riscossioni, che, entro l'anno, ristabiliscono l'equili- 
brio rotto. 

(3) Risposte all'inchiesta de V Economista, accennata a pag. 174, relative alla svaluta- 
zione della lira. Vedi la detta rivista, 5-12 19 novembre 1922. 



200 



l'I h l'Ito MEBENIM 



noti può essere estinto alla scadenza, è provvedimento eiemeatare di cor- 
retta politica finanziaria». Resta a vedete; come vi si può procedere. Scon- 
sigliabile .la conversione obbligatoria: deluderebbe, con non lievi danai eco- 
nomici, aspettative legittime di riscossione d'interessi e di disponibilità de! 
capitale impiegato, e farebbe lo Stato mancatore agl'impegni, con nocumento 
del suo credito. Sarebbe piuttosto savio proporre ai portatori di buoni que- 
sto dilemma: riscuotere in contanti il capitale, ovvero contentarsi di cartelle 
del debito consolidato. Ma, per avere queste cartelle e per mettere nelle casse 
del Tesoro il denaro liquido occorrente a pagare il valore dei buoni a chi 
non accetta la conversione, occorre creare con nuovo titolo di debito pub- 
blico, die, col tornaconto, stimoli i risparmiatori all' acquisto, ed i portatori 
di buoni alla conversione. Questo nuovo titolo dovrebbe offrire vantaggi 
maggiori di quelli presentati dalle obbligazioni del prestito nazionale 5 
emesso con R. U. 22 dicembre 1915, N. 1800. al prezzo d'emissione di L. 97.10. 
e che non era soggetto a conversione uè a riscatto fino al 1° gennaio 1926. 
Il tornaconto sarebbe rafforzato dal sentimento patriottico di concorrere al 
risanamento della valuta, rialzando le sorti economiche della Patria. 

§ 25. — Riordinamento delle Ranche d'emissione 

Volando sulle ali della speranza, è lecito augurarsi che nessun evento 
contrario sopravvenga a disturbare il processo di risanamento della valuta, 
sicché alla fermata delle emissioni succeda la graduale deflazione, e si giunga 
alle stesse condizioni in cui s'era prima della guerra mondiale (1) : supposto 
che la carta sia allora pressoché alla pari con la moneta* aurea, giova ima- 
ginare che si faccia un passo innanzi, abolendo il corso forzoso: onde quel 



(t) A dir la verità, a certo punto fu perduta di vista l'abolizioue del corso forzoso dei 
biglietti di Banca; e certamente lo stato economico dell'Italia e l'avanzo del bilancio per- 
mettevano d' intendervi nei tempi che precessero V ultimatum alla Turchia, del 28 settem- 
bre 191 1, e la conseguente guerra Italo-Turca. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



201 



«he non si fece nei cinquantanni che precessero il 1915, si faccia in brev'ora 
dopo raggiunta la sospirata parità. In quel tempo s'imporrà il problema del 
riordinamento delle Banche d'emissione, problema che conviene studiare teo- 
ricamente sin da questo momento : studio siffatto sarà qui tentato somma- 
riamente, per quel che valga. 

Come siamo pervenuti all'ordinamento attuale? 

Pel 1866, il ministro delle finanze Antonio Scialoia aveva preveduto una 
deficienza di 2(50 milioni; questo fatto, e la preparazióne della guerra contro 
l'Austria, costrinsero il Governo a contrarre un imprestito di 278 milioni, di 
biglietti al portatore, con la Banca Nazionale nel Regno d'Italia, e poi a trovar 
necessario decretare il corso forzoso delia carta fiduciaria, non essendo più 
possibile al massimo Istituto bancario di convertire, a richiesta, i biglietti 
in moneta metallica, date le imminenti ostilità ed il panico che regnava nel 
paese : dubitandosi della reale saldezza della Banca, il pubblico era spinto 
a restituire a questa la carta, per avere in cambio moneta sonante (1). 

Dopo la pace, l'abolizione del corso forzoso fu oggetto di lunghi studii 
« di grave dibattito. 

La Sinistra, il 6 maggio 1870 (Lanza, presidente del Consiglio, Sella mi- 
nistro delle Finanze, Castagnola ministro d'Agricoltura), presentò una pro- 



li) Il 29 aprile il Governo (Ministero La Marmora) otteneva dalla Camera i pieni poteri: 
il 1" maggio, decretava il corso forzoso dei biglietti di Banca; il 20 giugno fu lanciato dal 
magnanimo Re Vittorio Emanuele il manifesto agi' Italiani, che li chiamava alla guerra 
santa contro l'Austria, ed i fatti d'armi cominciarono. 

Nel Congresso delle Camere di commercio, tenuto a Firenze 1' anno dopo, lo Scialoia 
diceva : « Nessuna ora della mia vita fu mai tanto angosciosa per me, quanto ((nella in cui, 
dopo aver formulato il Decreto che ordinava il corso forzato, dovetti sottoporlo alla firma 
del Re, e renderlo esecutivo con la mia». Senato del Reguo, N. 87-A, Reiasione dell'uffi- 
cio centrale sul progetto di legge presentato dal Ministro delle Finanze, reggente il Ministero 
del Tesoro, di concerto col Ministro d'Agricoltura, Industria e Commercio, nella tornata del 
28 febbraio 1881. Provvedimenti per l'abolizione del corso forzoso. Pag. 1. 

26 



202 



PIETRO MERENDA 



posta di legge, che fa presa in considerazione dalla Camera, e che portava 
le firme di Crispi, Rattazzi, Farini, Maiorana Calatabiano, Nicola Fabrizi, 
Miceli ed altri 77 deputati; proposta con la quale, dopo disposizioni che si 
adattavano ai rapporti esistenti fra Stato e Banche, ed alle peggiorate con- 
dizioni finanziarie, si stabiliva la graduale abolizione del corso forzoso, la 
libertà e la pluralità delle Banche d'emissione, il cambio a vista in moneta 
dei biglietti a! portatore (I). 

La Destra (Minglietti presidente del Consiglio e ministro delle finanze; 
Finali ministro di Agricoltura) elaborò proposte , che divennero la legge 
30 aprile 1874, N. 1920 (2 a serie). Questa riunì in consorzio la Banca Nazio- 
uale, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di credito per le indu- 
strie ed il Com.mercio d'Italia, la Banca Romana, il Banco di Napoli, il 
Banco di Sicilia, il consorzio doveva emettere sino a 1000 milioni di biglietti 
consorziali inconvertibili, e, a mano a mano, fornirli allo Stato; coi quali 
esso doveva pagare alla Banca Nazionale gli 8(50 milioni dei quali questa 
ormai era creditrice. Ciascun Istituto poteva emettere biglietti proprii. ma 
per somma non maggiore ne al triplo del patrimonio o capitale, né al triplo 
del numerario esistente in cassa di moneta o biglietti consorziali. I biglietti 
proprii erano a corso legale soltanto per due anni, allo spirar del quali do- 
vevano aver corso fiduciario. 

Con questa legge si volle provvedere a uno stato transitorio, pel quale 
il corso forzoso si regolasse e recasse minori danni al paese, 

Quando, il 18 marzo 1876, la Sinistra andò al potere, il bilancio aveva 
raggiunto il pareggio. La circolazione monetaria fu di nuovo oggetto di di- 
scussioni e progetti. Anche Francesco Ferrara presentò un progetto pro- 



ti) Considerazioni e documenti presentati alla Camera dei Deputati, il 2 maggio 1879. dal 
Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio (Majorana Calatabiano in appoggio al pro- 
getto di legge sul riordinamento degli istituti d'emissione (Ministri : Maiorana e Magliauiì a 
proposito dei reclami di alcuni fra gli istituti medesimi, p. 152. Roma, eredi Botta . 1879- 



_ 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CAUTA 



203 



prio (1) : Tanto nomini nullum par elogium (2). Ma nessuna di queste proposte 
ebbe fortuna; passò invece finalmente la legge 7 aprile 1881, N. 253 (3 a serie) 
(Ministero Cairoli , ministro delle finanze Magliani , ministro d'Agricoltura, 
Industria e Commercio, Miceli) per la quale s'aboliva il corso forzoso, ma 
alla libertà e pluralità delle Banche non si procedeva, e la facoltà dell'emis- 
sione rimase ai suddetti sei Istituti privilegiati (3). 

Dopo d'allora, tolto un breve intervallo (1883-1886) in cui si tornò, in 
smodo claudicante, alla conversione in oro, il corso forzato ci è rimasto a 
guisa d'una catena al piede ben saldata (4). Ognuno sa la distinzione tra 



(1) Di questo progetto, illustrato da una esposizione di 100 pagine, dà notizia Tullio 
Martello, a pag. 72 del suo opuscolo : La quistione dei banchi in Italia. Firenze, tip. del 
Giornale d'Italia, 1877. 

11 Ferrara, ammesso che non si poteva indebolire l'aggio se non scemando la quantità 
•della carta, trovava necessario ricorrere ad un prestito, ma non sulla larghissima base che 
sarebbe occorsa a coprire V inflazione, perocché, in un paese avvezzo da lunga pezza all'uso 
della carta, introdotta la convertibilità, una parte dei biglietti è portata al cambio in mo- 
neta, una parte rimane in giro, e costituisce un fondo morto. Estinta, mediante 1' impre- 
stilo, tanta carta a corso forzoso quanta occorresse perché restasse il solo fondo morto. 
questo proponeva si ripartisse fra tutti i Banchi , in ragione del capitale costitutivo loro, 
ma senza corso legale ; al di sopra delle propria quota di biglietti del fondo morto , tutti 
i Banchi dovere esser liberi d'emettere biglietti proprii, ma tanto quelli che questi al por- 
tatore ed a vista. L'ingerenza dello Stato, limitata ad imporre agl'Istituti la massima pub- 
blicità e ad esercitare su di essi efficace vigilanza. 

(2) È il primo verso dell'epigrafe che si legge in Santa Croce, sul monumento eretto 
.a Niccolò Machiavelli, nel 1787. 

(3) La legge 7 aprile 1881 però faceva obbligo al Governo di presentare «entro il 1882. 
« un disegno di legge inteso a stabilire le norme colle quali potrà essere consentita e rego- 
« lata la emissione dei titoli bancari a vista pagabili al portatore». Il progetto fu presen- 
tato alla Camera il 26 novembre 1883 (Magliani, ministro delie Finanze, interim del Tesoro; 
Berti, ministro d' Agricoltura ; Ministero De Pretis). Di esso scrive il Supino, (Storia della 
circolazione bancaria in Italia, dal 1860 al 1894. Torino, Bocca, 1895, pag. 76) : << Questo pro- 
getto non era che uno dei soliti mezzi termini per contentar tutti, di cui ci offre tanti 
esempi la nostra legislazione bancaria». Non ebbe l'onore della discussione. 

(4) Ma, d'altro canto l'Italia, dal 1859 ad oggi, ha raggiunto la sua Unità, e fatto in 
tutti i campi quello che gli altri popoli più progrediti han compiuto soltanto dopo secoli. 



404 



J'IKTHO MERENDA 



corso legale e corso forzoso : il primo consiste nelF obbligo d'accettare io 

pagamento il biglietto come moneta, restando sempre la convertibilità; il se- 
condo mantiene quell'obbligo, ed esenta l'ente che emette dalla conversione. 
Or noi di nome non abbiamo biglietti a corso forzoso, ma biglietti a corno 
legale. Questi, se di Stato, dovrebbero, a vista, essere cambiati in moneta 
metallica dalla tesorerie provinciali; se di Banca. dell'Istituto emittente : ma 
in fatto, cilecche porti stampato il biglietto, la conversione non avviene: onde 
il corso legale è un eufemismo, perchè in realtà abbiamo il corso forzato (I). 
E il corso legale dei biglietti di Stato è rimasto lì da quando luron istituiti; 
quello dei biglietti di Banca è stato prorogato d'anno in anno: e finalmente, 
con R. D. L. del 2 gennaio 1923, X. ó, fu differito sino al 31 dicembre 1925, 
e poi, con altro R. D. L. 27 settempre 19-23, X. 2158, vennero prorogati, fino 
al 31 dicembre 1930, e la facoltà d' emettete biglietti di Banca, pagabili al 
portatore ed a vista (!!!) ed il corso legale dei biglietti medesimi. 

Allo stato presente, la facoltà dell'emissione è privilegio della Banca 
d' Italia, del Banco di Xapoli, del Banco di Sicilia {->). Ragioni contingenti, 
dunque, storiche se vogliamo, bau condotto al privilegio delle tre Banche : 
nessuna veduta scientifica e logica; onde il terreno è sgombro, e si può di- 
scutere il problema ex-novo. 

Il pubblico ormai non si rende più ragione di ciò che sia realmente la 
moneta : da sessantanni, salvo la breve interruzione, regnò su di noi la carta 
moneta, e solo i vecchissimi ricordano a" aver comprato e venduto con va- 
luta d'oro e d'argento. Or la prima cosa che bisogna togliersi dalla mente 



(1) Vedi pag. 164, nota (3). 

(2) Dopo il disastro della Banca Romana (1892) le due Banche Toscane si fusero cou 
la Nazionale, formando unico istituto, che liquidò la Romana: così rimasero come Banche 
d'emissione: la Banca Nazionale, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia. Vedi la Legge 
10 agosto 1893, N. 449, nel riordinamento degli Istituti di emissione (Ministero Giolitti: mi- 
nistro delle Fiuanze, Grimaldi; dell'Agricoltura, Industria e Commercio, La Cava). Consulta 
la Relazione sulla ispezione straordinaria agli Istituti d'emissione, ordinata col R D. 30 di- 
cembre 1892, che fa onore al relatore Gaspare Finali. 






INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



205 



è che i biglietti siano moneta: essi, di Banca o di Stato, perse non hanno 
punto valore : rappresentano un debito dello Stato verso i portatori, da pa- 
garsi, quandocchessia, cambiando la carta in moneta costituita da metallo no- 
bile. Supposto che avvenga prodigiosamente il pagamento di cotesto debito, 
e che il biglietlo torni al corso libero , quale mai è di questo biglietto la 
funzione? Prima di rispondere, bisogna supporre, che non vi siano più biglietti 
di Stato, o che, esistendo, fossero sempre cambiabili in moneta metallica, al 
portatore ed a vista: rimane, adunque il solo biglietto di Banca. Missione delle 
Banche commerciali è quella d'esercitare il credito, giovandosi del proprio 
capitale e dei depositi disponibili dei clienti. L'operazione principale di sif- 
fatte Banche è lo sconto delle cambiali : per esso l'istituto acquista la cam- 
biale prima della scadenza, pel suo valore nominale, trattenendo un tanto 
per 100, che chiamasi pure sconto, rimunerazione pel servizio reso al por- 
tatore, che così, senz'attendere lo spirare del termine, rientra in possesso dei 
suo avere, e può negoziarlo. Giunta la scadenza, la Banca si fa pagare dai 
trattario. Può acquistare, pagando in moneta; può acquistare, dando, in cam- 
bio della cambiale a termine, un'altra cambiale, emessa da lei medesima so- 
pra se stessa, titolo di credito sempre scaduto e sempre da scadere, che co- 
lui il quale ha scontato la cambiale a scadenza è obbligato ad accettare 
all'atto dell' operazione, e può portar seco, se gli giova ed ha fiducia nella 
Banca; se no, può, lì per lì, convertire in moneta, passando dallo sportello 
dov'ha scontato, allo sportello nel quale i biglietti son convertiti, al porta- 
tore e a vista, in valuta metallica: questo titolo di credito è appunto il bi- 
glietto di Banca o biglietto fiduciario. Colui che sconta la cambiale e porta 
seco i biglietti, può darli ad altri in pagamento, se questi li accetta alla sua 
volta, perchè ciò gli giova, ed ha fiducia anch'esso nella Banca ; può darli 
ancora in pagamento; e così il biglietto passa di mano in mano, tal quale 
come avviene d'una privata cambiale ordinaria, portante buone firme; ma con 
questa differenza che, mentre il possessore d'una cambiale ordinaria deve 
aspettare la scadenza per ricevere moneta dal trattario, il portatore del bi- 
glietto di Banca può, ad ogni momento, recarsi all'istituto emittente, e con- 
vertire senz'altro il biglietto in denaro. 



206 



PIETRO MERENDA 



Inutile favellare dei vantaggi che apporta l'emissione così al commercio 
come alla Banca; della meccanica per la quale questa può esser sempre pre- 
sta alla conversione ; dei sistemi che si praticano per assicurare tal con- 
versione : qui c'è una cosa soltanto da considerare essenzialmente, ed è que- 
sta: data la natura del biglietto di Banca, non può legittimamente impedirsi 
a qualsiasi Banca commerciale, che offra le opportune guarentigie, d'emet- 
tere delle cambiali pagabili sopra se stessa, cioè dei biglietti al portatore e 
a vista : il monopolio d'una o più Banche è un assurdo economico, una vio- 
lazione della giustizia. Sì, della giustizia! « La gran legge di natura nel mondo 
«industriale è il libero scambio. In tutta la scienza non v'ha nulla di cosi 
«certo quanto il fatto che i privilegi esclusivi sono in commercio grandi vio- 
« lazioni del diritto naturale. I monopolii in commercio sono delitti morali » (1). 

§ 26. — Presentimento e speranza del ritorno alla circolazione normali;. 

Non sappiamo quali siano le intenzioni del Governo. Certo un piano si 
va maturando, e bisogna attendere fiduciosi. L'onorevole De Stefani, quan- 
d'era Ministro, annunziando l'avanzo conseguito nel bilancio, disse ch'esso 
doveva esser sacro, che doveva costituire una massa di manovra. Il Conte 
Volpi ha contratto con la Ditta Morgan un prestito di 100 milioni di dollari, 
cioè di 500 milioni di lire oro (2). Tutto ciò ci dice che un piano è in ela- 
borazione, e che l'alba del risanamento della circolazione spunterà nell'oriz- 
zonte : il quale risanamento, che d'altronde non può essere improvviso, por- 
terà al rialzo del valore dell'intermediario degli scambi, e quindi, in senso 
opposto, al ribasso del valore delle merci di fronte alla moneta corrente. 

Il Ministro Volpi ha mostrato grande abilità nei negoziati con gli Stati 



(1) Enrico Dunning Maclbod, I principii della Filosofia Economica. Nella Biblioteca 
dell'Economista, 3 a serie, voi. Ili, pag. 1090. 

(2) R.R. D.D. 18 novembre 1925, N. 1964 e 19 novembre 1925, N. 1977, convertiti nella 
legge 10 dicembre 1925, N. 2252. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 207 

Uniti e con la Gran Bretagna per la sistemazione dei nostri debiti di guerra; 
ha trovato il bilancio in avanzo, ed è deciso a non tornare indietro : saprà 
trovare la via giusta. 

§ 27. — Seconda causa del rincaro : il cambio sfavorevole all'Italia. 

Enumerai il cambio sfavorevole all'Italia come una delle cause dell'alto 
costo della vita. É noto che con ciascuna nazione estera scambiamo le merci 
reciprocamente prodotte. La valutazione si fa in moneta, tenendo conto del 
metallo fino, che c'è nell'unità monetaria di ciascuno dei due paesi scam- 
biatiti. Ma nel caso nostro, se la nazione con la quale commerciamo ba la 
valuta aurea, mentre noi abbiamo la valuta cartacea deprezzata, la parità 
del cambio è impossibile, ed esso è a noi necessariamente sfavorevole. Così, 
per esempio, noi valutiamo la merce degli Stati Uniti in dollari, il commer- 
ciante degli Stati Uniti valuta, la nostra in lire italiane; però, mentre noi sap- 
piamo che il dollaro vale 5 lire italiane in oro, quale è il valore della lira 
italiana in carta ? Dato che la lira carta valga L. 0,20, l'Americano computa 
il valore della merce sua moltiplicando per 5 i 20 centesimi della lira carta T 
e pretende giustamente 25 lire italiane, che, com'è naturale, costituiscono il 
corso del cambio con New York, sfavorevole all'Italia, perchè a noi la merce 
americana, anziché costarci L. 5, ci costa L. 25. Onde la merce americana 
ci consta cinque volte di più che non ci costasse nel tempo normale. Ciò 
va detto a cagion d'esempio, perchè eziandio 5 volte di più ci costa la 
merce che ci arriva da tutti i paesi che hanno una circolazione monetaria 
metallica. E questa evidentemente una causa di rincaro gravissimo delle 
merci che consumiamo; non solo perchè esse ci costano 5 volte di più che 
nel 1914, ma perchè il prezzo della merce estera si riflette sul prezzo della 
merce similare prodotta all'interno, la quale, non bastando al consumo, si 
mette, in quanto al prezzo, a livello della merce estera, e ci costa anch'essa 
5 volte di più. 

Non importa nulla se i pagamenti nostri si fanno acquistando divisa estera : 



208 



PIETHO MERENDA 



le cambiali pagabili fuori d'Italia debbono necessariamente costare in ragione 
del deprezzamento della lira-carta. 

Deprezzate maggiormente il valore della lira carta; il cambio sarà sempre 
più sfavorevole all'Italia (1). Ma fate viceversa sì che il deprezzamento s'ar- 
resti, s' arresterà l' altezza del cambio preteso dall' estero. Rivalutate la lira 
italiana, sino a fare i pagamenti in oro, o a rendere la carta alla pari coll'oro, 
anche il cambio sarà alla pari: gli Stati Uniti valuteranno la loro merce, non 
più L. 25 a dollaro, ma L. 5. Dunque, risanata la nostra circolazione, cesserà 
automaticamente il cambio sfavorevole all'Italia (4). Qui pertanto sta la me- 
dicina che rida la salute all'ammalato, debellando la causa dell" infermità : 
non è da porsi eccessiva fede in altri provvedimenti, quali : le norme troppo 
vincolatrici delle Borse dei valori , il mantenimento artificiale di valute ad 
un cambio determinato, gl'impacci al libero mercato delle divise ed alle im- 
portazioni dell'estero : palliativi, o cura dei sintomi, od esperimenti costosi 
pej" l'erario, quando non riescono a creare mali peggiori di quelli che si vo- 
gliono combattere. Vero è bene che nel corso dei cambi e' è un elemento 



(1) « Il prezzo d' equilibrio del cambio di uu paese a corso forzoso, sopra uo paese a 
circolazione normale, dipende, non soltanto dalle condizioni monetarie del primo, ma da 
queste e da quelle del secondo ; dipende cioè dallo stato relativo deila circolazione d' en- 
trambi. E poiché trattasi per uno dei due paesi di circolazione cartacea, con ogni proba- 
bilità inflazionata, così può dirsi che il prezzo d'equilibrio dipende dal grado d'inflazione 
della circolazione del paese a corso forzoso, rispetto alla circolazione metallica dell'altro ». 

Marco Fanno. Inflazione monetaria e corso dei cambi. V. p. 353 del Giornale degli eco- 
nomisti, agosto 1922. 

(2) «Il ristabilimento della convertibilità in oro delia carta moneta ha, sulla stabilità 
dei cambi, non solo gli effetti diretti di togliere importanza ai fattori morali e politici e 
alle previsioni dei commercianti di divise come determinanti delle variazioni dei cambi, e 
di rimettere nella loro piena efficienza i meccanismi compensatori, ma anche un effetto in- 
cliretto — forse non meno importante — in quanto, rendendo chiaro ad ognuno quale è il 
livello normale del cambio, e riducendo la durata delle oscillazioni, permette alla specu- 
lazione di riassumere la sua funzione stabilizzatrice». 

Gini, Risposta critica riassuntiva. Ne L'Economista. 4 febbraio 1923. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 209 

psicologico. Un paese in preda al disordine, che ha il bilancio in deficienza, 
che non paga i suoi debiti, vede deprezzare all'estero la sua moneta (\\. Or 
questa causa psicologica fortunatamente è in gran parte eliminata, e bisogna 
augurarsi che sparisca del tutto (2). 

Economisti improvvisati, su pei giornali, spacciano che la causa del cambio 
sfavorevole all'Italia risieda nell'essere la bilancia commerciale a noi sfavo- 
revole, cioè nel non pareggiarsi, per lo meno, il valore delle merci che espor- 
tiamo al valore delle merci che importiamo. Se sapessero ! Prima della guerra 
tutti gli Stati d'Europa importavano dall'estero merci nel complesso d'un 
valore superiore a quello della merce esportata : faceva eccezione un paese 
d'economia arretrata: la Russia. Né può essere diversamente: quando noi 
spediamo merce nostra, le assegniamo i prezzi nostri, e quando ci arriva la 
merce estera, essa sopporta, oltre il prezzo del luogo d'origine, il guadagno 
dell'intermediario, il costo del trasporto, il dazio doganale. Ma non si con- 
tenterebbero del pareggio tra importazioni ed esportazioni, e vorrebbero che 



(1) Tutto ciò che perturba la pubblica tranquillità , o fa dubitare della saldezza po- 
litica o finanziaria dello Stato, o minaccia la proprietà e 1' ordinamento sociale, si riper- 
cuote sinistramente sul cambio. Vedi Merenda, Reiasione del corso dei eambii con gli av- 
venimenti politici ed economici. Nel Bollettino della Società di scienze naturali ed economiche 
di Palermo, nuova serie/anni 1919-20-21, pag. 131. 

Scrive anche il Gini : «Tutti gli avvenimenti, reali o previsti, atti a rendere il capi- 
tale più sicuro, o quanto meno più fiducioso in un paese che negli altri, tendono natural- 
mente a migliorare il cambio di quel paese». Luogo citato. 

(2) É a dubitare che conferisca sempre al miglioramento del corso dei cambi la verbo- 
sità di certi gazzettieri imprudenti, che sbraitano d'Impero romano, d'Impero coloniale, di 
Mediterraneo mare nostrum; certo è però che non valutano abbastanza la possibilità ed il 
prò ed il contro di ciò che proclamano. Dato poi che tutto fosse indiscutibile dal lato della 
possibilità, deli' utilità, della giustizia, politicamente giova destar sospetti, creando imba- 
razzi a chi regge la pubblica cosa, e che, caso mai, dev'essere lungimirante e deve osare 
a tempo ? Dovrebbero ricordare che Gambetta, interrogato del perchè in un discorso eletto- 
rale non aveva parlato della rivincita, rispose: «Alla rivincita bisogna pensarci sempre. 
ma non parlarne mai». 27 






210 



PIETRO MKKKNDA 



le seconde superassero le prime, onde resti una differenza che l'estero deve 
saldare in moneta, accrescendo così la nostra ricchezza. Errore grossolano, 
perchè, dato che si possa giurare sull'esattezza delle statistiche doganali, oltre 
la visibile bilancia tra il valore delle importazioni e delle esportazioni, nella 
bilancia dei pagamenti, ch'è la vera, è compresa una parte che non si vede, costi- 
tuita dalle rimesse degli emigranti, dai noli del nostro naviglio, dalle somme 
che i forestieri spendono tra noi, e così via discorrendo: roba tutta clic non 
è appariscente, ch'è difficile valutare, ma ch"è reale, essendo impossibile nel 
commercio internazionale che il dare e l'avere non si pareggino, per quanto 
in modo oscillante. Ahimè! la teoria del Mercantilismo, che delirava dietro 
alla bilancia del commercio, non l'abbiamo saputo debellare abbastanza. Con- 
seguenza : si grida ai quattro venti: Producete di più! e sta benissimo: -< j 
non che s'aggiunge ancora: Emancipiamoci dall'estero! Programma eccellente, 
se limitato alle nostre materie prime, che mandiamo fuori, e d'onde ci ritor- 
nano manufatturate. Pessimo, se vogliamo produrre in Italia ciò che non ri- 
sponde alle nostre condizioni naturali, ma è conforme alle condizioni natu- 
rali altrui. La Provvidenza ha voluto che le nazioni, anche dal lato econo- 
mico, costituissero unica grande famiglia, avendo l'una bisogno dell'altra, e 
la natura ha distribuito pei - questo disugualmente i suoi doni : quando si 
vuole produrre ciò cui non si presta il clima ed il suolo, si cambia Futilità 
gratuita in utilità onerosa, ossia si compra caro quello che potrebbe aversi 
a buon mercato. Ciò in quanto al programma; ma il fine che per esso si 
vorrebbe raggiungere, ottenere cioè che le esportazioni pareggiassero o su- 
perassero le importazioni, sicché si abbia il pari od il vantaggio del cambio, 
è un vero delirio. 

§ 28. — Terza causa : le devastazioni del nemico, il minore rendimento del 
lavoro, l'alzamento del tenor di vita. 



La guerra devastò le fiorenti contrade del Veueto. Da ciò distruzione di 
capitali, diminuzione di prodotti, rincaro. Ma questa è una causa che va 
scomparendo. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CARTA 



211 






11 lavoro dà minore rendimento di prima, come affermano i dirigenti 
delle intraprese industriali ed agricole. S' è lavorato, dopo posate le armi, 
meno e svogliatamente; onde accrescimento delle spese di produzione, rin- 
caro. Fortunatamente c'è una ripresa. 

L'innalzamento dei salarii mediante gli scioperi, l'esempio del lusso de- 
gli arricchiti durante la guerra, han prodotto una elevazione dal tenor di 
vita, smessa da molti la vecchia abitudine di parsimonia. Così aumento di 
richiesta dei prodotti, conseguente rincaro. E una causa morale che non pare 
accenni a diminuire d'intensità. 



§ 29. — Quarta causa del rincaro : l' indirizzo ultraprotbzionista in ma- 
teria DOGANALE. 

Come se non bastassero tutte queste cause di rincaro, c'è anche l'altra : 
l'indirizzo ultra-protezionista in materia doganale (1). La dogana non ha sol- 
tanto intenti fiscali , ma eziandio eleva smisuratamente il dazio d' entrata, 
onde dar modo all'industria nazionale di sostenere e vincere la concorrenza 
estera. È un vero tributo che i consumatori pagano all'industria e all' agri- 
coltura, dal quale non riusciremo a liberarci senza che sia ripresa la propa- 
ganda a favore della libertà commerciale, perchè in questa materia siamo 
andati sempre più indietro dai tempi di Cavour e dei suoi successori, ed è 
sopra l'opinione pubblica che dobbiamo agire. 

Si può rispondere che tale indirizzo ultra-protezionistico non è adottato 
dall'Italia soltanto, ma da quasi tutti i paesi del mondo, posteriormente alla 
guerra. Ciò è vero, ed il trattato di Versailles non operò saggiamente nel 
non prevedere questa comune iattura, ed ovviarvi (2); però sembra che noi Tta- 



(1) La Tariffa generale dei dazi doganali, approvata con R. D. L. 9 giugno 1921, N. 806, 
ha avuto in seguito degli inasprimenti. 

(2) Nel 1915, U Economista, che allora si pubblicava a Firenze sotto la direzione del 
De Johannis e di R. A. Murray, iniziava una inchiesta fra i professori di Economia e Fi- 
nanza delle R. Università, intorno al seguente problema: Dopo la guerra europea converrà 



212 PIETRO MERENDA 

liani in questa materia vogliamo riportare la palina, perchè avvisiamo eman- 
ciparci così dallo straniero, migliorare a favor nostro il cambio, arricchirci 
Errori manifesti, che non tengono conto del fatto che quanto più diminuisce 
la concorrenza estera, tanto più s'elevano i prezzi, e tanto più cresce la mi- 
seria del maggior numero. D'altronde bene avvisava il Messedaglia quando 
diceva sé in questa materia essere impenitente liberista: noi, con il libero 
cambio, guadagniamo il buon mercato; se l'estero protezionista vuole il rin- 
caro, suo danno ! 

§ 30. Quinta causa del rincaro: la esorbitante pressione dei tributi. 

Esorbitante è il peso dei tributi. E chi può negare che questo regime 
fiscale conferisca all'elevazione dei prezzi? Però desidero non essere frain- 



o prevarrà una tendenza verso regimi doganali poco dissimili da quelli precedentemente in 
vigore, più protezionisti, meno protezionisti, o decisamente libero-sambisti? Le risposte, a 
mano a mano che giungevano, erari pubblicate nel periodico, e poi, a cura del De Joliannis. 
i'uron raccolte in un volumetto, che venne distribuito agli autori : Murray ne scrisse la 
prefazione. Chi legge questa memoria sostenne da parte sua esser conveniente che preva- 
lesse una tendenza verso regimi doganali meno protezionisti; e fece voti che il Congresso 
Europeo futuro, se pur non volesse navigare a piene vele verso il libero scambio, rego- 
lasse la materia, p. e., nel senso che le tariffe doganali si potessero diminuire, non aumen- 
tare. E poiché qualche scrittore aveva affermato necessario il protezionismo , avendo la 
guerra dimostrato che il blocco e le proibizioni d' esportazione possono tagliare il belli- 
gerante fuori dal mondo, sicché è necessario che ogni nazione nella pace s" avvezzi a far 
senza dell'estero, oude potere nella guerra bastare a sé; egli oppose che, attuato un prin- 
cipio di questo genere, s'eleverebbero tra Stato e Stato le muraglie della China, rendendo 
la vita delle popolazioni così penosa come non è stata mai : assurdo poi il principio, non 
essendo sufficiente a parecchie nazioni la propria produzione di certe derrate essenziali, 
onde la necessità d'integrarle con l'importazione estera, e mancando noi di talune materie 
prime o sussidiarie, di cui lo straniero sovrabbonda. Il Congresso Europeo, seguendo i retti 
priucipii di diritto internazionale, avrebbe dovuto proscrivere la guerra condotta contro chi 
non combatte, sostituendo alla reciprocità, sin qui ammessa, il patto internazionale, e la 
sanzione dell'ostracismo pel paese che vi mancasse. 



INCIDENZA DEL DEPREZZAMENTO E RIVALUTAZIONE DELLA LIRA-CÀBTA 213 

teso. Un paese che ha il proprio bilancio in deficienza, s'avvia verso il pre- 
cipizio ; onde i Ministri delle finanze che arrestano sulla china la nazione, 
paiono crudeli, ma son dei veri salvatori, e il nome loro passa benedetto 
alla storia, e alla storia son passati o passeranno i nomi dei Sella, dei Son- 
nino, dei De Stefani, i quali, ciascuno nel tempo loro, han ridato l'equilibrio 
al bilancio dello Stato, lo credo che, anche stavolta, all'epoca delle torture 
fiscali succederà un'era di prosperamento, per quanto non possa essere im- 
mediata; non saprei fare voti affinchè le imposte si alleggerissero : 1' avanzo 
svanirebbe, ovvero, ridotto ai minimi termini, non potrebbe essere piò stru- 
mento efficace alla deflazione; auguro che si proceda piuttosto ad una revi- 
sione, temperando certe molestie e certe aliquote eccessive che soffocano e 
spingono all'evasione, e non colpendo più volte, sotto diverse forme, lo stesso 
reddito : programma minimo, che si può svolgere fin da ora, ma sul quale 
non posso diffondermi : non est hic locus. 

§ 31. — Riassunto e conclusione 

Dato il ritorno alla libertà in fatto di locazione di case, un grave au- 
mento è prevedibile, per quanto si consigli ai proprietari di non richiedere 
prezzo maggiore di cinque volte quello del 1914. Però le classi viventi 
di reddito fìsso, o non han visto crescere punto i loro proventi , ovvero 
l'aumento é stato inferiore al rincaro dei beni (§§ 2 a 10). Da ciò tre ragioni 
onde lo Stato intervenga: 1° perchè esso di questa situazione economica 
è creatore; 2° perchè, in parecchi casi, è parte contraente; 3° perchè in genere 
l'intervento rientrerebbe nelle funzioni normali dell'organizzazione giuridica 
della società (§ 11). Conviene però propugnare il provvedimento di carattere 
generale di far variare legislativamente tutti i pagamenti, in base al numero 
indice dei prezzi ? Nessuno Stato l'ha messo in atto; gli scrittori nostri non 
l'ha ri sostenuto; l'opinione pubblica non v' è preparata; il Governo non vi 
tende (§ 12). Pratico quindi trattare di provvedimenti specifici, che potrebbero 
emettersi a favore delle classi sociali a reddito fisso. E cominciando dagl'impie- 
gati governativi, è indubitato che, all'atto della nomina loro, venne promesso 






214 PIETRO MERENDA 

uno stato economico